PIER CESARE BORI: DOPO IL CRISTIANESIMO, L’UMANO

Antonio Greco

Il regalo natalizio fattomi di due libri di Pier Cesare Bori, CV, 1937-2012[1] e Lampada a se stessi[2] mi ha riportato alla memoria il titolo di un articolo apparso su L’Espresso del lontano 1996[3] (che forse ancora conservo ma chissà dove): “Pier Cesare Bori”: “Prete. Collaboratore di Dossetti. Docente acclamato. Saggista raffinato. Ritratto di un uomo che si riconosce in Pico della Mirandola. Affascinato dal credo della Società degli amici”.

Di Pier Cesare non conoscevo altro. Dopo più di 20 anni dalla lettura di quell’articolo, me ne rammarico e in questi giorni ho riparato a questa lacuna leggendo una parte dei suoi molti scritti.

La sua vita, il suo pensiero, la sua esperienza, la sua sapienza mi hanno affascinato. I suoi scritti sono tantissimi. Una sua bibliografia (che è difficile considerare assolutamente completa) gliene assegna 195, su una grande quantità di temi e in più lingue[4].

Mi soffermo solo sulla lettura dei due testi di Pier Cesare regalatimi.

A) CV, 1937-2012

Quando ho saputo della recidiva che rendeva la mia malattia inguaribile, anche se forse un poco curabile, ho deciso di cominciare a scrivere questo racconto di vita. La scrittura è cominciata il 19 luglio, e finisce oggi, il 20 agosto 2012, dando vita ad una circolazione ristretta di questo lavoro”[5].

E’ l’inizio di questo C(urriculum) V(itae). Pier Cesare morirà a causa di un mesotelioma pochi mesi dopo, il 4 novembre del 2012. Era nato nel 1937 a Casale Monferrato, la città dell’amianto, e Pier Cesare aveva subito la stessa sorte dei tantissimi altri cittadini di Casale morti dopo anni per aver respirato fibre d’amianto.

CV vuol dire curriculum vitae, una sintesi del corso della tua vita, la tua formazione, le tue esperienze di lavoro, le tue produzioni. E’ un testo breve destinato nella sua sobrietà a dare un’immagine alta e corretta della tua persona e delle tue opere, in vista di una tua valorizzazione nel lavoro.

C’era poco tempo, e scrivere in forma di CV mi attirava, seguendo date, luoghi, eventi. Al tempo stesso era evidente l’uso ironico del genere letterario: allargare a dismisura il racconto, citare fonti, fatti apparentemente irrilevanti, ironizzare invece che esaltare il protagonista, scrivere alla sua fine invece che al suo esordio”[6].

Dopo l’introduzione per spiegare un “curriculum sui generis”, il testo è diviso in sei capitoli che seguono una periodizzazione temporale: (I, 1953-1960; II, 1960-1965; III, 1965-1970; IV, 1970-1980; V, 1980-1990; VI, 1990-2012). Si conclude con la “Bibliografia dell’autore”. Riporta ben 193 scritti, in diverse lingue. Ed è da ritenere incompleta[7].

Bori, nato a Casale nel 1937, ha studiato giurisprudenza, teologia e scienze bibliche. Arrivato a Bologna negli anni ’70, chiamato da Giuseppe Alberigo all’Istituto per le Scienze religiose, ha poi seguito la strada accademica: è stato docente universitario dal 1970 di Storia del Cristianesimo e delle Chiese a Scienze politiche dell’Università bolognese. Ha insegnato Filosofia morale e diritti umani nella globalizzazione. E’ stato professore ospite in Usa, Giappone e Tunisia.

Enrico Peyretti, suo fraterno amico, scriverà di lui:

Altri ricostruirà il suo cammino di studioso, ricercatore accurato sul piano storico e filologico, e mostrerà l’ampiezza dei suoi interessi religiosi, morali, nonviolenti. Bastino qui pochi cenni: la chiesa delle origini e la patristica, la storia dell’interpretazione biblica, il consenso etico tra le culture, la pluralità delle vie, i diritti umani, l’opposizione alla pena di morte, la spiritualità americana, cinese, giapponese (viaggiò e insegnò in questi continenti), la Bibbia, il movimento dei quaccheri (al quale appartenne senza rinnegare il cattolicesimo; diceva che quella dei quaccheri era «l’unica forma decente», o la più decente, di cristianesimo), il dialogo con l’islam, la pratica buddhista, Pico della Mirandola, Freud, Tolstoj, Gandhi, Simone Weil, Schweitzer… Guardando la sua bibliografia si vedrà quante finestre ha aperto a chi era in contatto con lui”[8].

