CI SALVERANNO LE PIANTE O GLI ANIMALI?

Antonio Greco

Capita. Capita di leggere contemporaneamente due libri. Di generi diversi. Entrambi molto belli, che attraggono e, all’ultima pagina, nel chiudere il testo, senti che ne è valsa la pena perché aprono orizzonti nuovi o portano freschezza in una mente stanca o intorpidita perché lasciano un inquietante interrogativo. E capita anche di sentire il bisogno di rileggerli per approfondire.

Qualche mese fa ho iniziato a leggere prima il saggio di Stefano Mancuso, La pianta del mondo[1]. Dell’autore avevo letto già altri precedenti testi[2]. Pur conoscendo le sue idee e le sue principali ricerche, leggere Mancuso non stanca mai.

Contemporaneamente, incuriosito dalle tante recensioni positive e dalla curiosa vicenda di un libro nato da un presunto manoscritto impigliato nella rete del web e dalla pseudonimia dell’autore o degli autori, ho iniziato a leggere la favola di Filelfo, L’assemblea degli animali[3].

Due generi di libri molto diversi: un saggio e una favola. Insieme stanno come la carne e il pesce. Ma i messaggi che emergono dai due libri si possono integrare. É più corretta una lettura autonoma. Mi sembra più suggestiva, però, una lettura integrata. Ci provo. Non mi asterrò dal dire, alla fine, per quale dei due propende la mia sensibilità culturale.

Iniziamo dalla favola di Filelfo.

L’ASSEMBLEA DEGLI ANIMALI

Chi è l’autore, Filelfo?

La aletta di quarta di copertina ci dice poche notizie su questo pseudonimo: un insegnante che vive e insegna in Agro Romano. É nato in Grecia, conosce bene il greco classico, ha trascorso gli anni dell’infanzia in Madagascar. A Roma ha frequentato il liceo classico. Durante l’università ha lavorato come traduttore, correttore di bozze e redattore di enciclopedie. E questo spiega molto del libro costruito con la tecnica della citazione, che in gergo viene chiamata “centone” (dal greco kentéo, “tessere”, “intarsiare a mosaico”). Non apprezzo molto chi scrive con citazioni prevalenti. Ma questo libro è particolare perché le citazioni fanno parte del testo e non sono segnalate con note a pie’ di pagina o alla fine dei capitoli.

Filelfo, confessa, usa “parole non sue” e nasconde tra le righe 203 citazioni-pensieri (non virgolettati né numerati): “chi sono io? Chiamatemi Filefo. Si può credermi? Non ha importanza. Non dico nulla di mio. Ripeto, come nei tempi ai quali mi ispiro, parole altrui. Dettate non dalle muse, ma da una progenie altrettanto antica: gli animali. Sono stati loro, abitanti delle foreste, del cielo e dei mari, a parlarmi della natura, dell’anima del mondo, dell’arca che l’uomo ha dentro di sé. Di come ritrovarla. È una storia vera? È un racconto morale, un mito, una fiaba? Giudicate voi”.

La scrittura è semplice, fluida e precisa. La illustrazione, la copertina e i 16 disegni, bellissimi, sono di Riccardo Mannelli. Il testo è adatto a tutti, ragazzi e adulti.

Silvia Ronchey, la curatrice del libro, sull’autore ha fatto un’ipotesi suggestiva: “considerando gli usi che si sono instaurati in questa recente quarantena (per la clausura covid-19 n.d.r.), le piccole accademie che si sono formate in rete, non possiamo escludere, considerata anche la pluralità e difformità dei rimandi alle fonti, che Filelfo sia in realtà un nome collettivo. Ma questo, come quasi tutto riguardo all’autore, resta una mera congettura, di quelle in cui sono specializzati i filologi”.

La trama della favola

La dedica del libro ci indica che il punto di partenza della favola è un fatto di cronaca vera gravissimo: il 26 maggio 2020 in Australia, a causa di un grande incendio, morirono milioni di animali.

Il libro è dedicato ad Ash, il primo koala nato dopo il grande disastro.

