TAVOLA ROTONDA ECUMENICA IN VISTA DEL 5° CENTENARIO DELLA RIFORMA PROTESTANTE

Brindisi, Scuola media “G. Salvemini”, venerdì 28 ottobre 2016

Bruno Gabrielli, pastore valdese

Un grato benvenuto a tutte e a tutti, e in particolare ai fratelli e alle sorelle di altre chiese che in vario modo hanno collaborato all’organizzazione di questo incontro e già da tempo si sono resi disponibili ad arricchirlo coi loro interventi. Grazie anche alle autorità scolastiche che ci ospitano a titolo gratuito in questa bella sala.

Il tema che stiamo per affrontare si presenta straordinariamente complesso perché si tratta di gettare uno sguardo “interdisciplinare” su cinque secoli di storia, e su cinque secoli di storia non solo del cristianesimo e della teologia cristiana, ma anche della filosofia (teoretica ed etica), della politica, dell’economia, del diritto e della giurisprudenza, dell’arte e più in generale dello sviluppo delle scienze umane e naturali (perfino della matematica!) per lo meno nel nostro Occidente, e in particolare nella nostra Europa.

Se da una parte, infatti, la Riforma protestante non nasce certo dal nulla, ma affonda le sue radici o si accompagna ad altre grandi rivoluzioni culturali come l’Umanesimo e il Rinascimento – nonché a scoperte e conquiste tecnologiche, come quella della stampa, e geografiche, come quella delle Americhe – da tempo si registra ormai un generale consenso fra gli storici nel considerare la Riforma stessa uno dei principali fattori – quand’anche non il principale fattore – del passaggio dal  Medioevo all’Età moderna, e il cristianesimo protestante, nei suoi successivi sviluppi, come uno dei grandi protagonisti di quest’ultima.

Nel bene e nel male, mi permetto subito di precisare: con molte luci, ma certo non senza

ombre… e oggi, infatti, il protestantesimo è in profonda crisi, come e più di altri modelli di

cristianesimo e proprio come la nostra moderna civiltà occidentale al posto della quale qualcuno, già all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, profetizzava un “Medioevo prossimo venturo” o della quale, sempre più spesso – davanti all’aggravarsi della crisi ecologica; alla concentrazione dei capitali finanziari e dei mezzi di produzione nelle mani di pochi e ristretti gruppi di potere; alla crescente miseria di gran parte della popolazione mondiale, ai risorgenti fanatismi e alle enormi difficoltà della politica mondiale di far fronte comune di fronte a queste ed altre paurose emergenze – si parla addirittura come di qualcosa che già apparterrebbe al passato, ovvero di fine della modernità fondata sui principi della libertà di pensiero, d’espressione e d’iniziativa dell’individuo; dell’autonomia delle coscienze, delle scienze e delle arti; del contratto sociale che sta alla base delle nostre democrazie – tutti valori in qualche modo figli, nipoti o pronipoti della Riforma protestante o, se preferite, anche della Riforma protestante – come le migliori ricette per il bene comune o anche solo per la sopravvivenza del pianeta Terra.

 

Come sapete tutti, se non altro perché di recente lo stesso papa Francesco ne ha fatto uno slogan assai promettente del suo pontificato, uno dei princìpi del cristianesimo protestante è “Ecclesia reformata semper reformanda”, vale a dire: la Chiesa di Gesù Cristo ha sempre bisogno di nuove riforme, per l’amor di Dio e per amore del prossimo, dell’umanità e anche delle altre creature.

Bene: proprio in questo spirito, aperto a un futuro di maggior fedeltà alla parola di Dio da parte di tutte le chiese, noialtri protestanti valdesi vorremmo “commemorare” insieme con tutti voi la Riforma del Cinquecento.

“Commemorarla”: non semplicemente “celebrarla” con riconoscenza come opera del Dio

d’Israele e di Gesù Cristo, Creatore, Salvatore e Signore dell’universo, della natura e della storia, nel quale crediamo e che, secondo la nostra fede, in quel tempo soffiò particolarmente forte il suo Spirito per riconvertire la Chiesa alla sua Parola a fronte di resistenze di ogni tipo e a cominciare da quelle degli stessi riformatori: Lutero, Zwingli, Calvino e tutti gli altri, che ci misero un bel po’ a capire e ad accettare la portata e le conseguenze di quel che stavano facendo.

“Commemorarla”: non semplicemente “celebrarla”, bensì “rievocarla in pubblico” con spirito critico, ovvero, per usare una parola più biblica, con “discernimento”. E non solo perché una celebrazione a-critica della Riforma protestante difficilmente potrebbe essere condivisa dalle altre chiese – sarebbe un vero peccato, ora che da più parti abbiamo ripreso con decisione il cammino ecumenico verso l’unità della Chiesa di Cristo: e Dio solo sa quanto il mondo, in questo momento, abbia bisogno di una Chiesa di Cristo unita nel testimoniare, a parole e coi fatti, la fede e la speranza che originano dalla sua giustizia, dalla sua pace, dal suo amore senza confini – ma, prima  ancora, perché (non possiamo non confessarlo, noi protestanti per primi) non tutta la Riforma storica è stata opera di Dio, conforme alla sua giustizia, alla sua misericordia, al suo amore.

