FINITUDINE SENZA ALIBI

Antonio Greco

“Finitudine”. Potremmo dire anche vulnerabilità, imperfezione, fragilità umana, morte.

É il titolo dell’ultimo libro scritto da Telmo Pievani1, professore di Filosofia delle scienze biologiche all’Università degli Studi di Padova, divulgatore scientifico e direttore di Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione.

Il libro di Pievani, davvero molto intrigante, è un romanzo filosofico, quasi un giallo, sui drammi ma anche sulle virtù della finitudine. Utilizza il genere letterario della fiction per andare oltre il saggio scientifico. Mette insieme scoperte scientifiche e racconti autobiografici di due premi Nobel, A. Camus2 e J. Monod3.

Il romanzo è ambientato in un ospedale francese dove A. Camus è ricoverato in seguito a un incidente stradale nel 1960. Pievani immagina che Camus non muoia nell’incidente, come in realtà è accaduto. Monod va a trovare Camus4 in ospedale e in 7 incontri, dal 10 gennaio al 26 giugno del 1960, gli legge le bozze del prologo, di sei capitoli e della chiusa di un testo, scritto a quattro mani dai due amici. Dopo la lettura di ogni capitolo i due intrattengono un fitto dialogo che a partire dal testo ripercorre la loro esperienza di vita di ricercatori, scienziati, politici e partigiani. Il romanzo così è il risultato di due libri in uno.

Ogni capitolo è introdotto da un pensiero tratto dal De rerum naturae di Lucrezio, nume tutelare dei due Premi Nobel.

La Terra è vecchia

Il romanzo inizia con alcuni dati scientifici, poco noti ma sorprendenti.

Il sole, un astro di medie dimensioni perduto fra i 200 miliardi di stelle della nostra galassia, brilla da circa 5 miliardi di anni ed è a metà della sua parabola esistenziale prefissata. Continuerà a lavorare per altri 6,5 miliardi di anni. Poi si esaurirà. L’evoluzione successiva porterà ad altre fasi drammatiche fra cui la sua esplosione. Ma noi non ammireremo il pirotecnico spettacolo perché il sole avrà prima arrostito anche la Terra. In realtà, le nostre preoccupazioni di esseri organici inizieranno ben prima. Oggi il sole brilla il 30% in più rispetto all’inizio dell’universo. I dinosauri erano baciati da una stella più fredda. Tra un miliardo di anni brillerà il 10% in più rispetto ad ora.

Dunque, abbiamo ancora un miliardo di anni da giocarci, non di più. Quando fra un miliardo di anni il sole sarà diventato più caldo del 10%, per noi sarà il fine corsa. Sarà un viaggio finito della Terra così come la conosciamo. Ma quanto sarà durato quel viaggio?

La vita sulla terra cominciò all’incirca 3,5 miliardi di anni fa, più il miliardo di anni che ci resta prima che il sole faccia le bizze e il viaggio complessivo concesso per la vita terrestre è di 4 miliardi e mezzo di anni.

La scienza così trae una semplice constatazione: siamo entrati nella vecchiaia della vita della terra. “Se, infatti, compariamo tutto quanto è successo sin qui sulla Terra all’arco di vita media di un uomo – diciamo, per eccesso, 72 anni -, scopriamo che adesso, agli inizi degli anni Sessanta del XX secolo, abbiamo compiuto 56 anni… La vita sulla Terra ha già consumato 56 anni su un totale di 72 a disposizione” (pag. 17)5.

Il calcolo è impressionante. Non si pensa mai che la Terra possa essere già vecchia. Si immagina che esista da sempre e che sempre esisterà dopo di noi, ma non è così.

A questi dati cosmologici la scienza ne aggiunge altri, altrettanto impressionanti: sono vissuti più di 100 miliardi di uomini e donne, di storie individuali, di fili tessuti dalle Parche e poi recisi, di sguardi umani aperti sul mondo e poi chiusi per sempre, di esperienze uniche, di pensieri segreti mai condivisi con gli altri, di sogni e di fugaci sentimenti. Potremmo catalogare 100 miliardi di esseri umani dentro un grande archivio, a supremo omaggio della coscienza storica. Il bibliotecario di tutti i nomi che ci sono stati, di tante esistenze, non potrà essere che la morte. Questo per il passato.

Non più consolante è guardare alle generazioni future che anch’esse non saranno infinite. I posteri saranno indifferenti a noi, essendo gli umani notoriamente privi di memoria.

Le previsioni della scienza cosmologica ci svelano che la macchina del mondo crollerà, che oltre alla nostra individuale finitudine, c’è quella di tutte le cose. Tutto ciò che è vivo include in sé il suo contrario: il morire. E c’è una finitudine a priori, quella che non dipende da noi, e c’è una finitudine a posteriori, quella procurata volutamente con la quale la specie umana, sconsideratamente, aumenta le già non trascurabili probabilità di scomparire dalla faccia della Terra.

