UNA SPIRITUALITA’ OLTRE IL MITO

La Casa Editrice Gabrielli Editore di Verona ha curato la pubblicazione in Italia della ricerca teologica sul movimento post-religionale nel mondo. Ha pubblicato, finora, la trilogia:

  • AA.VV., Oltre le religioni, Una nuova epoca per la spiritualità umana, 2016;
  • AA.VV., Il cosmo come rivelazione, Una nuova storia sacra per l’umanità, 2018;
  • AA.VV., Una spiritualità oltre il mito, Dal frutto proibito alla rivoluzione della conoscenza, 2019.

Il 19 marzo scorso l’Editore Gabrielli ha chiamato a fare una presentazione on line dell’ultima pubblicazione sulla Spiritualità oltre il mito don Paolo Scquizzato e Claudia Fanti.

Pubblichiamo la trascrizione della presentazione, non rivista dall’autrice, di Claudia Fanti.

Un problema concreto

Viviamo un momento estremamente tragico. Il nostro pensiero non può non andare ai circa 104 mila morti di Covid solo in Italia e a tutte le famiglie che si trovano in difficoltà. Nel quartiere in cui vivo a Roma si stanno moltiplicando le richieste di aiuto di persone che non trovano i soldi neppure per fare la spesa e allora in questo quadro possiamo chiederci: tutti questi temi su cui rifletteremo oggi sono qualcosa di astratto, rispetto al piano concreto e drammatico della vita quotidiana, del periodo che stiamo vivendo? Ecco io credo assolutamente di no. Penso anzi che la visione che questa collana, questo libro ha presentato e sta presentando ci permette di vivere tutta questa difficile realtà che l’umanità sta attraversando in una maniera più lucida, più giusta, anche più pacificata.

Spiritualità – religione

Il nostro percorso di spiritualità parte da un presupposto: la distinzione tra la spiritualità e religione. La spiritualità è una dimensione costitutiva dell’essere umano fin dall’origine. L’homo sapiens è stato homo spiritualis. La religione è una forma storica e concreta che segna questa spiritualità ed è quindi sempre costantemente soggetta al cambiamento.

 L’ipotesi di questo percorso, di questo paradigma, che è stato chiamato post-religionale, è che la forma delle religioni, così come siamo abituati a conoscerla almeno in occidente, una forma intesa come insieme di miti, di riti, di dogmi, di norme, di gerarchie, sta volgendo al termine.

Un cambiamento epocale

Non c’è dubbio che ci troviamo di fronte ad un cambiamento di portata enorme, una sorta di mutazione genetica spirituale, possiamo dire un nuovo temp -asse, in riferimento a quello che Karl Jaspers ha definito come “tempo assiale”, e che lui aveva identificato nel periodo che va dal 800 a.C. al 200 a.C.. É il periodo di Buddha, di Zarathustra, di Elia, Isaia e Geremia, di Omero e di Parmenide, Eraclito e Platone: tutto un fiorire di pensiero, di spiritualità che ha creato un prima e un dopo della storia umana. L’ipotesi è che ci troviamo di fronte a un nuovo tempo-asse, forse ancora più profondo e radicale di quello individuato da Jaspers. Le trasformazioni che la società sta sperimentando, si sono tanto accumulate e sono talmente profondi i cambiamenti che si stanno registrando, (cambiamenti riguardo al modo di conoscere, di sentire, di comprendere) che sta emergendo una coscienza umana trasformata, un essere umano diverso, che pensa, conosce, percepisce e sente in una maniera completamente diversa da come era prima. E quindi, se non siamo più gli stessi di prima, non può essere nemmeno uguale la nostra epica, la nostra spiritualità, la nostra religiosità. Josè Maria Vigil usa l’immagine del bruco e della farfalla che sono gli stessi esseri viventi ma si trovano in stadi talmente diversi che si fa fatica a riconoscere la loro continuità.