Pier Cesare conosceva più di dieci lingue tra le quali anche l’arabo e il cinese.

Ho trovato particolarmente emozionante il ricordo e il racconto degli anni della sua vita (1960-1970) che Pier Cesare descrive nei capitoli II e III del libro. Almeno per due motivi:

  • La enorme ricchezza di studi, di contatti e di esperienze

Utilizzando un ricchissimo archivio (che testimonia fra l’altro molte cose: la sua esperienza romana come dirigente della Fuci, il suo contrastato ingresso in seminario, gli studi alla Gregoriana e al Russicum) e il suo testo Incipit. Cinquanta libri cinquant’anni 1953-2003[9], Bori richiama innanzitutto:

  • le sue letture, da Bultman e Cullmann a Maritain, da Bonhoeffer a Illich, da Calati a Latourelle, da Guardini a Nygren, e più tardi da de Lubac a Daniélou e Congar, e dalla rivista “Esprit” a “Il Gallo”…;
  • gli studi biblici, nel 1965, al Biblicum, con Martini, Vogt, De La Potterie, Lyonnet, fra i più famosi, come insegnanti, e Mario Pesce come compagni. Sono anni in cui, scrive, “Cercavo la mia strada, avevo considerato anche una scelta monastica[10]. Il 13 settembre 1965, da Casale, scrive a Calati: “Sono portato a tagli netti, a cercare le soluzioni più integrali. Insieme il desiderio di trovare una comunità, una famiglia in cui inserirmi, in cui vivere veramente l’amore. Il pensiero che bisogna dare agli uomini dei fatti, degli esempi, in particolare dei modelli di comunità proiettate verso il futuro, più che preoccupate delle relazioni con il presente…”[11];
  • le “reti” di amicizie e di comunità: la “rete” di sacerdoti ma anche degli appassionati militanti di Amnesty, di studiosi stranieri o italiani. La rete dei vicini: Michele Ranchetti e Mauro Pesce, Giancarlo Gaeta, Lisa e Carlo Ginzburg, Elisa Bianchi e Renata Ilari, Valerio Onida, Enrico Peyretti, Carlo Caffarra, il cardinale. Altri sono stati spesso presenti nella sua vita: don Giovanni Barra, Riccardo Triglia, don Pino Ruggieri, Ravasi (il cardinale), Piana, Ardusso, Gozzini, molti piccoli fratelli di C. De Foucault, don Rosadoni, Turoldo, Pellegrino (il cardinale). Particolare è stato il rapporto anche con Enzo Bianchi: “Il rapporto con Enzo Bianchi (che, se non sbaglio, fui io a presentare ad Alberigo) era intenso, mi dispiacque il netto dipartirsi della loro scelta monastica da quella comunitaria comune[12]. E quello con Carlo Ginzburg, di cui il libro riporta l’inizio: “in occasione della nostra permanenza a Lecce, nel 1976 (febbraio-ottobre) dopo che entrambi ci trovammo ad aver vinto il concorso da ordinario…”[13] ma anche il fecondo e intenso sviluppo. E a proposito della permanenza forzata a Lecce, Bori scrive: “Nell’agosto 1975 -ero a Festiona, in provincia di Cuneo, con i miei- ricevetti una sera da Michele Ranchetti la notizia che avevo vinto il concorso da ordinario. Proprio non ci contavo. Tutto era stato così facile. Essere chiamato a Bologna era invece molto difficile. Alla fine mi toccò andare a Lecce. Cominciai un corso di Storia della Chiesa nella Facoltà di Magistero il 1 febbraio 1976. La natura era bellissima, anche la città, le persone erano gentili. Ma io stetti malissimo, mi sentivo fuori posto dovunque, e a un certo punto ebbi tali crisi di panico da non poter più prendere il treno. Mi decisi per un’analisi…”[14].

