LA SOPRAVVIVENZA DEL CRISTIANESIMO: IN MARGINE AD UN DIBATTITO

Questo intervento di Maurizio Portaluri e Antonio Greco è stato pubblicato su Quotidiano di Puglia il 18.01.2020 (“Il futuro della Chiesa tra Vangelo e Gerarchia”) in forma più breve rispetto a quello di seguito riportato e svolge alcune considerazioni in margine al dibattito sul Corriere della Sera* tra il prof. Ernesto Galli della Loggia e il vescovo Bruno Forte sulla “politica” di Bergoglio ed il futuro del cristianesimo in Occidente.

L’intervento di Galli della Loggia su vari aspetti della “politica” di Bergoglio e le diverse risposte a partire da quella del vescovo Bruno Forte sempre sul Corriere della Sera rappresentano un ottimo materiale per una riflessione sul grado di consapevolezza della condizione di salute del “cristianesimo” in Occidente. Intanto rileviamo che il dibattito non si sia arricchito di voci “laiche” oltre quella del promotore. Da notare, inoltre, che il dibattito si è svolto tutto al maschile. Non si conosce voce al femminile sull’intervento di Galli della Loggia. Viene il sospetto che le sorti del “cristianesimo” interessino poco alle intellettuali e agli intellettuali italiani. Gli intervenuti sono stati per lo più di teologi accademici.

Una prima considerazione riguarda cosa si intenda per “cristianesimo”. L’impressione che si ricava dalla lettura dei diversi interventi è che si stesse realizzando un dialogo tra idiomi diversi: per Galli della Loggia si intende quella che comunemente va sotto l’espressione di “religione civile” dove il “cristianesimo” assume la valenza di identità storico-culturale di un popolo e di una nazione.

Una risposta a questa interpretazione è venuta da alcuni teologi che hanno salutato la fine della “religione civile” come un evento vivificante per la fede cristiana che così avrebbe la possibilità di esprimersi nella sua autenticità evangelica.

Questo richiamo all’autenticità evangelica, ad un cristianesimo incorrotto da preoccupazioni secolari non è convincente e appare solo retorico e/o apologetico per due motivi: non tiene conto del dato strutturale (anzi nel dibattito è evitato accuratamente, forse perché troppo scomodo) su cui si basa questa religione civile – la struttura gerarchica del cattolicesimo e del suo radicamento storico-millenario. Non si può dimenticare che anche la “religione civile” è stata una modalità di presenza dei cristiani nella società (fino a qualche anno fa la discussione, anche drammatica, nel cattolicesimo italiano era se continuare o meno il collateralismo ad un partito politico!) e lo è ancora in Italia e nell’Europa meridionale e nel Sud America.

Se la finalità del cristianesimo e del suo essere nel mondo è scritta nel Vangelo e non si trovano in esso i suoi attuali connotati strutturali (gerarchia, diritto canonico, concordati), la domanda è: oggi il cristianesimo con quale struttura vorrà essere dentro la storia nelle realtà del nord Europa dove, come dice Galli, le chiese vengono vendute dalle diocesi per mancanza di fedeli e dove le chiese, con le loro immutabili strutture storiche, vivono in una contraddizione continua tra predicazione e vita, riflessione teologica e testimonianza? C’è chi, come il teologo cattolico Josè Maria Castillo, sostiene – persino – che “il Vangelo non può essere ridotto a “religione” e che la religione, che rappresenta Dio come le conviene, è incompatibile con il Vangelo”.

Galli della Loggia si chiede se Bergoglio ritenga che il futuro nel cristianesimo possa essere tra “le misere plebi del sud del mondo”. É innegabile che papa Francesco porta con sé l’esperienza religiosa dell’America Latina. Ma è da escludere che pensi a una mitizzazione dei poveri del sud del mondo pronti ad accogliere, per un presunto stato di incontaminazione da parte della cultura consumistica occidentale, il messaggio cristiano: anche lì interesse e paura fanno il loro gioco nelle adesioni al cristianesimo di uomini e donne con una tradizione religiosa e spirituale così distante da quella occidentale. Ed il clericalismo è vivo anche lì.

Nel contempo non sono convincenti le risposte del vescovo Bruno Forte per il quale la “fine della cristianità” permetterà la “valorizzazione della esperienza spirituale ed evangelica del cristianesimo”. Forte trae anche conforto da quei giovani che si pongono “domande esigenti sul senso della vita”. Le tesi di Forte appaiono deludenti: le domande di senso, molto minoritarie quando ci sono, non coincidono con l’interesse per Gesù di Nazareth per la enorme distanza tra cultura religiosa e cultura della società contemporanea con la sua diversa conoscenza dei fenomeni naturali e cosmici rispetto alla società in cui è cresciuto e si è cristallizzato il cristianesimo che abbiamo conosciuto finora. Si tratta di una sfida nuova e dagli esiti imprevedibili perché molto dipenderà dalle risposte che le religioni e il cristianesimo daranno all’uomo moderno. Né la domanda dei giovani sul senso della vita assicurerà, forse, al cristianesimo un prolungamento della sua sopravvivenza dal momento che diverse filosofie laiche e religiose possono fare altrettanto bene allo scopo.

