IL DIBATTITO SUL “DIO CHE PERDIAMO”: UNA OPINIONE

Antonio Greco

Semplificando, dal dibattito (vedi il post precedente con una sintesi delle diverse posizioni intitolato IL DIBATTITO SUL “DIO CHE PERDIAMO”: UNA SINTESI) emerge la condivisione tra gli intervenuti delle seguenti affermazioni:

  • “Dio” è parola ancora troppo confusa con la religione e mantiene forte il suo carattere antropomorfico. C’è un sostanziale accordo nell’accettare la differenza tra il pensiero filosofico e teologico del ‘900 e la filosofia e teologia del passato, che pretendeva non solo di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio, ma di definirne l’essenza: “chi” o “che cosa” è Dio? Invece nel ‘900 si profila una linea di riflessione prevalente che, riprendendo il motivo centrale della “teologia negativa”, afferma che tutto quanto sappiamo di Dio è che egli si trova al di là dei nostri pensieri; che dunque noi non sappiamo chi o che cosa egli sia, ma che cosa non è.
  • Ci troviamo di fronte ad un cambiamento della religiosità umana di portata enorme e siamo di fronte ad una sorta di mutazione genetica spirituale, ad un cambiamento spirituale copernicano. I segni sono tanti e rappresentano uno snodo epocale per le religioni.

Pur se tra gli intervenuti c’è la confessione esplicita che molti di loro non hanno letto tutti e quattro i volumi sul tema pubblicati da Gabrielli, gli elementi di contrasto e di non condivisione e le obiezioni più rilevanti, a mio parere, che si muovono ai questi ricercatori post-teisti sono:

1 – “C’è un ateismo serio, che dobbiamo stimare. Un ateismo di ritorno, riduttivo, è troppo poco”. Il post-teista che rinuncia al DIO-Persona è accusato di ateismo riduttivo o nascosto perché lascia un vuoto, fa l’occhiolino all’agnosticismo. Curva verso un vago panteismo. Flirta con il “Deus sive Natura” di Spinoza.

2 – Non si può rinunciare al Dio-persona. Occorre, invece, riaprire la questione di Dio: non se Dio esista o no, ma quale Dio!

3. Se si va nella direzione di “oltre Dio e le religioni” si creano le motivazioni in base alle quali non ha più senso la preghiera umana individuale (“il sospiro semplice davanti all’impresa della vita”) e si riduce o scompare la dimensione comunitaria di quanti vivono da credenti per il venir meno o almeno per l’affievolirsi della partecipazione a una visione e a un’azione collettiva spiritualmente ispirata.

Non sono né un teologo né uno storico delle religioni e non ho la pretesa di rispondere alle suddette questioni, serie e molto rilevanti, ma mi permetto di osservare:

1. Chi si fa carico dell’ateismo teorico e dell’ateismo pratico (inevitabilmente intrecciati e molto diffusi in occidente), che nascono e sono causati anche da quel “dio antropomorfo” su cui “i credenti puri” ironizzano, e che una certa teologia, cui sfugge qualsiasi contatto con la realtà, continua a praticare?

Si può e si deve criticare la scienza. La scienza non è la ‘verità’, ma è la migliore tecnica che gli esseri umani hanno finora sviluppato per comprendere cosa è il mondo naturale e come funziona. Ma sono deleterie le due derive opposte: quella di chi la ignora non solo per ignoranza ma anche per paura di dover rivedere le proprie categorie mentali e perché non vuole cambiamenti per pigrizia o per interessi consolidati, e occorre evitare anche la deriva opposta dello scientista saccente e altezzoso, convinto di avere in tasca la verità assoluta.