  • Il rapporto con il cristianesimo del tempo e con la Chiesa
  • Viene ordinato sacerdote, nel 1965, ma in questo status rimarrà soltanto per quattro anni. Nel 1969 Bori riceve la dispensa dal celibato e nel 1970, sposa Elena, sua straordinaria compagna di sempre, da cui avrà tre figli. Questa parte della sua autobiografia mi è sembrata una delle più ricche e sorprendenti del libro. Le ragioni personali del suo disagio nello stare nel ruolo di prete si mescolano con le delusioni di un concilio che già dai primi anni dopo la sua chiusura non si mostra in grado di soddisfare, nei giovani sacerdoti che aspirano a un autentico rinnovamento, la soluzione di drammi interiori.
  • Da tutto il CV comunque emerge il fatto che il passaggio dallo stato sacerdotale a quello laicale da Bori non è vissuto come esito di un fallimento bensì come bisogno, indispensabile per non perdere la sua dimensione di uomo, della accettazione della condizione comune, dunque semplicemente umana, entro la quale ritrovare il senso stesso della vocazione cristiana.
  • Più tardi, con estrema chiarezza, scriverà di questa dolorosa cesura con il cristianesimo e con la chiesa cattolica che per lui rappresentava la fine delle speranze di rinnovamento ecclesiastico apertesi con il Vaticano II. Non crede più e non serve profondere energie per un impossibile rinnovamento ecclesiale. Lo aveva ben capito Paolo Ricca che in una lettera del 3 dicembre 1990 gli scrive:

Sei (così almeno mi sembra) «un uomo della diaspora», se così si può dire, e come tale intimamente biblico, forse più sul versante della domanda che della risposta…Per questa tua intima spiritualità della diaspora, persino la nostra piccola chiesa t’è parsa (così almeno mi sembra) troppo strutturata, malgrado la sua esiguità, troppo istituzionale, non abbastanza diaspora nel senso spirituale (benché lo sia largamente in senso sociologico). Non posso darti torto anche se -non te lo nascondo- vorrei che tu sapessi (lo sai -va da sé- teoricamente, ma non siamo stati capaci, io per primo, di fartelo sentire) che siamo in comunione piena, proprio in questa esistenza della diaspora. La diaspora è una dimensione e un’esperienza fondamentale della Bibbia ed è vista sia come manifestazione del giudizio divino (la dispersione come negazione e antitesi della convocazione nella terra promessa) sia come splendida, inattesa occasione missionaria. Ma appunto: diaspora vuol dire dispersione (nel senso dell’essere dispersi) ma non solitudine. C’è un popolo che vive nella diaspora -e la fa vivere-, la valorizza cioè come esperienza fondamentale. Noi già siamo in comunione, ma ora lo sappiamo ancora meglio e lo diciamo”[15].

Il testo CV continua a raccontare la sua originale e ampia ricerca umana e culturale degli anni successivi, che in parte riprenderemo nella breve recensione del testo “Lampada a se stessi”.

Concludiamo questa parte con l’ultima pagina di CV:

Come già accennavo la spaccatura aveva marcato tutta la mia vita, che sembrava tutta vanamente impegnata a colmarla. Ero «spaccato» (Margherita l’aveva capito).

Cristianesimo, ebraismo, islām, buddhismo: mistica o mondanità, monachesimo o laicità, cattolicesimo umanista ed essenzialità quacchera, rinuncia alla bellezza e via della bellezza.

Tante possibilità che si delineano anche in volti di amici così diversi fra di loro, pure tutti affabili. Preghiera o meditazione.

Ecco, volevo dire che intravvedo adesso – nell’unità della mia vita concreta e nella connessione di questa con tutte le altre vite – una ricomposizione possibile.

Forse è giusto che la si intraveda solo ora, verso il termine, mentre in itinere le divisioni restano, e del resto chissà quali prove e tentazioni mi e ci attendono ancora. Ma è importante indicare che questa unità è possibile, indicare una direzione.

È possibile – dico ancora questo, che è vitalmente importante – imparare a vivere nella tranquilla e continua transizione dall’invocazione per tutto quello che non siamo e non abbiamo ancora (Luca 10, 13) alla contemplazione in cui, ben saldi nell’imago Dei, guardiamo consapevoli, sorridendo, al trascorrere della figura di questo mondo”[16].

