
Antonio Greco
C’è un pregiudizio duro a morire, in Italia: che la nonviolenza sia roba per anime belle, per chi non ha mai dovuto guardare in faccia la realtà e non conosce la drammaticità dell’attuale situazione dei tanti conflitti violenti nel mondo. Eppure, il 25 settembre, quando le reti della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato in Parlamento 56 mila firme raccolte per una proposta di legge di iniziativa popolare, quel pregiudizio dovrebbe vacillare un po’. Cinquantaseimila cittadini che si sono presi la briga di firmare, in un Paese dove firmare qualcosa di scomodo costa più fatica che condividerlo distrattamente sui social, non sono un dettaglio folkloristico. Sono un dato politico. La posta in gioco è l’idea di sicurezza.
Nel corso dell’ultimo secolo, in diverse aree del mondo, sono state sperimentate forme di resistenza civile contro regimi autoritari e occupazioni. Mediazione, non collaborazione, boicottaggio, sciopero, disobbedienza civile, astensione collettiva dal lavoro e rifiuto organizzato di collaborare con gli eserciti invasori sono alcune delle tecniche utilizzate.
La proposta chiede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta, che metta a sistema quello che già esiste — Servizio civile universale, Protezione civile, Corpi civili di pace — dentro una cornice comune di prevenzione dei conflitti, mediazione, cooperazione. Non è un’utopia calata dall’alto: è un’attuazione, finalmente presa sul serio, dell’articolo 52 della Costituzione, quello del “sacro dovere di difendere la Patria”. Un articolo che per settant’anni abbiamo letto come sinonimo di naja e fucile, dimenticando che la Costituzione non dice mai “con le armi”. Lo dice la nostra abitudine mentale, non il testo.
Ed è proprio dentro questa faglia — tra quello che la Costituzione consente e quello che la pigrizia interpretativa ha reso automatico — che si inserisce l’altra notizia di questi giorni: alcuni sindaci, sulla scia dell’esperimento avviato per primo dal Comune di Capaci, hanno scritto ai diciassettenni del proprio territorio per informarli di un diritto che quasi nessuno conosce. Ogni anno i Comuni sono tenuti a trasmettere al ministero della Difesa gli elenchi dei ragazzi che entrano nella lista dei “richiamabili” alla leva: obbligo sospeso dal 2005, ma mai abolito, e dunque teoricamente riattivabile. Quei sindaci non stanno facendo propaganda pacifista in classe: stanno facendo il loro mestiere, cioè informare, segnalando che accanto al proprio nome nelle liste di leva ogni giovane può chiedere venga annotata fin d’ora la qualifica di obiettore di coscienza disponibile al servizio civile.
È qui che il pregiudizio si sgretola meglio. Perché non c’è nulla di velleitario nel dire che la difesa di un Paese si può organizzare anche attraverso mediatori di conflitto, squadre di soccorso, competenze diplomatiche e capacità di ricostruzione — cose che, per inciso, servono eccome anche in tempo di pace, mentre i carri armati in garage no.
Cinquantaseimila firme e un buon numero di sindaci che fanno informazione pubblica non cambiano da soli gli equilibri geopolitici. Ma dimostrano che la nonviolenza, in Italia, ha smesso di essere un sussurro ai margini del dibattito.
La proposta chiede un passo ulteriore: trasformare pratiche spesso affidate a singoli e associazioni in una competenza riconosciuta e organizzata dallo Stato.
In tempi di guerre e riarmo, parlare di nonviolenza può apparire fuori dalla realtà. Ma la domanda resta: l’alternativa è davvero soltanto armarsi di più o rinunciare a difendersi? Le oltre 56 mila firme mettono sul tavolo una terza possibilità: difendersi con determinazione, senza mezzi offensivi, con lo stesso rigore della difesa militare: scenari, strategie, formazione, organizzazione, protezione della popolazione e resistenza.
Tra uccidere ed essere uccisi, sostengono i promotori, può esserci una terza strada. Non una scorciatoia, ma una forma diversa di difesa. La nonviolenza, liberata dal pregiudizio di essere sinonimo di debolezza, chiede di essere giudicata per ciò che può concretamente diventare: una strategia di resistenza organizzata, preparata e determinata.
Ora la parola passa al Parlamento.
- pubblicata da Nuovo Quotidiano di Puglia con titolo La difesa non violenta liberata dai pregiudizi il 1 ottobre 2026

