TUTTO É VITA

“LA SPIRITUALITÀ CON L’ABITO DI TUTTI I GIORNI”

Antonio Greco

Sandro Spinsanti, noto per gli studi, la ricerca e l’insegnamento di bioetica, nella primavera della vita di studioso si è laureato e ha praticato la teologia e la psicologia. Oltre a centinaia di editoriali, articoli e saggi, ha pubblicato più di 40 testi. Ora che “la parabola della vita declina inevitabilmente verso la fase degli “anni testamentari”[1], è tornato ai primi amori di ricercatore e ci ha regalato in questi giorni di inizio gennaio 2022, «un libretto», “La spiritualità con l’abito di tutti i giorni[2], sintesi testamentaria della sua ricerca sulla spiritualità, iniziata con il concilio Vaticano II, inizialmente approdata nella stesura di alcune voci del Nuovo Dizionario di Spiritualità[3], ed ora nella collana “tutto è vita” della storica e gloriosa Libreria Editrice Fiorentina.

Sono tanti coloro che oggi tagliano, per ragioni biografiche ma anche storico-culturali, il cordone ombelicale con le chiese-utero e abbandonano la culla della religione. Molti continuano a vivere senza orizzonti, altri compiono un esodo, attraversando un deserto che può durare anche quaranta anni, verso una generica “spiritualità”, sempre più pattumiera dove si mette qualsiasi cosa. Per chi rimane nel deserto, dopo aver lasciato la prigione dorata della religione infantile, la “spiritualità” è soggetta a diffidenze quando è alimentata “dal sentore stantio di sacrestia; oppure dall’associazione con pratiche esotiche -quando non esoteriche- con stili di vita peregrini: o quando è confinata alla fine della vita, là dove si ritenga che sia giunto il momento di pensare all’anima” (pag. 6).

Il «libretto» di Spinsanti pone la sfida di rendere appetibile, senza rinunciare ad altezze e profondità, la spiritualità, abbattere i muri elevati nei confronti di essa e spogliarla degli abiti “di alta sartoria ecclesiastica” per permetterle di venirci incontro nella sua veste quotidiana.

Alla breve premessa, “Per introdurci, sommessamente”, seguono le due parti del libro:

  1. La vita spirituale, pensata alle radici, con quattro capitoli: 1. Nella storia, con lo sguardo rivolto all’utopia; 2. In rotta di collisione con il mondo; 3. L’artista un carismatico spirituale?; 4. Vivere e modellarsi.
  2. Modelli di spiritualità vissuta, con la presentazione di sette modelli: 1. Charles de Foucauld (L’aspirazione a vivere come “fratello universale”) – monaco cattolico senza convento; 2. Madeleine Delbrel (Santità per la gente delle strade) – laica cattolica; 3. Martin Luther King (Un credente con un sogno) -; 4. Teilhard de Chardin (Una passione per il “fenomeno umano”); 5. Dietrich Bonhoeffer (Spiritualità per un mondo adulto); 6. Cecily Saunders (Compagna di viaggio verso l’estrema soglia); 7. Don Lorenzo Milani (Tra le realtà ultime e penultime).

Le due parti sono profondamente connesse. Il percorso di riflessione della prima parte è funzionale a proteggere i sette profili della seconda parte dall’essere ridotti a semplici notizie biografiche o peggio a frammenti aneddotici. Sia la riflessione teorica della prima parte che i sette ritratti della seconda parte gravitano intorno a quella spiritualità che è ispirata da valori cristiani.

La scelta dei modelli di spiritualità vissuta è caduta su cinque uomini e due donne. Non sono modelli esclusivi o esaustivi. Il numero di sette indica solo la pluralità di modelli di quella vita spirituale, il cui protagonista è lo Spirito che soffia dove vuole. L’obiettivo di Spinsanti è quello di indicare, sintetizzata nel sottotitolo, in ciascuno dei sette modelli, quella “creatività, (che è) uno dei segni della giovinezza di quel messaggio che ha preso forma da una vita unica ed esemplare, nella Palestina di duemila anni fa, e non cessa di modellare vite diverse”.

