
TERZA PARTE
Antonio Greco
Dopo la segnalazione di due libri sulla necessità dei cambiamenti strutturali per la chiesa cattolica, si pone una storica questione: conversione personale prima di tutto o cambiamenti istituzionali senza i quali la Chiesa è destinata a suicidarsi?
La posizione “conversione personale prima di tutto” essenzialmente sostiene che le istituzioni sono fatte di persone: cambiare le strutture senza cambiare i cuori produce solo nuove forme della stessa corruzione o mediocrità spirituale.
Il rischio di un’enfasi eccessiva sulle riforme istituzionali è il “pelagianesimo strutturale”: credere che basti cambiare le regole per cambiare la sostanza.
La posizione “senza riforme istituzionali la Chiesa si autodistrugge” argomenta che le strutture di potere, se non riformate, finiscono per proteggere sé stesse anziché la missione.
Alcune strutture (concordati, governance, ruolo delle donne, gestione finanziaria, selezione della gerarchia, trasparenza) producono conseguenze concrete indipendentemente dalla santità individuale dei singoli membri: un sistema opaco genera opacità anche con persone oneste dentro.
Il livello culturale: la colonizzazione consumistica
Ma in questo dibattito sfuggeun terzo punto che effettivamente rischia di rimanere schiacciato nella dicotomia conversione/struttura: il livello culturale, che non coincide né con la coscienza individuale né con le strutture istituzionali, ma le attraversa entrambe e le precede.
La cultura non è una struttura ecclesiale (non è un canone, un dicastero, una prassi curiale) né semplicemente un dato soggettivo. È piuttosto un immaginario condiviso, una griglia di significati e desideri che precede sia le scelte individuali sia le decisioni istituzionali, orientandole silenziosamente. Non un’idea che si professa, ma uno sfondo che si respira, spesso senza accorgersene.
Questo spiega perché puoi avere:
- credenti sinceramente convertiti nel foro interno, che pregano, si confessano, sono generosi — ma che vivono la fede come un prodotto tra gli altri nel supermercato delle opzioni esistenziali;
- strutture ecclesiali formalmente riformate, sinodali, trasparenti — ma che nella prassi quotidiana funzionano secondo logiche manageriali, di marketing, di performance numerica (i grandi eventi come spettacolo, la pastorale misurata in follower, l’omelia come contenuto da consumare).
Se il problema è culturale, allora né la conversione individuale né la riforma delle strutture, prese isolatamente, possono bastare, perché entrambe vengono già plasmate dalla stessa cultura che respirano.
Il libro “Liberi dal pensiero unico. La rivoluzione culturale della spiritualità”[1]
È un piccolo testo scritto da Maurizio Pallante[2], “un eretico e un irregolare della cultura”.
Il saggio è composto da sette piccoli capitoli, oltre a una introduzione: 1. Spiritualità e consumismo; 2. Pier Paolo Pasolini: «Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi»; 3. La duplice profezia di Pasolini sul futuro della Chiesa cattolica; 4. Il totem del Prodotto Interno Lordo e le quattro assurdità che ne conseguono; 5. Contro l’antropocentrismo; 6. Progresso e sviluppo; 7. Il grande reset che incombe sulla specie umana.
Segnaliamo e ci soffermiamo sul secondo e terzo capitolo di questo saggio.
Pasolini: il consumismo come mutazione antropologica
Pallante prende le mosse da una tesi di P.P. Pasolini che ancora oggi disturba.
Pasolini, soprattutto negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane (1975), sostiene che il consumismo non è “un vizio”, è un potere totalitario più efficace del fascismo, perché non impone un’ideologia dall’esterno ma rifà l’uomo dal di dentro, nei suoi desideri, nei suoi gesti, nel suo corpo stesso. Il fascismo, dice Pasolini, non era mai riuscito a “toccare l’anima” degli italiani; il consumismo invece sì — ha prodotto quella che lui chiama “omologazione”: italiani del Nord e del Sud, cattolici e comunisti, che finiscono per desiderare le stesse cose, muoversi allo stesso modo, avere gli stessi corpi (l’articolo sui capelli lunghi, sull’aborto, sulla televisione come “cattivo maestro” sono tutti tentativi di mostrare questa uniformazione dei corpi e dei desideri).
