RAFFAELLA GUADALUPI: GENERATRICE DI PASSIONI

Antonio Greco

Un anno fa, il 12 marzo 2020, moriva, non di covid-19, Raffaella Guadalupi. Ma la diffusione del virus pandemico aveva impedito la partecipazione comunitaria di amici e conoscenti a un normale rito funebre. Dal 9 marzo fitte tenebre si erano addensate sulle strade, su piazze e case delle nostre città.

L’impossibilità di un normale rito funebre, però, spesso abitudinario e retorico, ci ha costretti a trovare modi nuovi per dare conto ed espressione della vita di un’amica che la morte ci ha tolto ma che, paradossalmente, ha anche svelato e fatto conoscere meglio.

La vita di Raffaella, per chi l’ha conosciuta bene, rimane un tesoro nascosto. Realisticamente non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari.

Il primo anniversario della morte si aggiunge ad altri momenti, che, negli ultimi sei mesi, hanno ricordato la vita e la morte di Raffaella.

Il 12 settembre, nell’illusione che stava per tornare la luce di un nuovo giorno senza pandemia, parenti e amici si sono ritrovati insieme nella cattedrale di Brindisi per riempire il silenzio comunitario del precedente 12 marzo con la voce del ricordo e della riconoscenza e per una preghiera-ascolto di ciò che Raffaella è stata per noi.

Un gruppo di amici dava conto con la pubblicazione e la distribuzione di un quaderno monografico del meglio del pensiero e dell’azione di Raffaella e delle tante testimonianze di amici e conoscenti. https://issuu.com/manifesto4ottobre/docs/quaderno_raffaella_-_ver_24_agosto_2020-_manifesto

Il quaderno era stato preceduto da una testimonianza e dalla sua recensione su Il 7 Magazine del 10 settembre 2020.

https://online.flippingbook.com/view/506033/20/

Domenica 13 settembre, al coro degli amici si univa una toccante e profonda annotazione della nipote di Raffaella, Silvana Botrugno, che così mi scriveva (e che, autorizzato, rendo pubblica):

Mi è capitato di vedere in TV su RAI Storia il bel docufilm di Nanni Moretti “Santiago, Italia” sull’impegno dell’Ambasciata italiana a Santiago in favore dei perseguitati dal regime di Pinochet all’indomani del golpe dell’11 settembre 1973.

Io allora avevo quasi 10 anni e non riuscivo a comprendere il senso dei carri armati per le strade di una capitale, le persone in stato di arresto. A casa di zia Raffaella, nei mesi successivi al golpe, c’erano dei volantini sulla situazione cilena. Fu lei a dirmi che era successa una cosa gravissima, insopportabile e che i buoni non erano i militari.

Paolo ha detto che la zia era la persona con cui coltivare le passioni. Lei era anche la persona che instillava le passioni. Credo che la curiosità per il mondo, la passione civile, il senso della giustizia per me siano nati proprio quel giorno, davanti a quei volantini ciclostilati alla bell’e meglio. È stato allora che è cominciato un viaggio che continua tutt’oggi. Grazie, zia. Silvana

Da annotare, infine, “la storia discreta ma tanto appassionata di una docente di francese, che volle inverare nella sua vita il portato della straordinaria rivoluzione iniziata dal grande Papa Giovanni XXIII con il Concilio Vaticano II” raccontata  nella rubrica “Lo scrigno riaperto” del Nuovo Quotidiano di Puglia del 9 novembre 2020.

(Quotidiano di Puglia di lunedì 9 novembre 2020, pag. 13)

In questo primo anniversario, dopo un anno di sfiancante pandemia, il fare memoria di Raffaella ci riporta alle parole di Dietrich Bonhoeffer, con cui concludevamo il quaderno del 12 settembre:

«Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara. Non c’è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tener duro e sopportare (…) finché il vuoto resta aperto si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo. (…) Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa. I bei tempi passati si portano in sé non come una spina ma come un dono prezioso».

(Dietrich Bonhoeffer, in una lettera dal carcere scritta la Vigilia di Natale del 1943).

Le lettere dal carcere di Dietrich Bonhoeffer, raccolte in un volume, ebbero per titolo: “Resistenza e Resa”. Titolo che sintetizza l’atteggiamento di Bonhoeffer non solo verso il nazismo che lo ha giustiziato, in un campo di concentramento, a soli 39 anni ma verso la totalità della esistenza.

Noi rimasti in vita, non siamo gli stessi di un anno fa. Siamo stanchi e debilitati. Ma di fronte al male, alla malattia, alla sofferenza, all’avversità di oggi occorrono “resistenza”, perché siamo chiamati alla vita e non alla morte, e “resa” alla nostra caducità che non significa dolente rassegnazione davanti a un incomprensibile destino, ma consapevolezza del nostro essere uomini.

Chi ha conosciuto Raffaella ha conosciuto una donna dotata di resistenza coraggiosa, spesso borbottante, anche se mai arrogante. Una donna di resa docile, anche se mai rassegnata.

Ma non è davvero retorica, credo, dire commossi che il vuoto per la sua morte può essere riempito solo dalla gratitudine per averci ricordato che occorre vivere, in qualsiasi situazione, con “resistenza e resa”.

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