Lasciamo scoprire ai lettori, che probabilmente conoscono già molti dei nomi dei sette modelli scelti e che stimano il genere letterario della “biografia”, su quale aspetto dei percorsi biografici è caduta l’attenzione di Spinsanti per una spiritualità resa vita vissuta.

L’attenzione di queste brevi note di recensione è rivolta alla prima parte del testo. Siamo interessati a capire come e perché l’autore giustifica la proposta di “modelli spirituali”, anche per l’uomo di oggi.

I terreni di cultura

Spinsanti indica quattro concetti che fungono da terreno di coltura della spiritualità con l’abito di tutti i giorni.

  1. L’orizzonte dell’utopia, in rapporto a quello della storia.

Come uscire dal “malpasso” della civiltà tecnologica? Con il pensiero simbolico, risponde Spinsanti. L’utopia, ma anche la religione, i miti, la poesia e il pensiero creativi sono figli dell’immaginazione simbolica. Negli ultimi dieci secoli in Occidente vi è stata una vera e propria iconoclastia nei confronti della conoscenza simbolica. L’utopia, la cui culla può essere considerata la spiritualità e il pensiero simbolico, si è ideologizzata, si è estraniata dalla problematica religiosa e si è distanziata dalla spiritualità. Il nostro tempo comincia a prendere coscienza dell’importanza della portata antropologica del simbolo: “La scienza non è l’unico mezzo per salvare la storia. L’utopia o la morte, potremmo dire in maniera enfatica. Dopo le disillusioni scientiste, guardiamo con maggiore attesa all’immagine per domandarle quel supplemento d’anima che ci difenda contro i rischi di una civiltà faustiana che tende a planetizzarsi. Le immagini non escludono i concetti: insieme costituiscono la barriera vitale che l’umanità erige contro le pulsioni distruttive e contro il nulla del tempo. L’utopia veicola, insieme alla scienza, la speranza della specie umana” (pag. 10).

Ma “tanto l’uomo religioso quanto il figlio dell’utopia rifiutano il mondo presente con la sua falsa evidenza di realtà ultima e immutabile. Quando religione e utopia sono autentiche, da questo sguardo si sviluppa una forza denegativa nel carattere assoluto di “questo mondo”. La clausola dell’autenticità è importante, sottolinea Spinsanti (…) L’eventualità di un esito di alienazione, purtroppo incontestabile, appartiene però alle forme patologiche sia della religione che dell’utopia, non alla loro natura essenziale” (pag. 12).

Elementi utopici non sono presenti solo nel messaggio cristiano, complessivamente inteso.  “Qualche aspetto della molteplice incidenza di questa dimensione utopica emerge anche nella vita spirituale. Essa garantisce, in primo luogo, una prospettiva dinamica alla persona e rende possibile un processo di sviluppo verso la piena maturità. Il ruolo dell’utopia religiosa non è quello di proporre modelli ideali alla imitazione letterale. L’utopia, qualunque sia la modalità concreta con cui agisce sull’individuo – mediante immagini, imperativi morali o vissuti cultuali- assicura piuttosto un orizzonte, reso concreto dal simbolo, che amplia le dimensioni del possibile” (pag. 18).

  • In rotta di collisione con il mondo: il martirio

Il martirio di religiosi fanatici passati alla ribalta della cronaca all’inizio di questo secolo indubbiamente crea imbarazzo anche alla spiritualità cristiana. “Eppure, nella considerazione della spiritualità nutrita di cristianesimo il martirio ha sempre goduto di un’alta considerazione”. Meglio però è la nozione di “testimonianza”, più fondamentale e originaria, che include quella del martirio, “modalità contingente di essa, destinato a scomparire laddove prevalgono la tolleranza civile, il principio della libertà di coscienza e i valori del pluralismo” (pag. 22).

Il riferimento al martirio, come richiamo alla “serietà” della fede cristiana, è opportuno anche oggi. Esso non va inteso come proposta di un modello eroico, perché l’epoca in cui viviamo non è stagione di eroi, se consideriamo eroico ciò che dipende da eccezionali abilità e da sforzo straordinario. Da questa visuale non capiremmo molto della tipica spiritualità cristiana.

