SALVARE DIO DAL PATRIARCATO

Relazione al 38° Incontro nazionale della Comunità Cristiane di Base l’1-3 novembre 2019 a Vico Equense (NA) avente per titolo:“Vangelo e Costituzione oggi. Credenti disobbedienti nella Chiesa e nella società”. Le relazioni sono pubblicate su Viottoli 2/2019, periodico edito dalla Comunità di Base di Pinerolo (To)

Paola Cavallari  (teologa e animatrice dell’Osservatorio interreligioso sulla violenza contro le donne)

“Io sono costretta a scrivere queste parole, anche se avrei preferito tacere, per timore della vanità. Ho imparato a temere di più il giudizio di Dio se io, piccola creatura di Dio, dovessi tacere”

Ildegarda di Bingen.

Sono assai riconoscente di questo invito che mi lusinga e onora, e mi dà l’occasione per condividere con voi alcune riflessioni.

I numeri sono freddi, ma ne voglio dare un paio: se in Italia muore una donna ogni tre giorni uccisa da un compagno, fidanzato, marito, o ex partner, o un parente – omicidi domestici, come si dice, e non mancano i figli che uccidono le madri… i padri che uccidono le figlie – in altri paesi come nei paesi del Centro e Sud America le donne uccise sono 12 al giorno[1]. È un pericoloso trend verso cui ci avviamo?

Ma i femminicidi non sono che una punta di un iceberg. Il tema sconfina, e sconfina sulle relazioni malate che esistono tra donne e uomini… e allargando e alzando lo sguardo, si tratta di cogliere come la cultura patriarcale, che è insieme una cultura che ha come idolo la forza e il denaro, disumanizzi e violenti tutte e tutti, direttamente o indirettamente. Ecco perché ho intitolato il mio intervento Salvare Dio dal patriarcato: per enfatizzare che, nella  questione delle violenze contro le donne, ne va molto di più del salvare le donne: ne va del salvare tutte e tutti, salvare la terra, salvare Dio.

Per una femminista essere invitata a parlare di disobbedienza – parola chiave del convegno – è una specie di invito a nozze. Quindi vi sono doppiamente grata. Ma… non abbiatevene a male se affronterò un argomento scabroso.

Ma prima di entrare nel merito, una breve annotazione sulla questione coscienza – altra parola chiave di quelle che segnano il perimetro entro cui ci incontriamo oggi. Vorrei ragionare qualche minuto con voi sul campo semantico della parola coscienza: la questione offre spunti interessanti sotto la prospettiva della politica sessuale. Voi tutti conoscete la tirannia che, tramite questo concetto, è stata operata ai danni delle donne. Nella cultura in generale, e in quella filosofica in particolare, il concetto di coscienza o animo è stato imparentato con RAGIONE, VOLONTÀ, MENTE/SPIRITO, tutte categorie in contrasto con SENSI, MATERIA, CORPO. E le donne erano – come sapete – associate a queste ultime: sensi, materia e corpo. Per cui la coscienza non è stata per secoli un’attitudine riconosciuta alle donne. Nella cultura cristiana, poi, l’anima derivava dall’Imago Dei, e anche qui, parallelamente, per secoli, essa era un una facoltà attribuita – o in forma piena e compiuta o esclusivamente – agli uomini. Dunque le donne non disponevano del requisito della coscienza. Nella tradizione cattolica questa materia è espressamente riformata solo con l’enciclica Mulieris dignitatem (agosto 1988).

In Italia, fino a non molto tempo fa, alle donne era interdetto essere nominate magistrate: la loro coscienza era troppo intaccata dalla natura, dalla biologia, dal corpo appunto. Non deve stupire: veniamo da un passato recente in cui una delle figure che si collocano ai vertici dello smantellamento delle categorie di pensiero premoderne ha partorito queste parole: «Come non conviene che le donne, per il loro sesso, partecipino alla guerra, così non conviene che difendano di persona i loro diritti e attendano da se stesse agli affari civili, ma [è bene che lo facciano] solo per mezzo di un rappresentante [maschio]». [2]

