ANNE SOUPA: PERCHE’ UNA DONNA SI CANDIDA A FARE IL VESCOVO DI LIONE

Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per fare un percorso di liberazione”.

Pubblichiamo la trascrizione di una parte dell’incontro con la teologa francese Anne Soupa1 che nel maggio 2020 si è candidata alla guida della diocesi di Lione.

L’incontro è stato organizzato nel dicembre 2020 da “Donne per la Chiesa” insieme all’ “Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne”, a “Voices of Faith”, “Adista”, al “Catholic Women’s Council” e alle donne della “Federazione delle Donne Evangeliche in Italia” (FDEI).

L’incontro, che ha per tema “Siamo tutte Anne Soupa” può essere visto sulla homepage di Adista.it e sul link in coda.

Paola Lazzarini Orrù:

La candidatura a vescovo di Lione di Anne Soupa era stata considerata una semplice provocazione e invece porta con sé ragioni interessanti da approfondire. Alla base c’è una profonda consapevolezza di chi è, di ciò che ha dato e può ancora dare alla Chiesa. Ma c’è anche un’idea di chiesa e di leadership già praticabile delle donne nella chiesa perché con il suo gesto si è verificato un innesco di un processo che è andato ben al di là di Anne.

Sappiamo che non è diventata vescovo di Lione ma la valenza della sua candidatura resta per le ragioni che l’hanno motivata.

Chiediamo ad Anne di raccontare come è nata la sua candidatura, da quali riflessioni, poi cosa è successo, come è stata accolta, come si è conclusa e cosa può dire alla chiesa italiana.

Anne Soupa

Le motivazioni della mia candidatura a vescovo sono allo stesso tempo esterne ed interne. Quelle esterne: il contesto della Chiesa francese è molto preoccupante. Le finanze vanno male con il lockdown, i vescovi sono divisi e le proposte dei vescovi sono mediocri, il movimento tradizionalista è molto forte, più che in Italia. Abbiamo in questo momento una Chiesa autoritaria e fredda.

Una prima motivazione: mi lamentavo di questa Chiesa. Mio figlio in un pranzo di famiglia mi dice: “mamma presentati”. Ho capito che questo non basta e mi obbligava ad uscire dal privato per reagire. Il mondo cattolico è invaso dalla lamentela e la lamentela è molto confortevole. Mio figlio me lo ha chiesto e questo mi ha dato un’ultima legittimità. Non ci avevo pensato, non veniva da me.

Quali sono le mie motivazioni profonde, interiori. Ci vuole molto tempo per capire perché abbiamo fatto qualcosa. Ho avuto bisogno di 4-5 mesi per capire tutte le mie motivazioni. Fra un po’ esce un libro mio che si chiama “Per l’amore di Dio” che racconta la mia candidatura e il programma di vescovo. Quali sono le mie motivazioni interiori?

La prima: non sopporto più lo sfasamento fra la Chiesa e la società. È impossibile vivere bene avendo due emisferi opposti. Un emisfero civile in cui siete una donna considerata per le vostre competenze e un emisfero religioso dove siete considerate una minorenne che non ha cittadinanza. Questo sfasamento è per me insopportabile.

La seconda: la consapevolezza della mia dignità. Per tutte noi donne è un dovere rifiutare di essere così maltrattate, di essere strumentalizzate, sempre sottomesse alla tipologia della Chiesa, che ci rispetta quando dice che siamo la rappresentazione della Chiesa, ma non ci rappresenta come persona. Siamo maltrattate in questa Chiesa: sempre ci prendono la parola, non ci danno la parola. I discorsi del Papa sono discorsi di seduzione. E nell’ultimo libro del Papa, “Cambiare il mondo” del 2 dicembre, è ancora peggio. Papa Francesco, che io ammiro, è un uomo affabile. In questo libro osa indicare il suo metodo per promuovere le donne: l’infusione, e cioè mettere le donne come consulenti nella Curia. Spera che la particolarità, il carisma delle donne pian piano cambierà la mentalità clericale della Curia. Ma questo è mandare la donna al fuoco, in trincea, condannarla a farsi divorare dagli uomini della curia. Come l’infusione di un sacchetto di thè che dopo si butta. Lo sguardo ecclesiale sulle donne è indegno di noi e dobbiamo dire: “è finita! Basta! Siamo la metà dell’umanità, non dobbiamo aspettare che voi ci date il nostro posto”. Ce lo prendiamo perché siamo a casa nostra nella Chiesa, non siamo un oggetto strumentalizzato da chi ci dice: “ah siete brave a far questo o quell’altro”. La decisione di dire chi siamo non appartiene agli uomini nella Chiesa, appartiene a noi.