La vita del santo non è un exploit di grandezza umana, bensì un exploit del Dio dell’alleanza. Essa non è adatta a celebrare la grandezza dell’uomo, ma piuttosto ad annunciare la fedeltà di Dio. L’uso apologetico deteriore che può essere fatto dell’eroismo dei santi, come autocelebrazione della comunità confessionale, muore sul nascere quando consideriamo che la chiesa è tanto poco padrona dei santi quanto lo è della parola di Dio” (pag. 26).

Il martirio è annuncio della fedeltà di Dio, fatto di fronte e contro un mondo in cui l’ingiustizia trionfante è diventata endemica e istituzionalizzata. Tenere il martirio davanti agli occhi significa per la persona spirituale d’oggi assumere l’atteggiamento giusto di fronte al mondo: né la resa accomodante, né la provocazione autocompiaciuta. L’atteggiamento, appunto, dei martiri di tutti i tempi, i quali hanno saputo trovare nella promessa la luce sufficiente per camminare incontro al Signore che viene sopportando la tribolazione, senza mai spegnere il canto” (pag. 32).

  • L’ arte e le sue potenzialità spirituali

La chiave d’ingresso per esporre questo punto è fornita a Spinsanti da una parola molto in uso: “carisma”. Nel linguaggio comune lo attribuiamo a persone eccezionali. Ma non è questo il significato con cui la parola si è imposta tra i primi cristiani. La prima comunità ecclesiale di Corinto è descritta da Paolo come un mosaico molto variopinto di carismi, di doni diversi. E la comunità ha bisogno dell’apporto particolare di ciascuno per sussistere. Con questa premessa, Spinsanti si chiede: l’arte può essere considerata un carisma? La comunità che si forma sulla base della fede in Cristo ha bisogno degli artisti? La risposta, articolata e organica, è sì. Perché una vera e grande opera d’arte consiste nel fatto che essa dice ciò che l’ideologia nasconde, secondo una formula lapidaria di Adorno. E cosa c’entra tutto questo con il Cristo storico?

Dopo il Cristo ogni arte è diventata essenzialmente profana. Il luogo dell’incontro con Dio non è il tempio, ma il «sudicio fosso della storia» in cui l’uomo Gesù subisce la violenza degli uomini. Nella sua vicenda si svela l’ipocrisia dei sistemi e delle gerarchie di valori oppressive. L’ordine del mondo si mostra antitetico all’ordine di Dio; la sofferenza del mondo, scontrandosi con la follia della Croce (cf 1Cor 1,17-3,4) viene sbugiardata. L’opera d’arte ci aiuta a leggere il significato più profondo della realtà” (pag. 39).

Non è necessario essere artisti di professione per esercitare questa creatività spirituale. Tra le forme d’arte meno scenografiche e più quotidiane, disponibili anche a chi in culla non ha ricevuto particolari doni, c’è la narrazione. Ognuno può dare alla propria vita la forma di una narrazione compiuta” (pag. 42).

Senza voler enfatizzare le conversioni di fine vita, Spinsanti cita a mo’ di esempio, per riscattare la propria storia e conferirle, creativamente, la forma auspicata, la pratica di accompagnamento dei malati proposta in alcuni ambienti sanitari sensibili alla spiritualità. Il riferimento è alla “terapia della dignità” proposta dallo psichiatra Harvey Chochinov[4], con la quale si dà la possibilità al malato di “narrare” la propria vita e di raccontare ciò che della propria vita si vuole evidenziare e di lasciare sotto forma di documento.

Anche senza il clamore dei necrologi, ogni vita può prendere la forma di una minuscola opera d’arte, nelle cui pieghe si cela la spiritualità nei suoi multiformi aspetti” (pag. 44).

  • La funzione dei modelli nel dare struttura alla vita

L’attenzione ai modelli di vita emerge sempre più in quest’epoca di transizione culturale, tempo che ha bandito le costruzioni ideologiche chiuse e onnicomprensive e in cui si va a tentoni. Perché gli ideali etici e di vita, comunicati per mezzo di tentativi solo descrittivi, quasi sempre sono soggetti a distorsioni. Essi sono trasmessi solo da un’appropriata condotta di vita. Una dottrina etica o spirituale è un appello alla comprensione; una vita esemplare è naturale appello alla imitazione.