Chi parla è I. Kant: in tema di consapevolezza sulle relazioni uomo/donna la sua celebre rivoluzione copernicana è allineata perfettamente con le convenzioni patriarcali. Ma c’è di più; anche quel pensiero che nei primi anni del ‘900 ha introdotto la crisi del concetto classico di coscienza e della sua autorità virile, parlo della psicanalisi, lo ha fatto in continuum coi pregiudizi: perché la consapevolezza – frutto di un IO che ha accolto le istanze dell’ES – è associata alla categoria del Nome del Padre, ovvero il Vertice della Legge, norma regolatrice eterna. Non si può dire dalla padella alla brace, ma i nodi non si sono allentati.

Ho un po’ rispolverato – per accenni – la genealogia della parola coscienza, da cui proveniamo, per ricordare quanto pregiudizio ostile e quanta ingiustizia è stata perpetrata discriminando le donne: il termine coscienza – con il suo correlato inconscio, ahimé – sta a testimoniarlo.

Le femministe, di ieri e di oggi, che hanno disseppellito e ripercorso questo passato costellato da ingiustizie – forse occorrerebbe dire disumanità – che è gravato sul loro sesso, che ha spesso letteralmente straziato i loro corpi, che ha trapassato e annientato le loro anime, ebbene, come possono pensare che non sia stato e non sia tuttora sacrosanto disobbedire?

Va detto che la nostra tradizione culturale codificata ci dipinge – noi donne – sì ribelli, ma proprio per denigrarci. Sono donne le protagoniste della disobbedienza epica: Eva (Lilit) e Pandora, dipinte come incaute, stolte, portatrici di sventura e morte, tentatrici che trascinano l’uomo nel male. Il pensiero maschile ha immortalato dunque la figura femminile in archetipi mitologici da cui ci si può aspettare solo sciagure e calamità, che va controllata e su cui esercitare lo ius corrigendi.

Ma noi sappiamo che tante hanno operato un rovesciamento di tali stereotipi, e hanno messo in campo ribellioni “giuste”, animate dall’intelligenza del cuore.

“Bastano tre parole”, scriveva convintamente Josephine Butler, autorevole femminista inglese, spirito indomito, che fondò nell’800 l’International Abolitionist Federation, associazione per l’abolizione della prostituzione. E quelle tra parole erano: “Noi ci ribelliamo”.

Prendo sul serio le parole di Butler e convengo che occorre demistificare, destabilizzare, smascherare, indignarsi, abbattere i pregiudizi alle radici, strappare le bende agli inganni… e, quando non si riesce a fare ciò, è vitale non rendersi inconsapevoli trasmettitori e trasmettitrici di culture che perpetuano – attraverso pregiudizi meschini – un’inconscia paura delle donne (negli uomini) e un odio di sé (nelle donne) che molte, troppe di noi, hanno interiorizzato.

CHI fossero e QUANTE fossero le donne che, nel passato hanno convintamente disobbedito non lo sappiamo con precisione. La genealogia femminile è stata annientata dalla Storia con la S maiuscola, che è stata, come altre discipline, un campo egemonizzato da linguaggio e pensiero maschile. Ma a una – una come simbolo di tutte, una MADRE DELLA DISOBBEDIENZA – una vicentina, credente, ribelle, combattiva, sbeffeggiata dalla Chiesa cattolica, tenace nella sua opera, ma assai poco conosciuta, qui voglio rendere omaggio: è Elisa Salerno (18731957), che visse a cavallo tra 800 e 900.

Prima di parlare di Salerno, ancora due parole su ciò che ci sprona alla rivolta (rivolta femminista).

«Il cuore delle donne sincere continua a spezzarsi – scrive Mary Daly[3] – ma i condizionamenti patriarcali sulla nostra intelligenza iniziano ad allentarsi. Stiamo strappando le bende che ci hanno mummificato l’anima. Il Dolore e la Disperazione ci spronano. L’Ardente Desiderio di partecipare alla trascendenza, all’armonia, allo splendore e alla bellezza della vita continua ad attirarci, apre i nostri occhi verso il cielo e come sempre verso la terra, l’Amata Terra».

