GUERRA, “MITO FUNESTO”. MICHELE DI SCHIENA E IL “DISCORSO DI GUERRA”

Mariella Paiano*

A due anni dalla scomparsa di Michele Di Schiena, nell’attuale congiuntura internazionale segnata dalla riemergenza di un diffuso bellicismo sollecitato dal conflitto in Ucraina, mi pare che ricordarlo non possa prescindere dalla ripresa di almeno alcuni aspetti della sua riflessione sulla guerra. Quest’ultima si è dispiegata in numerosi articoli pubblicati in larga parte sul giornale salentino «Il Quotidiano», che hanno avuto come oggetto i principali conflitti internazionali degli ultimi quarant’anni (dalle guerre del Golfo a quelle nei Balcani e in Siria), le politiche di riarmo (ad esempio con l’installazione dei missili NATO a Comiso), il ruolo dell’ONU, la necessità di una mobilitazione costante per la pace.

Ciascuno di questi testi richiederebbe una contestualizzazione puntuale rispetto alle specifiche situazioni cui sono riferiti e al dibattito politico più ampio nel quale si collocano, così come una più precisa individuazione delle fonti della riflessione di Michele. Mi propongo qui un obiettivo più circoscritto: quello di offrire a quanti lo hanno conosciuto alcune impressioni emerse da una loro prima lettura di insieme, soffermandomi su alcuni testi che mi sono parsi di particolare interesse perché colgono con lucidità e descrivono con efficacia alcuni dei meccanismi che presiedono alla costruzione del “discorso di guerra”: e cioè del discorso volto a dare un senso alla violenza bellica, (rap)presentandola in vario modo come necessaria e dunque “giusta”.

In pressoché tutti gli articoli di Michele sulla guerra e sulla pace, si coglie un «filo rosso», che associa le motivazioni di volta in volta addotte per giustificare un’operazione militare da parte dei suoi promotori o esecutori al seguito di altri (come è avvenuto per l’Italia nel rapporto con gli USA), a dinamiche di induzione nei suoi protagonisti (gli stessi militari) e nella più larga opinione pubblica di emozioni e passioni irrazionali, cui corrisponde quello che Michele chiama il “sonno della ragione”[1]. Un ruolo importante nell’attivazione di queste dinamiche è da lui assegnato alla retorica non solo delle parole ma anche dei riti che celebrano i momenti importanti della mobilitazione bellica o dei suoi esiti, soprattutto i più tragici: come i funerali per i “caduti”. Un uso rigoroso della ragione, sottolineava spesso Michele, porterebbe a cogliere gli interessi economici e politici sottesi alle scelte di sostegno o partecipazione diretta alle guerre o ad interventi militari presentati come operazioni di pace. Ma osservava anche che la oggettiva realtà delle cose era spesso nascosta agli occhi dei più dalla riproposizione di retoriche «patriottarde», che finivano per far ritenere giusta e necessaria – in primo luogo ad un livello pre-razionale – la presenza di un paese su uno scenario di guerra, ammantando di alti ideali la morte dei “propri”. Il suo discorso si riferiva normalmente, nello specifico, all’Italia e al rapporto di settori della sua classe politica e della sua opinione pubblica con la storia nazionale, ma le dinamiche da lui colte avevano (e mi pare abbiano ancora) una valenza più generale.

È particolarmente significativo al riguardo un articolo pubblicato su «Il Quotidiano» del 18 settembre 1987 intitolato Missione nel Golfo e politica di pace, riferito alla missione internazionale nel Golfo Persico iniziata alcuni giorni prima (e proseguita per tutto l’anno successivo), cui parteciparono diversi paesi occidentali (e tra questi l’Italia) con la motivazione che era necessario tutelare i traffici marittimi dei propri mercantili, messi in pericolo dalla guerra in corso tra Iran e Iraq. L’occhiello dell’articolo sintetizzava efficacemente la chiave di lettura data da Michele della partecipazione italiana: Torna il mito funesto della guerra. La consistenza delle motivazioni ufficiali gli sembrava dubbia, mentre descriveva la partenza delle prime navi italiane dal porto di Taranto, il 15 settembre, come un «malinconico, penoso, sinistro spettacolo» che gli sembrava piuttosto rimandare ad un inquietante processo culturale: la riemergenza «fra cento ipocrisie e mille distinguo» del «mito funesto della guerra», sedimentato in una sorta di “memoria profonda” del Paese. La cerimonia che accompagnava l’evento gli appariva infatti un rito ammantato di retorica, volto a suggestionare in primo luogo i giovani militari che ne erano protagonisti, con l’effetto di spostare il baricentro del discorso dalle argomentazioni razionali alle emozioni: plasmate, queste ultime, nella direzione dell’accettazione del rischio della propria vita come una necessità di cui andar fieri. Scriveva Michele:

«si cerca di provocare nei milleduecento giovani imbarcati sulle otto unità navali le suggestioni del protagonismo e della fierezza: un rituale che credevamo relegato tra l’occorrente per le rievocazioni storiche e le esercitazioni viene riproposto con malcelato orgoglio per suscitare emozioni ed allontanare dalla riflessione e dalla razionalità. Già … proprio questa, e cioè la possibilità che la gente ragioni, sembra essere l’eventualità più temuta da chi ha voluto, preparato e sostenuto l’operazione militare».