La terza: è una convinzione profonda che la Chiesa scomparirà se non accoglie le donne. Nella società le donne sono trattate allo stesso livello degli uomini ma lo sguardo che la società manda alla Chiesa sarà sempre di più di rimprovero e la società non manderà più nessuno nella Chiesa se tratta così male le donne. Sono convinta che questo sfasamento non sarà sopportato e che la Chiesa scomparirà se non accoglie le donne.

Ecco le tre motivazioni che hanno pesato nella mia decisione.

Quando ho preso la decisione di candidarmi non c’erano più divisioni in me, non c’era più paura, c’era solo gioia, gioia di vedere la foto di una donna accanto alla foto di un vescovo, una gioia piena perché non sono io in causa ma tutte le donne. Che gioia la possibilità di vedere una donna vescovo nella Chiesa che amo!

L’ultima delle mie motivazioni: la gioia di dirmi che eravamo tutte capaci di servire la nostra Chiesa con le nostre competenze e non con lo sguardo degli uomini. Uno sguardo stereotipato: donne dolci, materne. Tocca a noi dire chi siamo, non agli uomini di Chiesa. Quando possiamo essere riconosciute come siamo (è stato il mio caso quando ho visto la mia foto accanto la parola vescovo) non c’è più l’oggettivazione, c’è solo gioia.

Quali sono state le conseguenze di questa candidatura?

La prima: un gran tumulto mediatico. I primi giorni durante la settimana ho avuto 7-8 richiami di preti al giorno, media, stampa, TV, la notizia ha fatto molto rumore: perché era una donna, perché era a Lione, la città dove ci sono stati abusi sessuali e quindi un contesto già mediatizzato. Dire che ero capace di diventare vescovo a Lione, in questa diocesi così maltrattata dai sacerdoti, era un modo di dire: “più ci saranno donne al comando, meno ci saranno abusi sessuali da parte di preti”. Questo è molto importante. Sono gravi gli abusi sessuali dei preti prima di tutto perché questa violenza incide profondamente sulle vittime, ma quel che più è grave è l’omertà, la dissimulazione, il diniego, mancanza di trasparenza. Tutte conseguenze di una pratica clericale: ci si protegge tra preti, deve rimanere tutto all’interno, non si denuncia un collega, mettiamo lo stupratore un po’ da parte per qualche tempo ma non lo vogliamo denunciare. Questa omertà mantiene il problema, vi saranno altri casi e il sistema continuerà. Bisogna rompere questo sistema. La presenza delle donne rompe questo sistema. Non voglio fare interpretazione di genere e sostenere che se ci sono delle donne, ci saranno meno abusi. Non credo che le donne facciano meglio. Ci sono stati abusi anche nelle congregazioni femminili. Invece penso alla virtù della differenza: se ci sono uomini e donne il sistema non starà nello stesso modo. L’abuso non sarà più nascosto, nell’opacità. Il sistema per forza si aprirà alla luce.

La prima conseguenza del grande rumore mediatico è stata che la società ha accolto questa questione degli abusi ed ha visto ed ha capito che le donne sarebbero un ottimo modo di ridurre gli abusi.