Come è possibile ignorare nella ricerca su “Dio” le scienze cosmologiche, la fisica e la biologia? Cosa hanno da dire l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo? Queste hanno sottratto l’uomo dal sentirsi il centro dell’universo e hanno ridimensionato il piccolo mondo in cui viviamo per darcene un altro incomparabilmente più grande e più ricco, più misterioso e rigurgitante di vita. Inoltre, grazie alle nuove scienze cosmologiche l’uomo moderno si è liberato (o si sta liberando) dell’antica cosmovisione geocentrica, statica, antropocentrica e androcentrica. La nuova visione cosmologica ha dato vita a un’immagine completamente nuova del mondo, radicalmente diversa da quella che ha fornito il contesto per la nascita delle tradizioni religiose abramitiche e lo sviluppo del loro patrimonio simbolico teologico, dottrinale e spirituale. Tenendo conto di questa nuova e rivoluzionaria visione cosmologica la scommessa che si pone oggi è quella di andare al di là delle forme tradizionali di dualismo (naturale/soprannaturale, cielo terra, …), di monismo, di teismo e ateismo. Non si tratta di deriva nichilistica, né di una fede ridotta a esperienza personale o di fare evaporare la dimensione istituzionale di essa (Ulrich Beck1), né può bastare il riferimento alla tesi del “cristiano anonimo”, pur molto rispettabile, avanzata da Karl Rahner2. Perché non pensare che le religioni così come le conosciamo siano destinate a lasciare spazio a qualcosa di nuovo e ancora imprevedibile?

Ancora: come è possibile nel dibattito su “teismo o post-teismo” ignorare il dato di una Terra vecchia, soggetta alla legge del limite e della finitudine? Verità scientifiche queste difficili da ignorare in contrasto con una immaginaria teleologia tanto diffusa nella teologia accademica e nel senso religioso comune? Un’immagine sbagliata di Dio e un immaginario futuro di salvezza della Terra non solo non porta alla fede, ma induce alla repulsa nei confronti di Dio.

La ricerca post-teista è uno dei tentativi di ricerca che vuol togliere terreno al “credente-credulone”, si fa carico nel tempo del disincanto dell’orizzonte post-moderno di togliere terreno anche ai senza-dio (a-tei) per causa di un “dio” che soprattutto la istituzione religiosa ha disegnato in modo troppo antropomorfo , e suggerisce la proposta di un rischio radicale: il rischio di una fede che nasca “fuori religione” sulle orme di Gesù “morto da bestemmiatore, in stato di esecrazione, fuori religione”.

2. A riguardo della riapertura della “questione di Dio”, seguo la posizione di Armido Rizzi3, per me molto più convincente. Scrive Rizzi4:

“L’ellenizzazione del cristianesimo è una stregatura dell’anima, che ha permeato in profondità la spiritualità cristiana, dell’uomo in cerca di Dio, e che ha rovesciato la spiritualità biblica di Dio in cerca dell’uomo. (…) Una dozzina di anni fa venni invitato a parlare dell’idea di Dio nel pensiero europeo del ‘900; insieme con me uno studioso della filosofia di questo secolo. Conoscendo i suoi interessi, decisi di riservarmi la parte sull’idea di Dio nella teologia della liberazione. (…) Non in Europa ma in America latina — era nata una teologia che non si limitava a cambiare la risposta, ma aveva cambiato la domanda: non “che cosa è” Dio, non la sua essenza o natura, ma “dov’è” Dio, dove devo cercarlo e posso trovarlo? E aveva dato una risposta: «Dio è nell’uomo», in particolare nel povero: è questo il Dio dell’antico e del nuovo testamento. Riporto un testo di mons. Oscar Romero, vescovo di San Salvador e martire, che rispecchia questa concezione: C’è un criterio per sapere se Dio sta vicino o lontano da noi: chiunque si preoccupi dell’affamato, del nudo, dello scomparso, del torturato, del prigioniero, di tutta questa carne che soffre, ha vicino Dio. (…) Chi cerca il volto di Dio lo trova nei poveri, chi vuol vivere il suo amore deve servire i poveri. Poveri non sono soltanto coloro che non hanno beni economici, ma coloro che sono ammalati, umiliati, prigionieri, carcerati, stranieri, ecc. (cfr. per esempio Mt 25, 31ss.)”.

