UN MONACO RARO

Antonio Greco

Non me ne vogliano Barban e La Valle se ho iniziato a leggere il libro Benedetto Calati, Il monaco della libertà[1] saltando la loro prefazione e l’introduzione per andare a leggere direttamente la Conversazione di Innocenzo Gargano e Filippo Gentiloni, svoltasi a Roma, a   San Gregorio al Celio, il 25 gennaio 1994, con il monaco camaldolese[2].

E’ un resoconto stenografico, rimasto a lungo nella biblioteca di Raniero la Valle, con il rischio che andasse perduto, e tirato fuori da questi in occasione di due relazioni tenute a Fonte Avellana e poi a Camaldoli nel 2018.

I due amici che dialogano con Calati sono don Innocenzo Gargano[3], giovane discepolo e confratello di Calati, e Filippo Gentiloni[4], giornalista e scrittore. Hanno un obiettivo: interrogare Calati per carpirgli il segreto di 80 anni di vita. Nel sottotitolo del libro l’intervista è qualificata come “nascosta”, che non vuol dire “carpita di nascosto” ma che è una Conversazione da cui emergono gli “aspetti più profondi e meno noti” del percorso esistenziale di Benedetto, degli eventi civili ed ecclesiali che ha incrociato e del suo cammino monastico.

Fra i tre scorre un dialogo di 90 pagine, suddivise in 29 capitoli, ciascuno di una o due pagine, i cui titoli, oltre a precisare il contenuto, rendono molto agile e scorrevole la lettura.

L’amicizia fra i dialoganti consente a Benedetto di lasciarsi perlustrare e di aprirsi allo sguardo di chi lo interrogava e ai due interroganti di tirare fuori tantissime perle dallo scrigno dell’interrogato.

Nella introduzione di circa 30 pagine, Raniero La Valle sintetizza queste perle in tre temi: la paternità, l’esodo (5 esodi: 1. da Pulsano, luogo di nascita, e dal collegio dei carmelitani di Mesagne; 2. dal sud a Camaldoli e la dura prova dell’estraneazione; 3. dal 1931 al 1951, per riscoprire la tradizione cenobitica camaldolese contro la mitizzazione della perfezione eremitica; 4. da Camaldoli a Roma nel 1951, da procuratore generale dei Camaldolesi e superiore di San Gregorio al Celio, “una nuova stazione sulla via della libertà”; 5. Esodo oltre la storia per misurarsi con la sostanza e l’essenza della fede, con la Scrittura, con la liturgia e con la Chiesa) e la libertà, con particolare riferimento al tema dell’amore e della donna, tema quest’ultimo, “inconsueto perché tradizionalmente il più soggetto alla censura ecclesiastica” (32).

Per don Alessandro Barban, attuale priore generale dei Camaldolesi, “Benedetto è stato l’uomo del Novecento (…), e come sostengo ormai da alcuni anni, con lui si è chiuso il ‘900 camaldolese” (10).

La dedica del libro è “al discepolo che rimane” (Gv. 21,23). Per capirla riportiamo parte del capitolo di pag. 129:

Innocenzo: Tu spesso concludi i tuoi discorsi richiamando “il discepolo che rimane”. Che cosa intendi con questo?

Benedetto: Per me è sintomatico che al quarto vangelo, nella successiva redazione, che è di carattere ecclesiale, sia stato aggiunto questo capitolo 21, un capitolo vagante, in cui c’è questa consegna a Pietro: Pietro, mi ami? Il riferimento è sempre all’amore, non c’è un discorso giuridico; non ho approfondito questo punto ma anche qui si tratta di un discorso di amore. Poi Pietro (è un passo che ho imparato a memoria) vedendo che quel discepolo che Gesù amava li seguiva, il discepolo che nella cena aveva riposato sul petto del Signore, disse: «Signore, e lui?». «Che importa a te? Tu seguimi» gli rispose Gesù. Allora si sparse la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Ma Gesù non disse che non sarebbe morto, ma «se voglio che rimanga finché io venga, che importa a te?». Il quarto evangelo si chiude su questo. Quando l’anno scorso, a luglio, abbiamo fatto l’incontro a Monte Giove c’era Rossana Rossanda che ha letto l’agonia di Gesù, io esposi questo tema. Quando uscii dissi: Rossana, quel discepolo è in casa tua, sai?”. Io a Fano avevo detto: andate a trovarlo per le strade.

Innocenzo: Il discepolo che rimane, cioè: che importa a te, Pietro, lascialo stare. Questo è veramente un messaggio ecumenico di enorme apertura.

