
Antonio Greco
Don Giuseppe Mazzotta: un prete di frontiera negli anni del Concilio e del post Concilio. Ha esercitato dal 1956 al 1971 nella vicina diocesi di Lecce, con importanti incarichi nell’Azione cattolica e nella FUCI, e ha insegnato nel Seminario Regionale di Molfetta. Eppure, non ho mai sentito parlare di lui. È vero che, quando ha lasciato nel 1971, ero prete da appena due anni. Ma non un cenno, non un riferimento, non un’eco della sua vicenda, pur frequentando gli stessi ambienti ecclesiastici. E pur avendo lasciato anch’io l’esercizio del ministero presbiterale nel novembre del 1991.
Negli anni successivi al Concilio, molti sacerdoti, anche italiani e pugliesi, entrarono in tensione con le autorità ecclesiastiche locali e abbandonarono il ministero. A quel “torrente di libertà” scaturito dal “vento innovatore di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II” seguì il ritorno alla grande disciplina ecclesiastica. Con le punizioni e le emarginazioni inflitte a vari pensatori si ottenne la normalizzazione dell’intero corpo ecclesiale e al sogno della radicalità evangelica si sostituì il semplice rigorismo ecclesiastico. Cosicché oggi quel Concilio Vaticano II che per molti diede l’illusione della fine del paradigma Tridentino, la fine della controriforma, in realtà non è stato il superamento ma il compimento del concilio tridentino.
Filo rosso che univa le decisioni di coloro che lasciarono era la convinzione che: “in certe situazioni non si tratta di sapere se riusciamo o no a modificare l’istituzione ecclesiastica, ma di evitare con coraggio che essa ci trasformi”.
A luglio 2026, la casa editrice Nova Delphi ha pubblicato il libro Memorie di un sovversivo1 di Giuseppe Mazzotta, a cura della figlia Vera Mazzotta.
Oltre alla dedica — “A mio padre, per ribellione e giustizia” — Vera firma un’appassionata e rigorosa introduzione al volume, composto da otto capitoli di memorie del padre:
- Prodromi;
- La prima fase del Concilio. Ascesa (1961-1965);
- …fuga in avanti (1966-1967);
- Illusioni e delusioni (1968);
- Il crinale del dissenso (1969);
- Oltranzismo e ripensamento (1970);
- Cambio di prospettive (1971-1972);
- Conclusioni.
La prefazione è di Luca Kocci, che tratteggia il contesto storico nel quale “si dipana l’esperienza sacerdotale-ministeriale, ma anche evangelica e umana, di Giuseppe Mazzotta” (pag. 14). Si tratta di una “memoria e storia che, pur essendo personale e locale, fa parte di un percorso collettivo e assume valore generale” (pag. 7).
Il volume si chiude con la postfazione firmata dal prof. Cosimo Perrotta, che inserisce la storia di Giuseppe Mazzotta, iniziata dagli anni Trenta del Novecento in una zona periferica dell’Italia del Sud, dominata da secoli di arretratezza, e nella Chiesa di Lecce, all’epoca della vicenda, tutta permeata dello spirito del Concilio di Trento (1545-63). Anzi, “la chiesa che don Mazzotta e i suoi sodali, preti o laici, volevano cambiare era persino più arretrata di quella tridentina” (pag. 206).
Perrotta era un sodale di don Giuseppe, che “seguì fino all’ultimo le attività di Rinnovamento Religioso, il gruppo che fondai su sua suggestione, trasformando il Galm2 (Gruppo Assistenza Laici Missionari)” (207), come scrive lo stesso Perrotta.
Perché si definisce “sovversivo”
Il titolo del libro, Memorie di un sovversivo, racchiude entrambi i generi: richiama il titolo del testo originario, scritto a mano da Giuseppe e consegnato alla figlia con il titolo “Mie memorie”. “Sovversivo”, invece, richiama il diario poetico del padre, pubblicato dalla stessa Vera nel 2024 con il titolo “Io sono sovversivo”3. Il termine non va inteso in senso rivoluzionario o violento. Significa “fuori dal coro” e “dai luoghi comuni”. Uomo fuori dall’ordinario, profondamente coinvolto nelle profonde trasformazioni sociali che interpellavano la chiesa italiana.