Noi donne dell’Osservatorio abbiamo deciso di strappare le bende che ci hanno mummificato l’anima, così come invita a fare Mary Daly, di dissigillare la parola che  nomina con autorità le ingiustizie che ogni religione storica, nessuna esclusa, ha messo in atto contro le donne. Per un periodo plurimillenario NON sono state ammesse Maestre (buddismo/induismo), non rabbine, non imamah, non Pastore donne, non Sacerdoti donne: la guida spirituale è stata per millenni (ma non da sempre) “legittimamente” incarnata solo dal genere maschile.

Incontrastata guida spirituale maschile significa incontrastata autorità spirituale maschile. E non sfuggirà il peso e la portata di questo dato. È un potere immenso. In tutte le religioni coloro che presiedono al culto, coloro che custodiscono e interpretano i sacri testi, coloro che governano codici etici e vigilano per la loro osservanza (quindi il campo della formazione spirituale e quello dell’ortoprassi): tutto questo universo è (stato) – esclusivamente – governato da un ordine androcentrico, con varianti accentuate da un contesto all’altro, in relazione alle situazioni socioculturali ed economiche (e soprattutto vi sono varianti nei tempi recentissimi).

Fino a pochi anni fa, quando erano ancora indiscussi i valori virili, l’idea di una inferiorità naturale delle donne e la conseguente prassi subordinante sono state giustificate e legittimate esplicitamente, senza veli, in quanto Volontà o Disegno divini. Lo stesso insigne teologo Karl Barth lo sostiene (nel libro Non solo reato, anche peccato. Religioni e violenza contro le donne  cito le sue affermazioni in proposito [4]). Oggi i teologi hanno compiuto operazioni trasformistiche: le argomentazioni esplicite in tal senso sono state scolorate, sottaciute, dissimulate, ma la polpa viva della questione è ancora intatta, tranne rare eccezioni. Alle donne si riserva lo spazio della complementarietà, una trappola che nasconde l’ancillarità.

A un simile stupro – dell’anima e del corpo – come non ribellarsi?

E parlo di un ribellarsi in asse con questo punto prospettico: quello della differenza sessuale. Molte donne infatti, nella storia e tuttora, sono state – e sono – radiose disobbedienti, finanche al prezzo della morte, ma la logica del loro immolarsi è stata intrisa di così forti elementi androcentrici da far tremare i polsi. È il caso della martire cristiana Perpetua, la più famosa; nel gesto supremo, testimonianza di una irriducibile fede in Cristo, ella sogna la trasfigurazione in un uomo – E fui fatta maschio –, il solo genere per cui il sacrificio dischiude alla pienezza nella vita eterna.

Elisa SALERNO ci farà da cerniera per passare al punto centrale del mio intervento, che vorrei qui condividere con voi.

Elisa combatté contro il potere clericale cattolico per salvare le donne dal pregiudizio sessista che riteneva che, per le donne sedotte e abbandonate, non ci fosse altro destino che abbandonarle a loro stesse, cioè al darsi alla vita di prostituita, che lei giudicava un abominio. Molte di esse erano vittime di stupro, ma in tutti questi casi il clero sollevava quasi sempre l’eccezione di donne consenzienti. «L’immonda meretrice – scrive in “Le Tradite” – è, per lo più, una donna che fu stuprata, ingannata, illusa, quand’era nella sua minore o maggiore ingenua età, e abbandonata dall’uomo che la violò. La sua psiche e le sue funzioni mentali patirono un arresto, un disordine, uno stupore che vi lasciarono traccia anche nel futuro. Si trovò in braccio alla fatalità, non conoscendo modo di difendersi e salvarsi». E ancora: «Purtroppo la chiesa, tradendo il suo mandato, ha consumato nei secoli un continuo delitto di omicidio sulla donna, sia negandole l’intelligenza, sia privandola dell’istruzione, di cultura vitale, di pane della sapienza, sia spargendo, accreditando disonori, infamie, per mantenere la compagna dell’uomo nell’abbassamento e nella cecità, con gioia di coloro che hanno l’animo funestato dalla gelosia di sesso, come quel vescovo francese cha anni fa, in un discorso, si compiacque della congiura ben condotta contro la mente delle donne».[5]  Le tradite, che è il titolo della sua opera principale, sono le donne tradite da tutti, e soprattutto da una Chiesa che non offriva nessun riparo, ma anzi si univa alla condanna, praticando una doppia morale nei confronti degli uomini e delle donne: Salerno ne denunciava l’infedeltà alla verità del Vangelo, fondamento della dignità della donna. Proprio dalla Chiesa ricevette le sofferenze più forti. Morì nel 1957, in estrema povertà e solitudine.

