
Antonio Greco
INTRODUZIONE ALLA TRILOGIA
“E forse la domanda più radicale che oggi un credente dovrebbe porre non è quale futuro attenda il mondo, ma quale futuro possa avere una Chiesa che continua a chiedere conversione a tutti senza trovare il coraggio di convertirsi essa stessa. (…)
Da una parte si ascoltano parole solenni sulla guerra, sulla pace, sulle disuguaglianze, sulle polarizzazioni del mondo, sulla solitudine delle persone, sulla crisi della famiglia, sul rispetto delle minoranze e persino sull’ostilità verso la Chiesa.
Dall’altra, però, non emerge alcuna volontà di affrontare la questione più decisiva, quella che riguarda la natura stessa dell’istituzione ecclesiastica: il suo modello di governo, la concentrazione del potere, l’assolutismo della gerarchia e la sostanziale esclusione del Popolo di Dio da ogni reale processo decisionale. (…)
Si organizzano sinodi, assemblee, consultazioni, percorsi di ascolto. Ma quando si arriva al momento delle decisioni tutto rimane esattamente dove si trovava prima. Nessun organo rappresentativo dotato di reale potere deliberativo. Nessuna elezione democratica dei vescovi. Nessuna partecipazione effettiva delle comunità locali. Nessun controllo sul potere centrale. Nessuna revisione del diritto canonico che trasformi realmente la struttura della Chiesa. (…)
La credibilità della Chiesa del XXI secolo non dipenderà dalla quantità dei suoi documenti, dei Concistori o delle sue dichiarazioni. Dipenderà dalla capacità di riconoscere che il problema non è soltanto il mondo moderno, ma anche una struttura ecclesiastica che, nei secoli, ha finito per identificare la fedeltà al Vangelo con la fedeltà all’istituzione”1.
Sono d’accordo con Gianni Urso2: è venuta meno qualsiasi forma di attenzione critica e di consapevolezza di quanto la gabbia della struttura ecclesiastica attuale ostacoli la credibilità di coloro che sia nella vita privata che nella vita pubblica continuano a dirsi cattolici. Perché?
In questi giorni ho finito di leggere in modo coordinato e in sequenza tre testi:
- un testo che narra le vicende della revisione dei patti concordatari tra Stato e Chiesa del 1984, patti che riguardano le strutture portanti economiche e sociali del cattolicesimo italiano;
- un testo che affronta il problema della irrilevanza delle donne in una struttura in cui il potere è tutto maschile e clericale e dell’uguaglianza battesimale e diseguaglianza ministeriale nella chiesa;
- un testo che, secondo me, può spiegare come alla base di questa scarsa attenzione ai problemi strutturali ecclesiastici, anche da parte laica, c’è una spiegazione culturale: il pensiero unico che ha reso prigionieri tutti, sia la chiesa che le forze politiche e sociali.
Ne ripropongo brevi sintesi, una alla volta.
1 Gianni Urso, Il concistoro parla di pace. La Chiesa tace sul suo potere, in Adista n. 27 del 18/07/2026, pag. 10.
2 Cristiano laico impegnato, scrive sulla sua pagina Facebook “La Chiesa che vorrei”.
PRIMA PARTE
Laicità tradita – La revisione dei patti tra Stato e Chiesa in Italia (1967-1984)
È un testo di Giambattista Scirè sugli attuali privilegi ecclesiastici1, pubblicato da Carocci nel maggio del 2025.
Lo studio affronta la storia della revisione del Concordato, firmato a Villa Madama il 18 febbraio del 1984 da Bettino Craxi, presidente del Consiglio, per lo Stato italiano e dal card. Agostino Casaroli, per il Vaticano.
La ricerca storica è una storia sociale della revisione concordataria. Scirè va oltre il punto di vista giuridico e istituzionale e “si focalizza sul vissuto, sulla società religiosa, da un lato, e sulla società civile dall’altro, sui rituali e simboli dell’una e dell’altra parte” (pag. 8).
La narrazione, di 126 pagine, è coinvolgente, le fonti sono prevalentemente le carte private dei vari protagonisti (lettere, diari, appunti personali) e l’analisi è accurata.
È composto da una introduzione, da una conclusione e da 13 capitoli: 1. Dal Regime fascista all’Assemblea costituente; 2. Dalla Costituente al Consilio Vaticano II; 3. A cavallo della legge sul divorzio; 4. Un’allegra comitiva di “mangiapreti”; 5. I “revisionisti” cattolici e i segreti dei comunisti; 6. Il nodo del referendum; 7. Anticoncordatari di destra e “integralisti” di sinistra; 8. La giravolta dei socialisti e gli eccessi radicali; 9. Il Concordato in televisione; 10. Craxi il decisionista; 11. La spina nel fianco degli indipendenti; 12. Scosse nella Chiesa; 13. Verso l’accordo di Villa Madama.
Le due tesi principali sostenute da Scirè sono:
- “nonostante la presenza di una situazione sociale, politica ed ecclesiale in linea di massima favorevole al superamento della logica concordataria e degli stessi patti e malgrado un ventennale dibattito caratterizzato da una varietà di posizioni e sfumature diverse, alla fine si giunge a un nuovo accordo tra vertici tra i due Stati sovrani” (pag. 13), caratterizzato dall’assenza della base, cittadini e fedeli. Un evento fatto passare per epocale ma che la società italiana ha avvertito solo marginalmente;
- riprendendo gli studi storici di Daniele Menozzi e Giovanni Miccoli, Scirè sostiene che il nuovo accordo concordatario contiene una serie di cedimenti clericali: dalla supremazia del cattolicesimo rispetto agli altri «culti ammessi» (una sorta di fedi di serie B) al mantenimento dei cappellani militari inquadrati nelle forze armate e stipendiati come ufficiali e sottufficiali, dagli insegnanti di religione cattolica nelle scuole assunti dai vescovi e pagati dallo Stato alla serie di privilegi ed esenzioni fiscali concesse agli enti ecclesiastici, fino al sistema dell’otto per mille.