Pasolini sostiene che questa mutazione ha investito anche la Chiesa e il clero stesso. Un clero che ha interiorizzato gli stessi valori consumistici dei laici — la stessa fame di visibilità, di linguaggio pubblicitario, di semplificazione mediatica del messaggio. Per Pasolini questo è più grave di una crisi morale: è una sostituzione antropologica, in cui i “valori” cristiani non vengono negati ma svuotati e riempiti di un contenuto diverso, restando formalmente intatti.
Questo è precisamente il “terzo livello” della domanda iniziale: non basta la conversione (perché anche il convertito pensa e desidera dentro categorie consumistiche) né la riforma delle strutture (perché anche le strutture riformate comunicano e operano con gli stessi codici pubblicitari).
Il libro di Pallante sostiene che nelle società che orientano l’economia alla crescita della produzione di merci, il consumismo non è un vizio privato ma una virtù pubblica, perché se la domanda non crescesse insieme all’offerta si innescherebbe una crisi produttiva e occupazionale progressiva. Da qui la sua tesi centrale: l’atto di acquistare ha travalicato la sua funzione utilitaristica diventando un valore in sé — non importa cosa si compra, importa che si compri, riassunto nello slogan che cita ironicamente, “Shopping is life”.
Il centralismo della civiltà dei consumi, interiorizzata e vissuta come libera scelta dall’uomo moderno, è il nuovo potere che ci domina. Ed è un potere che si fa beffa di qualsiasi ideologia del passato. È totalitario, violento, falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai, corruttore, degradante e, soprattutto, irreligioso e se la ride del Vangelo.
La Chiesa non viene “sconfitta” da un nemico esterno (il comunismo, il secolarismo o l’ateismo), ma resa superflua perché il nuovo potere dei consumi produce da solo l’obbedienza e il conformismo per cui prima aveva bisogno della cooperazione ecclesiastica.
La Chiesa non viene attaccata frontalmente, viene semplicemente resa residuale, superata da un potere che non ha più bisogno della sua sacralità per funzionare — perché ha trovato uno strumento di controllo molto più efficace: il consumo stesso. I vecchi valori sopravvivono solo nel “clerico-fascismo emarginato”, cioè in una nicchia residuale, non più al centro del sistema.
E quindi chiese vuote, riti religiosi ridotti a folclore. Se rimangono in vita è solo per il loro aspetto consumistico-commerciale. Ma tutto spinge a ignorare le aberrazioni insite nell’attuale modello economico e progressivo, costruito in questi anni, osannato da tutti negli ultimi 60 anni: dalla destra perché fa crescere i profitti dei pochi ricchi, dalla sinistra perché fa crescere il benessere materiale delle classi sociali più povere, dalla chiesa cattolica perché dalla storica alleanza con le classi dominanti si illudeva e si illude di ottenere un consolidamento della sua egemonia culturale sul popolo.
La proposta di Pallante
Seguendo Pasolini, Pallante sostiene che la Chiesa cattolica dovrebbe porre, in modo critico, sé stessa all’opposizione di questo potere consumistico, che l’ha cinicamente abbandonata e la sta riducendo, senza tante storie, a puro folclore accanto a tanto altro folclore. “E’ questo rifiuto che potrebbe simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo, o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi”.[3]
Alla diagnosi, molto pessimista di Pasolini, Pallante indica una via d’uscita. Non un ritorno nostalgico né una nuova ideologia, ma la riscoperta della spiritualità come pratica quotidiana di sottrazione al consumo compulsivo.