I limiti delle religioni rivelate

Le religioni come siamo abituati a conoscerle credono di possedere la verità totale, eterna ed immutabile in quanto rivelata da dio stesso attraverso la mediazione dell’autorità religiosa e quindi non possono tollerare alcun cambiamento rispetto ai dogmi che in quanto tali sono indiscutibili e irriformabili. Come fa notare ancora Vigil nel libro, i cardinali dell’inquisizione non potevano in alcun modo credere a ciò che Galileo cercava di dimostrare loro. Galileo non poteva aver ragione perché noi come cristiani possedevamo una fonte infinitamente superiore di conoscenza cioè la rivelazione, la Bibbia. Se anche avessero guardato nel telescopio e avessero visto quello che Galileo voleva mostrare loro, comunque non ci avrebbero creduto, avrebbero pensato che si trattasse di una illusione ottica, tanto erano sicuri di possedere appunto una conoscenza infinitamente superiore all’affermazione della scienza.

Dopo 500 anni, Paolo VI nella Mysterium Fidei scriveva che le forme di cui si serve la chiesa per proporre dogmi di fede, esprimono concetti che non sono legati ad una determinata cultura, ad una determinata fase del progresso umano, ma sono validi per tutti gli esseri umani, per tutti i tempi. Questo per noi oggi non ha più senso: oggi sappiamo che la conoscenza ha un carattere dinamico, non statico, sempre transitorio, mai definitivo. Dopo il tempo passato a interpretare letteralmente i contenuti dei miti religiosi che pensavamo descrivessero la realtà oggettivamente, proprio perché rivelati da una divinità assoluta, trascendente e separata dal cosmo, scopriamo che la conoscenza religiosa non è altro che una costruzione umana che è stata elaborata da una tappa della nostra storia evolutiva. Oggi sappiamo che le religioni sono relativamente recenti, che siamo vissuti molto più tempo senza le religioni che con esse, e che con la forma di religione che conosciamo si è imposta a partire da circa 4500 anni fa, dopo un lungo periodo di almeno 30.000 anni in cui l’umanità ha adorato una grande dea madre che non era tanto un Dio al femminile quanto la divinità associata alla natura, alla fecondità. Con le invasioni di popoli Turgan, tribù euroasiatici che dalle steppe siberiane si lanciano alla conquista di nuove terre (4500 al 2800 a.C.), secondo la maggior parte degli studiosi, il culto della grande Dea Madre lascia il posto a quello patriarcale del Dio della guerra e della conquista, rappresentato come un dio guerriero a cavallo. L’ascesa di un Dio maschile, di un dio teista, un essere dal potere soprannaturale che interviene periodicamente nella storia umana, cambia radicalmente per sempre la nostra relazione con la natura che perde il suo carattere divino, quello che aveva sempre avuto in tutto questo lungo periodo della storia dell’umanità, per essere declassata a mero prodotto della divinità. Da allora noi viviamo con una visione scissa del mondo.

Schizofrenia e dualismo

Praticamente dalla fine dell’età del rame per quel periodo di transizione della preistoria compreso tra il 5000 e 4000 a.C. quando appaiono i primi miti della separazione del cielo e della terra. Questo ha comportato appunto una schizofrenia nella nostra visione del mondo, ha praticamente lacerato la realtà, la divinità espatriata verso un cielo fuori dal mondo e la natura e il cosmo sono stati desacralizzati. Da allora noi siamo vissuti alienati dalla natura e dipendenti da questo piano superiore e così si è imposta anche tutta una catena di dualismi in cui nel polo positivo ha  preso posto il maschile, la cultura, lo spirito, l’energia e in quello negativo il femminile, la natura, il corpo, la  materia e la terra da organismo vivente è diventata appena una fonte di risorse da sfruttare con le conseguenze di cui adesso stiamo cominciando a scontare tutti  gli effetti più tragici. Ora con l’avanzare della conoscenza del progresso scientifico, la tendenza è quella di invertire questa schizofrenia che si è introdotta con questa separazione tra i due piani della realtà ma si sta cercando di recuperare l’unità del tutto, di fare in modo che la spiritualità smetta di essere del cielo per tornare ad essere della terra; che smetta di essere delle anime per pochi e tornare all’essere umano integrale. La vita dell’anima, la salvezza dell’anima, i miti del paradiso, dell’inferno … non fanno più parte di questo tipo di religiosità, di spiritualità.

