POLITICA E SPIRITUALITA’

 

Michele Di Schiena

Basta dare un rapido sguardo ai misteri dell’infinitamente grande (della cosmologia) e dell’infinitamente piccolo (della fisica quantistica) nonché della coscienza e dell’intelligenza umane come emergono dalla sconfinata e misteriosa realtà che ci circonda per comprendere l’importanza della spiritualità intesa in senso ampio come aspirazione inesauribile dell’uomo a conoscere il senso dell’esistenza e a portare a sintesi le sensibilità dei credenti e dei non credenti valorizzando tutto ciò che contribuisce a elevare verso livelli sempre più alti l’animo umano. Spiritualità insomma come inclinazione per il bene, la verità e la giustizia dalla quale scaturisce quella dignità della persona umana che anima l’intera nostra Costituzione. Uno Statuto che con l’art.4, nel riconoscere a tutti i consociati il diritto al lavoro, sottolinea poi il ruolo fondamentale della spiritualità quando afferma che ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività o una funzione che “concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

La spiritualità di cui parla la Costituzione va intesa allora come il complesso dei sentimenti, delle emozioni e delle tensioni etiche capaci di sfociare in comportamenti virtuosi generatori di liberazione e di fratellanza. Appropriato e stimolante appare perciò il contributo che alla riflessione sulla spiritualità ha dato il Conacreis (Coordinamento nazionale associazioni e comunità di ricerca etica e comunione spirituale) col “Manifesto della Spiritualità Laica, Libera e Consapevole” del 15 dicembre 2011. Un documento il quale asserisce che la contrapposizione fra credenti e non credenti va superata e non può comunque oscurare o limitare il valore della spiritualità che è connotazione della stessa essenza dell’uomo. E lo fa rilevando che molti scienziati avvertono ormai la necessità di reintrodurre la dimensione interiore nella scienza e affermando che “la spiritualità laica è la consapevolezza dell’unitarietà originale dell’Energia e dell’Essere umano, insieme e in armonica coesistenza di componenti fisiche e di qualità immateriali” nonché“dell’aspirazione inesauribile dell’uomo a conoscere il senso dell’esistenza e a partecipare consapevolmente ai processi evolutivi”.

Mai come in questa stagione la politica sul versante dell’economia ha mostrato il suo volto peggiore: secondo i dati dell’ultimo Rapporto Oxfam nel mondo l’1% più ricco della popolazione detiene più ricchezza del restante 99% e in Europa sono 342 i miliardari a fronte dei 123 milioni di persone (quasi un quarto della popolazione del continente) che si trovano a rischio di povertà o di esclusione. Quanto all’Italia poi l’Oxfam fa sapere che a metà del 2017 il 20% più ricco dei nostri connazionali deteneva ben oltre il 66% della ricchezza mentre il 50% più povero possedeva solo l’8,5% di tale ricchezza. E non basta perché l’Oxfam, sempre guardando all’Italia, propone alcuni provvedimenti contro le disuguaglianze fra i quali “una maggiore progressività fiscale e misure solide di contrasto all’evasione e all’elusione fiscali”: esattamente l’opposto di certe sortite elettorali che promettono un’aliquota fiscale unica o irragionevoli “tagli” alle tasse in aperto contrasto con l’art. 53 della Costituzione che prescrive un sistema tributario informato a criteri di progressività.

Un quadro di lacerante ingiustizia su scala mondiale, quello offerto all’attenzione politica e sociale dall’Oxfam nel rapporto del gennaio scorso e quotidianamente dai media, fatto di scandalosi arricchimenti, di disumane miserie, di disperate emigrazioni, di sanguinose guerre e di orrendi terrorismi, di politiche rapaci e di crescenti regimi autoritari nonché di democrazie svuotate e poste al servizio di quel pensiero unico liberista che condiziona la vita dei popoli. Uno scenario che, come ha scritto di recente il filosofo Vito Mancuso (“Il bisogno di pensare”, Garzanti, 2017), ha fatto cadere i fondamenti etici da tutti riconosciuti sicché “a creare legami fra gli esseri umani è rimasta solo la forza del denaro…. Questo primato della forza definito da Nietzsche volontà di potenza che ai nostri giorni più prosaicamente si chiama capitalismo”.

C’è allora qualcosa di fondo che non va nelle democrazie, a partire da quelle occidentali, perché, a fronte dell’astratta accettazione in linea di principio di tali forme di governo, esse vengono di fatto private, nel loro vissuto popolare prima ancora che in quello dei gruppi dirigenti, della linfa vitale costituita dai principi ideali e dai valori etici rivenienti dalle grandi tradizioni religiose e culturali. Principi questi che costituiscono il fondamento di quella spiritualità che nella sua proiezione sociale è stata in tempi recenti riproposta da alcune illuminanti testimonianze: da Gandhi (“la voce di nessun uomo potrà mai giungere dove giunge la sottile e silenziosa voce della coscienza”) a Martin Luther King (“Io ho sempre davanti a me un sogno…..che un giorno questa nazione (quell’America oggi guidata dalla cecità spirituale di Trump, n. d. r.) si leverà in piedi e vivrà fino in fondo la verità per la quale tutti gli uomini sono creati uguali”), da Giorgio La Pira (“I profeti del nostro tempo sono coloro che protestano contro lo schiacciamento dell’uomo sotto il peso delle leggi economiche e degli apparati tecnici”) a Nelson Mandela (“La pace è un sogno, può diventare realtà…ma per costruirla bisogna essere capaci di sognare”, dal medico e teologo Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace nel 1952 (“L’ideale è per noi quello che è una stella per il marinaio. Non può essere raggiunto ma rimane una guida”) al poeta indiano Rabindranath Tagore (“Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi destai e vidi che la vita era servizio. Volli servire e vidi che servire era gioia”), dalla filosofa marxista polacca Rosa Luxemburg (“non dobbiamo dimenticare che non si fa storia senza grandezza di spirito, senza una morale elevata e senza gesti nobili”) alla filosofa e scrittrice francese Simone Weil (“Mi sembra duro pensare che il coro delle stelle nei cieli non canti le lodi dell’eterno”) fino alla testimonianza profetica di Papa Francesco (“Solo lo spirito può suscitare la diversità, la pluralità, la molteplicità e allo stesso tempo fare unità”).

Il filosofo francese Paul Valladier nel libro “Lo spirituale e la politica” affronta il rapporto fra l’esperienza spirituale e la gestione della cosa pubblica rilevando che il distacco fra le due realtà ha finito per nuocere a entrambe. Ed è per questo che Valladier auspica un nuovo rapporto fra la spiritualità e la politica nella convinzione che la prima, per realizzarsi compiutamente, deve animare anche la vita pubblica mentre la seconda dal livello della gestione amministrativa deve elevarsi a quello di un responsabile e autorevole “governo degli uomini” rivolto a promuovere il bene comune. Una scelta doverosa in un tempo, come quello che stiamo vivendo, nel quale la legge del mercato si pone come unico criterio regolatore dei rapporti sociali. Aprirsi alla spiritualità può essere allora per la politica la via maestra da percorrere per recuperare la sua dignità ed evitare il suo naufragio.

Brindisi, 31 gennaio 2018

da http://asinistraforum.blogspot.it/2018/02/politica-aprire-alla-spiritualita-per.html

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