Dopo questo disastro, gli animali decidono di radunarsi in assemblea per prendere una decisione: che cosa fare nei confronti dell’uomo che sta distruggendo la natura, l’habitat e, per colpa sua, sta cambiando il clima. E questo non è più sostenibile. Dopo una adunata in un luogo misterioso che tutti gli animali conoscono, richiamati all’ordine da un furibondo tricheco per l’enorme frastuono all’inizio dell’assemblea, si abbatte sul raduno il silenzio che “solo gli animali in certe circostanze sanno fare, appena prima di un terremoto, di un maremoto, dell’eruzione di un vulcano, di un’eclissi di sole o di un altro di quei grandi eventi” (p.12). Inizia la discussione sull’ordine del giorno. Si susseguono più interventi: il topo presenta la sua strategia, predica l’aquila, ruggisce il leone, il cane presenta un suo dilemma. E tanti altri.  La balena, che era l’anima del mondo, così canta: “Quelli che servono idoli falsi e abbandonano l’amore della natura siano gettati nell’abisso, nel cuore del mare, le correnti li circondino, le onde passino sopra di loro, l’alga si avvinghi al loro capo. La terra spranghi i suoi cancelli per sempre dietro a loro, dal profondo degli inferi gridino. Ma se con voce struggente canteranno, e impareranno dalla sventura, e adempiranno il voto fatto alla natura, che si salvino e siano rigettati sulla terra” (p.46). Per dare seguito a questo ammonimento viene istituito un gabinetto di guerra che deve proporre: che fare?

La seconda parte del libro è una risposta a questo interrogativo. Rinviamo alla lettura della seconda parte del libro per conoscere le decisioni ultime e finali dell’assemblea.

Le fonti del libro

Alla conclusione della fiaba segue una terza parte, che ritengo, culturalmente la più interessante. Guai a fermarsi solo alla trama della favola. In questa ultima parte sono riportate tutte le fonti del libro e i rispettivi testi che sono consigliati per approfondire i temi e i messaggi diffusi in esso. Gli animali utilizzano il meglio della nostra letteratura: da Omero a Plutarco, da Lucrezio a Platone, da Saffo a Leopardi, da Baudelaire a Pascoli, da Virgilio a Ovidio, da Manzoni a Calvino, da Shakespeare a Kafka, da Melville a E.A. Poe. Pensano come Spinoza, Hobbes, Schopenhauer, Nietzshe, Thoreau, Kafka, Camus, Eliot. Si servono della fantasia di Calvino, Borges, Sepulveda, Collodi, Melville, H. Hesse, Pennac. Guardano all’anima profonda del mondo con la ricerca di Pascal e lo sguardo dello psicanalista Hilleman.

Significativi sono anche i riferimenti alla Bibbia (in particolare all’Ecclesiaste, a Isaia e alla Genesi), al Talmud, a Buddha, a Maometto e a Gilgames.

Il libro è un concentrato del meglio della letteratura, della filosofia e delle religioni sull’attuale situazione umana e naturale. Sì, perché, pur con tanti riferimenti ad autori del passato non è un libro del passato. É un libro attuale, sui problemi enormi che la pandemia ha posto e continua oggi a porre.

Il messaggio o i messaggi della favola

Ricorre per tutto il libro l’idea che il mondo abbia una “anima”. L’anima mundi della fiaba si rifà esplicitamente a Plotino e a Ficino, all’idea di cui parlano gli antichi filosofi neoplatonici, gli umanisti, ma anche alcuni pensatori contemporanei (fra cui Hillman[4]). Secondo costoro anima mundi e psiche umana sono interdipendenti. La tanta alienazione umana, che si manifesta con la fretta continua, con la corsa e la fuga da sé stessi è causata, secondo costoro, dalla rimozione antropocentrica della natura, dalla sofferenza del pianeta, dall’estinzione delle specie animali e dalla cattiva cura della terra.

Due esempi:

Un tempo gli uomini si servivano dei corvi per interpretare i presagi e osservavano le traiettorie dei loro voli per orientare le proprie azioni. Credevano ancora che ciò che sta in alto sta anche in basso e ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto. E che tutte le cose sono una cosa sola, che si può chiamare natura.