Ed ora? L’argomento prostituzione/pornografia è uno su cui alcune di noi dell’Osservatorio stanno orientando il loro impegno. Non c’è stato ancora un approfondimento della questione, per cui parlo ora a nome mio.

La mercificazione/schiavizzazione di corpi femminili non può essere considerata qualcosa che non ci riguarda – come abbiamo fatto per troppo tempo -, perché è icona del dominio patriarcale e perché è un tassello molto corposo nel mosaico delle violenze sulle donne. I due termini (violenze sessiste e prostituzione) sono legati in un doppio nodo: 1. perché  hanno come causa un’idea di supremazia maschile che in questi comportamenti trova una apoteosi; 2. perché si millanta che la prostituita frenerebbe, come un dispositivo di contenimento, le pulsioni erotiche aggressive, criminali.

È un tema che, come fece Elisa Salerno, va assunto a partire dalla nostra condizione di donne credenti, non prescindendo da ciò. È un tema della mistico-politica. Io credo che noi abbiamo questo compito storico: non possiamo TACERE sul modo con cui le religioni impattano questo fenomeno aberrante (o lo schivano o ne sono complici); non possiamo tacere su ciò che dicono o omettono di dire, non possiamo non osservare se si assumono responsabilità ed eventualmente come lo fanno.

In tutte le fedi, in tutte le sapienze sacre, le donne hanno la stessa dignità degli uomini; ognuna di esse lo esprime con le sue forme e peculiarità. Ma le religioni istituzionali da un lato hanno condannato il peccato del commercio del corpo femminile, dall’altro – ognuna a suo modo – lo hanno ampiamente tollerato e giustificato. Sono state complici della riduzione della donna a strumento del piacere maschile, al servizio di impulsi sessuali degradanti e distruttivi (per tutti). Nel caso delle religioni cristiane, che conosco meglio, in tutte le confessioni o denominazioni, la prostituita ha assunto la cifra del capro espiatorio: ciò è successo in una societas christiana, voi mi capite!

Simone de Beauvoir, riprendendo affermazioni di teologi, ha scritto: «“Occorrono le fogne per garantire la salubrità del palazzo”, dicevano i padri della chiesa. (…) Così l’esistenza di una casta di “donne perdute” permette di trattare le “donne oneste” con maggiori riguardi. La prostituita è un capro espiatorio; l’uomo si scarica su di lei della propria turpitudine, quindi la rinnega». In un atto di scissione della coscienza.

Perché S. de Beauvoir mette in campo i Padri della Chiesa? Cosa scrissero? Tra di essi il capostipite in materia è Agostino, poi ripreso pari pari da Tommaso: «…La prostituzione nel mondo [è] come la melma o la cloaca in un palazzo. Togliete la cloaca e riempirete il palazzo di inquinamenti. Togliete la prostitute dal mondo e lo riempirete di sodomia… perciò Agostino dice che la città terrena ha fatto dell’uso di prostitute un’immoralità lecita».[6]  Una immoralità resa lecita, dunque, ma da quale soggetto?

Siffatte argomentazioni di tali mostri sacri del pensiero occidentale hanno percorso tutta la societas christiana. Fino ai giorni nostri. È la cosiddetta dottrina del male minore. Prima si inscrisse della morale, poi la ereditò il mondo laico uscente dalla rivoluzione francese e ne tramutò l’asse sul piano sanitario. Sempre c’è di mezzo l’idea della contaminazione. Il cuore dell’argomentazione è profondamente ambiguo, ipocrita e, aggiungo, miserabile: la prostituzione va condannata ma insieme va mantenuta, perché necessaria.