L’imitazione, rettamente intesa, ha un suo posto e una funzione nella vita morale. Spesso è stata diffamata come decisione inferiore, indegna di un uomo moralmente adulto”. Ma è stata rivalutata da Max Scheler e da Henri Bergson.

Secondo Spinsanti i modelli presentano una certa composizione di valori che, per quanto recente, non si identifica mai con la nostra. Essi possono servirci da ispirazione, da segni indicatori del cammino, ma non devono sostituire lo sforzo morale creativo richiesto a ognuno.

Un’ulteriore articolazione del discorso consente a Spinsanti di precisare in che senso la cultura attuale autorizza il riferimento a modelli spirituali. Con quest’ultima annotazione differenzia la ricerca del modello spirituale dal modello eroico. Quando un insieme di valori diventa così carico di vitalità che la gente vuol vivere di esso e morire per esso, nascono figure eroiche. E non c’è questo per il nostro tempo. È la vita ordinaria, in tutta la sua mondana consistenza, il re e l’eroe di oggi. Perciò un modello spirituale, così come la critica del sapere e le esigenze dell’etica lo richiedono, non vuole essere una versione aggiornata dell’eroe.

In questo contesto culturale il modello spirituale di ispirazione cristiana invoca un rinnovamento della teologia che non può essere più solo un “discorso su Dio” ma deve prestare la primaria attenzione alle nuove forme di esistenza e alla vita vissuta. Oggi “parlare veramente e fedelmente di Dio è parlare mediante modelli, immagi, analogie: non abbiamo altra scelta” (pag. 57). Per questo la teologia non può prescindere dal materiale biografico. La teologia è sostanziata di biografia.

Una teologia (completamente da rinnovare!) fecondata a opera del vissuto concreto si differenzia dal procedimento con il quale il magistero propone dei santi canonizzati come esempi concreti di vita cristiana.

Annotazioni

  1. Nessuno dei sette modelli spirituali proposti da Spinsanti è “santo di nicchia”, secondo il procedimento autoritativo del magistero, né “dottore di teologia”. L’autore ha scelto una terza via: si propone di rendere sensibile allo sguardo interiore la sintesi vitale del messaggio cristiano realizzata da alcuni credenti del nostro tempo. Tale nuova prospettiva appare integrativa delle altre due. Nell’area cattolica, invece, anche per ragioni ecumeniche, occorre una forte contestazione e/o relativizzazione della “fabbrica dei santi”, burocraticamente portata avanti dal magistero e con la quale la gerarchia ecclesiastica cattolica fagocita quasi sempre nella istituzione la novità dello Spirito.  È evidente che una “spiritualità con l’abito di tutti giorni”, pur con ottime intenzioni innovative, non avrà parità di presenza nel mondo cattolico e sarà soccombente nei confronti di una spiritualità clericale, devozionistica e statica se non si contesta alla gerarchia il potere di scegliere da sé i modelli da proporre al popolo tutto.
  2. Il percorso di riflessione preliminare e i sette modelli del testo connotano una spiritualità che si nutre di valori cristiani. E questo Spinsanti lo scrive, correttamente, in modo esplicito, senza integralismi di sorta, e con una visione del cristianesimo aperta e dialogante. Notiamo però che i cinque modelli maschi proposti sono tutti “religiosi”. Solo le due donne possiamo definire “laiche”. “Laico” non nell’accezione comune sottrattiva (“laico” sarebbe qualcuno che non: che non è credente o non è prete …), ma nell’accezione positiva (“laico” come qualcuno che tiene dritto il timone della critica, del dubbio, del dialogo, dell’ascolto, della curiosità intellettuale, del rispetto delle coscienze…). Possibile che la “spiritualità con l’abito di tutti giorni” non abbia un modello di vita cristiana, nel nostro tempo, che esprima la novità dello spirito nel travaglio “laico” della vita di tutti i giorni? L’interrogativo si fa più ampio se si allarga lo sguardo ai non cristiani, ai non credenti e agli atei. Non esistono modelli di vita spirituale che consentano la fioritura della persona umana senza far riferimento ai valori cristiani?
  3. Ha ragione Spinsanti quando teorizza la necessità del “pensiero simbolico” per l’uomo moderno. E avanza l’ipotesi di una nuova giovinezza per la religione e l’utopia, figlie ambedue dell’immaginazione simbolica. E ciò dovrebbe valere anche per la spiritualità. Ma non sembra proprio così.