Il connubio che si è consolidato poi tra religione e violenza non aiuta a pensare ad una paligenesi della religione, né in Occidente né in Oriente. Bergoglio andrà a breve e significativamente in Iraq dove si è consumata, con la guerra del Golfo, una grave contradizione tra la prassi delle nazioni cristiane ed il messaggio evangelico. Dossetti alla vigilia di quella guerra scrisse profeticamente dal Medio Oriente dove si trovava: “Qui la Chiesa scomparirà” (Regno Attualità 15 ottobre 1990). Inoltre la collocazione storica della nascita di queste chiese in epoche così distanti da quella contemporanea, caratterizzata dalla accelerazione dei cambiamenti e dalla rapida acquisizione di conoscenze, rende stupefacente la durata della loro struttura istituzionale e dottrinaria fino ai nostri giorni. Una ragione di questa resistenza in realtà ci pare di intravederla nei regimi concordatari che consentono la sopravvivenza delle strutture religiose quasi in tutti i paesi del mondo e che cristallizzano una religione senza fede e un cristianesimo senza Cristo.

Un altro evento che farà capire che fine farà la religione civile in Occidente è rappresentato dal sinodo della chiesa cattolica tedesca in corso di svolgimento: in gioco c’è molto della dottrina e della prassi del cattolicesimo di cui discute Galli della Loggia. Le sue risultanze paventate e i suoi effetti attesi, fortemente innovativi sul piano strutturale dell’attuale religione cattolica, vengono già messi in contrasto con il Codice di Diritto Canonico. Il Codice di Diritto Canonico, promulgato nel 1917 e rivisto nel 1983, istituito per esigenze di ordine e di giustizia nella istituzione ecclesiastica, appare invece usato per reprimere i contrasti e le dissonanze, non solo quelle comportamentali ma anche quelle innovative e di ricerca teologica, per favorire le uniformità che deresponsabilizzano e per appianare le differenze.

La profezia di Ernesto Balducci sembra trovare riscontri nell’evolversi del fenomeno religioso a cui stiamo assistendo. Come scriveva agli inizi di questo secolo uno dei suoi più impegnati biografi, Luciano Martini: “Egli era ormai pervenuto alla convinzione che la figura storica del cattolicesimo avrebbe dovuto in un certo senso morire, per potersi profondamente rigenerare, insieme alla più globale e necessaria rigenerazione che ormai si impone a tutta la civiltà occidentale” e circa il richiamo al Vangelo, che in questo smarrimento rimane, come anche per noi, il faro di riferimento, aggiunge che “continua ad avere un ruolo dominante, però più come fonte di ispirazione che come fonte di contenuti determinati, che invece Balducci ricerca attraverso criteri di analisi razionale della società e delle trasformazioni storiche, e delle tensioni utopiche che in esse si manifestano”. (Laicità nella profezia. Cultura e fede in Ernesto Balducci. 2002).

In fine un accenno alle “responsabilità” per i mancati rinnovamenti istituzionali lamentati da Galli della Loggia. Lo storico Menozzi ha cercato di dimostrare che la situazione attuale è frutto delle “frenate” realizzate dai papi che si sono succeduti dopo il Concilio.

Sono trascorsi quasi 60 anni da quando nella Enciclica Pacem in terris (1963) Papa Giovanni XXIII indicava “la condizione dei lavoratori e della donna, il processo di decolonizzazione e il dramma della potenza atomica come segni ai quali prestare attenzione”. È innegabile che Papa Francesco ha avviato processi di cambiamento necessari per un cristianesimo attento a quei “segni dei tempi” per cui fu convocato il Vaticano II nel 1959. Ma la sua attenzione va anche all’unità della chiesa. Va aiutato e sostenuto in questo duplice sforzo immane. Da laici abbiamo però l’impressione che la curia romana, molti cardinali e vescovi, teologi, intellettuali e praticanti cattolici, non siano disposti ad accettare l’idea che la chiesa, comunità di discepoli di Cristo impegnati per la costruzione del regno di Dio, non abbia bisogno della gerarchia.

Discuterne però non fa male.

18 gennaio 2021

Corriere della Sera Dibattito tra Galli della Loggia e Bruno Forte

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