Ma ora gli uomini non guardavano più il cielo. Avevano alzato sul mondo una nebbia di polvere e fumi e cattivi odori che coprivano il soffio della primavera in arrivo, come già all’ equinozio d’autunno i primi refoli dei 20 invernali, confondendo tanti uccelli migratori, facendo saltare i programmi, ritardando arrivi e partenze e trasformando le rotte verso sud in uno di quei grovigli di autostrade intasate che gli uomini usavano per spostarsi freneticamente da un posto all’altro senza che il corvo riuscisse a capire le ragioni nascoste di quel vano e continuo fuggire da se stessi(pp.5-6).

In questo brano, della prima pagina della fiaba, si accostano due citazioni: la prima è tratta dal famoso testo della Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto[5], in cui c’è la chiave di lettura per capire il messaggio di base della favola, c’è l’idea fondamentale dell’autore: l’unità del tutto. Su questa idea di unità del mondo l’ermetismo fondava una visione olistica (una visione del tutto visto come un unicum e non come somma delle parti) della realtà, espressa nella dottrina cosiddetta della simpatia universale delle cose.

La seconda citazione è di Lucrezio, dal De rerum naturae: “quel vano e continuo fuggire da sé stessi”.[6]

L’accostamento delle due citazioni indica che “la natura è un unico sistema fatto di infinite e meticolose connessioni, e il mondo ha un’unica anima fatta di tutto ciò di cui noi, come dice il nostro nome, animali, siamo specchio”.  L’equilibrio tra uomo e natura, però, si è spezzato e l’origine del disastro ecologico è prima di tutto nel disordine interiore. Così tra alienazione umana e disastro ambientale c’è interconnessione. Se soffre l’anima mundi esterna, perché violentata e offesa dal regno umano, soffre e si aliena ancora di più quella di ciascun uomo. I disagi interiori non sono solo un fatto psicologico individuale. La civiltà, anche quando sperimenta un benessere esteso, se non cancella la sua attitudine interiore a separarsi dalla natura e a non prendersi cura della terra, entra in crisi, decade e si autodistrugge.

Nel testo di Filelfo è descritto lo spirito del nostro tempo: lo spavento e la paura per un virus pandemico, la sfiducia nella onnipotenza della scienza e della tecnologia, la stanchezza per l’antropocentrismo, il rigetto di una separazione netta tra spiritualità cristiana e laica.

Ma nello spirito del nostro tempo c’è anche il dato che il regno non umano diventa sempre più sacro e c’è una nuova pietà che cresce sempre più per l’ambiente; la distruzione di animali, con il suo profilo apocalittico, si fa protesta e invoca una nuova pietà religiosa per questo regno; la militanza animalista e il veganismo diventano culto. Con la crisi pandemica le religioni tradizionali hanno chiuso le chiese, la religione della natura, invece, resta aperta e si manifesta più viva.

L’ira della terra e il nuovo panteismo

La lettura della pandemia (e di qualsiasi male, sofferenza, malattia) come effetto di una colpa di un singolo o una comunità contro un dio e/o come castigo di un dio-giustiziere, purtroppo ancora diffusa, si allontana sempre più dalla coscienza critica dell’uomo moderno. Niente più processioni, penitenze, flagellazioni pubbliche per far placare l’ira divina. La favola legge, con linguaggio e sensibilità moderna, il peccato dell’uomo. Il peccato originale dell’uomo non è la conoscenza, è la dimenticanza, aver dimenticato di essere intrinseci alla natura – siamo una specie tra altre specie – e per questa dimenticanza rischiamo di perderci e di dannarci. Il peccato grave dell’uomo non è contro Dio ma è contro la natura e i mali dell’uomo sono la pena del contrappasso, sono gli effetti di una colpa, sono i segni dell’ira di tutta la terra per la mancanza di cura, per lo sfruttamento e la sopraffazione del mondo animale da parte dell’uomo.