Focalizziamo meglio questi enunciati. Si sostiene che saremmo di fronte a un’interdipendenza: le une – donne perdute – sussisterebbero a salvaguardia delle altre – donne oneste – come le fogne servono al mantenimento dell’igiene. Ma il ragionamento vacilla, il paragone non regge. Non esiste affatto un corrispettivo al maschile. Esistono uomini onesti e uomini disonesti (con mille sfumature intermedie, naturalmente), ma le due categorie non si implicano: i disonesti non servono come canale di sfogo – che deve continuare ad esistere – perché gli onesti vengano preservati nella loro virtù. Il ragionamento dunque non tiene e va smascherato. Nell’uso delle prostituite avviene piuttosto qualcosa di simile alla dinamica del celebre quadro dipinto da Dorian Gray: sulle donne “perdute” si scarica quella turpitudine dell’Io – per usare il lessico di De Beauvoir – che l’uomo rinnega di riconoscere. Ecco la torsione paradossale di una immoralità cui si dà riconoscimento di fatto lecito.

Del resto, tale ipocrisia permane ai tempi nostri: «La teoria della prevenzione allo stupro – scrive Rachel Moran, una sopravvissuta che mi ha aperto gli occhi – ha resistito perché è molto utile ai sostenitori della prostituzione: si sostiene che la prostituzione sia un male necessario, … una necessità sociale, in quanto avrebbe una facoltà calmante»[7]. Ma non basta: la prostituita non è pagata solo per il soddisfacimento erotico, ma per molto di più. Essa è l’ambiente “protetto” in cui esercitare una forma di incontrastato potere sull’altro, intriso di godimento sadico, dove l’erotizzazione del dominio e della sottomissione trova il suo apogeo, la sua epopea; ove si dà la “possibilità” di dar corpo, in una vera e propria scissione della coscienza, all’adempiersi di un alter ego tenuto segreto anche a se stessi, un Io che vuole disporre di un umano reso disumano, per dar vita alla libido della supremazia intrisa di disprezzo, a quel teatro della crudeltà dove l’umiliazione dell’altro – o il suo annichilimento – è parte costitutiva.

Noi, donne credenti, dobbiamo alzarci e alzare la voce, bussare, demistificare, dissestare, scardinare, rompere equilibri, disarcionare abitudini, destabilizzare, nominare e smascherare ipocrisie secolari,  pretendere che le comunità religiose – che nella storia si sono arrogate il controllo dei corpi femminili – si interroghino sul loro procedere sordo e indisturbato (non mancano esempi nei Vangeli di questo evitare di farsi interpellare, impersonato da uomini del clero: vedi la parabola del samaritano). Dobbiamo chiedere una svolta in nome non di un gretto moralismo, ma della responsabilità: mettano a tema la questione maschile, la sessualità nei suoi aspetti complessivi; sia nella sfera della genitalità, sia in tutto il campo attinente alla dimensione del corpo: perché si schiuda un abitare la sfera della tenerezza, di relazioni erotiche creative, vere, viventi, in cui il piacere femminile non deve omologarsi a modelli egemoni; parlo dell’ospitare l’intimità amorosa alla maniera del Cantico dei cantici; senza mitizzazioni, ma acquisendo lentamente consapevolezze delle proprie vulnerabilità e debolezze (che sono costitutive della creaturalità), delle proprie scissioni, alienazioni, rimozioni.

Dobbiamo avere il coraggio di intraprendere un percorso trasformativo, a partire dalle radici sessiste che ingenerano tutta la materia che si disloca attorno all’industria del sesso. E intensificare l’ascolto dei racconti delle “sopravvissute” – ci sono pubblicazioni assai significative: sono testimonianze che parlano la lingua della barbarie e dell’orrore, di una vita segnata dalle crepe della scissione interiore, per poter reggere a tanta violenza, psichica e fisica.