L’8 ottobre scorso, nella sua prolusione al nuovo anno accademico della Facoltà valdese di teologia in Roma, Paolo Ricca, professore emerito di storia della chiesa, pur sostenendo che nel complesso la Riforma andrebbe celebrata in quanto opera dello Spirito di Dio, ha offerto una preziosa sintesi sia di quel che della Riforma possiamo, sia di quel che non possiamo celebrare.

“Non possiamo, né vogliamo celebrare (…) il ricorso all’autorità politica e alla legge civile” che da un certo momento in poi decise di invocare lo stesso Martin Lutero – che pure, in precedenza, aveva sostenuto la libertà di ciascuno di scegliere e di esercitare la religione conforme alla sua propria coscienza – “per reprimere e punire i dissidenti, in particolare gli anabattisti (…) Nella stessa linea si colloca il rogo di (Michele) Serveto, accusato di eresia, con il placet di Giovanni Calvino”.

“Non possiamo certo celebrare la vittoria dei principi sui contadini a Frankenhausen il 15

maggio 1525, che Lutero ha approvato e perfino incoraggiato, né possiamo celebrare l’incapacità di Lutero di capire la posizione dei contadini che rivendicavano alcune libertà fondamentali in nome della libertà cristiana (…)”.

 

“Non possiamo certo celebrare la posizione di Lutero (ma non soltanto sua) nei confronti degli ebrei, in particolare con il suo ultimo scritto su Gli ebrei e le loro menzogne. Ci sono in questo  scritto delle affermazioni che ci fanno male, così male che non osiamo neppure riferirle tanto sono pesanti e irricevibili. Anche questa è una pagina oscura per la quale noi, figli della Riforma, ci umiliamo davanti a Dio, alla storia e al popolo ebraico”.

“C’è infine un’ultima pagina che non possiamo celebrare, e cioè la rottura tra Lutero e Zwingli a conclusione della controversia sulla Cena del Signore, consumatasi a Marburgo nel 1529. Lì la Riforma protestante si divise (…) perché i nostri padri non furono in grado di attuare, per quanto concerne l’interpretazione della Cena, quella unità nella diversità che è la regola d’oro della comunione cristiana. Queste quattro sono le cose principali (non le uniche) che noi non celebriamo mentre ci accingiamo a celebrare la Riforma”.

In compenso, ben degne di celebrazione, e non solo di commemorazione, sono quelle che Paolo Ricca chiama le cinque principali “perle” della Riforma.

“La prima perla è senza alcun dubbio il Solus Christus, che non vuol dire che non c’è altro che Cristo, come se non ci fossero il Padre e lo Spirito Santo e tutto il resto, ma vuol dire che in Cristo, e non altrove, troviamo ogni cosa (…) In lui c’è tutto, solo in lui, tutto in lui. In lui trovi Dio, in lui trovi te stesso. Questa è davvero la perla di gran prezzo”.

“Seconda perla: Lutero a Worms, davanti all’imperatore, al legato pontificio e alla Dieta

intera, pronuncia le” seguenti “parole (…): «Se non sarò confutato da testimonianze della Scrittura o da chiari argomenti razionali – siccome non credo né al papa solo né ai soli concili, dato che è chiaro che si sono sbagliati e si sono contraddetti – io sono vinto dalle parole della Scrittura che ho addotto. E fintantoché la mia coscienza è prigioniera della Parola di Dio non posso e non voglio ritrattare, perché non è sicuro ed è un rischio per la salvezza fare qualcosa contro la [propria] coscienza». Qui nasce il cristiano protestante (…)” (e, secondo molti, l’uomo e la donna moderni).

Terza perla: “Lutero scopre che l’evangelo cristiano è grazia incondizionata: «Sei perdonato, va’ in pace». La chiesa del tempo predicava una grazia meritata; Lutero scopre che l’evangelo cristiano è grazia immeritata. La chiesa del tempo predicava una penitenza che si poteva evitare comprando un’indulgenza; Lutero denuncia l’assurdità di questo mercato scoprendo che l’evangelo cristiano è grazia gratuita. È proprio la scoperta dell’evangelo della grazia incondizionata, immeritata e gratuita che ha trascinato Lutero fuori dalla cella del monastero e fuori dall’aula universitaria, nel vivo di una storia tumultuosa che ha segnato drammaticamente la sua vita e che è continuata oltre la sua morte (…)”.

La quarta perla è “la libertà del cristiano. «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è un servo zelante in ogni cosa, ed è sottoposto ad ognuno».

Questa è la celebre ouverture del trattato sulla libertà del cristiano del 1520 (…) che si conclude con queste parole altrettanto famose: «Da tutto ciò [che precede], segue la conclusione che un cristiano vive non in se stesso, ma in Cristo e nel prossimo: in Cristo per la fede e nel prossimo per amore. Per la fede sale al di sopra di sé in Dio; da Dio torna a scendere al di sotto di sé per amore, e rimane per sempre in Dio nel divino amore…». La libertà cristiana è dunque figlia della fede, e dell’amore, come figlia della fede, la libertà è sovrana, perché sottoposta solo a Dio e libera nei confronti dei poteri terreni di qualunque tipo. Come figlia dell’amore, la libertà è libertà di servire, che è la più alta di tutte le libertà”.

