ARTURO PAOLI. PROFETA.

di Peppino Apruzzi*

I profeti hanno sempre vita difficile perché difficili sono i tempi nei quali vengono sollecitati a parlare “in nome di Iahvè”. Arturo Paoli è profeta del nostro tempo marcatamente caratterizzato da difficoltà di ogni genere; è profeta di questa Chiesa restia ad uscire dalle sue sicurezze.

Nella sua lunga vita ha desiderato fortemente che lo Spirito lavorasse dentro di lui lasciandosi prendere e scompigliare senza porre resistenza.

Nella leggerezza sofferta dei movimenti è passato da una nazione ad un’altra, da un continente ad un altro, dove città e deserto, favelas e miniere sono diventati per lui luoghi di vita segnati dall’inquietudine interiore e da contrasti ambientali, dal recupero della dignità altrui e della libertà propria costruita, questa, nel silenzio e nel buio.

Con Gesù nell’attesa dell’alba per ‘vedere’ in profondità la vita nascente, per ‘sentire’ apertamente l’immergersi delle tenebre nella luce del nuovo giorno e, da profeta, leggere e interpretare i segni fino a farsi voce forte dei poveri, per denunziare le ingiustizie, per lottare a favore dei diritti inalienabili, per consegnare il Vangelo senza ‘glossa’.

Se l’essenziale è visibile al cuore, allora è possibile spaziare nella essenzialità di un “Giusto tra le Nazioni” e contemplare, con gli occhi del cuore, il coraggio nella fede di amare la Chiesa nonostante le difficoltà, la decisione del ‘piccolo fratello’ di ‘farsi’ nel deserto, la disponibilità ad immergersi nella vita dei poveri, la voglia di contribuire alla teologia della Liberazione, la passione per la vita donata senza condizioni, la scelta di quella casetta di legno su una lingua di terra immersa tra due grandi fiumi, in Brasile.

Amorizzare” il mondo. Impegno costante, caparbiamente portato avanti per realizzare armonia, intrecciare dialoghi, costruire legami, progettare futuro di liberazione, riproporre la centralità di Gesù.

Ogni terra è la sua terra, dove piantare la tenda e allargarla all’infinito per accogliere e condividere, pregare e raccontare, leggere e sognare. Nemmeno la minaccia di morte ha impoverito la sua passione, perché più forte della morte è l’amore.

E’ l’amore-dono, ‘agape’, vissuto nel buio e nel silenzio, in coda alla notte, prima dell’alba.

Amore condiviso con gli ultimi, i senza terra per sentirsi soggetti, persone vive all’anagrafe e nella società, fare progetti; amore vissuto nelle comunità di base, dove la vita, fin troppo repressa, esplode in una fede pulita, semplice segnata dalla Parola, nutrita dall’Eucaristia, testimoniata nella lotta per la giustizia.

L’inquietudine ha procurato sofferenza prima del Concilio, quando tutto era ‘piatto’, definito; mentre è diventata forza, ha dato coraggio, ha generato speranza dopo quell’Evento.

L’inquietudine di un cuore in cerca del suo Signore, di una vita in cerca di vite, di una fede sempre bisognosa di essere rivisitata e sempre immersa nell’esistenza, per coerenza e credibilità.

Il grido del profeta a favore dei poveri, dovunque, deciso, arriva diritto, come fiondato, nel profondo della coscienza dei grandi della terra e della gente semplice; trasmettendo, così, la sua inquietudine negli altri. Serve per scuotere, discernere e decidere sull’equa distribuzione dei beni, su una Chiesa libera, sulla demolizione delle strutture di peccato.

Il profeta che vuole “amorizzare” il mondo è un passo avanti nella lettura della storia, nell’additare il nuovo giorno, nell’aprire cammino, ma è anche un uomo semplice, sensibile alle piccole cose, capace di stupire i piccoli.

A Foz di Iguaçu -Brasile-, in una favela, ho partecipato ad una sua celebrazione. Tutto essenziale: una sala di legno, disadorna, un tavolino come altare, un bicchiere come calice, una rosa come tocco di bellezza e una bambina incantata da quel vegliardo con i capelli bianchi. Per tutta la Messa rimasta in piedi e, appoggiata a quel tavolino, non gli ha tolto gli occhi di dosso.

Tenerezza e grandezza, coraggio e profezia, fede e testimonianza, amore e sofferenza dentro un uomo sempre inquieto, perché profeta, che ha attraversato il ventesimo secolo e dipinge, anche lui, l’alba del nuovo millennio, perché immersa nello splendore della Parola continui ad inquietare.

  • parroco San Luigi, Ostuni

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