B) LAMPADA A SE STESSI

Il professore Pier Cesare Bori era solito scrivere a un gruppo di suoi studenti che si era costituito in associazione denominandosi “Una via”. Nata nel 1998, a Bertinoro, tra studenti italiani e stranieri, in occasione di un incontro internazionale dell’UNESCO dedicato ai temi della pace e della tolleranza “Una via” è una associazione non religiosa che vuol rispondere al bisogno di una “via” spirituale (“una” via fra tante) in cui ciascuno trovi il proprio percorso individuale.

Esistono centinaia di queste lettere. Il libro ne abbraccia meno di cinquanta e sono state selezionate da Lisa Ginzburg che in una brevissima nota introduttiva, a pagina 16 del testo, spiega: “Imparare per agire. Essere nell’azione. Non indugiare nella speculazione astratta, ma asservirla alla realtà. Questo vent’anni fa dicevano le lezioni di inquietudine e indipendenza che come strali Pier Cesare lanciava, negli interstizi tra letture e silenzi. E di questa saggezza concreta e sempre tesa a rinnovarsi racconta questo libro[17].

La struttura delle lettere riflette la pratica del gruppo, che dopo diverse prove e cambiamenti (prima il gruppo Simone Weil, con Giancarlo Gaeta, poi il gruppo che pratica il silenzio in comune sul modello degli Amici-Quaccheri) si consolida in: una riunione di un’ora (il mercoledì in Facoltà a Bologna con gli studenti; il venerdì nel carcere “Dozza” di Bologna con studenti e detenuti) fatta di: un quarto d’ora di silenzio, poi una lettura e, infine, una conversazione, e brevi scambi di informazioni e di cose pratiche.

I brani letti, scelti da Bori, sono di una grande varietà ma possono essere raggruppati in tre gruppi principali: testi della tradizione buddhista, testi dal sufismo (islam mistico: al-Allag è il suo martire, Ibn ‘Arabi il pensatore, Rumi il poeta), testi provenienti dalla storia degli Amici (Quaccheri: movimento religioso nato in Inghilterra nel Seicento, con George Fox. Si insiste sulla luce interiore, sul culto in spirito e verità, sul silenzio e sulla prassi. “Quaccheri” per il tremore del corpo, nei momenti di entusiasmo religioso).

I tre filoni di documenti sono uniti da un filo rosso: rispondono, nei relativi contesti, a situazioni di incertezza, di crisi culturale e di insicurezza esistenziale mediante una risposta fiduciosa e positiva e mediante una capacità della mente a percorrere un processo di liberazione.

Questo progetto di lettura, a guardare più indietro dei dieci anni di “Una via”, nacque nel momento di quella dolorosa cesura all’inizio degli anni Ottanta che rappresentava -per me, scrive Pier Cesare– la fine del progetto politico radicale, con la sua degenerazione nella violenza, e la fine -per me, continua Bori– delle speranze di rinnovamento religioso, apertesi venti anni prima[18].

Lo scopo di “Una via” è di aiutarsi a percorrere (in piena libertà, e senza alcuna prospettiva di vantaggio) una via comune che, perseguendo la bellezza – la “virtù e conoscenza” – conduca alla Realtà Unica, comunque la si chiami, nell’attenzione costante a coloro cui, per vari motivi, la dignità è negata.

Bori conosceva bene la comunità di Bose di Enzo Bianchi. Per venti anni frequentò il Centro di Documentazione di G. Alberigo, che voleva essere una comunità di ricerca. Alla “comunità primitiva” del Vangelo aveva dedicato i suoi primi studi. “Non era questo però che volevamo con “Una via”, ma una cosa più leggera, libera, senza identità deliberate, in cui ciascuno potesse trovare amicizia e alimento, ma anche passare e andare, avendo preso quello che gli servisse. “Una via” tra le tante[19].

Nel carcere Bori inizia da solo, poi si uniscono a lui gli studenti del mercoledì. ”La nostra idea era che le stesse cose che a noi mancavano, mancassero anche ai detenuti. La stessa aspirazione a una vita diversa, degna, onorevole. Lo stesso bisogno di sapere e di luce[20].  L’attenzione era rivolta particolarmente agli stranieri, in particolare ai maghrebini, i più abbandonati.