Benedetto: La chiesa istituzionale non leggeva mai questo brano nella liturgia, oggi lo fa una sola volta, la vigilia di Pentecoste. Perché ha paura di questo discorso!

Innocenzo: Ma cosa rimane dell’istituzione Chiesa? Dell’ordine benedettino, della congregazione camaldolese, di tutte queste regole e queste strutture? Cosa rimane, che ci stanno a fare, c’è qualcosa che si può salvare?

Benedetto: Rimane una pedagogia della fede. Hanno un valore pedagogico”(129).

Il libro è dedicato a chi ama, il cui amore rimane, perché ha in sé la pienezza della vita (zoè e non psyché, secondo Giovanni) che vince la morte.

Un monaco raro che parla del Padre più al figlio prodigo che al figlio maggiore

Giggino (con due g – come fa notare La Valle) Calati è un uomo del sud che fugge dal sud a 16 anni per farsi monaco Camaldolese. Fino a 37 anni la sua vita monastica è fatta di studio e di preghiera.

Dal 1951 in poi la vita di Benedetto diventa anche vita apostolica, ricchissima: di incontri e di amicizie, di apertura di percorsi di vita nuovi e problematici, di inquietudini e libertà coraggiose.

Le amicizie, quelle riportate nella Conversazione sono tante. Benedetto, in questi rapporti amicali, appare “come il mare, che riceve acqua da tutte le parti, e la torna a distribuire a tutti i fiumi”. Fra Galdino, monaco cappuccino (di manzoniana memoria-cap. III del Promessi Sposi), fa riferimento ai beni materiali, le noci.  Per Calati, monaco camaldolese, è applicabilissima ai beni dei rapporti umani e spirituali. Benedetto ascolta e rumina le esperienze e i problemi di tantissimi laici protagonisti della storia del ‘900, di preti in cammino, di monaci a noi poco noti ma protagonisti nell’ordine camaldolese, di teologi “catacombali” del preconcilio, “liberati” poi da Papa Giovanni e dal Concilio Vaticano II.

Per vent’anni, prima del 1951, la fase preparatoria della sua vita è lo studio della Scrittura. Ma non “respira” ancora. Si sente rinascere quando in una mano c’è la scrittura e nell’altra la vita vissuta, gli amici e il confronto con essi. Nella Conversazione Innocenzo gli chiede: “Perché rinascevi? Cos’è che ti davano? E padre Benedetto risponde: “Un respiro”. E Innocenzo: “di che tipo?” Benedetto: “Che ti debbo dire, era il rapporto che mi maturava e mi apriva gli occhi alla storia”(79).

Il Benedetto “definitivo”, quello “maturo”, è quello che ha introiettato il messaggio essenziale della vita cristiana: “la carità come chiave ermeneutica della Parola di Dio”. Interpretare tutto con il criterio della carità. La carità non solo come virtù teologale ma come chiave interpretativa di tutta la vita.

 Lo stesso criterio che ha utilizzato e continua a utilizzare Papa Francesco, dopo quasi 20 anni dalla morte di Benedetto.

Riprendendo la parabola raccontata da Gesù e riportata da Luca, 15 (la parabola del Padre-Amore, detta impropriamente del figlio prodigo), Benedetto racconta con la sua vita chi è il Padre misericordioso per l’uomo moderno che sceglie la libertà e si allontana dalla casa paterna.

Chi è il Padre

La spiritualità di Calati è fondata sulla Parola di Dio (Scrittura e vita) che “cresce con chi legge”, secondo la frase che ricorreva spesso nel vocabolario di questo monaco, attribuita a San Gregorio Magno: divina eloquia crescunt cum legente. La sua non è mai spiritualità astorica. Critica, invece, “una mistica troppo preoccupata dei problemi personali, dell’io, dell’individualismo…San Giovanni della Croce, Santa Teresa d’Avila, che oggi sono molto esaltati, … non si accorgono di Alessandro VI, o di Leone X dei Medici … non si accorgono della cacciata degli ebrei…La bibbia è maestra di una parola che scende nella storia”(103).

Raniero La Valle e Rosanna Virgili, discepoli e profondi conoscitori del monaco, con mirabile acume, riassumono così la nuova teodicea di Calati.

“Una volta a due sposi che salivano a trovarlo, padre Benedetto poté dire, come a svelare un segreto, che «Dio è un bacio»;  e forse aveva in mente non solo la Cantica, ma il bacio che Gesù non ebbe dal fariseo mentre la donna peccatrice non cessava di baciargli i piedi, o quello della donna del profumo che sarà ricordata dovunque il Vangelo sia annunciato, o quello che secondo Benedetto Gesù si scambiò con Maria di Magdala nel Giardino della resurrezione dicendole non «mi trattenere» o il «bacio santo» che gli apostoli raccomandavano alle loro comunità”(33).

