IL PICCOLO ANARCHICO

Antonio Greco

Bello per gli occhi, bello per il cuore.

Profuma di fotografia. È un inno a ciò che inizia con la A: A come Aurora, come Alba, come Altruismo, come Amicizia, come Amore, come Anarchia. Soprattutto A come Amazzonia. È qui che l’autrice ha sentito il forte profumo della libertà.

Il Piccolo Anarchico tra storia e leggenda”, è l’ultimo libro scritto da Alba Monti, illustrato da Maria Rosa Nani e pubblicato da Edit Santoro (Galatina-Lecce).

Antropologa intrepida, conoscitrice di più di sette lingue, ma non dell’anglodiata (pag. 16), viaggiatrice in ricerca in molti paesi, docente nelle università italiane e straniere e insegnante di economia nel carcere di Lecce, Alba Monti ha scritto tra gli altri : Non era cieco il mio Omero indio, (Pensa Multimedia editore, 2005) e “favole per i sogni di …”: La missione segreta della Gambusia Gialla che nuotava controcorrente (Pensa Multimedia, 2016); Una difficile scelta (Pensa Multimedia, 2017); Il regno delle parole di cristallo (Pensa Multimedia, 2020).

Il piccolo anarchico è un compagno immaginario di Alba con il quale in venti capitoli e tante bellissime fotografie ripercorre la sua vita, il suo pensiero, i suoi sogni e il suo mondo culturale, con una attenzione alle vicende del suo tempo, ai suoi maestri, ai libri che l’hanno segnata. Potremmo riscrivere meglio il titolo: “Il Piccolo Anarchico tra biografia, leggenda e storia”.

Il libro ha la stessa impostazione  del famosissimo libro di Saint-Exupéry, “Il Piccolo Principe”: la dedica con lo stesso incipit (“chiedo perdono…”); 20 capitoli (27 quelli de Il Piccolo Principe); la conclusione con una lettera ad Antoine de Saint-Exupéry. Alba ha letto la favola di Saint-Exupéry a 15 anni, quando ancora andava a scuola al Liceo Palmieri di Lecce, nella sua versione originale de Le Petit Prince. Deve a quel libro l’amore per la lingua francese e la facilità con la quale ha appreso le altre lingue. Il racconto del Francese, scritto nell’estate e autunno del 1942, contiene anche pochi acquerelli semplici, lineari, onirici, composti da tratti essenziali ma che condensano significati diversi.

I temi significativi del testo di Saint-Exupéry, trattati di sfuggita attraverso geniali invenzioni narrative e le illustrazioni del Piccolo Principe, sono stati capaci di creare un riverbero emozionale potente in Alba, fino a indurla a riscrivere il racconto con un tema diverso: LA LIBERTÀ.

LA TRAMA

L’Autrice, nella solitudine dell’Amazzonia, si sente chiamare nella sua stessa lingua da un “un ragazzo dell’apparente età di sedici anni, capelli biondo-rossicci, una maglietta di cotone attraversata da un paio di bretelle rosse e nere. Era arrivato in bicicletta” (pag. 21). È l’inizio della narrazione.

Il giorno dopo tornai là dove l’avevo visto scomparire. Cercai a lungo, ma non trovai alcuna traccia; neppure le rotaie dove il treno era passato” (pag. 197). È la conclusione.

L’inizio è una domanda del ragazzo: “Mi fotografi un’eliconia?”. È un fiore rarissimo. Almeno alle nostre latitudini e a quelle del ragazzo.

Ed ecco la conclusione della leggenda: “Sulla riva era sbocciata una Eliconia. Forse un seme gli era caduto dalla tasca. Era il fiore più bello che avessi mai visto: alto, elegante, delicatamente profumato, dai colori decisi… Probabilmente unico” (pag. 198).

Il tempo e le tante vicende del racconto sono racchiuse tra questa presenza inaspettata e una assenza triste, tra un sogno e una sveglia felice con il profumo di un fiore unico.