In questa visione Dio è la natura e la natura è Dio. É il Deus sive natura di Spinoza? Siamo ritornati al vecchio panteismo (=dio in tutte le cose)? No. Perché nella favola Dio non c’è. Se la vita del cosmo appare sacra non è perché c’è un Dio, sostanza unica e separata, ma presente nelle cose e negli esseri viventi, come per il panteismo classico, che la chiesa cattolica ha condannato. L’anima del mondo (“Spacca un legno, l’anima del mondo è là dentro, alza una pietra e lì la troverai”, p. 140), ciò che le religioni teiste o deiste chiamano Dio, è invece energia che opera, forza che dà vita, fonte che trasforma. E questa visione anche teologicamente appare innovativa e criticamente accettabile.

La salvezza e l’assenza del mondo vegetale

Ora l’epidemia, la morte, lo svuotarsi del mondo che li circondava (gli uomini, ndr) avevano fatto risorgere la memoria dell’arca che era in loro e li avevano ricongiunti alla grande anima in cui ogni animale è immerso. Trasformando la propria umanità indicavano una via per la trasformazione della umanità. Erano loro i giusti.  Quelli che dalla sventura avevano imparato, come voleva la balena, a cantare con voce struggente la gioia del lignaggio animale ritrovato” (p.117).

La fiaba sostiene che la salvezza viene dagli “animandri” (=animali e uomini). Ma “se i nuovi giusti sono ovunque, confusi tra la gente comune, disseminati in tutto il mondo, sono molti persi in mille lavori e fatiche e problemi, a ricostruire umilmente, finché dura la terra, una nuova arca”, il peso che avranno gli animali nella costruzione di quest’arca di salvezza sarà maggiore di quello degli uomini perché “come sosteneva Plutarco,  ogni virtù esiste negli animali in misura maggiore che nel più grande dei sapienti”.

Il racconto di Filelfo, però, presenta un grande vuoto: nell’assemblea degli animali, nei loro interventi, scompaiono i drammi e le saggezze del mondo vegetale. Anche gli orecchi e gli occhi degli animali dimenticano, se non in modo strumentale, il pianto e la vita degli alberi e del regno vegetale. Nella favola c’è un solo accenno alla cooperazione tra mondo animale e vegetale. Gli animali, nell’aprile pandemico, “si stupivano che l’erba crescesse tra le pietre dei selciati nei centri storici e che questi (…) fossero stati sollevati da mani invisibili e fosse stato srotolato un tappeto verde. Il regno vegetale cooperava in effetti alacremente, come natura vuole, con quello animale (…). Non ti dimenticare di noi, sembravano dire all’uomo le piante” (p.80).

È in questo brano l’unico riferimento al rapporto tra i due regni nel libro di Filelfo, fatto da una gatta bianca, che perlustra il regno vegetale, in un aprile di pandemia, da una finestra, e poi torna ad ascoltare quello umano. Troppo poco. Troppo animalcentrato.

LA PIANTA DEL MONDO

Mi scuso con Stefano Mancuso[7], scienziato di fama internazionale, se accosto il suo meraviglioso libro alla favola di Filelfo. Anche Mancuso racconta, ma storie vere e non favole.

Il libro racconta otto storie e all’inizio di ognuna c’è una pianta. Ogni storia è un capitolo: I – La pianta della libertà; II – La pianta della città; III – La pianta del sottosuolo; IV – La pianta della musica; V – La pianta del tempo; VI – La pianta della conoscenza; VII – La pianta del crimine; VIII – La pianta della luna.

Il libro è un saggio scientifico godibilissimo nella lettura. I dati della botanica diventano racconto. Cos’è la dendrocronologia, cos’è la tribologia, cos’è la palinologia, cos’è la datazione da radio carbonio … ? Su Google o su una enciclopedia trovi le definizioni di queste scienze. Nel testo di Mancuso trovi la storia di come sono nate e come si sono evolute. E ogni storia sembra un racconto breve. In realtà sono pagine di alta ricerca scientifica tradotte con un linguaggio semplice e diventate quasi chicche letterarie.