La caducità è un sasso nello stagno: le sue onde si allargano in cerchi concentrici. Siamo creature mortali, prima onda; esemplari di una specie biologica che, come tutte le altre, si estinguerà, seconda onda; vaganti sulla superficie di un pianeta che sarà inghiottito dal suo sole, il quale, a tempo debito, si spegnerà ed esploderà, terza onda; dentro una galassia destinata a scompaginarsi e ad arrendersi al caos termodinamico, quarta onda; il tutto nella cornice epica di un universo in espansione che, pur in un futuro inconcepibile, finirà anche esso, ultima onda. Si erge dinanzi l’evidenza schiacciante della finitudine di tutte le cose, che ci lascia attoniti e increspa la superficie del nostro quieto vivere” (pag. 32).

Se tutto ha fine, che senso ha l’esistenza umana?” La risposta a questo interrogativo è il filo rosso che porta a unità le due parti del romanzo. Risposta che sintetizzo in tre parti: gli effimeri ricercatori di senso; la sfida alla finitudine con la tecnica, il progresso e il DNA; le virtù della finitudine.

Nonostante l’evidenza, siamo effimeri ricercatori di senso

Nella condizione primigenia di condannati a morte, nonostante la finitudine zampilli da tutti i pori della nostra vita, noi uomini non crediamo, facciamo fatica ad accettare la scomoda realtà della finitudine e ci sentiamo esseri che cercano l’infinito, l’immortalità. Nonostante la nostra irrilevanza cosmica, ci sentiamo al centro del grande cerchio dell’orizzonte. Ci sentiamo come l’ago del compasso. “Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, scolpiti nell’ordine delle cose da sempre, un ingranaggio perfetto nell’armonia delle sfere. Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni instancabili, eroico sforzo dell’umanità di negare la propria contingenza e la propria finitudine” (pag. 42). “Sapere di essere mortali e fingere di non pensarci, o riuscire davvero a non pensarci, a scacciare la sensazione della matematica esattezza della morte, questo l’obiettivo. La finitudine è sempre quella degli altri” (pag. 43).

I sogni di fuga dalla finitudine

Il primo sogno, in realtà una imbarazzante ingenuità, è una sfida elaborata dalla fantasia umana: con la tecnica vincere la finitudine planetaria. Pievani analizza “la follia di fuggire su altri pianeti”, la follia della ibernazione (o meglio, la resurrezione dal freddo), la immortalità digitale mediante le intelligenze artificiali, la follia della clonazione e quella di fermare l’invecchiamento. La analisi di questa sfida non è condotta con criteri etici ma con valutazioni strettamente scientifiche.

Il secondo sogno è quello di sfidare la finitudine con il progresso. Sfidare con il sudore la natura ostile e avara che ci condanna ad essere mortali è una paradossale rivolta contro la finitudine. Siamo mortali d’accordo, ma siamo parte di una marcia collettiva dell’umanità mediante un progresso sociale, civile e politico che ha accresciuto l’aspettativa di vita, che ha ingaggiato una gigantesca lotta contro la malattia, il principale alleato della finitudine. É cresciuta enormemente la disponibilità di cibo, la istruzione di base e la scolarizzazione. Anche la vita politica, finalizzata alla lotta contro tutti i mali, può dare un senso all’esistenza individuale e comune dentro un mondo senza senso.

Ma il progresso è un motivo sufficiente per avere meno timore della finitudine?

Il duo Monod-Camus risponde di no. Le disuguaglianze sono forti e crescenti. Le democrazie non se la passano bene. La ghigliottina continua a lavorare nel mondo. L’equilibrio tra vita e morte è diventato ambivalente: la crescita demografica mondiale rende l’uomo una specie invasiva. La correlazione tra crescita demografica e degrado ambientale diventa sempre più drammatica.

Il progresso è dunque relativo, instabile, imprevedibile e incerto. I cantori del progresso ambivalente si mescolano spesso ai sostenitori di valori e tesi prescientifiche e antiscientifiche. Entrambi, in sostanza, sono ostili al messaggio più profondo della scienza, che è l’incertezza dei nostri destini. Che è la finitudine.

Il terzo sogno, ispirato dall’enorme progresso nello studio delle cellule, è quello dell’eternità genetica.

La scienza ha scoperto negli anni ’50 il DNA, la fiaccola che passa da una generazione all’altra, è una molecola ritorta che abbiamo in comune con tutti gli altri esseri viventi. Compreso il bacillo della peste, il tiro mancino mediante il quale la natura attacca l’uomo nella maniera meno prevedibile. Forse in quella staffetta si nasconde il segreto per sconfiggere la finitudine? Ma anche la sfida del DNA ha fallito. I motivi di questa sconfitta, illustrati nel capito quarto, sono specialistici e perciò un po’ ostici sul piano scientifico. Il linguaggio è tecnico. Non mancano, però, idee originali.