Il ragazzo ha fretta perché un treno passerà tra poco per riportarlo nella terra in cui abita, anche se non risultava che a quelle latitudini ci fosse una ferrovia né che vi passasse alcun treno. “Sì, c’era la ferrovia costruita da poco dalla multinazionale Vale, che squarciava la grande foresta e inquinava la vita dei nativi, ma i suoi treni portavano minerali di ferro dal Karajas fino all’Oceano Atlantico, e poi da lì oltre e ancora oltre, fino all’Ilva di Taranto… E non permettevano alla gente di salire a bordo” (pag. 21). Un esempio di come fantasia e realtà nel testo si intrecciano continuamente.

Il ragazzo è il compagno immaginario, il suo specchio immaginario con cui l’autrice dialoga, con cui si confida, che ascolta, di cui ammira la saggezza e di cui condivide la irrequietezza. È una figura senza tempo che guarda il mondo occidentale e degli adulti cogliendone tutti i paradossi.

Lasciamo alla lettrice e al lettore la sorpresa di scoprire se il ragazzo riuscirà o no a fotografare la eliconia e perché cerca questo fiore unico.

I TEMI

Fu così che mi parlò della parola Anarchia” (pag. 25).

Alba precisa che bisogna evitare “l’errore di quante e quanti associano a questa parola una scelta di vita priva di leggi”. L’insofferenza dell’oppressione, il desiderio d’essere libero e di poter espandere la propria personalità in tutta la sua potenza, non bastano a fare un anarchico. Quell’aspirazione all’illimitata libertà, se non è contemperata dall’amore degli uomini e dal desiderio che tutti gli altri abbiano uguale libertà, può fare dei ribelli, ma non basta a fare degli anarchici. Anarchici di primo piano, come Pietro Kropotkin (morto nel 1921), a cui l’autrice fa riferimento, si sono sforzati di dare al principio della «solidarietà» una fondazione scientifico-antropologica cercando di dimostrare che «i fattori che avevano permesso l’evoluzione delle specie, la sopravvivenza di alcune e la scomparsa di altre» – contrariamente a quanto sostenuto da Darwin – erano «i meccanismi di naturale collaborazione e aiuto reciproco».

Oltre al nucleo generatore dell’anarchismo, la leggenda contiene riferimenti al pensiero di Colin Ward, Anarchia come organizzazione, e all’architetto Giancarlo De Carlo, amico di Ward, con il quale Alba ha condiviso l’alloggio quand’era studentessa universitaria a Urbino.

La dedica di quarta di copertina (“Ad Alba che ha saputo farmi viaggiare con lei tra l’umanità dell’Amazzonia. Con gratitudine e affetto Paolo”) può forse attribuirsi a Paolo Finzi, fondatore di A – Rivista Anarchica, i cui testi sono richiamati nei riferimenti bibliografici (pag. 201).

A quel punto fu inevitabile parlare dei “popoli senza stato” e di Pierre Clastres e delle sue teorie antropologiche nate dalla lunga permanenza fra i popoli della foresta amazzonica, in particolare “la filosofia politica e il loro modo di essere società non senza stato ma contro lo stato. Aveva concluso che ogni azione politica (vale a dire a favore della polis, della collettività) evita coscientemente e accuratamente ogni accumulo di potere tra gli appartenenti allo stesso gruppo. Ed è in questo modo che si impedisce il crearsi di quelle disuguaglianze che portano alla divisione tra dominanti e dominati, alla formazione di gerarchie politiche e alla conseguente manifestazione di potere” (pag. 169).

In una società così strutturata non dovrebbe trovare posto il “male” perché conoscendone la genesi se ne evita la formazione”. Ma esiste una Terra senza Mali?Secondo il capo Uirà dei Ka’apor “il Male è soprattutto ciò che ha provocato l’incontro-scontro di culture: la nostra che si considera superiore e quindi vocata alla egemonia, e la loro che noi consideriamo inferiore e quindi votata alla subalternità. (…) Quindi il male siamo noi e la nostra presunzione” (pag. 170).