Nel 2010, nel decimo anniversario della morte di Calati, Rosanna Virgili[5], rivela che in due toccanti lettere a lei indirizzate, Benedetto Calati diceva del “bacio” che “abbiamo sporcato, con la nostra pudicizia sospettosa di erotismo, questo e altri segni della trasparenza di Dio nell’umano”. Meditando su «Salutatevi col bacio santo» (Romani 16,16), Rosanna Virgili ha ricordato che l’invito di San Paolo si traduceva in un vero bacio sulla bocca, implicante il corpo (il soma, non la carne-sarx), che è tempio dello Spirito santo. Perciò era atto liturgico, segno dell’unico Spirito, nella comunione dei vari carismi. Era un co-respirare: tra chi bacia e chi è baciato c’è parità e c’è il trasmettersi con il bacio il soffio dello spirito Santo che abita in noi.

«Dio è un bacio» può apparire solo un’espressione poetica, in realtà è la esperienza di fede di chi ha incontrato l’amore del Padre e pone come principio e fine essenziale della sua vita la centralità della carità (agape).

Don Benedetto parla ancora, ma a chi?

Il cuore di tutta La Conversazione è il racconto di una radicalità, che lo rende monaco raro, e che consiste nel primato dell’amore sopra ogni altra cosa, anche sopra la legge e le dottrine; nel vedere la Chiesa terrena non come una istituzione che guarda se stessa, ma come una pedagogia; nel relativizzare i sacramenti come segni e non sostituti delle realtà significate; nell’affermare la sovrana libertà del cristiano; nel difendere a qualsiasi costo il primato della coscienza; nello sganciare da infantili subordinazioni clericali le scelte laicali circa le realtà terrene e nell’alzare la bandiera dell’autonomia della coscienza.

Dopo vent’anni dalla morte di Benedetto molte cose sono cambiate. Questa radicalità, che ha molto parlato ai cosiddetti lontani (ma lontani da chi?) quando era in vita, ha qualcosa ancora da dire oggi? E a chi?

Il figlio minore della parabola, figura dell’uomo moderno, è caratterizzato da due elementi: la voglia e la libertà di andar via dalla casa del Padre. E, praticata questa libertà, da una voce critica interiore, nata dalla inquietudine del vivere e dalle difficoltà materiali, che lo spinge al ritorno in quella casa da cui si era liberato. All’uomo moderno manca chi stimoli questa voce critica interiore. Calati, invece, è stato proprio colui che, rispettando il primato e la libertà della coscienza, ha stimolato lo spirito critico che sempre la deve abitare.

E per questo è stato un monaco molto amato. Per capire perché tanti laici lo hanno amato citiamo, fra i tanti, Mario Tronti che ha frequentato molto a lungo Benedetto.

  1. Tronti, di matrice laica e marxista, nel suo libro Dello spirito libero, edito da Il Saggiatore nel 2015, dopo aver denunciato il crollo di tutte le speranze sociali e politiche nutrite nel corso del Novecento, rilancia la spiritualità come «ultima e definitiva frontiera di resistenza» di fronte a un capitalismo che «ha fatto il deserto all’interno dell’uomo, ha reciso le radici dell’anima nella persona». Spiritualità, come imparato anche da Calati, non necessariamente come dimensione propria di una fede religiosa, ma come interiorità, coltivazione del «mondo interiore dell’essere umano»; come «rivendicazione di esistenza dello spirito libero, forte e profonda carica antagonistica nei confronti dell’attuale organizzazione della vita».

Ma Calati è stato anche criticato e, qualcuno scrive, anche odiato. Un amico, dopo aver letto il libro che recensiamo, sostiene che dovrebbe essere letto da tutti i preti. Ritengo che rimanga un flebile auspicio. La radicalità di Calati non può parlare alla maggior parte dei funzionari religiosi. E ci sono più motivi. Il principale è quello strutturale e teologico: una chiesa fortemente clericale, fortemente gerarchizzata e mondanizzata, ha ai suoi lati due ali scomode, le uniche riconosciute dal Vangelo: i monaci e i laici. I monaci “annunciatori della Parusia” e i laici “testimoni dell’Incarnazione”, ma insieme gli uni partecipi del carisma degli altri in forza dell’unico battesimo che ci fa tutti Popolo di Dio.