Ora, come sottolinea molto bene Sudati nelle pagine di questo libro, non si tratta di negare la funzione positiva che ha esercitato un mito perché il mito ha avuto un ruolo insostituibile nella storia umana ma si tratta solo di capire che non può essere preso alla lettera o dogmatizzato. Semmai il rischio è quello di sostituire quei miti che riteniamo passati con altri miti che corrispondono al sistema attuale delle nostre credenze, alle mitologie del nostro tempo. Possiamo per esempio pensare alla presunzione che la ragione ha di spiegare tutto e di misurare tutto, oppure al mito del capitalismo, dell’essere umano competitivo per natura o ancora a quello radicatissimo della crescita infinita che è veramente la vera religione del nostro tempo. Un mito la cui assurdità è stata dimostrata   in maniera definitiva dalle leggi della natura ma che pure è preso per buono dalla quasi totale comunità degli economisti. Secondo Matthew Fox i miti giocano un ruolo indispensabile sempre nella vita dell’individuo e sono una parte ineliminabile della nostra umanità. Quindi non si tratta di vivere senza miti ma di superare quei miti che sono obsoleti, che sono dannosi, controproducenti per l’umanità ed abbracciarne di nuovi, abbracciare nuovi miti, nuove storie. Ci fa bene demitologizzare o decostruire ma per ridemitologizzare e ricostruire. Per esempio, ricostruire nell’orizzonte del mito la sacralità della terra. Urge costruire, secondo Fox, il mito che il creato è sacro, che la terra è sacra, che la vita umana e ogni altra vita sono sacre.

Le religioni, come sistemi di credenze legate a una primordiale tappa scientifica, ormai non possono dirci molto, non possono più parlare in maniera significativa a una società che vive di innovazioni in tutti gli ambiti della vita ed a un ritmo sempre più accelerato. A questo discorso non può nemmeno sfuggire la religione cristiana che quindi è chiamata a rivedere, come dice Sudati, tutto il suo impianto dottrinale anche a costo di dover mandare al macero gran parte della teologia che ha fatto da sostegno.

La ricerca di una nuova spiritualità

Si impone alla religione la necessità di riscrivere sé stessa in maniera radicale, a partire da nuovi presupposti come il post-teismo, il biocentrismo, la critica della desacralizzazione della natura. La ricerca di spiritualità attuale, spesso e volentieri, trova più spunti, più piste di ricerca nelle nuove scienze, nella meccanica quantistica, nelle scienze della mente che nelle religioni tradizionali. Praticamente lo sviluppo della scienza, in un ritmo così accelerato, spettacolare, ci ha trasmesso proprio una immagine completamente nuova dell’universo, profondamente diversa dal contesto delle religioni abramitiche. Ci ha sottratti dal piccolo mondo in cui si muovevamo, un mondo statico inerte un po’ ridotto a fare solo da scenario per lo sviluppo della strada della salvezza, e ci ha restituito invece l’immagine di un mondo molto più grande, più complesso, più ricco di mistero. Io penso che il mistero sia proprio la parola chiave in questo percorso. Perché in realtà quello che noi siamo, perché ci troviamo qui, non può dircelo una rivelazione ma, in fondo non può dircelo neppure la scienza. In questo universo in cui occupiamo una posizione così infinitesimale, questo piccolissimo pianeta che ruota intorno ad una stella banale di una galassia di medie dimensioni, in una galassia che contiene 100 miliardi di stelle e che a sua volta è solo una delle 2000 miliardi di galassie, in questo universo dalle dimensioni inimmaginabili tutto quello che sappiamo, riguarda appena il 4%: cioè la materia che si vede, quella che mette una qualche forma di radiazione  elettromagnetica. Del restante 96% dell’universo, costituito da materia oscura e soprattutto da energia oscura, non sappiamo assolutamente cosa sia. Ci risulta proprio praticamente sconosciuto.

 E anche di quel misero 4% alla fine ci sfugge l’essenziale: non sappiamo perché questo universo sia così finemente calibrato per la vita; perché le leggi che lo regolano sono esattamente entro margini così stretti, proprio quelle leggi che hanno permesso che apparisse la vita. Non sappiamo come è saltato fuori questo universo e in questo universo non sappiamo come è saltata fuori la vita. E non sappiamo neppure come dalla vita è saltata fuori la consapevolezza individuale. Anzi secondo un fisico James Strefin, un fisico di Standford, sulla coscienza è l’unica domanda in ambito scientifico che non sappiamo neanche come formulare. In questo quadro è strano, ci stupiamo di aver avuto la pretesa di sapere tutto di Dio, tutti i suoi pensieri, la sua volontà e dovremmo prendere atto di relativizzare tutto quello che costruisce il nostro patrimonio culturale e religioso.