Elogio della finitudine

A questo punto la narrazione filosofica del romanzo sembra portare nella vecchia stanza del nichilismo e del pessimismo. Ma per non cadere nell’abisso del nulla, c’è un pertugio per uscire dall’assedio della fragilità e della morte?

Illusorie sono le vie della tecnica, del progresso, del DNA e della immortalità materiale nella incorruttibilità degli atomi. Quest’ultima anche per il prezzo altissimo di rinunciare alla individualità cosciente. Illusorio non può essere seguire la via della unicità consapevole della finitudine.

Il male non ha un senso. Non è un castigo divino e non è nemmeno un segnale della natura. É la stessa natura che si manifesta nella sua amoralità e di essa anche noi facciamo parte. L’homo sapiens, però, ha proprietà uniche nella biosfera: il linguaggio simbolico, l’immaginazione e l’astrazione. Questa unicità è la nostra dannazione e, insieme, il nostro riscatto. In questa unicità consapevole si nasconde anche la nostra possibilità più bella e struggente: assumere la finitudine, accettarla, smettere di tradirla invano, e tuttavia affrontarla a viso aperto in piena libertà. La consapevolezza della finitudine ci rende umani. Ci ostiniamo a sfidare la morte per sconfiggerla, mostrandola vana e inconsistente, e se invece fosse proprio lei, La Nera Signora – anzi, non lei che non ha intenzioni né fini, ma la nostra consapevolezza di lei, del suo potere incontrastato – a renderci esseri umani, giacché solo noi ci interroghiamo sul nostro destino mortale?

La consapevolezza della finitudine rende la vita assoluta, unica e solidale.

Affiorano così nel romanzo le virtù della finitudine.

La sua consapevolezza attribuisce un valore assoluto alla vita e, specularmente, ci porta a considerare inconcepibile un delitto -in termini altrettanto assoluti- come la privazione violenta o comunque intenzionale della vita altrui.

La finitudine ci restituisce la riconoscenza per la meravigliosa e unica opportunità che abbiamo avuto di esistere, per un po’, affacciati a questo cielo, nonostante tutto, anche se è stata grama, anche se è finita prima del tempo, anche se le infamie del mondo ci hanno sopraffatto.

La finitudine, poi, ci rende solidali in questo destino fragile e nella rivolta per renderlo più degno: avere coscienza della finitudine ha inoltre un grande valore umanistico, perché ci dona non solo il senso della nostra appartenenza alla natura, esseri fragili tra creature fragili, in piedi su una Terra vagante che pure condivide questo destino, ma ci dona anche la compassione per tutti gli altri che, come noi, sono mortali e in cerca di un senso. La finitudine è il fondamento della nostra comunità di destino, della solidarietà tra disperati, una solidarietà che nasce tra le catene. Siamo mortali, ma non siamo soli. Lo siamo tutti” (pag. 252).

Del resto, ribaltando la prospettiva, la finitudine è necessaria perché in sua assenza saremmo catapultati nel bel mezzo di un incubo antropologico. Grazie alla finitudine, la stessa esistenza non si ripete mai due volte. Saremmo malati terminali a vita, l’immortalità del corpo getterebbe in crisi le religioni: alle ortiche tutte le loro promesse di altra vita, i costi sociali sarebbero insostenibili, ospedali intasati da malati cronici, casa di riposo sempre più piene, la terra un cimitero di vivi.

Si può obiettare che i suddetti argomenti servono solo ad anestetizzarci alla finitudine. Se fosse così anche questo sarebbe un inganno e questi argomenti non sarebbero sufficienti a regalarci una serena consapevolezza del nostro destino. E non è questo l’approdo del romanzo.

Solo con un’incessante inquietudine, legata alla nostra libertà, dalla finitudine umana può discendere una irripetibile opportunità.

Sisifo vede rotolare la pietra agli inferi, un’altra volta. La osserva, l’accetta, ridiscende, dice che tutto è bene, e così anche lui si rivolta, perché prende coscienza dell’insensatezza dell’universo. Adesso è al di sopra del suo destino, è più forte del macigno, obbedisce a una fedeltà superiore che nega gli dei e solleva i macigni. La lotta per raggiungere la cima basta a riempire il suo cuore” (pag. 261)

Bisogna immaginare Sisifo inquieto. Inquieto non dell’inquietudine di chi insegue piaceri innaturali e non necessari – fama, gloria, onori, potere e ricchezza – ovvero piaceri che non soddisfano bisogni reali e non è eliminano il dolore, ma, al contrario, generano affanni e angosce. No: la sua, la nostra, è un’inquietudine costitutiva, una disobbedienza congenita. La finitudine ci lascia infatti senza requie, tormentati. La sappiamo invincibile, ma ciò nonostante la sfidiamo, e così facendo protestiamo contro la morte. Consapevoli della caducità di tutte le cose, ci attacchiamo alla vita fin dal primo vagito, tanto che ci sembra una preghiera il suggere della bocca nei cuccioli d’uomo e animale” (pag. 263).