Poi altre conseguenze: ci è stato un’enorme presa di coscienza. Ho ricevuto molte e-mail, 600 lettere, una mail con 17 firme di una petizione. Molta gente ha pensato, ha riflettuto. Qualcuno ha detto: “ma è matta!” Ma poi riflettendo dice: “dopo tutto, perché no?” “Perché no?” Ci tengo a questa parola, deve fare strada nelle nostre teste. L’inclusione di questa frase nella coscienza dei cattolici è molto importante. Tutte le discussioni che ho avuto provano che questa presa di coscienza è in cammino. La gente si è mossa, facendosi delle domande dopo questa mia candidatura. Non nascondo che la mia candidatura ha creato delle divisioni nel clero. Ci sono state delle opposizioni viscerali, ma perché? Non tanto perché ero una donna ma perché avevo osato porre una candidatura e rompere un modo di fare nella Chiesa. La mia proposta è un modo considerato orgoglioso, audace, insolente, non rispettosa della decisione del Papa. È il Papa che nomina i vescovi. I preti e i vescovi sono stati scioccati da una mia candidatura, dal fatto che abbia fatto come nel mondo civile dove per un posto si manda una candidatura. Ho risposto che se non lo avessi fatto, nessuno sarebbe venuto a cercarmi. Ho pensato molto alla storia dell’infermo del Vangelo, della piscina di Siloe. Il povero paralitico non ha nessuno che lo mette in acqua e Gesù passa e lo mette nell’acqua. Per la mia candidatura ho dovuto spingermi da me. Nessuno sarebbe venuto a cercarmi, nessuno mi avrebbe messo nella terna che manda al Papa. La rabbia di questo clero bisogna capirla. É lo specchio della violenza che noi donne subiamo. Un esempio. Sull’ultimo libro del Papa di cui vi parlavo, ho scritto un articolo per un giornale, un settimanale francese della società civile, laico. Era un’analisi fredda e dura di quel che aveva detto il Papa. Ho avuto reazioni di violenza da parte di persone che dicevano: “non va bene quello che scrivi, sei molto violenta”. Ma ciò che scoprono è solo un rimando alla violenza di cui noi donne siamo vittime.

Invece ho avuto molto sostegno da parte dei grandi Ordini religiosi domenicani. Un gesuita che ha avuto una grande responsabilità, si è congratulato. C’è una coscienza più precisa della situazione nei grandi Ordini religiosi e questo è conforme alla tradizione. I grandi Ordini religiosi sono distanti dal clero diocesano ed hanno preso posizioni innovatrici. Ma la conseguenza più importante è stata l’internazionalizzazione della candidatura. Altre associazioni hanno accolto questa situazione e l’hanno diffusa a livello internazionale. Questo è fondamentale.

A livello francese ci sono state altre conseguenze molto importanti: 7 donne, il 22 luglio, il giorno di Maria Maddalena, si sono candidate a dei ministeri. Anche queste hanno avuto molta eco. Sottolineo un aspetto in queste sette candidate: nessuna voleva diventare prete, una voleva solo guidare una parrocchia ma non voleva essere sacerdote. Queste sette richieste dicono che la Chiesa è in una crisi profonda e non basta avere delle donne prete per risolvere la situazione. É il ministero ordinato stesso che è da cambiare. Nelle 7 candidate, tre donne volevano essere diaconesse, una vescova, una voleva essere nunzia apostolica, una predicatrice laica e una settima voleva avere una parrocchia. Queste 7 candidate fanno del buon lavoro, prendono la parola, sono intervistate, sono state ricevute dal nunzio apostolico a Parigi. Un gesto di cortesia simpatico ma non è stato seguito da nessuna decisione di cortesia. Per me e per queste donne la domanda non ha avuto risposta da parte del clero francese. Ha risposto alla fine del mese di luglio dicendo: “siamo stanchi di questi movimenti umorali delle donne; le donne sono molto felici nella Chiesa; tutto va benissimo”. É un‘ulteriore prova di ciò che sostenevo: uomini che parlano delle donne, non danno la parola alle donne. Il clero continua come prima. Abbiamo chiuso il coperchio, niente si muove, niente succede più.

La mia analisi, almeno in Francia, è sfiduciata, perché c’è tanta critica ma mancano le forze per una riforma. Non direi la stessa cosa della Chiesa tedesca dove è iniziato un cammino sinodale e le donne sono in grado di ottenere, forse, delle aperture.

Come uscire da questa situazione?