La mappa (pianta) del mondo

Il libro di Mancuso è costruito sul doppio significato del termine “pianta”: la pianta = essere vivente non animale (alberi, arbusti, …); la pianta = mappa di un progetto ovvero il disegno su cui è costruito il mondo in cui viviamo.

Mancuso vede dappertutto “piante”, in ogni luogo del pianeta, all’inizio di ogni storia umana, alla base di ogni avvenimento. Ma non è un innamorato cieco di esse o, per dirla meglio, un fissato delle piante.

Che io viva con le piante, che le studi e che siano indubitabilmente il centro dei miei interessi non ha a che fare con il fatto che esse compaiono all’inizio di ogni storia. E’ semplicemente una conseguenza del loro enorme numero e del loro essere la fonte della vita di questo pianeta; un dato incontestabile” (p.12).

Come Mancuso ha dimostrato nei suoi libri precedenti, le piante sono organismi costruiti su un modello totalmente diverso dal nostro. Vere e proprie reti viventi, capaci di sopravvivere a eventi catastrofici senza perdere di funzionalità, le piante sono organismi molto più resistenti e moderni degli animali.

Perfetto connubio tra solidità e flessibilità, le piante hanno straordinarie capacità di adattamento, grazie alle quali possono vivere in ambienti estremi assorbendo l’umidità dell’aria, mimetizzarsi per sfuggire ai predatori e muoversi senza consumare energia. La loro struttura corporea modulare è una fonte di continua ispirazione in architettura. E ancora: producono molecole chimiche di cui si servono per manipolare il comportamento degli animali e degli umani e la loro raffinata rete radicale formata da apici che esplorano l’ambiente può tradursi in concrete applicazioni della robotica. Sappiamo ormai che allevare vegetali nello spazio è un requisito necessario per continuare a esplorarlo e spostare parte della nostra capacità produttiva negli oceani grazie a serre galleggianti può essere una soluzione per soddisfare la nostra crescente richiesta di cibo.

 Organismi sociali sofisticati ed evoluti che offrono la soluzione a molti problemi tecnologici, le piante fanno parte a pieno titolo della comunità dei viventi. Se vogliamo migliorare la nostra vita non possiamo fare a meno ispirarci al mondo vegetale.

Le piante consumano pochissima energia, hanno un’architettura modulare, un’intelligenza distribuita e nessun centro di comando: non c’è nulla di meglio sulla terra a cui ispirarsi. Anche nella vita sociale e politica.

Ma l’uomo più che ispirarsi al regno vegetale, se ne serve e, per lo più, lo distrugge.

Noi animali rappresentiamo soltanto un misero 0,3% della biomassa, mentre le piante l’85%. É ovvio che qualunque storia sul nostro pianeta abbia in un modo o nell’altro le piante come protagoniste” (p.12).

Le piante, invece, sono un modello da imitare: “Dobbiamo tornare alla forza principale che modella la vita, ossia la cooperazione fra gli esseri viventi, che in natura si manifesta, tra l’altro, attraverso fenomeni di coalescenza, fusione, innesto. Sono loro le maestre del mutuo appoggio sulla terra” (p.73).

 “Conviviamo, infatti, con l’idea che la competizione e la lotta per la sopravvivenza siano il motore della evoluzione. Per oltre un secolo, a partire dal lavoro rivoluzionario di Charles Darwin, l’idea prevalente che ha forgiato la nostra idea del funzionamento delle comunità dei viventi è stata che il motore dell’evoluzione fosse la competizione, la lotta per la sopravvivenza, la vittoria del più forte. Ciò, nonostante fin dall’inizio si fossero levate voci altrettanto autorevoli contro coloro che, autodichiarandosi eredi e custodi del pensiero darwiniano, riuscirono a imporre l’idea della competizione come forza dominante e regolatrice dei rapporti fra gli organismi viventi. Penso a quella dell’indimenticato principe Kropotkin, sostenitore della necessità di individuare nella cooperazione o, come politicamente la chiamava, nel ‘mutuo appoggio’, la chiave di volta su cui si regge l’intera storia della evoluzione” (pp. 80-81).