Per Mazzotta, “sovversivo” significa aver cercato di portare fino in fondo le aperture del Concilio Vaticano II: una Chiesa meno clericale; maggiore partecipazione dei laici; dialogo con la cultura contemporanea; libertà di ricerca teologica; riforma delle strutture ecclesiastiche. Contestava l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione nella scuola laica, la legge sul celibato e il battesimo dato ai bambini. Era a favore del divorzio e per la separazione tra matrimonio civile e matrimonio religioso. Tutto in nome della libertà di scelta.
E questo molto prima della revisione del concordato del 1984 e molto prima della legge sul divorzio del 1974.
Il libro documenta i suoi 13 anni di attività di ricerca teologica, di insegnamento e di attività pastorale rinnovata sganciata da prassi consolidate di collateralismo politico-partitico. Documenta la parresia nei confronti del vescovo e del potere ecclesiastico e, senza compromessi, il peso dato da lui al primato della coscienza. Documenta il perché del suo esodo dopo la sua emarginazione nella chiesa leccese. Esodo che risulta l’atto finale del suo sentirsi “sovversivo”.
Autobiografia e memorie
Autobiografia e memorie non sono lo stesso genere, anche se i confini sono sfumati e, nel linguaggio comune, i due termini vengono spesso usati in modo intercambiabile.
Il volume viene proposto non tanto come semplice autobiografia o documentato memoir, quanto come testimonianza storica sul cattolicesimo postconciliare, in particolare quello della Chiesa leccese guidata dal vescovo Minerva, e sulla vicenda dei sacerdoti che entrarono in conflitto con le gerarchie ecclesiastiche.
Il libro richiede un’intelligenza critica delle fonti del racconto autobiografico di Mazzotta. Mancano ancora studi indipendenti che confrontino le sue memorie con gli archivi della diocesi, del seminario, della FUCI e con la stampa dell’epoca. Sarà proprio questo confronto a permettere di valutare pienamente la portata storica delle sue affermazioni.
I due coautori: Giuseppe e Vera
Giuseppe Mazzotta (1932-2023) ha studiato nel Seminario Minore di Lecce, nel Seminario Regionale di Molfetta e nel Seminario Maggiore di Roma.
Ordinato sacerdote nel 1956, ricoprì, tra gli altri, i seguenti incarichi: direttore della Biblioteca Innocenziana della diocesi di Lecce; docente di teologia dogmatica nel Seminario regionale di Molfetta; direttore spirituale; responsabile di pastorale; cappellano universitario; assistente di associazioni cattoliche femminili; assistente della FUCI; membro del Consiglio pastorale diocesano; insegnante di religione.
Con “travaglio” e “paura” ha lasciato il sacerdozio nel 1970, dopo molti tentativi per farlo rientrare nell’ovile, con la motivazione che bisognava combattere dall’interno della realtà ecclesiastica (“Nella Chiesa o te ne vai o ti cacciano”, scrive Mazzotta. – pag. 191).
Dopo un processetto curiale “farsa”, il 10 novembre 1972 ha ottenuto il rescritto della riduzione allo stato laicale. Si è laureato in filosofia alla Statale, ha vinto il concorso per l’insegnamento nella scuola e, successivamente, quello di preside nelle scuole di Tivoli e dintorni. La moglie Rosy e le due figlie gli erano attaccatissime.
Vera Mazzotta, figlia di Giuseppe e pianista, si è diplomata brillantemente in pianoforte e musica da camera presso il Conservatorio Santa Cecilia (RM). Ha conseguito con lode il Biennio specialistico di II livello presso il Conservatorio ed è laureata con lode in Filologia Classica.
Vera è una studiosa specializzata sul valore della memoria documentata, sull’uso degli archivi e sulla necessità di ricostruire vicende cancellate o dimenticate.
Con questa sua specializzazione si approccia alle memorie del padre, “al di là della partecipazione emotiva, di riconoscimento intellettuale, di rilettura della vita e del ‘sé’ di figlia che legge le memorie del proprio padre nelle quali gli stati d’animo si confondono tra nostalgia, speranze, sogni, rabbia, disillusione, delusione, affetto” (pag. 17).