Conclude Scirè: “A differenza del 1948, quando l’accordo sulla costituzionalizzazione del Concordato (o meglio sul procedimento bilaterale di revisione) fu dettato dalla necessità di garantire lo sviluppo della vita democratica e la pace religiosa nel paese, nel 1984 la riproposizione di quel patto ha rappresentato (…) -come ha rimarcato lo storico Daniele Menozzi- un evidente arretramento sul piano della laicità, in una società completamente mutata. (…) E parafrasando Giovanni Miccoli: il nuovo Concordato è stato un atto compiuto con grande ritardo rispetto alla maturazione della società, sia sul versante statale che sia sul fronte ecclesiale, per la sostanziale subalternità del laicato alla gerarchia ecclesiastica” (pag. 119).
Oggi, dopo 42 anni, del nuovo Concordato del 1984 nessuno parla, nessuno discute. Eppure, ci fu un tempo in cui il tema della revisione o soppressione del Concordato era molto “popolare”. Penso al 1977: il 12 febbraio di quell’anno, i radicali formalizzavano alla Camera la proposta di referendum per l’abrogazione della legge del 1929 che recepiva i patti lateranensi. Furono raccolte, in breve tempo, più delle 500 mila firme necessarie. Un anno dopo, febbraio 1978, la Corte Costituzionale dichiarava inammissibile la richiesta radicale di abolizione del Concordato. Secondo i radicali la Corte, con la dichiarazione di inammissibilità, aveva “assassinato” la Costituzione.
Scirè riporta, su questa decisione dei giudici, due critiche molto pacate delle due aree culturali, quella di Lelio Basso, laica, e quella del teologo Giuseppe Ruggiero, cattolica.
Basso scriveva: “Sono sicuro che se una discutibile sentenza della Corte costituzionale non avesse impedito lo svolgimento del referendum sulla legge di applicazione, quel referendum, come è accaduto per altri, avrebbe mostrato che la coscienza popolare non corrisponde a quello che i partiti spesso riflettono in Parlamento”2.
Il teologo Giuseppe Ruggieri “evidenziò come lo Stato, ovvero il governo e le forze politiche, preferisse trattare non con le forze reali cattoliche presenti nella società civile, piuttosto con la burocrazia vaticana, la quale, solo attraverso molti passaggi, e non tutti facili da dimostrare, poteva considerarsi rappresentativa della Chiesa italiana”3.
Nel 1978 Basso sosteneva con convinzione: “Oggi è sempre più diffuso tra i laici il sentimento che il Concordato è una umiliazione per lo Stato e tra i cattolici che esso è una umiliazione per la stessa Chiesa”.
Oggi quel fuoco del referendum si è spento. Nessuno è interessato a riaccenderlo. Non lo Stato italiano con l’attuale sistema politico incapace da anni ad avviare un processo di vere e incisive riforme per cambiare davvero il paese. Non l’attuale Chiesa cattolica italiana che “gratta gratta, dietro i grandi discorsi ideali c’è sempre la roba che comanda”.
Un varco per la revisione dell’attuale ordinamento dell’insegnamento della religione nella scuola è stato aperto, nell’autunno 2024, da mons. Derio Olivero4 per la CEI, con il sostegno a un dossier redatto da un “Gruppo per un nuovo insegnamento della religione a scuola”5. Dopo quasi due anni il dossier è rimasto chiuso nei cassetti della Cei.
La Cei ha ipotizzato anche la smilitarizzazione dei cappellani militari. Un’ipotesi che sembra ovvia per la coscienza di molti credenti. Eppure, l’Ordinariato Militare ha sfidato la Cei con la sfilata il 2 giugno ai Fori Imperiali, per la prima volta, dei cappellani militari «in veste talare con stellette, fascia, basco nero con fregio dell’Ordinariato militare e guanti neri»6. In linea e in perfetta sintonia con quanto sta accadendo, politicamente in Italia e nel mondo.
È stato scritto: “Non mi sono meravigliato, perché quello che sta accadendo nell’Ordinariato è in linea e in perfetta sintonia con quanto sta accadendo in Italia e nel mondo. La mancanza di “spessore” e il vuoto che ci circonda crea spazio per gli imbecilli che sulla pelle degli altri curano soltanto i propri interessi, e quelli della ristretta cerchia che servilmente gli sta intorno”7.
(CONTINUA)
1 Ricercatore di storia contemporanea all’università di Catania, autore di importanti volumi sul divorzio, sull’aborto e sulla Sinistra indipendente
2 L. Basso, Muore la Chiesa dei potenti, nasce la Chiesa dei poveri, in “Bozze”, nn. 1-2/1978, pp.122-131.
3 G. Ruggieri, “La Camera. Molto curandosi dell’infallibilità del papa…”, in “Bozze”, nn. 1-2/1978, p.132.
4 Vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Cei.
5 Pubblicato sul n. 4/2026 della rivista il Regno.
6 Cfr. Luca Kocci, Cappellani militari: a carico dello Stato (anche) ostie e paramenti, Adista, n.4/2026.
7 Armando Poggi, Pagammo di persona per liberare l’annuncio, Adista-Documenti, pag. 11, n. 26/2026.