Ora perché questa visione della spiritualità è così importante? 

É importante perché può parlare agli uomini e alle donne della società postmoderna ma si rileva anche molto più in grado di rispondere alle umane sfide del nostro tempo, a cominciare dalla sfida più grande, quella del collasso climatico ambientale verso cui stiamo marciando a ritmi accelerati. Se non stiamo facendo niente non è solo perché l’essere umano è antropologicamente incapace di occuparsi di problemi a lungo termine ma anche perché ci manca una visione che davvero ci muti, ci ispiri. Questa visione  può venire proprio dall’immagine di un universo senza dualismi, senza divisione tra il nostro mondo e il mondo superiore, senza distinzione tra umano e divino, un  universo in cui tutto è straordinariamente interconnesso con tutto; ma proprio a partire dalle componenti più piccole della realtà, quei quark che non possono essere nemmeno isolati perché  si trovano sempre in gruppi di due – tre che quindi dimostrano  nella maniera proprio migliore come la vita, nel nostro universo, non si sviluppi a partire dall’isolamento ma dalla capacità di relazionarsi. Se passiamo dal livello micro (dai quark) a livello macroscopico, gli atomi che costituiscono il nostro corpo hanno fatto parte, lungo milioni di anni, di altri esseri sia animati che inanimati. In ciascuno di noi ci sono atomi che hanno fatto parte di una montagna, di un dinosauro, di una spiga di grano, in una mela… C’è questo continuo entrare e uscire di atomi in ciascuno di noi che ci fa sentire interdipendenti e in comunione con tutta la materia. É l’immagine di un universo che le nuove scienze descrivono sempre di più come molto più simile al pensiero che alla macchina. Già Buddha diceva che tutto è come una grande mente. Questa può essere una metafora preziosa per indicare la divinità della realtà: una mente che ispira, che custodisce, che permea tutto il percorso evolutivo dell’universo, totalmente immanente al cosmo.

Di fronte a un bivio

Ci troviamo a incrocio tra due strade: quella di autodistruzione su cui stiamo camminando e la strada che può condurci all’età, all’era ipozoica, quella della comunione profonda con la comunità di vita di cui siamo parte, come in qualche modo avevamo sperimentato i nostri antenati. La visione di una realtà in cui tutta la comunità della vita partecipava a una relazione.

In questo bivio i dogmi, i miti, i miti delle religioni non possono più dirci molto, non possono indicarci la strada da seguire, non possono più offrirci consolazioni e garanzie, non possono metterci al riparo dal dolore e dalla crudeltà del mondo. Però quella saggezza contenuta nei testi fondanti delle diverse religioni (come dice Santiago Villamayor, non la loro ragione ma la loro anima) può esserci di grande aiuto in questo momento così delicato della nostra storia. Per questo, in fondo, non abbiamo perso nulla di essenziale, soprattutto in riferimento al messaggio evangelico. Se è vero che Gesù non può essere più visto come l’incarnazione di una divinità teistica, possiamo continuare a vederlo come un essere umano la cui vita era talmente integra e piena da riuscire ad abbattere paure, pregiudizi, tutti quegli ostacoli che impediscono all’umanità, alla nostra umanità di dispiegarsi in tutta la sua pienezza. Se il divino e l’umano non sono due regni separati ma una sola realtà continua, il cammino verso la pienezza, sull’esempio che ci ha lasciato Gesù, il cammino verso il divino consiste proprio nel farsi profondamente e pienamente umani. Gesù ci ha aperto una strada. Seguire questa strada, come scrive Ferdinando Sudati, è sicuramente una impresa che può tenere impegnati i cristiani per i prossimi 1000 anni.

31 Marzo 2021

 (trascrizione, non rivista dalla relatrice, a cura di Angela Colasuonno)

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