Una lettera alla Direzione del carcere, riportata nel testo, è molto significativa per capire il precorso fatto.

Questa pratica sperimentata da Bori è una secolarizzazione della lettura della Bibbia fatta da una comunità religiosa, sul presupposto che, come affermava Spinoza, la Bibbia non è parola di Dio, perché “la parola eterna di Dio, il suo patto e la vera religione sono scritti a carattere divini nel cuore degli uomini, ossia nella mente umana, e che in essi consiste la lettera di Dio, alla quale egli appose il suo sigillo, e cioè l’idea di sé, come immagine della sua divinità[21].

La tesi di fondo è che solo l’umano come tale, secondo la Bibbia, può rappresentare Dio, né il potere politico né quello religioso hanno questo diritto. L’uomo come rappresentante e immagine di Dio è un’idea, la sola, che nella modernità ha una grande importanza. Da questa idea nasce in Bori la decisione di sviluppare a fondo una prospettiva ‘secolare’ della vita religiosa e la necessità di subordinare perciò l’elaborazione teologica alla “costruzione dell’etica comune e universale”. Solo in questa prospettiva “secolare” la cultura ebraico-cristiana può tornare ad avere un ruolo essenziale.

Annotazioni finali

Dei due libri ritengo utile sottolineare queste brevi annotazioni finali:

  • «Non siamo più in regime di cristianità»[22].

Il “regime di cristianità” – il patto Chiesa-Stato per guidare la società- è finito. Nel Novecento sembravano «eresie» le affermazioni di teologi — uno fra i primi: il domenicano Chenu — che scrivevano di fine della cristianità. Oggi ciò è sulla bocca di un papa. Ma quel “regime” è rimasto ancora intatto nella mentalità di tanti ecclesiastici. Perché accettare davvero che il “regime di cristianità” sia morto non è indolore per la Chiesa romana.

Ma quando e come la chiesa cattolica riuscirà a farlo? A entrare in questo cambiamento d’epoca?

Già dagli inizi degli 1970 Bori non crede più che si debbano spendere energie e tempo per far cambiare impostazione teologica, pastorale e istituzionale alla Chiesa cattolica. Ed è convinto che non serve “pestare” contro il “regime di cristianità” in cui molti ecclesiastici credono di vivere ancora, perché significa dare importanza a chi ancora sostiene il “regime” e invece di importanza non ne ha (sarebbe come prendersela col sistema tolemaico!).

A Pier Cesare, invece, importa più capire come se ne esce, da questo regime, come si supera quel cattolicesimo o cristianesimo che ha addomesticato il vangelo facendosi religione e ha disinnescato il messaggio di Gesù, che ha salvato dalla religione che indurisce il cuore dell’uomo anziché liberarlo. A Bori interessa anche capire come è possibile superare tutte quelle forme religiose, non solo quelle cristiane, che cancellano l’umano, senza però diventare indifferenti o atei devoti.

L’inedito, il nuovo, suscitato dallo spirito, oltre “il regime di cristianità”, è nella necessità di riscoprire che il Vangelo non è una religione (riti, obblighi, convenzione sociale, paura, soggezione, superstizione, assicurazione), ma è invece la genesi dell’essere umano, là dove l’uomo impara a diventare umano.

Scrive Peyretti che Pier Cesare ha superato “religiosamente” la religione[23]. Pur capendo l’annotazione di Peyretti che si rifà a Bonhoeffer[24] che aveva intravisto la necessità e la ricerca di un “cristianesimo non religioso“, la sua annotazione sarebbe meglio renderla con: Pier Cesare ha superato “laicamente” la religione.  Ha vissuto ed espresso nella sua vita la via di “un cristianesimo non religioso”. Che, comunque, per lui era solo “una” via, perché non ci può essere una sola via, si devono proporre molte vie.

  • Il silenzio e “gli Amici”[25]

Bori era un cristiano che, pur aderendo ai «Quakers», non aveva per altro rigettato la Chiesa cattolica: «Non volevo fare nessun gesto di rifiuto negativo – disse – volevo fare un gesto positivo, dire che per me questa è la forma più decente di cristianesimo»[26].

La pratica del silenzio e la sua importanza, la grande varietà dei testi di lettura per la meditazione, la scelta preferenziale per gli Amici (Quaccheri) in Bori non sono, quindi, una “nuova” scelta religiosa ma una concreta e coerente uscita da quella religione che non consente alle persone di scoprire la luce interiore che abita in ognuno.