A chi da questa prospettiva teologica (la Chiesa con due anime carismatiche) chiedeva a Calati l’urgenza per la chiesa di abbandonare il clericalismo, cioè di togliere il potere o portare a cambiamento il terzo incomodo rappresentato dal clero (né monaco né laico), rispondeva: «Necessariamente. La parola `clericale` deve essere scomunicata! La laicità è la vera parola evangelica. Gesù è laico, e pure la sua Chiesa deve esserlo».

Calati precisava e puntualizzava il suo pensiero sulla istituzione ecclesiastica: è solo un mezzo e ha una funzionalità pedagogica. Il concetto è ripreso più volte nella Conversazione, come quando: “Ecco perché per esempio quando ho incontrato tre anni fa la Rossana Rossanda volevo dirle: scopri Gesù e basta, lascia perdere la Chiesa” (pag. 83).

Considerava il laicato dipendente dalla gerarchia una aberrazione anche perché “quando i laici avvertivano minimamente l’autonomia del loro cammino finivano affogati” (113). La sua posizione nei confronti delle scelte politiche dei suoi amici era improntata alla massima autonomia e rispetto. “Io non sono un politico” (95) (…) ”Io non ho competenza politica” (97). Avvertiva come un dramma l’invasione clericale in questo settore. Il clima post 1948 era terribile. Racconta di un suo confratello che “non prendeva l’auto perché passava sopra la strada cementata dai comunisti”. E questo clima che ha prodotto tante divisioni e creato enormi problemi alla chiesa italiana, per cui Calati confida di “essere traumatizzato” (105), fa capire meglio il racconto di ciò che accadde nel 1976 quando alcune personalità di spicco del mondo cattolico, fra cui Raniero La Valle, noto amico e frequentatore della comunità di Camaldoli, decisero di candidarsi come indipendenti nelle liste del partito comunista: “Stemmo fino a mezzanotte a parlare e io gli dissi: ‘La gerarchia non ha niente a che fare qui, la tua coscienza’. Sempre più mi confortava, grazie a queste amicizie, la centralità della coscienza. La tua coscienza” (111). Dopo il Concilio -sosteneva- si aspettava una crescita dell’autonomia dei laici, che è rimasta disattesa. Con gravi conseguenze anche politiche. Se tanti laici cattolici della Democrazia Cristiana avessero fiutato meglio il Concilio, “avremmo potuto evitare molti guai” (94) della crisi politica italiana. Riporta il giudizio del 1993, durissimo, di Dossetti sulla DC, che dice di condividere: “che dobbiamo fare? Abbiamo chiesto. ‘Tutti a casa’, era inesorabile: tutti. E chi prenderemo? I trentenni. Rivolgetevi ai trentenni” (95).

Interessanti appaiono anche i risvolti pastorali di questa impostazione ecclesiale senza clericalismo: si veda, per esempio, quello che Calati pensa del padre spirituale sia per i preti che per i laici: “Il nuovo testamento non parla di padri spirituali, parla di una immediata percezione e di un immediato contatto attraverso lo Spirito Santo” (138); o quello che pensa “sull’assioma che la scelta monastica o presbiterale fosse comunque definitiva. Perché non ammettere la temporaneità?” (126); o quello che pensa sul dramma di tanti preti e monaci, che per motivi diversi hanno abbandonato il ministero: “Le personalità (nd.r. di preti e monaci) che sono già molto ricche riescono a riemergere e a liberarsi; il problema è dei piccoli, dei poveri e dei deboli che rimangono segnati per la vita” (139).

A quando un viaggio di ritorno di Calati al sud?

Benedetto non si sente un profeta. “Per esempio, quando nell’ultima intervista mi chiamano “profeta”, non va bene, non usiamo questi termini, non li posso accettare, non è vero” (107). “Non sono stato un precorritore, però ho sempre capito” (106). “Non sono mai stato un pioniere, non voglio questa gloria, però capivo che c’era gente in cammino” (111).

E’ difficile, però, non consideralo un portatore di profezia. Profezia, nel linguaggio cristiano, indica uno svelamento e un annuncio ispirato delle cose che devono venire, qui nella storia ma anche oltre la storia. In questo senso si dice dello stesso popolo cristiano che è un popolo profetico, nella continuità della profezia di Gesù.

Se è riduttiva la etichetta di “riformatore progressista”, è anche riduttiva l’etichetta di “monaco italiano o europeo”. E’ stato anche questo. La sua apertura ecumenica lo ha portato in India e in Brasile, dove ha piantato e rafforzato le tende camaldolesi. Meglio, quindi, “profeta” e “cattolico” (etimologicamente cattolico significa “riferito al tutto”).