A conclusione di questa sintesi rabberciata del romanzo filosofico, tengo a segnalare come la fiction di Pievani non è racconto astratto e teorico ma si illumina anche con il prendere di petto alcuni problemi concreti:

  • la condanna assoluta della pena di morte (pp. 246 ss) e il confronto tra il martirio del credente, convinto che il sacrificio sia una stazione di passaggio verso un mondo migliore, e il significato estremo e radicale del gesto dei combattenti della Resistenza al nazifascismo, che non credevano nella resurrezione e che hanno dato la vita, cioè tutto, senza speranza o consolazione, per la causa della libertà, con lucido coraggio, in solitudine e consapevolezza, senza sperare in alcuna ricompensa ultraterrena (pag. 70);
  • le pagine su “tornerà la peste”, lettura rigorosa dell’attuale pandemia (pag. 143);
  • le bellissime pagine sulla “scienza sacrilega” (pag. 41) e sull’inquietudine dello scienziato (pag. 271).

Osservazioni finali

La mia formazione, fatta prevalentemente di cultura religiosa e letteraria, ignorante o al più lettore di qualche divulgatore scientifico, mi dispensa dal fare valutazioni critiche sui contenuti del testo di T. Pievani.

Posso soltanto indicare le mie impressioni, positive, al termine della lettura del romanzo.

Camus e Monod sono esempi riusciti della sintesi delle due culture: letteratura e scienza, e del superamento del dannoso dualismo. La separazione tra scienziati e letterati (non è fuori luogo la constatazione della grande ignoranza dei secondi in fatto di scienza) è una delle ragioni dell’incapacità dei più di capire come il mondo evolve.

Quello che più sta provocando un cambiamento nell’umanità è il nuovo racconto cosmologico, a tal punto potente da produrre in noi un cambiamento molteplice di immagini: è cambiata la nostra immagine del cosmo, l’immagine della natura, l’immagine che abbiamo di noi stessi e l’immagine di Dio, per chi si dice credente. Una vera rivoluzione.

Senza voler spingere il testo di Pievani su un terreno improprio, Camus e Monod sono due laici che definirei non atei ma post-religionari. Nel testo di Pievani i pochi riferimenti alla religione si pongono solo per negarla. Ma se credere non è aderire a verità astratte imposte dall’esterno all’intelligenza umana, spesso legate a culture mitiche e irrazionali, ma vivere nella pienezza e sentirsi inseriti nel tutto della vita dell’universo, se la mistica è la intuizione del tutto, allora ritengo che la migliore mistica, intesa come sperimentazione diretta, senza intermediazioni, del tutto di cui siamo parte, sia quella vissuta e narrata da cercatori come Pievani.

La risposta che dà Pievani all’interrogativo: “come trovare un senso all’esistenza se tutto ha un fine?”, spinge l’uomo contemporaneo a prendere sul serio la domanda molto di più delle risposte preconfezionate di tanti catechismi, discorsi religiosi e presunte verità dogmatiche.

Perché? Semplice: ciò che la ragione non accetta, il cuore non può contemplare.

1 Telmo Pievani, Finitudine, Un romanzo filosofico su fragilità e libertà, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020, pp.280, €. 16,00.

2 Albert Camus (1913-1960), filosofo e giornalista francese, premio Nobel per la letteratura nel 1957, autore, tra gli altri, de Lo straniero, La peste e La caduta.

3 Jacques Monod (!910-1976), biologo e filosofo francese, vincitore del Premio Nobel per la medicina nel 1965, autore di Il caso e la necessità, Per un’etica della conoscenza, Le frontiere della biologia.

4 I due erano molto amici. E’ stato scritto che, in una cena, nel dialogo tra i due, quando uno finiva una frase l’altro la completava. Camus aveva detto di aver conosciuto un solo genio nella sua vita: J. Monod. Entrambi, morendo, lasciarono incompiuti gli appunti di un libro: L’ultimo uomo, quello di Camus; L’uomo e il tempo, quello di Monod. Pievani immagina che quei libri incompiuti fossero lo stesso libro, composto a quattro mani.

5 Il calcolo riferito al 2021 e non al 1960, anno in cui è ambientato il romanzo, sarebbe: età media 80 anni, vissuti già 63-64 anni, da vivere ancora 16 anni.

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