Ma anche dobbiamo imparare a ragionare in modo sistemico e collegare aspetti che sembrano irrelati. Per esempio: i legami tra dissesto dell’ambiente e prostituzione/pornografia sono unificati DALLA STESSA MENTALITÀ “PERFORATRICE”, predatrice, invasiva, rapace. Se l’industria del sesso non è la causa prima, essa è però un punto nevralgico, icona dell’esercizio incontrastato del dominio maschile. Gli habitus mentali egemoni sono accondiscendenti, lasciano correre (perché tanto… si sa… è un fenomeno inestirpabile); non colgono quanto veleno si propaghi da queste pratiche. Accettare inermi che continui a sussistere il mestiere più antico del mondo – magari accusando di ingenuità o di moralismo chi ne vuole l’abolizione – significa essere complici di tutta una serie di attitudini sessiste che si propagano in mille direzioni.

In un mondo dove gli scambi mercificati sono plausibili, dove la prostituzione si dà come condizione di possibilità legittima dell’economia sessuale, dove si concepisce come normale/naturale un assetto simbolico fondato sulla rappresentazione della donna come corpo erotico per il piacere di un altro, come corpo erotico di cui si può disporre PAGANDO[8], indipendentemente  da un legame d’affetto reciproco e dal desiderio di entrambi… in un mondo in cui il corpo femminile è vissuto come oggetto morbosamente attraente e insieme contaminante, matrice mucosa che cattura al maschio le sue forze… allora, in questo mondo, saranno inevitabili gli abusi e le violenze sulle donne.

C’è un ulteriore punto che devo affrontare: la distinzione tra tratta e prostituzione: solo la prima sarebbe degna di ascolto, comprensione, soccorso. Non la seconda. Il ragionamento sembra però sgusciato da una logica pregiudiziale, la stessa che ha segnato per secoli le cosiddette donne perdute. Mi avvalgo delle parole di Moran: «Un’altra tattica è il tentativo di dividere le donne prostituite in due gruppi: quelle che si suppongono “libere” e quelle che sono “forzate”». Qui ella passa a descrive le caratteristiche dei due gruppi, poi continua: «Le donne che sono state fisicamente forzate possono essere oggetto di compassione. Le donne che sono state costrette DALLE CIRCOSTANZE DELLA VITA sono oggetto di critica e derisione. Una donna è derisa come puttana se, come nel mio caso, è arrivata alla prostituzione da circostanze come l’esser senzatetto insieme alla manipolazione maschile. (…) È  la donna che non è stata fisicamente forzata quella che deve gestire il peso più grande della VERGOGNA interiore. (…) Donne come me, che non sono state forzate da nessuno, hanno bisogno di trovare LA LORO VOCE e affermare che questo non significa che NON SONO STATE COSTRETTE DA NIENTE. È folle insistere sulla presenza di un coltello o pistola puntata (…) per riconoscere l’esistenza di una costrizione violenta, quando spesso le forze più efficaci sono intangibili (…) La mia prostituzione è stata forzata (…) Per quelle di noi che vengono incasellate nella categoria delle libere, È LA VITA CHE CI HA COSTRETTE».

E inoltre, separare tratta e prostituzione fa torto alle migliaia di donne e adolescenti dentro il mercato, le quali non vengono “deportate”, ma è lo stesso prostitutore che si reca sul posto (spesso le zone del sud est asiatico) per disporre di loro: è il fenomeno del turismo sessuale, anch’esso in crescita. Un anziano primo ministro tailandese ha perfino parlato di “Sacrificare una generazione di donne” al profitto dello sviluppo economico del paese [Richard Poulin, Une culture d’agression, Masculinitées, industries du sexe, meurtres en série et de masse, M editeur, 2017, p. 47].

