L’ITALIA MANDA ARMI MA GLI OPERATORI DI PACE NON MOLLANO

Questo articolo di Maurizio Portaluri* è stato pubblicato su Quotidiano di Puglia del 12 marzo con il titolo IL PACIFISMO NON e’ MOLLEZZA MA UNA FORZA DI ALTRO TIPO.

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Queste parole dell’articolo 11 della Costituzione repubblicana dovrebbero essere ripetute incessantemente in questi giorni in cui paura, dolore ed emotività si mescolano per una guerra che, dopo il secondo conflitto mondiale e quella dei Balcani, è tra le più vicine alla frontiera italiana. Le immagini delle distruzioni e dei morti ucraini ci impressionano di più di quelle a Gaza e nello Yemen. Alcuni governi italiani hanno dimenticato l’articolo 11 quando hanno di fatto consentito la guerra in Kossovo, in Libia, in Iraq.

I pacifisti, pesantemente attaccati in questi giorni, sanno che la loro pretesa di utilizzare la nonviolenza, considerata una forza più grande di quella delle armi, è stata sempre derisa come mollezza e effeminatezza. Prediligere il linguaggio delle armi richiede una visione dicotomica, noi e loro, ucraini e russi, ora persino ortodossi di Mosca e quelli di Costantinopoli a discapito della complessità.

Il cristiano Kirill, patriarca di Mosca, ha detto nel suo sermone di domenica 6 marzo che in Ucraina “la repressione e lo sterminio delle persone nel Donbass va avanti da otto anni” perché in quella regione “c’è un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale”. La guerra di Putin per lui è l’ultimo baluardo contro “una specie di passaggio a quel mondo ‘felice’, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della ‘libertà’ visibile” riconoscibile dalle parate gay pride. In Russia ci sono anche coloro che coraggiosamente manifestano contro la guerra. Un gruppo di oltre 250 presbiteri e diaconi della Chiesa ortodossa russa ha scritto in questi giorni: “nessun appello non violento per la pace e la fine della guerra dovrebbe essere respinto con la forza e considerato come una violazione della legge, perché questo è il comandamento divino: beati gli operatori di pace. Invitiamo tutte le parti in guerra al dialogo, perché non c’è alternativa alla violenza”.

L’Ucraina ha diritto di difendersi dall’attacco del governo russo anche in base all’art. 51 della carta delle Nazioni Unite, ma il modo in cui lo sta facendo non è detto che sia il più efficace e quello in grado di salvare più vite umane.

L’equivoco di questi giorni è che la nonviolenza sia una debolezza, una rinuncia a far valere i propri legittimi diritti, il proprio diritto a vivere nonostante le diversità di vedute. Al contrario si tratta di una forza diversa, praticabile da tutti anche se necessita di una formazione ed un autocontrollo molto severi. Nel Parlamento italiano giace dal 2014 una legge di iniziativa popolare sulla difesa civile che non trova la via della discussione.

Si ritiene erroneamente che la nonviolenza non attenga alla politica, considerato il campo del pragmatismo. E invece proprio Gandhi affermava che se la nonviolenza non  serve a livello politico non gli interessava, cioè non sapeva che farsene.

Sbaglia poi il segretario del PD, Enrico Letta, alla Camera dei deputati il 1 marzo 2022, quando cita il teologo luterano Bonhoeffer, impiccato dai nazisti nel 1945, che diceva: “Quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede, io non posso, come Pastore, contentarmi di sotterrare i morti e consolare le famiglie. Io devo saltare e afferrare il conducente al suo volante, è il mio dovere”. Ma questa è una manipolazione perché Bonhoeffer complottò per l’assassinio di Hitler ma non chiese di affamare il suo popolo. Giustamente Raniero La Valle ricorda che “alla Russia sono state irrogate sanzioni capaci di provocare al suo popolo il massimo dolore, di metterla fuori del sistema monetario e del commercio mondiale, e in sintesi di precipitarla nella condizione di paria…. Il messaggio che in tal modo era mandato alla Russia, insieme alla cacciata dal Consiglio d’Europa, dalle competizioni sportive e tutto il resto era che la Russia deve sparire dalla faccia della terra”.

L’altro argomento contro gli strumenti di pace è la mancanza di democrazia: la Russia è una “autocrazia”. Ma cosa è l’Arabia Saudita che aggredisce lo Yemen? E lo Stato di Israele la cui costituzione definisce “la patria nazionale del popolo ebraico” e l’apartheid del popolo palestinese? Eppure “nella stessa settimana in cui le forze russe sono entrate in Ucraina – ci ricorda Frei Betto – gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei in Somalia, l’Arabia Saudita ha bombardato lo Yemen, Israele ha colpito la Siria e i palestinesi nella Striscia di Gaza”. E l’Occidente cosa ha detto?

Cosa bisogna fare da operatori di pace? “Mettersi in viaggio controcorrente da tutti i Paesi d’Europa per invadere pacificamente l’Ucraina e mettere in crisi l’apparato bellico russo è molto più rischioso che inviare armi. Certo, convocare un Consiglio dei ministri europei a Kiev come ha proposto Michele Serra, è molto più impegnativo che rilasciare dichiarazioni, scrivere appelli e telefonare ai presidenti di Russia e Ucraina, ma forse spariglia le carte e interrompe la spirale di morte innescata dal delirio distruttivo di Putin” scrive Tonio dell’Olio su Mosaico di pace, la rivista di Pax Christi fondata da don Tonino Bello.

Eppoi come sostiene il giurista Domenico Gallo “bisogna respingere la prospettiva che l’Ucraina possa diventare la lancia della NATO nel costato della Russia”. Ma ormai siamo in guerra e non possiamo più essere mediatori. “Quello che non è stato spiegato al Parlamento e all’opinione pubblica – dice sempre Gallo –   è che la legge italiana sulla neutralità (regio decreto n. 1415 del 1938, All. B, art. 8) vieta di fornire armi ai paesi in guerra. La ragione è semplice: chi fornisce armi a un paese in guerra partecipa al conflitto e quindi non può essere più considerato neutrale. Con l’invio di uno stock imprecisato e secretato di armamenti e di mezzi bellici, l’Italia abbandona la neutralità e diviene un paese belligerante, sia pure per interposta persona”.

Una situazione difficile per il paese e per chi vuole percorrere vie di pacificazione, ma gli operatori di pace non demordono.

*Archivio per l’Alternativa “Michele DI Schiena”

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