Si sa che i quaccheri sono nonviolenti perché vogliono seguire Gesù mite e pacifico. Si presta meno attenzione al fatto che si chiamano «Amici» per fedeltà all’ultimo discorso di Gesù sull’amicizia così come scritto nel vangelo di Giovanni; quel vangelo in cui non viene riportata l’istituzione dell’eucarestia: al suo posto c’è la lavanda dei piedi. E i quaccheri perciò non celebrano l’eucarestia, come gli altri sacramenti. «La religione è tanto più vera – aggiungeva Bori – quanto più sa tacere e confondersi con l’umanità per promuovere la vita… le chiese invece si sono impadronite dei segni di Gesù, che sono diventati terreno di lotta, un terreno di supremazia… con la violenza che si fa intorno al problema del sacerdozio, al problema di chi celebra queste cose, di chi è legittimato, di chi ha la tradizione apostolica eccetera, veramente si fanno dei passi immensi verso l’oscurità e verso la distanza da Gesù»[27].

  • L’etica laica

Pier Cesare è stato un grande maestro di etica laica. Laicità, quindi, non nel senso di agnosticismo, ma nel senso del “pluralismo delle vie”. Il suo corso di filosofia morale a Scienze politiche, quando iniziò all’Università di Bologna (1977), consisteva nel leggere i testi delle grandi tradizioni religiose e non. Basta leggere la interessantissima intervista del 2001 pubblicata sul blog “Ristretti” (Notiziario da e sul carcere)[28] per capire la novità e la profondità delle idee che Bori faceva circolare sull’etica laica.

“Occorre pensare, e agire in modo diverso. L’assetto politico mondiale che si delinea, l’assetto imperiale appare irresistibile. Ma sono possibili delle prassi alternative, silenziose. Occorre individuare degli obiettivi concreti, scegliere un compito a cui dedicarsi. Evitare di annunciare le cose, prima di farle. Essere semplici e astuti. Accettare una condizione minoritaria. Al di là delle angustie culturali e confessionali, occorre dare più fiducia alle emozioni e al loro linguaggio”[29].

Rubo da un testo molto ricco di Giancarlo Gaeta[30], pubblicato da Lo straniero del 19 ottobre 2015 per ricordare Pier Cesare Bori a tre anni dalla morte, quest’ultima annotazione: «“Nel grave momento attuale, il compito più urgente non è teologico, ma quello di superare la separazione tra etica e politica e di contribuire all’elaborazione di un’etica che, offrendo la base consensuale e tendenzialmente universalistica della moderna irrinunciabile cultura dei diritti, sia l’alveo in cui la pluralità delle tradizioni, accolta criticamente, converga in un complesso di convincimenti fondamentali”[31].

Difficilmente Pier Cesare Bori avrebbe potuto esprimere più chiaramente e compiutamente ciò che egli andava concependo e vivendo come il compito della propria generazione; un compito principalmente etico, reso ineludibile dalla prospettiva secolare che egli aveva assunta attraverso un personale processo di riflessione critica, di chiarificazione interiore e di assunzione di responsabilità nei riguardi dei contemporanei. Una strada, che una volta imboccata, lo avrebbe necessariamente condotto a “una religione intesa come sapienza etica”[32], e perciò con un carattere universalistico che lo distanziava enormemente dal cristianesimo ortodosso con la sua teologia dogmatica, la sua ecclesiologia, il suo culto sacramentale».

  • La formazione partecipata

La ricerca intellettuale di Bori, però, non rimane mai teorica e astratta. Le sue idee si precisano e si attualizzano nel suo impegno pedagogico, sia nell’insegnamento universitario e sia al di fuori dell’Università, con la promozione di gruppi di lettura con amici e studenti dei cui frutti fruirono gli stessi corsi universitari, che assunsero a loro volta il carattere di una formazione fortemente partecipata.

  • Bori a Lecce

Pier Cesare aveva la necessità e l’entusiasmo di dar vita a comunità che fossero insieme di studio ma anche di vita spirituale. Obiettivo non facile da realizzare. Anzi, ieri come oggi, a scuola e nell’università, obiettivo fortemente temuto e osteggiato. Anche quello di Bori.