L’uso della ragione e anche del semplice buon senso, sosteneva Michele, avrebbe chiaramente evidenziato che la partecipazione alla missione militare costituiva un atto di servilismo dell’Italia nei confronti degli USA, nonché l’emergenza di una più vasta involuzione e restaurazione conservatrice del Paese. Lamentava anche che quest’ultimo, di fronte alla sanguinosa guerra tra Iran e Iraq, mostrasse preoccupazione unicamente (e dichiaratamente) per i propri interessi economici, anziché promuovere iniziative diplomatiche volte a porre fine a quella che definiva «inutile strage». L’espressione non era nuova: Benedetto XV l’aveva introdotta durante la Grande Guerra in una Nota ai capi dei Paesi belligeranti dell’agosto 1917 (Dès le début), per fare pressione sulle loro diplomazie affinché trovassero una soluzione negoziata per la pace. Michele non la metteva tra virgolette e non faceva riferimento al magistero di papa Della Chiesa, ma non è improbabile che essa circolasse sulla stampa nelle stesse settimane, nella ricorrenza dei 70 anni dalla pubblicazione del documento pontificio.

Lo sguardo al passato suggeriva piuttosto a Michele altri paragoni, che lo portavano a cogliere la persistenza nell’immaginario collettivo degli italiani (o di una loro parte) di un altro mito, strettamente associato a quello della guerra, quello della “terza sponda”: un mito che, dopo avere alimentato – in particolare in epoca fascista –  progetti coloniali anch’essi ammantati di alti ideali (li definiva «“donchisciotteschi”»), nel presente si ripresentava nella forma della vendita di armi agli stessi paesi da cui l’Italia sosteneva di doversi difendere:

«E la riflessione si fa poi ancora più amara se si pensa che nel nostro Paese le pretese sulla “terza sponda” non sono in pratica mai venute meno, ma si sono evolute passando dai sogni donchisciotteschi di “faccetta nera” alla cinica vendita di armi proprio a quegli stessi paesi da cui oggi dovremmo difenderci».

L’articolo si chiudeva con l’affermazione della necessità, da parte di quanti si riconoscevano in una «cultura della “non violenza”», di un impegno per una «“agitazione permanente” intesa a sollecitare un salto di qualità della politica estera e militare capace di spingere il nostro Paese a divenire una “grande potenza di pace”, aperta alle domande di liberazione, di fratellanza e di collaborazione internazionale»[2].

La guerra come mito costruito da chi la propone come “giusta” e i caratteri retorici e mistificatori dei riti che in vario modo la celebrano sono al centro anche dell’articolo intitolato Cosa c’entrano gli italiani con la guerra, relativo alla strage di carabinieri e militari italiani uccisi a Nassirya il 12 novembre 2003 e pubblicato su «Il Quotidiano» del 15 novembre successivo. Come è noto, l’evento si collocava nel quadro di un’altra missione internazionale, che faceva seguito alla fine ufficiale, nel maggio precedente, dell’intervento militare in Iraq della coalizione a guida statunitense (di cui aveva fatto parte anche l’Italia) e alla successiva Risoluzione ONU n. 1483 che invitava la Comunità internazionale a contribuire alla ricostruzione e stabilizzazione del paese. Intervenendo sulla vicenda, Michele caratterizzava la morte degli italiani nella località irachena come una tragedia che si poteva evitare, come la avevano evitata altri paesi che – a differenza dell’Italia – non avevano partecipato alla guerra prima e non avevano continuato a mandarvi militari poi. La sua critica si appuntava, in particolare, sulle forme di elaborazione del lutto che trasformavano un evento doloroso in motivo di orgoglio nazionale e lo utilizzavano anche come “merce di scambio” con gli alleati, in particolare gli USA. Per contro, associava il dovere di partecipazione al dolore per la morte dei connazionali e di solidarietà con i loro familiari al richiamo degli articoli della Costituzione che disegnavano il profilo di uno Stato repubblicano fondato sul lavoro e sul ripudio della guerra. Con la consueta incisività e lucidità Michele scriveva:

«Questo non è certo il momento delle logiche patriottarde, dei proclami salva-coscienza, delle solenni dichiarazioni piene di nulla, dei logori riti di ufficiale cordoglio e, meno che mai, dello spregiudicato tentativo di convertire l’angoscia per l’eccidio in orgoglio nazionale col recondito intento di utilizzare quel sangue tragicamente versato come titolo redditizio da spendere nei rapporti con gli altri Paesi occidentali e soprattutto col “grande fratello” americano. È l’ora invece del dolore, della pietà, della solidarietà, della preghiera, della riflessione, di un rinnovato impegno contro tutte le violenze, tutti i terrorismi, tutte le guerre. Ed è anche l’ora dell’unità ma solo per stringersi con sentimenti di solidarietà e di condivisione intorno alle famiglie delle vittime, ai carabinieri, alle forze armate e allo Stato repubblicano come disegnato dalla Costituzione che lo fonda sul lavoro e ripudia la guerra».

