URGE UNA LEGGE SULL’EUTANASIA

Antonio Greco

Articolo pubblicato il 22 novembre 2021 su Quotidiano di Puglia

E’ arrivato in Aula alla Camera il 22 novembre 2021 (se non ci sarà il secondo rinvio), il testo base su “DISPOSIZIONI IN MATERIA DI MORTE VOLONTARIA MEDICALMENTE ASSISTITA”, volto a disciplinare uno dei profili più problematici delle questioni del fine vita.

Il tema affrontato dalla proposta di legge – per chiarezza – non è quello del suicidio (darsi la morte), né quello del rifiuto dei trattamenti (non curarsi e lasciarsi morire) ma quello del farsi aiutare a morire e quello del farsi dare la morte.

Momenti di svolta perché il Parlamento decidesse di legiferare sul fine vita sono stati: l’approvazione della legge 219/2017 e la sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, che ha ritenuto non punibile il suicidio medicalmente assistito in specifiche circostanze.

Dopo tre anni di silenzio, lo sprint al legislatore è stato dato, il 20 aprile, dal deposito di un quesito referendario per la legalizzazione dell’eutanasia in Italia, promosso dalla Associazione Luca Coscioni, che lo scorso 8 ottobre ha depositato oltre un milione e 200mila firme presso la Corte Cassazione.

Tre italiani su quattro sono favorevoli all’eutanasia. E secondo un’indagine Eurispes del 2020 aumenta il numero degli italiani favorevoli al suicidio assistito.

Ciò accade per varie ragioni, tra cui il numero sempre maggiore di coloro che si sono dovuti confrontare con situazioni di familiari o di amici che hanno vissuto forme prolungate di agonia in condizioni umanamente devastanti.

Questa domanda eutanasica non va valutata a priori in modo negativo. Oltre al rifiuto dell’accanimento terapeutico, essa segnala i limiti di una possibile attività medica e spesso affonda le radici in una concezione della vita complessa, nella quale a contare non è soltanto il dato biologico ma la biografia della persona. L’esistenza non si esaurisce nel funzionamento del corpo. Ha una sua essenza relazionale anche nel processo del morire.

Ma è proprio sulla concezione etica della vita che in Italia, più che altrove, la questione del fine vita è quasi sempre ridotta a terreno di scontro fra fronti avversi.

La tensione conflittuale è tra chi fa proprio il principio della «sacralità» della vita e chi fa appello al principio della «qualità della vita». Tra chi ritiene la vita sia un bene “indisponibile” e chi, in alcune circostanze, “disponibile”. Tra chi è per il principio dell’“autodeterminazione” anche nel processo del morire e chi categoricamente lo nega. Semplificando si riducono le diverse posizioni a due, la religiosa e la laica. Si pensi, invece, alla non univoca posizione delle Chiese Protestanti e dei Valdesi, all’Ebraismo e alle altre religioni. Così come le posizioni “laiche” sono tante e diverse.

Queste diverse posizioni etiche, pur con caratteri netti e inconciliabili, presentano alcuni aspetti in comune. Un carattere «sacro», in senso lato, della vita umana non è del tutto assente nella posizione laica, che, laddove sostiene la possibilità dell’eutanasia e del suicidio assistito, lo fa con cautela e a precise condizioni. Così il rifiuto radicale, nei documenti ufficiali della chiesa cattolica, dell’accanimento terapeutico non può che essere motivato dall’adesione al principio della “qualità della vita”.

La centralità del principio di autodeterminazione, esteso alla possibilità della persona di darsi o di chiedere che le venga data la morte, non può non fare i conti con il prevalere della ideologia del mercato che, da un lato, fa percepire come inutili alcune vite umane economicamente improduttive (cultura dello “scarto”); dall’altro, vanifica la possibilità di dare un senso ad eventi come la malattia e la sofferenza.

Così anche il principio della indisponibilità del diritto alla vita (affermato anche nell’interesse della collettività, in considerazione dei doveri che sulla persona incombono verso la famiglia e la comunità) esprime una concezione solidaristica di indubbio valore in situazioni di normalità. Ma invocare tale principio nei casi di soggetti in stato vegetativo permanente tingerebbe il principio di disumano rigore. Né è sufficiente sostenere per questi casi che basti il ricorso alle cure palliative.

Esasperare lo scontro tra le posizioni, come purtroppo avviene nella discussione pubblica, non serve a nessuno.

Un intervento legislativo che affronti con chiarezza le difficili tematiche del fine vita, non esclusa la questione eutanasica, risulta anche nel nostro Paese assolutamente urgente.

L’etica pubblica alla quale occorre fare riferimento per una legge sul fine vita non può essere quella cattolica: nelle democrazie liberali chiunque deve poter parlare del proprio Dio ma nessuno deve poter legiferare in nome di Dio.

La proposta di referendum e il nuovo disegno di legge sono giuridicamente su binari paralleli. Anche in caso di ammissibilità e di vittoria del referendum sarebbe necessaria una legge.

La morte è un evento inevitabile e certo. Non sappiamo né il come e né il quando. E, al riguardo, la cultura contadina esprimeva un desiderio di una “buona morte” con due aggettivi: sia “corta e netta”. Per non soffrire ma anche per non essere di peso. Oggi sulla nostra società pesa una lettura oscura della morte, piena di tabù.

Anche chi crede che la vita sia dono di Dio può prendere in mano la propria fine e deciderne modo e tempi, nel momento in cui non c’è alternativa fra una sofferenza senza uscita e un decadimento senza ritorno. In questa situazione, Dio, per un credente datore di quel dono, può concedere il discernimento di riconsegnargliela. Ciò non significa che un individuo si faccia “padrone assoluto” ma nemmeno che diventi “schiavo” di questo dono senza alcuna responsabilità. Significa farsi “figlio”, il quale, non per capriccio o a cuor leggero, davanti a qualche giorno in più di vita vegetativa, senza relazioni e senza affetti, prima che rischi di esplodere e di farsi bestemmia, decide di consegnargliela. In situazioni particolarissime, il farsi aiutare a morire da “figlio”, può lasciare una profonda serenità e un grande conforto, senza nulla togliere al dolore della sua assenza, anche a chi resta.

Perché la legge italiana ci deve vietare di poter scegliere, nelle giuste forme, questo modo profondamente umano, giusto e cristiano, per morire?

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