Mi ha incuriosito il fatto che nei pochi mesi che Bori ha insegnato a Lecce si è ammalato. Pur lodando la natura salentina e la gentilezza dei leccesi, è scappato via da Lecce. Non ho elementi per fare affermazioni senza riscontri, tuttavia mi sia lecito pormi un interrogativo: non sarà stata anche quella religiosità salentina e meridionale, tutta esteriore e clericale, impenetrabile a qualsiasi tentativo di cambiamento e di novità a rendersi insopportabile alla sensibilità e alla ricerca di un cristianesimo “altro” che Pier Cesare cercava e viveva in quegli anni?

3 gennaio 2020

 

 

 

[1] Pier Cesare Bori, CV 1937-2012, Il Mulino, Bologna, 2012, pp.165.

[2] Pier Cesare Bori, Lampada a sé stessi, Marietti 1820, 2008, pp. 180.

[3] L’Espresso del 23.2.1996.

[4] I molti studi e ricordi di studiosi e amici di Bori si possono leggere sulla rivista online “Inchiesta” della Fiom: http://www.inchiestaonline.it/?s=Bori&x=0&y=0

[5] CV, op.cit., pag. 7.

[6] CV, op. cit., pag. 7.

[7] E’ utile ricordare tra i suoi scritti più noti, Chiesa primitiva (Paideia, 1974), Il vitello d’oro (Boringhieri, 1983), L’interpretazione infinita (Il Mulino, 1987). La sua ricerca su Lev Tolstoj è sintetizzata in L’altro Tolstoj (Il Mulino), e nella traduzione dal russo di Pensieri per ogni giorno (Edizioni cultura della pace). Ma quello di cui andava fiero alla fine era la traduzione in arabo, che aveva curato dopo l’edizione cinese, del Discorso sulla dignità dell’uomo di Pico della Mirandola.

[8] http://www.inchiestaonline.it/culture-e-religioni/enrico-peyretti-memoria-di-pier-cesare-bori/

[9] edito da Marietti 1920, 2004.

[10] CV, op. cit., pag. 73.

[11] CV, op. cit., pag. 73.

[12] CV, op. cit., pag. 99.

[13] CV, op. cit., pag. 106.

[14] CV, op. cit., pag. 103

[15] CV, op. cit., pp., 135-136.

[16] CV, op. cit., pp.. 151-152.

[17] Lampada a sé stessi, op. cit., pag. 17.

[18] Lampada a sé stessi, op. cit., pag. 11.

 

[19] Lampada a sé stessi, op. cit., pag. 12.

[20] Lampada a sé stessi, op. cit., pag. 13.

[21] Lampada a sé stessi, op. cit., pag. 14.

[22] Papa Francesco, Discorso del 21 dicembre 2019 alla Curia romana.

[23] Enrico Peyretti, in Il Foglio, n.397/2012

[24] Nella lettera del 30 aprile 1944 da Tegel, Bonhoeffer (in Resistenza e resa, Paoline, Milano, 1988, pagg. 348-350) annuncia il suo programma teologico: trovare un linguaggio nuovo per l’annuncio in un mondo non piú religioso.

Si possono leggere i passi più significativi sul tema in: http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaB/BONHOEFFER_%20IL%20CRISTIANESIMO%20IN%20.htm

[25] Per chi volesse conoscere di più questa esperienza si rinvia a: https://www.facebook.com/Una-via-166272553396405/

 

[26] In Fabrizio Truini: Pier Cesare Bori. Un cristiano mite e sapiente.

[27] http://www.inchiestaonline.it/culture-e-religioni/fabrizio-truini-pier-cesare-bori-un-cristiano-mite-e-sapiente/

[28] http://www.ristretti.it/interviste/incontri/bori.htm

[29] Da Quarta di copertina di Una lampada a se stessi, op.cit.

[30] http://www.inchiestaonline.it/culture-e-religioni/giancarlo-gaeta-lumano-compito-secondo-pier-cesare-bori/

[31] Così suona l’ultima delle tesi, dedicata all’etica in ambedue le versioni di Per un consenso etico tra culture, cit., p. 83 (1995, p. 101).

[32] L’altro Tolstoj, cit., pp. 24 e 37

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