Lo scarso interesse per lo studio della cooperazione come forza evolutiva è legata al fatto che la maggior parte – quasi la totalità, sostiene Mancuso – delle evidenze a sostegno della teoria della cooperazione proviene dal mondo delle piante che, come tali, non sono considerate rilevanti. “L’antropocentrismo o, a voler essere magnanimi, l’animalcentrismo che affligge il mondo della scienza è un problema serio. La nostra visione del mondo come luogo in cui i conflitti e le privazioni sono forze basilari che dominano l’evoluzione sono un classico esempio di questa distruzione animale” (p. 81).

Le scoperte ottenute nel mondo vegetale non vengono ritenute meritevoli di attenzione se non sono applicate al regno animale. Modelli validi nel solo ambito animale sono, invece, considerati di natura universale. “Pensate alla irrazionalità di questa posizione: le scoperte effettuate nell’85% degli esseri viventi (le piante) richiedono, per essere ritenute universalmente valide, di essere confermate nello 0,3% del mondo animale! Non il contrario. E così viviamo con l’idea ridicola e pericolosa che quel che vale per lo 0,3% nobile della vita (gli animali) sia ciò che caratterizza la vita intera e che è meritevole di essere conosciuto, il resto è del tutto marginale” (p. 82).

Le storie

Il libro si apre con il disegno di un Ficus macrofylla, albero gigantesco che per la riproduzione ha bisogno di un insetto: come la libertà, è difficile da riprodurre.

La prima storia è quella dell’albero della libertà che si intreccia con la vicenda di un libro, un piccolo saggio dell’abate francese Gregoire, scritto nel 1974, dal titolo Essai historique et patriotique sur les arbres de la liberté, trovato e comprato da Mancuso in una bancarella dell’antico a Parigi. Nella circostanza, l’incontro del nostro autore con uno strano professore parigino, porta i due a scoprire una mappa, meglio una pianta, di tutti gli alberi della libertà. La mappa, con i vari punti degli alberi piantati nei comuni, rappresentava un enorme pioppo dalla cui base si dipartiva l’apparato radicale che innervava i continenti dell’Europa e dell’America. Il pioppo non era stato scelto per caso: pioppo, populus dal latino. Insomma la pianta del mondo è la pianta dei popoli che hanno abbracciato lo spirito della Rivoluzione Francese.

Il primo albero, simbolo della libertà, è stato un olmo gigante in America. Sotto la sua ombra si riunivano i coloni inglesi che lottavano contro la Legge del Bollo imposto nel 1765 dall’Inghilterra su ogni foglio di carta stampata.  Poi nel 1790, durante la Rivoluzione Francese, un albero come simbolo della libertà fu ripreso da un prete che fece estirpare dalla foresta una grande quercia e la fece piantare nella piazza del villaggio con questo messaggio: “Ai piedi di quest’albero … nella tua vecchiaia rammenterai ai tuoi figli l’epoca memorabile in cui l’hai piantata”. Quest’idea dell’albero della libertà fece molto presa in tutta la Francia e si diffuse rapidamente in tutta la nazione. Alberi della libertà furono ripiantati in Europa anche nel 1848 e ancora durante la breve esperienza della Comune di Parigi, nel 1871. Anche in Italia piantare un albero in molte piazze dei comuni è stato il simbolo di lotte per la libertà, ma anche simbolo di altre vicende. In queste ore è emblematico l’albero piantato nel comune di nascita per “la verità su Giulio Regeni”.

Dei tantissimi alberi della libertà piantati ne sono rimasti pochissimi, non censiti e non protetti. Facili da tagliare, incapaci di prestare resistenza, cedono facilmente al variare dei cambi di regime, alla dimenticanza del simbolo e, soprattutto, alla urbanizzazione selvaggia.

La seconda storia affronta il problema del riscaldamento globale della terra. Questo grave fenomeno richiede un ripensamento profondo della nostra idea di città. Una risposta possibile e non sognata è rappresentata da un nuovo futuro urbanistico delle città. Mancuso dimostra che il problema è risolvibile se riusciremo a ricoprire le nostre città completamente di piante.

