LA POLITICA DEL VANGELO

Pubblichiamo questo articolo di un parroco della diocesi di Brindisi-Ostuni sulla Politica. E’ raro leggere interventi della chiesa cattolica su questo tema e con questi contenuti soprattutto al Sud. In genere sono interventi su questioni di etica sessuale o rivendicazioni di benefici per le scuole e le istituzioni cattoliche. “Quest’ora della storia riconsegna una grande verità: la sicurezza non può prescindere dall’attenzione verso i più indifesi. Non solo per renderli meno deboli, ma per elaborare strategie di crescita proprio a partire da quelle stesse fragilità. Non basteranno, allora, l’armamentario della tecnica, le alchimie finanziarie o l’opportunismo politico. Aiuterà unicamente il senso di responsabilità nell’abitare il limite, prendendo atto che ne verremo fuori solo insieme, senza erigere muri, senza ostentare supremazia, senza lasciare indietro nessuno. In uno dei passaggi più noti di Lettera a una professoressa, scriveva don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia” “

Piero Calamo*

Una ricetta sicura per complicarsi la vita è occuparsi degli altri. Viceversa, un segreto per vivere tranquilli è pensare a se stessi. Qualche volta noi pieghiamo addirittura il nobilissimo concetto di “pace” ad esprimere un ideale di disimpegno: “voglio stare in pace”, “lasciatemi in pace”. Siamo arrivati a identificare la serenità con l’isolamento e il fastidio con la relazione. Ma i profeti, che hanno migliorato la storia, l’hanno fatto proprio complicandosi la vita, rifiutando la falsa pace dell’indifferenza e giocandosi per la vera pace del dono di sé. La falsa pace fa leva sull’istinto di auto conservazione; la vera pace dá voce al desiderio di relazione.

Cos’è che fa la differenza dentro di noi? Che cosa ci muove alla vera pace dell’impegno e del sacrificio anziché alla falsa pace del ripiegamento su noi stessi? Il Vangelo lo esprime con una parola, che va compresa bene: “compassione”. Dice infatti che Gesù, “vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Ciò che fa scattare in lui e negli apostoli il desiderio di curare i malati e infermi è la compassione. A spingere Gesù e i discepoli verso i fratelli fragili non è dunque un’azione, ma una “passione”; com-patire significa letteralmente condividere la sofferenza. Prima che “fare qualcosa per gli altri”, è necessario “lasciarsi raggiungere dagli altri”; solo se la fragilità dell’altro mi entra nel cuore, solo se la sento mia, solo se la ospito dentro di me, posso superare l’indifferenza, posso aiutare senza mortificare, dare una mano senza puntare il dito.

Quest’ora della storia riconsegna una grande verità: la sicurezza non può prescindere dall’attenzione verso i più indifesi. Non solo per renderli meno deboli, ma per elaborare strategie di crescita proprio a partire da quelle stesse fragilità. Non basteranno, allora, l’armamentario della tecnica, le alchimie finanziarie o l’opportunismo politico. Aiuterà unicamente il senso di responsabilità nell’abitare il limite, prendendo atto che ne verremo fuori solo insieme, senza erigere muri, senza ostentare supremazia, senza lasciare indietro nessuno. In uno dei passaggi più noti di Lettera a una professoressa, scriveva don Milani: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. È la differenza, in fondo, tra la vera pace e la falsa pace, tra la compassione e l’indifferenza. La politica più alta prende le mosse dalla compassione, dalla condivisione dei problemi, dalla partecipazione intima alle fragilità degli altri. La politica con la “P” maiuscola, come la chiama papa Francesco, è la più alta forma di amore, perché si rivolge non solo ai vicini o a coloro che se lo meritano, ma guarda al “bene comune”, si lascia toccare il cuore dalle fragilità altrui, cerca di compensare le ingiustizie, dà la parola a chi non ha voce.

In un discorso del 1927 ai giovani della FUCI, in piena dittatura fascista, papa Pio XI disse che era necessario porre le basi “della buona, della vera, della grande politica, quella che è diretta al bene sommo e al bene comune, quella della polis, della civica, a quel pubblico bene, che è la suprema legge a cui devono essere rivolte le attività sociali”. E concludeva che il bene comune “è il campo della più vasta carità, della carità politica”. La carità politica non è quindi un optional. Fare politica, in questo senso altissimo, è dovere morale di tutti i cittadini e non solo di coloro che lavorano nelle istituzioni; e per i cristiani è un dovere fondato sul Vangelo, prima ancora che sulla coscienza e sulle leggi democratiche. Gesù ha affisso nei cuori umani un manifesto politico incisivo e concreto, direi quasi corporeo: dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire chi è nudo, accogliere i forestieri, visitare i carcerati e curare i malati. Il programma politico di Gesù riguarda prima di tutto le necessità materiali, ma si estende poi a quelle morali e spirituali: agli affamati e assetati di verità e di giustizia, a chi è spogliato della dignità, a chi viene estraniato dal mondo di quelli che contano, a chi è privato della vita, della libertà e della salute, a chi cerca un senso alla propria esistenza, che solo la fede in Dio può rivelare.

Per fare la politica con la “P” maiuscola occorre quindi partire dalla condizione di chi è ritenuto minuscolo nella società; occorre, come dice ancora il Papa, ascoltare “il grido della terra e il grido del povero” ( cf.Laudato Sì’, 49). Un grido intrecciato, perché la custodia del creato e la custodia dei fratelli vanno di pari passo. Quando gli uomini depredano la terra, la terra grida; e quando la terra grida, gli uomini – specialmente i più deboli – soffrono, fuggono, combattono tra loro, si ammalano. Un grido che però rischia di andare perduto nel rumore di una società che sembra in balia di chi urla più forte, di chi getta invettive sul prossimo, specialmente se debole e indifeso. Il grido della terra e il grido del povero è spesso soffocato dall’indifferenza e sopraffatto dalla confusione. Per sentirlo, per distinguerlo tra le tante voci, è necessario un cuore capace di “compassione”, come quello di Gesù; è necessario un animo “politico”, in grado di aprirsi agli altri, di uscire dalla propria gabbia interiore ed entrare nella fragilità dei fratelli. “Politico”, in questo senso, è il contrario di “monolitico”, che significa chiuso in se stesso, irrigidito come un sasso nella propria situazione.

*parroco a San Vito dei Normanni (BR), dove si voterà il 21 settembre 2020 anche per il Consiglio Comunale. Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 1 settembre 2020 col titolo: E’ necessario porre le basi per una buona politica)

30 agosto 2020

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