La teologia della liberazione non è la stessa ricerca della teologia post-religione. Anche quest’ultima non si limita a cambiare la risposta a un interrogativo di sempre: se c’è e cos’è il “Mistero senza nome”, ma cerca di cambiare la domanda: chi non vuole essere indisponibile e assoggettarsi ai riti della nuova religione globale oggi dominante (il culto del mercato, del denaro, del profitto e del capitale), dove può trovare l’Oltre (meglio in latino, l’Ultra)?

3. Con il post-teismo, finisce la preghiera ed è smantellata qualsiasi forma di comunità credente?

Il credente comune crede di evitare le disgrazie, il dolore, l’ansia e la paura che perseguita l’uomo mettendosi nelle mani del Dio Padre. Ho personalmente sperimentato il profondo conforto che la fede religiosa può dare nei momenti difficili della vita. Quando capita una disgrazia o una malattia, chiedere imploranti l’aiuto del Padre eterno che tutti ama come figli è di grande conforto e consolazione. In situazioni di grave pericolo, quando si crede di non avere nessuna altra via di uscita, una ardente preghiera al Signore offre la speranza di potercela fare. In momenti cruciali, chiedere l’intervento di qualche Santo particolarmente miracoloso ci riempie di speranza e ci libera dall’ansia. E poi, cosa dire della paura della morte?

Ma è proprio vero che la preghiera, come vissuta da un credente comune, fa vivere sereni e felici?

Se si vuole essere obiettivi bisogna ammettere che, nella vita di ogni giorno, si percepisce poca serenità o contentezza nei cosiddetti fedeli. L’ansia, la depressione e la disperazione colpiscano in ugual misura il credente ed il non credente. Basandosi sulla sua esperienza con migliaia e migliaia di malati terminali, Umberto Veronesi5 affermava che i credenti hanno molto più paura della morte dei non credenti.

Perché succede questo?

Perché alla preghiera di domanda, quella più comune, mezzo con il quale si comunica con il Dio-persona, la risposta è il suo silenzio. Da qui il contraccolpo. E questo accade perché la religione ha umanizzato Dio.

Infine, si sostiene che “se [Dio] non fosse vivente, (…) sentiremmo il movimento ad amare, rispettare, aiutare, favorire, salvare i nostri simili?”. Quando riflettiamo sul rapporto tra fede e comunità a molti credenti farebbe bene non dimenticare il confronto tra il martirio del credente, convinto che il sacrificio sia una stazione di passaggio verso un mondo migliore, e il significato estremo e radicale del gesto dei combattenti della Resistenza al nazifascismo, che non credevano nella resurrezione e che hanno dato la vita, cioè tutto, per una comunità libera e giusta, senza speranza o consolazione, con lucido coraggio, in solitudine e consapevolezza, senza sperare in alcuna ricompensa ultraterrena.

Come blog, siamo attenti a ogni tentativo di venire a capo degli interrogativi fondamentali della nostra vita – in quale modo amare, essere giusti, essere liberi, affrontare la sofferenza e la morte6 -.

La ricerca spirituale della teologia post-religione, certamente non la sola, senza nessuna adesione acritica ad essa, è piccola parte della nostra ricerca di un gesuanesimo/cristianesimo sereno, profetico e senza alibi.

4 agosto 2021

1 E’ stato un sociologo e scrittore tedesco (1944-2015).

2 Gesuita e teologo tedesco (1904-1984), cattolico, fra i protagonisti del rinnovamento della Chiesa che portò al Concilio Vaticano II.

3 Studioso poliedrico, teologo attuale e dell’alterità (1933-2020).

4 in “Servitium” n 214 del luglio-agosto 2014.

5 E’ stato un oncologo e politico italiano (1925-2016).

6 Rinviamo ai seguenti interventi sul tema nel blog: https://manifesto4ottobre.blog/2021/03/31/una-spiritualita-oltre-il-mito/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...