“Infine la quinta perla, che però è difficile riassumere in una parola sola. Émile G. Léonard, il grande storico del protestantesimo, intitola il capitolo conclusivo del suo primo volume – capitolo dedicato a Calvino – «Calvino, fondatore di una civiltà» e scrive: «É toccato a Calvino, un francese e un giurista, di creare, più che una nuova teologia, un uomo nuovo e un mondo nuovo». (…) La  Riforma ha creato non solo (…) un nuovo modello di chiesa, ma una nuova civiltà, un nuovo tipo di cristiano: l’uomo protestante (…), un tipo d’uomo altero e duro, cosciente di dover rispondere della propria vita soltanto a Dio e alla sua coscienza, cioè un tipo d’uomo libero e responsabile di sé…

Da Ginevra, questa Sion del nuovo Popolo di Dio, ha avuto inizio una rivoluzione internazionale nell’accezione più forte del termine… Quest’uomo libero e responsabile davanti a se stesso, che i suoi avversari condannavano in quanto animato da un incorreggibile spirito repubblicano, è diventato un fermento del mondo occidentale, ben oltre i limiti della diaspora calviniana… e il fattore più attivo dello sviluppo delle società occidentali»”.

Ombre, luci… non mi resta da proporvi altro che quella che lo stesso Paolo Ricca chiama la “domanda cruciale: che cos’è stata la Riforma globalmente considerata? È stata una benedizione per la chiesa, o invece una sciagura? Una risurrezione quasi miracolosa della fede e della chiesa, o invece un suo fatale deragliamento? La Riforma ha davvero riformato la chiesa, o almeno parte di essa, o invece l’ha irrimediabilmente deformata?”.

Ed ecco la sua risposta: “A questa domanda si risponde di solito” (scusate il bisticcio): l’esito ultimo della Riforma è stato la divisione della Chiesa d’Occidente. Non credo che la categoria «divisione» ci aiuti a capire quel che è successo, a parte il fatto che penso che la divisione sia stata provocata più dalla scomunica della Riforma che dalla Riforma stessa. Quello che la Riforma ha prodotto non è stata la divisione della chiesa (che pure c’è stata) ma la nascita di un nuovo modello di chiesa, la nascita, come diceva già Schleiermacher (1768-1834), di «una forma distinta di comunità cristiana», distinta dalla forma cattolico-romana e dalla forma ortodossa. Non si tratta ovviamente di una nuova chiesa: i Riformatori sarebbero inorriditi al solo pensiero di aver creato una nuova chiesa (…) Nessuna nuova chiesa nasce con la Riforma, ma – questo sì – un nuovo modello dell’unica chiesa cristiana.

In questo senso la Riforma può essere considerata anche come un fenomeno di «ecclesiogenesi» (la parola è di Leonardo Boff), cioè di produzione di chiesa e non solo di una sua riforma, sia pure radicale (…) Il protestantesimo non è solo (…) cattolicesimo riformato, è cristianesimo sostanziato di Bibbia.

Perché allora celebrare la Riforma? Perché con essa è nato un nuovo modello di chiesa nel quale ha preso corpo un nuovo tipo di cristianesimo. Sia pure in una condizione di divisione, la cristianità europea, con la Riforma, si è arricchita. E questo noi ci apprestiamo a festeggiare” – o almeno a commemorare – “tanto più oggi che, come cristiani europei, non siamo più divisi come allora, ma stiamo passando – e per molti di noi siamo già passati  – dalla divisione alla condivisione”.

Su tutto questo, stasera, non credo proprio che possiamo far di più che gettare un primo sguardo, o per meglio dire condividere qualcosa delle conoscenze, delle idee, delle valutazioni fatalmente assai parziali che quelli di noi che vorranno prendere la parola hanno da offrire. E poco importa, credo pure di poter aggiungere, se ad altri potranno sembrare nulla più di pregiudizi, positivi o negativi.

Non preoccupatevi: abbiamo davanti un anno intero, da oggi al 31 ottobre 2017 – data precisa del 5° centenario della Riforma – per approfondire le nostre conoscenze, per raffinare le nostre idee e per rivedere “ecumenicamente” le nostre valutazioni, grazie all’abbondante e aggiornata letteratura che per l’occasione ha già da tempo cominciato a essere pubblicata anche in Italia, ai numerosi incontri previsti a livello nazionale e internazionale (o almeno agli echi di quegli incontri) e non da ultimo, per quanto riguarda noialtri salentini, al piccolo programma di conferenze che per l’anno venturo stanno programmando le chiese valdesi di Taranto, Grottaglie, Brindisi e diaspora leccese, al quale speriamo vivamente vorrete partecipare tutti voi, e naturalmente non solo voi.

 

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