La damnatio memoriae e non solo
È il rendersi conto che il suo nome non compare in nessun atto riguardante gli ambiti e le attività nei quali aveva operato per tredici anni ad aver spinto l’autore a scrivere le sue puntigliose memorie.
Scrive Mazzotta:
“Nella Chiesa, l’obliterazione, la damnatio memoriae, è stata sempre, e continua a essere, la prima e fondamentale norma istituzionale. Tentativo disonesto, immorale, per conservare l’apparenza di continuità ortodossa, verginità di pensiero e soggezione di vita. Damnatio memoriae e silenzio sono il modo moderno, non cruento, di addomesticare la storia a proprio vantaggio… Questo trattamento applicato agli scomunicati, ai condannati, alle idee riprovate, alle opere giudicate pericolose una volta messe all’indice, ai preti che, per punizione o per scelta, hanno abbandonato lo status clericale. Cancellando le tracce di una persona e della sua esistenza spariscono anche quelle di azioni, attività, idee. Ma la damnatio memoriae, rigorosissima, applicata a quanti a giudizio del potere hanno dato in qualche modo fastidio, anche se hanno fatto miracoli, hanno precorso i tempi, è una delle più infamanti vergogne che continua a caratterizzare l’ipocrisia istituzionalizzata, resa dogma. Non poche volte, per scelta o per caso, ho reincontrato gli ambiti di cui allora facevo parte. Io non c’ero, non ero mai esistito. (…) Laurea in Teologia, collaborazioni, pubblicazioni, il mio nome era sparito. Sparito anche dall’elenco degli ex alunni del Seminario. Non hanno potuto cancellare quello che era già stampato e, forse, i documenti di archivio. È capitato a centinaia di persone, da sempre” (pag. 23).
“Un gesto vigliacco”, sostiene Perrotta, “anche perché Giuseppe se n’era andato su sua richiesta e, alla fine, con il consenso delle autorità ecclesiastiche” (pag. 208).
Il fenomeno è reale e documentato: molti ex sacerdoti raccontano di essere stati progressivamente “cancellati”: tolti dagli annuari diocesani, rimossi dalle foto di gruppo, non più menzionati nelle omelie commemorative, esclusi dagli inviti a eventi comunitari che un tempo li vedevano protagonisti.
Questa prassi soffre di una grave incoerenza teologica. Se la Chiesa insegna che l’ordinazione sacerdotale imprime un carattere ontologico indelebile, la prassi di trattare un prete che lascia come se non lo fosse mai stato, o come se la sua vicenda fosse qualcosa da rimuovere, contraddice il proprio impianto dottrinale.
Non si può insegnare l’indelebilità del carattere sacro e poi comportarsi come se quella storia dovesse essere dimenticata.
Il termine tecnico canonico è “riduzione allo stato laicale”: una formula che, indipendentemente dall’intenzione giuridica, comunica un’idea di declassamento, di punizione, anche quando la richiesta nasce da una sofferenza personale genuina — crisi di fede o conflitto di coscienza — e non da una colpa.
Più appropriata sarebbe l’espressione “riappropriazione dello stato laicale”, cioè, in termini teologici, “mi basta il battesimo”.
La Chiesa ha riti per ogni passaggio della vita, ma non ne ha uno pubblico e dignitoso per chi lascia il ministero. Questo vuoto liturgico e comunitario è esso stesso un messaggio: si tratta di qualcosa di cui non si parla, non di una transizione da accompagnare.
Il silenzio e la cancellazione comunitaria non sono neutrali, ma vengono percepiti da chi li vive come una pesante espulsione, il cui costo umano ricade sul singolo.
Giuseppe, che ha dato tredici anni della propria vita alla struttura ecclesiastica, si è trovato senza una rete di sostegno economico, psicologico o relazionale nel momento dell’uscita, mentre l’istituzione, che aveva beneficiato del suo servizio, si è defilata.
La damnatio memoriae, quindi, non è solo simbolica: ha conseguenze materiali su persone che durante il ministero avevano rinunciato a costruirsi altrove una vita professionale e affettiva ordinaria.