Duro era il suo giudizio sulla politica estera del governo italiano in relazione all’area del Golfo Persico, come pure sugli esponenti del centrosinistra (all’opposizione) che davano una lettura della strage di Nassirya che si risolveva in una complessiva legittimazione della partecipazione italiana anche alla guerra statunitense, dalla quale avevano in precedenza preso le distanze:

«Non ci si può invece stringere attorno ad un governo che a suo tempo si è schierato a favore della guerra americana in Iraq e oggi continua a sostenerla con l’invio in quel Paese di contingenti armati (…) solo un esasperato politicismo ed una distorta concezione del prestigio nazionale hanno potuto far dire a qualche autorevole esponente del centrosinistra, che la missione militare in Iraq, ritenuta all’atto dell’invio delle truppe sbagliata e ingiusta debba essere oggi, dopo la strage di Nassirya, mantenuta e portata avanti quasi che l’eccidio l’avesse a posteriori, chissà come, emendata e resa giusta»[3].

Non meno duro era il commento di Michele all’omelia del cardinale Camillo Ruini, in occasione dei funerali dei morti di Nassirya, pubblicato sulla stessa testata salentina il 24 novembre successivo e intitolato Da Isaia a Ruini. Come confondere pace e guerra. Vi contrapponeva una serie di citazioni da Isaia, dal Vangelo e dalla Pacem in terris, nelle quali indicava una chiara e netta delegittimazione della guerra, alla lettura data dal presidente della CEI della partecipazione dell’Italia al conflitto iracheno e alla successiva missione internazionale come contributo alla promozione di una convivenza sul pianeta in cui vi fosse spazio e dignità per ogni popolo. Questo discorso di una delle più alte autorità della Chiesa italiana era giudicato da Michele sotto diversi aspetti inopportuno: sia perché aveva preso una chiara posizione su questioni che appartenevano ad un terreno politico sul quale i cattolici potevano legittimamente avere una pluralità di opinioni, e sia per i suoi accenti patriottici, che aderivano pienamente al clima generale della cerimonia (l’impressione è che suggerisse che se ne sarebbero potute prendere le distanze). La retorica patiottica centrata sull’amore e l’onore della patria gli appariva poi tanto più grave in quanto mascherava gli interessi economici legati al petrolio, nei quali indicava le vere motivazioni delle operazioni militari occidentali nel Golfo. E a supporto di questo suo “punto di vista”, che sottendeva un sostanziale disconoscimento dell’assegnazione alla patria di un valore religioso, citava don Milani:

«E duole infine che il presidente della Cei, nel modellare alcuni importanti passaggi della sua omelia sulla marcata ritualità patriottica dei funerali, non abbia avvertito la distanza da quella sensibilità cristiana mirabilmente interpretata quasi quarant’anni addietro da don Milani che in una sua lettera così si esprimeva: “Anche la patria è una creatura cioè qualcosa di meno di Dio, cioè un idolo se la si adora. Io penso che non si può dar la vita per qualcosa di meno di Dio. Ma se anche si dovesse concedere che si può dar la vita per l’idolo buono (la patria), certo non si potrà concedere che si possa dar la vita per l’idolo cattivo (le speculazioni degli industriali)”.  Come quelle appunto che hanno ad oggetto il petrolio iracheno»[4].

Così finiva l’articolo, sintetizzando la chiave di lettura di Michele non solo della seconda guerra del Golfo e delle operazioni di “peacekeeping” ad essa seguite, ma della guerra tout court. Mi pare che l’esercizio di comprensione razionale e di sistematica demistificazione dei “discorsi di guerra” operato da Michele con attenzione vigile e costante a quanto si muoveva sullo scenario internazionale sia una delle sue eredità più preziose. E mi pare anche sia urgente riprenderlo sui due fronti dell’attuale crisi ucraina.

Bologna, 28 giugno 2022

*Docente di Storia del cristianesimo, Università di Firenze


[1] Michele Di Schiena, Il sonno della ragione, in «Il Quotidiano», 24 aprile 2004, pp. 1 e 7.

[2] M. Di Schiena, Missione nel Golfo e politica di pace, 18 novembre 1987, pp. 1 e 13.

[3] M. Di Schiena, Cosa c’entrano gli italiani con la guerra, in «Il Quotidiano», 15 novembre 2003, pp. 1 e 8.

[4] M. Di Schiena, Da Isaia a Ruini. Come confondere pace e guerra, «Il Quotidiano», 24 novembre, pp. 1 e 18.

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