Ma noi, senza alcun bieco campanilismo, non vogliamo dimenticare che questo monaco raro è un uomo nato a Pulsano (TA) e ha, per anni, imparato il latino a Mesagne (BR) nel sud. Anche se dal sud è fuggito. Da una vita di istituto formativo e da una cultura religiosa meridionale per nulla soddisfacente anche per un adolescente. Dice papa Francesco che la “memoria dei padri è un atto di giustizia”. Perciò ricordare non basta. Il ricordo è giusto se si attualizza. L’eredità di Calati per noi meridionali è il lascito della sua ricchissima dote di testimonianza e di profezia, ben raccontata in Conversazioni, da non lasciare scritta in un libro. Il sud ricco di religiosità esteriore, di cristiani indifferenti o sudditi al potere religioso, da cui Calati è fuggito, ha bisogno di spiriti liberi e forti, di cui è povero. Questa sua povertà è una delle cause, forse non l’ultima, della perdurante crisi economica, sociale, politica e culturale e dei tanti problemi di questo lembo d’Italia, causati anche dallo spopolamento e dalla fuga dei suoi figli migliori. E causa, a sua volta, di questa povertà è la mancanza di una profonda carica antagonistica nei confronti dell’attuale organizzazione della vita ecclesiastica e sociale.

Don Innocenzo Gargano e Padre Emanuele Bargellini, Priore Generale della Congregazione Camaldolese nel periodo in cui Padre Benedetto è tornato alla Casa del Padre, hanno raccontato gli ultimi istanti di vita del monaco camaldolese. Del racconto un particolare, fra gli altri, mi ha colpito. Gargano, sapendo che stava per morire, era andato a trovarlo. Benedetto aveva voluto essere portato in refettorio, che era per lui luogo sacro, e dopo il caffè, ritornato accompagnato nella sua stanza, aveva invitato Innocenzo ad andar via. “Innocenzo gli chiede: «vengo la prossima settimana?». Continua Gargano, mi ha risposto con una voce profonda: «(S)iiiiiiii…». Commenta Gargano: “Sembrava lo stesso gergo dei nostri contadini (del sud) che avevano il traino, quando si fermava, che dicevano: «(S)iiiiiii». Uguale! Siccome lo conosco, lo ha fatto apposta: «lu trainu è rrivatu a casa»”[6].

Il corpo di Calati è arrivato alla casa del Padre. Ma il dono della sua intensa vita spirituale non ancora è arrivato alla sua terra natia.

Quando il suo lascito spirituale inizierà il viaggio di ritorno anche al sud bisognoso di una forte carica evangelica per l’attuale organizzazione della vita ecclesiastica? Quando la chiesa pugliese e meridionale si lascerà spingere dal vento del cambiamento spirituale vissuto da un suo figlio ispirato dalla novità dello Spirito?

14 ottobre 2019

[1] Benedetto Calati, Il monaco della libertà, a cura di Raniero La Valle. Prefazione di Alessandro Barban. Gabrielli editori, san Pietro in Cariano (Verona), luglio 2019. pp. 140, euro 15,00.

[2] Nato a Pulsano (Ta) il 12 marzo 1914 e morto a Camaldoli il 21 novembre 2000.

[3] P. Guido Innocenzo Gargano è un monaco benedettino-camaldolese, già priore del monastero romano di San Gregorio al Celio. Docente di teologia patristica al Pontificio Istituto Orientale e di Spiritualità monastica antica presso il Pontificio Ateneo Anselmiano, biblista e patrologo. Ha scritto, fra l’altro, Lectio divina del Nuovo Testamento, ed. EDB.

[4] E’ stato un giornalista del Manifesto. Noto ai più per il suo libro, Abramo contro Ulisse, ed. Claudiana.

[5] In Il Foglio, http://www.ilfoglio.info/default.asp?id=17&ACT=5&content=299&mnu=17

[6] https://www.youtube.com/watch?v=UxTQ0kNDx7E

 

One Reply to “UN MONACO RARO”

  1. Padre Benedetto Calati e la carità che accoglie e legge nello spirito, appunto ermeneuta. Pietro Ingrao dirà di P. Benedetto Calati:”mi ha liberato dalle mie sicurezze e aperto al dubbio. Ora mi affido al mistero”. Che altro aggiungere se non un grazie per quanta carità operata nel raggiungere il profondo essere di ognuno con la carità come fine al congiungimento con Dio. Padre Benedetto con la ragione del cuore, la carità, che testimonia Dio Amore.

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