Colpisce il contrasto con la gestione, storicamente più protettiva, di casi di abusi o di cattiva condotta, nei quali per lungo tempo la priorità istituzionale è stata quella di evitare lo scandalo pubblico piuttosto che la trasparenza. Chi lascia per una scelta di coscienza, invece, non minaccia l’immagine dell’istituzione nello stesso modo; eppure, riceve un trattamento di rimozione sistematica. Questo suggerisce che la logica sia, in primo luogo, quella della gestione dell’immagine istituzionale.
Sapere che l’uscita comporta una cancellazione sociale scoraggia chi sta vivendo una crisi dal parlarne apertamente per tempo, spingendo verso soluzioni tardive, segrete o più dolorose, compreso il restare “internamente” mentre si è già usciti spiritualmente.
Un’istituzione che si dice madre dovrebbe temere più il silenzio sofferto dei propri membri che la loro uscita dichiarata.
Cui prodest?
A chi giova la pubblicazione delle memorie di Mazzotta? Se lo chiede Vera nell’introduzione.
A sé stessa, in primis. Ma anche a chi, “leggendo questa vicenda, riesce a farsi coinvolgere, riesce ad arrabbiarsi, indignarsi, mobilitarsi”.
Sostiene Vera: “Queste pagine sono il frutto di un senso di giustizia che reca la volontà di restituire quanto la stupidità della società di allora gli ha negato” (…). È nel raccontare e nello scriverne, lui allora, io oggi, e nel farne partecipi altri, che il senso di giustizia può esplicitarsi” (pag. 20).
Giuseppe e Vera hanno fatto benissimo a scrivere questo libro, interessante, intenso, appassionato. È un libro da leggere e da diffondere.
Ma la domanda è: “Giova alla Chiesa di oggi? Sarà letto dal presbiterio di Lecce che ha avuto Giuseppe come confratello? Di cosa c’è bisogno perché anche questo libro non subisca la damnatio memoriae?”
Un esercito senza peso
Una delle cifre più frequentemente citate proviene da dati trasmessi dalle diocesi alla Santa Sede: nel mondo, tra il 1964 e il 2004, si stima che circa 69.063 sacerdoti cattolici avrebbero lasciato il ministero4.
In Italia, nel 2007, il sociologo italiano Giuseppe Giordan5 osservava che, nonostante in Italia vi fossero allora circa 8.000 ex sacerdoti, mancavano studi scientifici aggiornati e sistematici sul fenomeno. La sua ricerca rappresentava quindi un primo tentativo di colmare questa lacuna.
Cosa è successo nella vita di questi uomini? Impossibile dare una risposta a questa domanda. Una cosa accomuna, però, quasi tutti ed è il silenzio, l’emarginazione, l’allontanamento e la cancellazione dalla vita ecclesiastica.
Quando un prete lascia, la reazione del corpo presbiterale, ma anche quella del corpo laicale, tende a isolare l’episodio, trattandolo come qualcosa che avviene in una dimensione individuale.
Raramente, quasi mai, si arriva a mettere in discussione l’immagine sacrale del presbiterato cattolico e la teologia che la sostiene: quella teologia che spesso, di fatto, produce e alimenta solitudine e che, da questa solitudine, fa discendere un intero apparato normativo: celibato, disponibilità totale, obbedienza a una mobilità decisa da altri, appartenenza totalizzante.
Va detto senza troppi giri di parole: pochi ideali sono esaltati con tanta enfasi e, insieme, disattesi con tanta frequenza quanto quello della figura del prete e della “famiglia del presbiterio”.
Se esci da questa famiglia, non esisti più, perché rompi un mito sacrale che, per reggersi, ha bisogno che l’uomo reale, con i suoi bisogni, i suoi legami e la sua finitezza, venga in qualche misura sacrificato.
Ma è questa la via proposta dal Vangelo di Gesù di Nazareth?
A me sembra che si tratti piuttosto di un’idealizzazione sacrale volta a tenere in piedi un’istituzione sacrale.
Mazzotta ha subito una damnatio memoriae. Nei metodi ecclesiastici del passato, il libro delle sue memorie avrebbe forse subito l’onta della messa all’Indice. Oggi, per dimenticare un libro, basta non leggerlo e non farlo leggere.