La pianta del sottosuolo racconta ciò che non vediamo delle piante: un bosco non è un insieme di alberi diversi, ma una comunità di individui. Gli alberi collegati attraverso complesse reti radicali si scambiano tutto ciò di cui necessitano. Le piante sono le maestre del mutuo appoggio. Il racconto è la storia di due ricercatori neozelandesi, del loro ritrovamento di un ceppo di kauri[8] con caratteristiche inusuali e delle prove scientifiche della sua vita che continua, anche se tagliato, con il mutuo aiuto degli altri alberi che lo circondano, mediante ciò che si chiama “innesto radicale”.

Bellissima è la storia della pianta della musica: tra il 28 e il 30 ottobre 2018 una tempesta di vento ha distrutto migliaia di ettari di bosco sulle Alpi orientali. Tra i tanti disastri e conseguenze, una è stata la più infausta di tutte: il danneggiamento del bosco di abeti rossi dal cui legno, da secoli, si ricavano le tavole armoniche dei grandi strumenti musicali. Stradivari costruì 14 fra viole e violini (1700-1725) partendo da un singolo albero di abete rosso. La storia, con il racconto di un esperimento scientifico, spiega il mistero del suono di questi strumenti.

In 20 pagine Mancuso, con la pianta del tempo, racconta l’avventura fantastica che collega gli anelli delle piante alle macchie solari e come si arriva alla scienza della datazione archeologica delle prime civiltà umane. L’Adansonia digitata è il baobab africano la cui longevità è leggendaria. Ma il più vecchio fra gli esseri viventi della Terra è un Pinus longeva nel Nevada orientale, di 4900 anni, battezzato Prometeo, e abbattuto nel 1964, per stupidaggine e imperizia.

Affascinante è la storia della pianta del banano, con gli studi scientifici sulla scivolosità delle bucce di banane, su cui si ride molto, sulla alta quantità di potassio della banana, leggermente radioattiva, che ha spinto alcuni scienziati ad utilizzare la “dose equivalente a una banana” per spiegare che la radioattività fa parte del nostro ambiente, ovviamente in dosi minime, e che la radioattività non deve spaventarci. Le bucce di banana sono fluorescenti, e, nel 1967, per una falsa notizia, molte persone furono convinte che a fumare bucce di banane essiccate con la certezza avrebbero conseguito dei memorabili ‘sballi’ allucinogeni. Era una bufala.

La pianta del crimine racconta la nascita della botanica forense e la condanna alla pena capitale dell’americano Bruno Hauptmann, che il 1° marzo 1932 aveva rapito e ucciso il figlio primogenito, di appena 20 mesi, del celeberrimo aviatore C. Lindbergh, diventato famosissimo per aver compiuto l’impresa, per primo, di trasvolare da solo l’Atlantico da New York a Parigi senza mai fermarsi. Da un bosco della Carolina del Sud provenivano alcuni pezzi della scala di legno con la quale fu rapito il figlio di Lindbergh.

L’ultima storia è quella di 500 semi, in un contenitore metallico, portati sulla luna dall’astronauta Stuart Roosa, durante la missione lunare Apollo 14. Molti di questi semi speciali furono piantati in giro per gli Stati Uniti nel 1976, in occasione del bicentenario della dichiarazione di indipendenza americana, altri andarono in giro per il mondo. Nel 1996 un archivista della NASA ha fatto un censimento di quanti alberi della luna sono ancora in vita. I reduci dallo spazio sono circa 70.

Capita di leggere contemporaneamente due libri molto diversi ma che si pongono una stessa domanda: il mondo futuro sarà salvato da chi?

Conosco amiche e amici, che vivono simbioticamente, come una bella consuetudine, la canitudine e/o la gattitudine. Per costoro la risposta all’interrogativo è facile: la salvezza, chiamata felicità individuale, è affidata più a un cane, a un gatto, al regno animale che all’uomo.

Conosco amiche e amici, non molti in verità, che hanno molte buone ragioni per abbracciare un albero più di un cane o di un gatto.

Una di queste ragioni è la seguente.