Rafforziamo l’unione delle donne. Le donne italiane devono potersi candidare, è un ottimo modo per sensibilizzare l’opinione pubblica. Bisogna smuovere episcopato e clero. Ma bisogna convincere il Papa. Il Papa non è nell’ottica di una riforma profonda della struttura ecclesiastica. All’inizio del pontificato quando è stata fatta la richiesta di nominare cardinale le donne, la risposta è stata: “no! sarebbe clericalizzarle”. Ma è una risposta mostruosa perché le donne non hanno accesso a niente, non sono cittadine nella loro Chiesa quindi dire che le donne diventano clericali se accedono alla funzione di preti o vescovi vuol dire scartarle perché solo i maschi hanno potere nella Chiesa. Penso che non cambi nulla, il papa è anziano, ha la cultura dell’America Latina. I conservatori sono sempre più potenti in curia. La questione delle donne è una questione fondamentale: i conservatori non vogliamo cambiar niente ovviamente, i progressisti vogliono accettare le donne. Le donne in mezzo sono prese in ostaggio. Ma dietro la questione della apertura alle donne si pone la questione del minor potere degli uomini. Finché il Papa non vuole guardare in faccia questa questione della divisione della Chiesa in due blocchi e non affronterà seriamente la questione delle donne, non sono ottimista che il cambiamento possa venire da Roma.

Invece spero che le donne potranno farsi strada e farsi sentire. Devono osare di più ed avere una parola loro e candidarsi anche se ora le funzioni sono clericali. Il femminismo del primo tempo non ha avuto altra scelta: bisogna entrare nel sistema per contestare, diversamente si rimane sul bordo della strada. Bisogna accettare la critica di passare per clericali, perché non c’è altra scelta. Certo bisogna creare comunità per le donne. Ma non bisogna trascurare le candidature dirette nel sistema attuale. Le comunità che possiamo creare rimarranno piccole, ci vorranno due generazioni per convincere l’opinione, quindi credo che tutti i mezzi siano importanti.

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Nel dibattito Anne risponde ad alcune domande delle partecipanti all’iniziativa.

D. – Che significato può avere la presenza nel cammino indicato da te e in quest’incontro delle donne non cattoliche, appartenenti a confessioni che sono fuori dalla chiesa cattolica?

R. – È molto importante e molto bello che ci siano non cattoliche qui. Il dialogo con altre realtà che non sono cattoliche è una delle mie attenzioni maggiori. In Francia il 60% dei francesi si dice cattolico ma solo il 3% è praticante. Mi interessa il 57% che si dice cattolico ma non pratica. La Chiesa non è più all’interno di sé, la vera Chiesa è fuori le mura. È una scoperta sconvolgente. Il cattolicesimo è fuori dalla Chiesa e quindi mi importa molto sapere cosa vogliono questi 57% dei francesi che si dicono cattolici. Molti di costoro sono stati esclusi, sono andati via perché sono omosessuali, divorziati risposati, non sopportano i rifiuti della Chiesa delle leggi di società, il discorso teologico è inaudibile, le grandi teorie devono essere ripensate. Molta gente è lontana però ha una spiritualità ancorata nel mondo moderno ma anche nei valori cattolici. Non dobbiamo perdere di vista l’attesa da parte della società di una spiritualità che sia in accordo con il tempo, con il desiderio di fraternità moderna, se vogliamo sentire il Vangelo in modo non patriarcale ma fraterno. Ci sono delle relazioni, delle alleanze da fare tra Vangelo e società. Il Vangelo può rispondere alle aspirazioni contemporanee. Possiamo restare nella Chiesa, ma aver sempre l’orecchio aperto a quello che succede ed ascoltare quelli che si dicono cattolici a distanza.

Aggiungo qualcosa, ma che è molto importante, sulla mia candidatura a vescovo di Lione. É una candidatura laica. Non pretendo di essere prete. Non chiedo ma critico la concessione del ministero ordinato. Sono contro l’articolo del diritto canonico che dice che il ministero ordinato è di statuto divino perché questo è il primo degli abusi di potere della nostra Chiesa. Non vorrei mai entrare in un sistema così. Il laicato è all’origine della Chiesa. La parola “prete” esiste nel Vangelo solo per dire che il grande sacerdote che condannerà Gesù è prete. Il termine “prete” è arrivato nel 250 dopo Cristo. La tradizione della Chiesa non è clericale. Il vescovo è una delle prime figure che sono apparse nelle comunità primitive. I primi vescovi di cui abbiamo traccia sono Clemente di Roma, Ignazio di Antioca verso l’anno 100. Fra l’anno 100 e il 250 d.C. ci sono stati dei vescovi laici, non sacerdoti. Quindi chiedere di essere vescovo uscendo dalla logica clericale è una fedeltà al Vangelo, un ritorno alle origini.