“Giustizia” nei confronti di Mazzotta, per quello che ha fatto ed è stato per la vita della Chiesa leccese e regionale, sarebbe che un seme della sua sofferta esperienza “sovversiva” — insieme a quella di tante silenziose fuoriuscite! — raccontata in questo libro, attecchisse nella sua ex “famiglia presbiterale”.
Ma il libro non riguarda soltanto gli affari dei preti. È rivolto anche alla necessaria maturazione, più adulta, della coscienza laicale verso questo enorme problema.
Dolorosa e coraggiosa è l’osservazione di Perrotta sull’atteggiamento tenuto dai laici dopo l’esodo di Mazzotta:
“Noi laici ci allontanammo alla spicciolata, ognuno seguendo la propria strada, privata e professionale. Senza volerlo, senza rendercene conto, lasciammo solo Giuseppe Mazzotta a combattere e a trattare con il vescovo e i suoi sicofanti. Mentre noi laici non pagammo, per così dire, nessuna penale, Giuseppe — come gli altri preti — dovette affrontare la via crucis della ‘riduzione allo stato laicale’ sotto ‘la spada di Damocle’ (espressione sua) del Concordato di allora, che lo lasciava per sempre alla mercè del vescovo” (pag. 207).
È ancora un’altra utopia pensare che non la vita di Mazzotta, ma il racconto di essa possa essere sovversivo?
La mancanza di volontà di riforma della Chiesa
È nota la tesi che persone e gruppi innovatori nella Chiesa italiana dopo il Concilio sono stati dimenticati e cancellati perché elitari e non popolari. Anche le esperienze elitarie, intellettuali, cenacolari (come forse è stata quella di Mazzotta) meritano sempre e comunque di essere ricordate se sono state sinceramente e intensamente vissute.
Dalla fine del Vaticano II, dal 1972, anno in cui Mazzotta ha lasciato, sono successe molte cose nella Chiesa italiana. Il rinnovo del Concordato nel 1984, fra l’altro, non ha dato ai preti italiani la possibilità di scegliere di vivere con il finanziamento del tempio o di vivere con il frutto del proprio lavoro, come fanno tanti laici. Ora i preti italiani fanno necessariamente parte di un sistema, l’Istituto Sostentamento Clero. Per i preti, al di là degli aspetti burocratici e la eliminazione del terribile articolo 5 del Concordato lateranense del 19296, nulla è cambiato da allora: tutto dipende dal sistema che li vincola. Appare blindata la struttura clericocentrica e maschile della chiesa italiana.
Purtroppo, dopo 55 anni dalla vicenda che Giuseppe racconta nelle sue Memorie, rimane ancora oggi la frustrazione per la mancanza di volontà di riforma di strutture che hanno reso impossibile a Mazzotta e a tanti altri vivere la vocazione presbiterale con libertà evangelica.
29 agosto 2026
1 Giuseppe Mazzotta, Memorie di un sovversivo, Nova Delphi, Roma, 2026, pp. 214
2 Il gruppo leccese, formato da giovani laici, “aveva fondamentalmente interessi e motivazioni socioculturali ma, nel 1966-69, accentuò sempre di più quelli religiosi sia teorici e sia pratici, fino ad assumere, almeno a Lecce, una fisionomia molto simile ai gruppi spontanei religiosi” (pag. 88). Il prof. Cosimo Perrotta, già docente di Storia del Pensiero Economico presso l’Università del Salento, era stato fondatore del gruppo.
3 Interessante è la presentazione che Vera ha fatto al diario poetico “Io sono sovversivo”, pubblicato nel 2024, e che si può leggere qui: https://store.youcanprint.it/io-sono-sovversivo/b/337e868b-c427-5929-95dd-a5647c137926
4 Cifra riportata in una ricostruzione pubblicata dal numero del 21 aprile 2007 de La Civiltà Cattolica
5 Giuseppe Giordan, Vocation and vocational “crisis”: A study of Italian former priests, in Padua Research Archive – Institutional Repository, 2007.
6 L’articolo 5 del Concordato lateranense del 1929 stabiliva che nessun ecclesiastico poteva essere assunto o rimanere in un impiego dello Stato o di enti pubblici senza il nulla osta dell’Ordinario diocesano (il vescovo). Di tale norma è stata una nota vittima Ernesto Buonaiuti, nella prima metà del Novecento.