Quest’impostazione affronta la complessità del tema e non lo riduce ad un semplicistico valutare le due categorie nel modo in cui s’è detto: esso permette di eludere e di non intaccare affatto la realtà essenziale del problema: che sta nella DOMANDA DI PRESTAZIONI (sessuali e non solo) a pagamento da parte del genere maschile, prestazioni in cui l’erotizzazione del dominio e della sottomissione è centrale. La domanda va alla ricerca di un’offerta. La troverà in chi non ha affatto il medesimo potere contrattuale, in chi sta vivendo una vita ai limiti, in chi patisce, o ha patito, sventure, in chi ha alle spalle esperienze di vita difficili, a volte laceranti. Sono state bambine e/o adolescenti troppo esposte ad adulti immaturi, in condizioni psichiche precarie, a volte abusanti. Le sopravvissute, che hanno ora il coraggio di affrontare la vergogna e lo stigma che le ha paralizzate, ci dicono: tutte le donne inghiottite nel commercio sessuale sono in quel mondo, perché sono ragazze/donne i cui corpi e menti sono stati offesi. L’annientamento psicofisico che spezza le vite delle prostituite non è costituito solo da costrizioni materiali. E le vessazioni subite si amplificano proprio nell’area dell’equilibrio psichico. Abbiamo testimonianze di quanto vacilli e si annebbi la VOLONTÀ di lei, ottenuta, il più delle volte, con sostanze, e allora si va verso lo sfinimento, lo spegnersi lento. Ciò racconta Teresa Canone, autrice de I girasoli di Liliam, biografia di Liliam Altuntas, adolescente resa schiava sessuale; ciò riportano le inchieste di un sito femminista sulla prostituzione in Germania[9], ciò comunica D.H. Lawrence, nel racconto The woman who rode away – 1924 -, trasferendo tale straziante immaginario in una potente finzione narrativa.

Il mito della puttana felice, o della sex worker che ha scelto liberamente di prostituirsi – e rinnova la scelta nel tempo consapevolmente -, è stato costruito difensivamente dalla cultura del cliente e del ruffiano, spalleggiati da prostitute che, ancora stritolate nella prigione, non li smentiranno: “Gli uomini che hanno un’idea inoffensiva della prostituzione verranno trattati in modo da assicurarsi che la loro idea rimanga intatta”, scrive ancora Moran.

Non siamo però agli esordi nel portare avanti questa battaglia. Altre voci disubbidienti ci hanno preceduto; la coscienza che smaschera la pantomima patriarcale si fa strada, anche tra gli uomini. L’incipit di una lettera pubblicata sul Journal du Dimanche – promossa dal CAP international (Coalition abolition prostitution), nel gennaio di quest’anno recita: «Forse gli impulsi di noi uomini, apparentemente irrefrenabili, o la nostra semplice natura umana, ci possono autorizzare a fare di una persona – il più delle volte una donna – un oggetto di compravendita, senza tenere in alcuna considerazione lei e il suo desiderio? (…) È un arcaico privilegio quello che ci permette di costringere una donna a compiere un atto sessuale per denaro (…) L’acquisto, da parte di noi uomini, di un corpo, per lo più quello di donne in situazioni di precarietà o di vulnerabilità, spesso vittime di sfruttatori o trafficanti, fa di noi dei predatori sessuali…». Crepe stanno insinuandosi nel massiccio monolite culturale della mercificazione del sesso; il convincimento che il mestiere più antico del mondo sia un dato inscalfibile si sta incrinando. Di più. In alcuni stati, tra cui la stessa Francia, si sono adottate legislazioni in merito – che vengono chiamate modello nordico. Dalla Svezia il modello nordico è passato in breve tempo in Islanda, Norvegia, Finlandia, Irlanda e, recentemente, in Francia: i principi guida sono la penalizzazione del cliente e il sostegno alle donne che vogliono uscire. Le valutazioni sociologiche constatano una diminuzione del fenomeno, mentre è in aumento nei paesi dove sono state adottate legislazioni atte a “regolamentare”. Con perentorietà, da molte parti – sia alcune correnti del femminismo, che gruppi di autocoscienza maschili – si mette radicalmente in discussione il pensiero liberal-capitalista-progressista che “normalizza” la crudeltà dell’industria del sesso, mascherato dall’alibi che essa si incentri su un rapporto regolato da consenso. Per esso il commercio (venale) delle prestazioni sessuali non sarebbe un’attività umana svilente. Lavorare nella prostituzione sarebbe un’occupazione come un’altra, da salutare come emancipazione dal moralismo oscurantista – religioso o meno – in nome della liberazione dai pregiudizi sessuofobi.