Il problema è che la Società cambia e produce fenomeni sempre più strani, che non sappiamo dove ci porteranno: il «cambiamento climatico», l’«economia manipolata» dagli interessi di pochi, la politica al servizio dell’egoismo di pochi, la violenza e l’odio, il «potere seduttivo» degli influenzer (altro che modelli!) e dei nuovi mezzi di comunicazione. Invece, il mito e la religione sono sempre gli stessi, ingessati, quelli di un passato molto lontano. Ora, il mito è positivo se è nuovo, se non rimane lo stesso della cultura prescientifica. Il pensiero immaginario di altri tempi non basta più a un universo reso più grande e più ricco di mistero dalla nuova cosmologia, dalla meccanica quantistica, dalle nuove frontiere della biologica. Anzi può essere solo dannoso.

  • Possiamo indicare il decennio del 1970-80 come il tempo della “domanda improvvisa della spiritualità” e il tempo del rilancio di una nuova frontiera per la spiritualità di ispirazione cristiana: in quel decennio furono pubblicati dalla Queriniana il Lessico di spiritualità di Vladimir Truhlar[5] e dalle Ed. Paoline il Nuovo dizionario di spiritualità[6], in cui alcune delle voci sulla spiritualità furono firmate da Sandro Spinsanti. I due testi rispondevano a una forte domanda di spiritualità suscitata nel mondo dalle tante attese di cambiamento aperte anche dal concilio Vaticano II.

Nel 2019 Gabrielli editore ha pubblicato AA.VV., Una spiritualità oltre il mito[7], nel solco della ricerca della teologia post-teista. L’attuale e profonda ricerca di spiritualità, secondo gli autori, trova una risposta più convincente nelle nuove scienze – cosmologia, meccanica quantistica, scienze della mente – che nelle religioni tradizionali; più nella grandiosa epopea del cosmo come «storia della materia che si risveglia» che nel racconto della salvezza proprio della tradizione cristiana. Ricerca che affascina.

In cinquant’anni la sorte della spiritualità ispirata ai valori cristiani sta davvero cambiando fino ad essere stravolta?

  • Tra i modelli per una spiritualità con l’abito di tutti i giorni proposti da Spinsanti vi è quello di Cecily Saunders. Nella prospettiva delle Medical Humanities (quell’insieme di saperi secondo cui la medicina, per curare ‘umanamente’, deve ricorrere sia a ciò che ci viene dalle scienze esatte, sia alle conoscenze che derivano da psicologia, sociologia, diritto, etica, teologia), di cui Spinsanti è stato ed è maestro insigne, questo suo libro acquisisce più importanza e valore. Risponde particolarmente al bisogno di tanti, cristiani e no, che prima o poi devono fare i conti con la malattia e con la sua cura.  Non appaia riduttivo. Anzi il libro, tessera nel mosaico di più saperi, acquisisce in più il valore della testimonianza di vita dello stesso autore.

Ai lettori di questo libro, che speriamo numerosi, anticipiamo la voce dei sette modelli: “Non vogliamo essere né esaminati, né copiati: vogliamo essere piuttosto uno stimolo a una nuova creatività nella vita spirituale”.


[1] http://www.sandrospinsanti.eu

[2] S. Spinsanti, La spiritualità con l’abito di tutti i giorni, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2022, pp. 127, €12,00.

[3] Nuovo Dizionario di Spiritualità, ed. Paoline, Roma, 1979, pp. xxxi; 1772.

[4] Harvey Chochinov, Terapia della dignità. Parole per il tempo che rimane, tr.it. Il Pensiero Scientifico, Roma 2015.

[5] Vladimir Truhlar, Lessico di spiritualità, Editrice Queriniana, Brescia, 1973, pp. 757.

[6] Op. cit.

[7] AA.VV., Una spiritualità oltre il mito, Dal frutto proibito alla rivoluzione della conoscenza., Gabrielli Editore, Verona, 2019, pp.231.

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