Ci tenevo a dirlo: mi metto da parte o di lato a questo mondo clericale che non ha avvenire.

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Le proposte finali, in sintesi, di Anne Soupa:

  • iniziative e convergenze internazionali di donne e gesti simbolici forti che scuotano l’opinione più ampia della chiesa;
  • una università virtuale ed internazionale delle donne perché la teologia maschile attuale delle facoltà e istituti di scienze religiose è molto debole.
  • liturgie fondate sulla resurrezione e non più sul sacrificio; le liturgie resurrezionali si appoggiano sulla tomba aperta, sulla presenza del Cristo, sulla gioia di essere, di crescere nelle nostre esistenze.

Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per fare un percorso di liberazione”.

trascrizione di Angela Colasuonno

relazione completa in:

1 La biblista Anne Soupa, nata nel 1947, si è diplomata all’istituto di studi politici di Parigi con una doppia laurea in diritto e teologia. Assieme a Christine Pedotti ha fondato il Comitato della gonna nel 2008 per lottare contro la discriminazione femminile nella Chiesa e ha creato la Conferenza cattolica dei battezzati/e francofoni per promuovere il laicato. Nel 2009 ha pubblicato Les pieds dans le bénitier (I piedi nell’acquasantiera) che è considerato l’avvio formale della questione femminile nella Chiesa di Francia.

2 Replies to “ANNE SOUPA: PERCHE’ UNA DONNA SI CANDIDA A FARE IL VESCOVO DI LIONE”

  1. In prima istanza, l’idea che una donna come me stesse provando a rivestire un compito del genere nella Chiesa, mi entusiasma parecchio, un gran segno di evoluzione che può solo riempirmi di orgoglio ma leggendo le sue ragioni mi sono sentita a tratti provocata. Condivido a pieno lo “sfasamento” di cui parla tra società e Chiesa perché se le circostanze non ci sfidassero a guardarle e di risposta a viverle con l’esempio del Vangelo sarebbe tutto solo una grande dottrina da seguire che poi c’entra poco con la nostra vita e di conseguenza tutto ciò che non corrisponde alle ragioni del cuore viene ben presto annullato per seguire un’altra moda o un’altra via che non è certamente quello della “salvezza”. Di contro però non ho ben condiviso come si è posta Anna Soupa davanti a questo cambiamento di essere vescovo Donna

    Noi donne cerchiamo di assomigliare all’uomo e uguagliarlo perché cosi pensiamo di meritarci quel posto di rivalsa che la società deve darci di diritto: la storia ci narra da sempre della grande disparità tra i due sessi e delle grandi lotte che ci sono state per essere solamente prese in considerazione in società. Fortunatamente, io appartengo già a una generazione dove la donna ha dimostrato di essere all’altezza di qualsiasi ruolo e la strada è stata gia ben che spianata da chi ha avuto il coraggio di lottare, anzi ora mi trovo, invece davanti a situazioni dove la donna ha acquisito quel tratto di autorevolezza mascolino, duro, dimenticando alcune peculiarità inconfondibili dell’essere donna e qui mi rifaccio a quello che di più mi ha provocato delle ragioni di Anna Soupa.

    Lei parla di sdoganare quegli stereotipi che caratterizzano la donna come “dolce e materna “che non viene presa sul serio soprattutto per questo. Riconosco in lei con somma stima, il pugno duro nel voler sfondare un muro e di voler ricoprire un giustissimo ruolo che non dovrebbe più avere alcuna distinzione di sesso, a prescindere da come poi è stato l’esito della sua candidatura, ma perché dover sempre emulare l’uomo e la sua autorevolezza? Perché invece non essere comunque al servizio della Chiesa con un apporto ugualmente significativo, conservando quei tratti che più ci caratterizzano.?

    “Non abbiamo bisogno del permesso di nessuno per fare un percorso di liberazione” si, giustissimo, encomiabile ma alle volte, ricordiamoci di non eguagliare sempre l’uomo solo perché è giusto che anche noi dobbiamo aver un posto nella Curia ma piuttosto perché per natura di Dio conserviamo in noi tratti come la sensibilità, la dolcezza e l’empatia che sicuramente aiuteranno gli uomini ma anche le stesse donne a crescere nel nome di Dio.

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