Vi lascio con un appello e una preghiera. Molti di voi sono già molto consapevoli, lo so. Credo opportuno comunque rinvigorire l’impegno.

L’appello è di non smettere di lasciarsi interpellare dalla questione, di informarsi, intervenire criticamente nelle occasioni che si presentano, di farsi promotori perché si diffonda il convincimento che questi temi non riguardano gli altri, ma ci coinvolgono tutti, perché si affermi il principio dell’abolizione della prostituzione, come è stato fatto in alcuni paesi. La lettera che vi ho letto prima è un esempio di come potrebbero avviarsi progetti analoghi, con tutta la creatività che la forza esultante della Ruah – o Spirito – può donarci nella comunione.

La preghiera è quella di riconsiderare il gesto di Gesù che, imbattutosi nel fronte costituito dal gruppo di soli uomini rappresentanti religiosi (scribi e farisei) che vogliono lapidare l’adultera (Giovanni 8,1-11), con un coraggio esemplare si dissocia dalla complicità maschile. Essa voleva risucchiarlo e farne un collaborazionista: ma egli si sfila dai meccanismi mimetici che lo avrebbero reso socio nel pregiudizio misogino, che rendeva quella vittima una colpevole. Al di là dell’etichetta con cui la società patriarcale l’ha disumanizzata, egli sconfina e vede la persona. «Il maschio Gesù non conobbe la follia maschile e perciò infranse la solidarietà tra uomini. Questo gli fu fatale» scrive Hanna Wolff in Gesù, la maschilità esemplare.

E così, ad anello, ci ricongiungiamo con l’inizio: con l’uso perverso della religione, con l’uso idolatrico di Dio; di nuovo si può affermare: liberiamo Dio dal patriarcato.

E, visto che la nostra cornice è Vangelo e Costituzione, mi fa piacere concludere con un riferimento a un uomo che fece delle libertà civili, politiche e religiose una ragione di vita; che nel mondo partecipa alle grandi figure dell’umanità: Giuseppe Mazzini.

Egli, certo un disobbediente doc., in esilio a Londra, scrisse a un’amica militante sul fronte abolizionista della prostituzione, amica a sua volta di quella Josephine Butler di cui ho parlato: «Vincerete – scrive Mazzini -. La vostra è una causa religiosa. Non riducetela a ciò che è chiamato diritto o interesse (…) Siete figlie di Dio. Non potete rinunciare a tale compito senza peccare contro Dio che l’ha assegnato e ha dato a voi, come a noi, la facoltà e i poteri per portarlo a termine».[10]

[1] https://terredeshommes.it/america-latina-12-donne-ogni-giorno-vittime-di-femminicidio-molte-le-adolescenti/

[2] I. Kant, Antropologia pragmatica, Laterza p. 96

[3] Mary Daly, Quintessenza, p.15

[4] Non solo reato, anche peccato Religioni e violenza contro le donne, a cura di Paola Cavallari, Effatà editrice, 2019.

[5] Elisa Salerno, Le tradite, prostituzione, morale, diritti delle donne, Effatà editrice, 2015, pp 117 e 71

[6] De Regimine Principum IV, 14. Ma l’argomentazione è esposta anche nella Summa.

[7] Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione p. 287

[8] Non sfuggirà quanto ciò rappresenti un “chiamarsi fuori” da ogni debito affettivo e sia l’emblema di un rapporto dominato da “un padrone”.

[9] https://www.50-50magazine.fr/2019/10/09/leconomie-du-viol-la-prostitution-en-allemagne-1-3/?fbclid=IwAR3I39YWUSqwlwRrgk1jlReCXUGBcXfDNJ31edd30F_y1y-nETE4oQiRd6k

[10] Giuseppe Mazzini, La grande imitatrice. Sifilide e questione femminile. Fondazione Ivo de Carneri Onlus, 2019, p. 41

One Reply to “SALVARE DIO DAL PATRIARCATO”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...