Dalla concezione anarchica dell’economia e dello stato il racconto sposta lo sguardo sull’educazione “come pratica di libertà”. E i riferimenti sono a: Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, a Ruben Alves, Pinocchio al contrario, a Errico Malatesta, L’anarchia. Il nostro programma, e a don Milani, Lettera a una professoressa. E su questo tema l’Autrice dà il meglio di sé anche per le esperienze vissute nel carcere di Lecce da insegnante di Economia, nel cui ruolo ha trasfuso la ricerca e l’esperienza vissuta in Amazzonia.

Nel racconto affiora anche il tema religioso, pur se il piccolo anarchico si dichiara non credente (pag. 169). La leggenda coinvolge due frati (frei) cappuccini e un vescovo (dom), esperto in fitoterapia indigenista: figure atipiche e belle di un cattolicesimo amazzonico, spesso lontano da quello incartapecorito delle chiese occidentali, più credibile e più vicino all’autenticità del Vangelo. Non è un caso che si cita a riguardo, tra i cantori fuori dal coro del cattolicesimo occidentale, oltre a don Milani anche Ernesto Balducci.

Altri temi della leggenda sono particolarmente originali, come la attenzione alla flora botanica (ibisco, ixora o geranio della giungla, il fiore del guaranà, dello zenzero, del bacio, la psycotria viridis) e le leggende nate intorno a questi fiori; l’attenzione ai frutti (banana rossa, banana platano, anacardo, avocado, jabuticaba…); agli alberi (pachira, samauma…); al giardino di Dom Alcimar descritto con i colori del verde, del blu e del rosso di Vincent Van Gogh, Luigi De Mitri e Tiziano Vecellio, e con l’oro di Gustav Klimt. Tutto ha il profumo della libertà dell’Amazzonia ed esprime l’importanza del nesso profondo tra vita umana e natura.

Il viaggio di Alba Monti nella grande foresta amazzonica e nella geografia del mondo si completa con il suo viaggio culturale e soprattutto con il suo viaggio dentro di sé. Alba viaggia anche nel suo mondo interiore, sempre inquieto e alla ricerca. E lo fa coinvolgendo emotivamente la lettrice e il lettore con un testo semplice e scorrevole e con la bellezza grafica di meravigliose foto (un racconto nel racconto).

UN’OSSERVAZIONE

Come tutte le persone sagge, Alba sorriderebbe all’idea che si possa evocare il suo racconto con una devozione totale, senza neppure qualche riserva.

Il Piccolo Anarchico si collega al Piccolo Principe per lo sguardo sulla vita:

non si vede bene che con il cuore… e l’essenziale fu visibile anche agli occhi” (pag. 167).

Mi servo del Manzoni per fare questa osservazione finale su questa visione che accomuna i due “piccoli”.

Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry è stato scritto esattamente cent’anni dopo la versione definitiva dei Promessi Sposi, la cosiddetta quarantana, del 1842. Il Piccolo Anarchico ha 170 anni in più del romanzo di Manzoni. Una fugace citazione manzoniana nel racconto di Alba Monti mi ha richiamato una famosa pagina dei Promessi Sposi.

Nel momento più drammatico della vicenda, al termine degli eventi ingarbugliati della notte degli imbrogli, a Lucia, Renzo e Agnese, costretti a fuggire in fretta, padre Cristoforo “soggiunse con voce alterata: il cuore mi dice che ci rivedremo presto”. E il Manzoni commenta: “Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto” (cap. VIII dei Promessi Sposi).

Dopo aver letto il bel testo di Alba Monti faccio mio l’interrogativo del Manzoni.

Saint-Exupéry era mestamente consapevole che la favola aiuta a vivere, ad affrontare le delusioni, a rendere meno amara l’attesa, come si legge in una sua lettera. Poi, aggiungeva: «una mattina ti svegli e dici: “Era solo una favola”».

Cara Alba, la tua narrazione ci mette in guardia: nella vita non bastano gli occhi ma ci vuole anche il cuore per vedere meglio. La tua storia e la tua narrazione vanno in profondità, esprimono appena un poco di quello che sei e parlano al cuore di donne e uomini grandi e piccini. Ma è appena un poco del tuo e nostro passato.  Che sa il cuore di ciò che ci attende, dove stiamo andando a sbattere, quale sarà il futuro oltre di noi?

27 gennaio 2022

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