Pallante invoca dunque un ritorno alla pratica religiosa confessionale-istituzionale (in calo progressivo) o, almeno, a una qualche forma di religiosità panteistica? No. Egli pensa a una spiritualità laica che si fonda sulla “capacità di cogliere la meraviglia racchiusa nell’ordinario della vita: in ogni fenomeno naturale, nei paesaggi, nelle stagioni; è la capacità di percepire i legami di reciproca interdipendenza che connettono la specie umana con tutte le altre specie animali e vegetali, d’immedesimarsi nella sofferenza e nella gioia di altri esseri viventi. La spiritualità fa perdere la cognizione dello spazio e del tempo ascoltando una sinfonia, incantandosi davanti a un quadro, leggendo una poesia, impegnandosi a capire una scoperta scientifica, meditando, pregando se si ha una fede” (pp. 15 – 16).
“Gli esseri umani non hanno soltanto esigenze materiali. Le esigenze spirituali hanno un’importanza molto maggiore per il loro ben-essere. A meno di credere che ricevere una pensione come vedova di guerra dia più gioia che avere accanto il marito” (pag. 129).
Il titolo del libro di Pallante accosta la spiritualità alle parole libertà e rivoluzione culturale. Ritrovare la spiritualità è atto di disobbedienza civile al pensiero unico del consumismo che ci incatena a una logica ripetitiva e dannosa, non solo all’ambiente, una anche alla società stessa. In questo senso, ritrovare la spiritualità rende liberi e dà la capacità di scelta di ciò che è davvero utile alla propria vita.
In sintesi, Pallante sostiene:
- la cultura “consumistica”, che ha fiaccato tutti, si combatte con la rivoluzione culturale della spiritualità che cittadini laici o credenti mettono in atto;
- la Chiesa cattolica sarà evangelicamente “lievito” se si mette all’opposizione di questo potere culturale, rinunciando a tutti suoi privilegi istituzionali a cui si è aggrappata e riportando all’essenziale del Vangelo le sue strutture interne;
- l’economia ha bisogno di una serie di proposte strutturali (abbattimento del totem del P.I.L., alcuni reset per cancellare verità ritenute ineluttabili senza esserlo …ecc.).
Proposte chiare e precise, anche se non facili da attuare.
Al termine della lettura del libro, seguendo l’insegnamento di Michele Di Schiena, mi pongo un interrogativo: come la spiritualità, se non vuole essere una proposta solo per anime belle ma per spiriti liberi, indignati, combattenti (anche perché il fango è al livello della testa), possa incidere su “una riforma radicale della politica per restituirla al confronto fra grandi opzioni ideali diverse e alla competizione leale fra modelli di organizzazione sociale ed economica alternativi. Bisogna riscoprire la lotta competitiva perché senza questo ingrediente la lotta politica diviene l’esercizio del nulla, la palestra di tutte le truffe, lo spazio occupato da quanti cercano il potere per voglia di potenza e di dominio”[4]?
A questo interrogativo il saggio di Pallante non sembra dare una risposta. La riflessione deve continuare.
Antonio Greco
[1] Maurizio Pallante, Liberi dal pensiero unico. La rivoluzione culturale della spiritualità, Lindau, Torino, 2024, pp. 130.
[2] Laureato in lettere, si occupa di economia ecologica e tecnologie ambientali. Nel 2007 ha fondato il Movimento per la decrescita felice. Ha pubblicato molti libri con la stessa casa editrice Lindau.
[3] P.P. Pasolini, 22 settembre 1974. Lo storico discorsetto di Castelgandolfo, in Scritti corsari, Garzanti, Milano 1977, pp.96-97.
[4] Cfr. Michele Di Schiena, Il mondo e la politica hanno bisogno di Dio, Nuovo Quotidiano di Puglia del 13 luglio 2019. chromeextension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.archiviodischiena.it/wp-content/uploads/2022/11/20190713-QUOTIDIANO_-il_mondo_e_la_politica_hanno_bisogno_di_Dio-MDS.pdf