Non c’è nessuno che mostri di essere tanto innamorato del futuro come chi pianta alberi. E non c’è nessuno che creda ad un mondo nuovo tanto profondamente come chi progetta le foreste o semplicemente ama le piante.

Un racconto talmudico spiega bene questa motivazione. Protagonista è Honi, un disegnatore di cerchi. «Un giorno Honi stava percorrendo una strada, quando vide un uomo che piantava un carrubo. Honi gli chiese: “Quanto tempo ci vuole perché un carrubo dia frutti?”. L’uomo rispose: “Settant’anni”. Honi allora chiese all’uomo: “Sei sicuro che vivrai per altri settant’anni?”. E l’uomo rispose: “Io ho trovato i carrubi nel mondo. E come i miei antenati li hanno piantati per me, io li pianto per gli altri».

    Oggi sono spinto a pensare a un futuro diverso dal triste e doloroso presente e ad abbracciare un albero più da Stefano Mancuso che da Filefo.

25 gennaio 2021

Antonio Greco


[1] Editori Laterza, Bari-Roma, sett. 2020, pp.191.

[2] Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale (2013); Uomini che amano le piante. Storie di scienziati del mondo vegetale (2014); Biodiversi (2015); Plant revolution (2017); L’incredibile viaggio delle piante (2018); La nazione delle piante (2019).

[3] Einaudi, Torino, nov. 2020, pp.176.

[4] James Hillman (1926 – 2011) è stato uno psicoanalista junghiano, saggista e filosofo statunitense di nascita ma europeo di cultura.

[5] É un personaggio leggendario di età pre-classica, venerato come maestro di sapienza e tradizionalmente ritenuto l’autore del Corpus Hermeticum. A lui è attribuita la fondazione della corrente filosofica nota come ermetismo. Il Corpus hermeticum, così come è noto agli studiosi di storia della filosofia medievale, è composto da 17 trattati, una serie di testi raggruppati ed ordinati in età bizantina, scelti probabilmente per la loro ispirazione filosofica e l’assonanza delle dottrine ivi presentate con gli elementi della cultura cristiana. L’amplissima diffusione delle dottrine ermetiche nel rinascimento si verificò grazie alla traduzione dal greco del corpus (o meglio, dei primi quattordici trattati), realizzata da Marsilio Ficino su commissione di Cosimo de’Medici nel 1463, in relazione alla sempre maggiore importanza acquisita dalle opere platoniche e di ispirazione neoplatonica, tradotte nel medesimo periodo.

Il testo in neretto della prima citazione riporta una frase molto famosa. Era inciso su una lastra di smeraldo ed è stato tradotto dall’arabo al latino nel 1250. Esso rappresenta il documento più celebre degli scritti ermetici ed è attribuito allo stesso Ermete Trismegisto, dagli egizi riconosciuto nel dio Thot. Esso apparve per la prima volta in versione stampata nel De Alchemia di Johannes Patricius (1541). Considerata la fonte originale di filosofia ermetica e alchimia, la tavoletta di smeraldo è considerata come uno dei più antichi misteriosi testi apparsi sulla Terra.

[6]Corre alla villa di campagna sostando ansiosamente cavalli, ׀ neanche la casa stesse andando a fuoco e dovesse domani le fiamme; ׀ dopodiché, appena toccata la soglia, all’istante sbadiglia, ׀ o piomba in un sonno profondo cercando l’oblio, ׀ o se ne riparte in fretta e furia perché gli manca la città. ׀ Così ciascuno fugge se stesso, quel se stesso al quale ovviamente ׀ non si dà di poter sfuggire” (De rerum naturae, III, 1063-1069).

[7] Professore all’Università di Firenze, dirige il Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale (LINV).

[8] Il Kauri (Agathis Australis) è un tipo di conifera che vive solo nei climi sub-tropicali della Nuova Zelanda.

One Reply to “CI SALVERANNO LE PIANTE O GLI ANIMALI?”

  1. Ci salveranno entrambi per avere capito noi che siamo interdipendenti. Altrimenti siamo all’inizio della fine se non fermiamo la distruzione. In equilibrio si resta insieme.

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