MICHELE DI SCHIENA: IL POTERE DEI SEGNI

In questa “Lettera aperta a coloro che hanno conosciuto Michele” Antonio Greco, dalla prospettiva di quasi mezzo secolo di impegno comune, traccia un profilo utile anche per chi non lo ha conosciuto e permette di focalizzare alcune scelte di fondo della vita di un uomo che ha rappresentato una novità ed una rottura “eversive” rispetto ai “clichè” dominanti – soprattutto al sud d’Italia – in quelli che sono stati i ruoli pubblici e privati da lui ricoperti: quello di magistrato, cristiano impegnato nei movimenti ecclesiali, attivista per i diritti sociali, animatore di iniziative politiche.

LETTERA APERTA A COLORO CHE HANNO CONOSCIUTO MICHELE

Dopo la morte di Michele Di Schiena, che si è aggiunta a distanza di giorni alla morte di Raffaella Guadalupi, dopo la tempesta di un 2020 terribile, sento il dovere di “parlare” a coloro che lo hanno conosciuto: ai tantissimi che lo stimavano e gli volevano bene, ai pochi che dissentivano dalle sue idee, a coloro che lo hanno ignorato, in vita ma anche in morte, compresi Vescovo e molti preti della locale chiesa diocesana.

Michele non ha mai voluto scrivere un libro, pur avendone la capacità e la possibilità. Nella sua morte è nascosto il perché. La sua vita è stata un libro scritto a metà, con tante pagine bianche. Michele sarà ancora con noi se di quest’altra metà del libro, ancora in bianco, ce ne occupiamo noi che l’abbiamo conosciuto.

PER NON DIMENTICARE IL POTERE DEI SEGNI

Michele amava molto ascoltare e cantare la struggente preghiera laica di Guccini, “L’albero ed Io[1]. Non è una semplice canzone-poesia. Per me, è il testamento di Michele. Porta l’indirizzo di Lella, Mariapia e Paolo per la sua inumazione (testamento amorevolmente già eseguito). Ma è indirizzato anche a noi che l’abbiamo conosciuto e abbiamo vissuto per anni accanto a lui. L’“albero svettante, giovane e forte” non è un albero naturale. Anche. E’ l’albero con cui Guccini-Michele vivrà in eterno qua sulla terra, figura di tutti coloro che ne conservano la memoria e ne prolungano le stagioni della vita: “assieme vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero ed io”.

“L’obbligo e il piacere di ricordare”

Dio ha dato alla speranza, di cui abbiamo tanto bisogno per costruire il futuro, un fratello/sorella potente: la memoria. Iniziamo dal non dimenticare Michele.

Gli 86 anni di Michele non si possono racchiudere solo nel suo pensiero, nei suoi articoli, nelle sue relazioni ai convegni. Sono i suoi gesti e le sue scelte concrete di vita che lo hanno reso, più di ogni altra cosa, punto di riferimento per tutti noi.

Pur con il rischio di ridurli ad aneddoti, ne ricordo alcuni.

-La mia prima conoscenza di Michele fu nel settembre 1972. Vivevamo, culturalmente, con un po’ di ritardo il nostro ’68. Fui chiamato a gestire un convegno “residenziale” di quattro giorni (indimenticabile la vivacità dei 40 partecipanti) per la formazione dei responsabili parrocchiali del Settore Giovani di Azione Cattolica Diocesana al Focolare di Brindisi. Tema del convegno: “Il cristiano e l’impegno nel mondo”.  Michele, dopo due altri relatori, era stato chiamato a tenere una relazione su: “L’impegno dei cristiani per la salvezza del mondo”. Si rivelò ai partecipanti “un adulto diverso”. “Diverso” non solo per i contenuti che espose (la relazione fu incentrata tutta sul fondamento di tutto il Cristianesimo: l’Amore che è Cristo stesso. Amore “incarnato, generoso, completo e profondo”) ma per il modo con cui coinvolse i 40 contestatori a prescindere: poca dottrina, nessun sapere cattedratico, molta inquieta ricerca e tanta testimonianza concreta. “Il tema della relazione del dott. Di Schiena ci ha veramente impegnati durante i lavori di gruppo”, si legge nella relazione del gruppo C del 20 settembre 1972. Il convegno si concluse con la presenza, occasionale, di Antimo Sportelli (nato a Mesagne e allora responsabile dell’A.C.R. nazionale) e con un drammatico scontro sul ruolo dell’AC tra Antimo e l’allora presidente diocesano di A.C.. Michele non c’era. Capimmo subito che era in sintonia con molti di noi che cercavano un volto nuovo di chiesa conciliare, libera dal potere politico e più evangelica.

– In un contesto in cui i ruoli apicali in AC erano coperti più per prestigio personale che per servizio, fu faticoso fargli accettare la candidatura alla presidenza diocesana dell’A.C. nel 1976. Chi per anni aveva guidato l’associazione diocesana voleva impedire, a più di 10 anni dal Concilio, qualsiasi forma di cambiamento dell’A.C. e nella Chiesa. Quella presidenza del passato venne subito in contrasto con un Settore Giovani forgiato dai corsi biblici del 1973-74 e dalle enormi speranze di rinnovamento ecclesiale suscitate dal Concilio. Le due visioni erano inconciliabili. L’abbandono di molti del settore giovani era dietro l’angolo. Dalla vecchia dirigenza voluto e, forse, anche favorito. Michele capì ciò che stava per accadere e, con garbo e con stile, nella III Assemblea Diocesana del 1976, accettò di fare il Presidente Diocesano. La sua disponibilità, motivata dal bisogno di un cambiamento della azione pastorale dell’A.C., mi/ci segnò profondamente.

– In anni successivi fu pregato e supplicato di accettare la candidatura al Senato in un collegio “certo di elezione” del PCI. Con grande serenità, senza nessun tentennamento, a chi gli offriva questo posto, ripeteva ciò che don Milani aveva scritto a Pipetta: “Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”. Da laico Michele vive così il rapporto con il potere, in particolare con il potere politico: sempre libero dai segni del potere.

– Portò nella sua Azione Cattolica la convinzione che “la chiesa del Vangelo, per essere credibile, deve essere libera dal potere politico e non può essere collaterale a nessun partito”, modificando discutibili prassi del passato; negli anni ’80, ma lo ricordo come se fosse ieri, incontrò un presidente parrocchiale di AC di Brindisi che non voleva restituire una somma ricevuta da un candidato a imminenti elezioni e dopo aver argomentato la necessità di quella restituzione, si inginocchiò davanti al suo interlocutore, per proseguire con quel suo gesto sorprendente (amplificato dalla sua statura, fisica e morale) la preghiera di adesione ad una libertà evangelica. Un gesto forte, che spiazzò il destinatario.

– Ha partecipato a centinaia e, forse, migliaia di incontri e tantissime riunioni nella più sperduta e povera parrocchia della diocesi, a livello diocesano, regionale e anche nazionale: instancabile metteva insieme, lavoro, famiglia e impegno pastorale.

– Nell’attività associativa teneva in pari misura al coinvolgimento e all’efficacia: nelle presidenze diocesane di A.C. e in molte altre riunioni sollecitava ciascuno a intervenire e ascoltava tutti con estrema attenzione; molte volte, poi, capitava che tirasse fuori dalla tasca una bozza del comunicato stampa o del verbale della riunione, da lui approntato in anticipo, e il testo raccoglieva al meglio i pensieri emersi, così che tutti ci riconoscevamo. Ci conosceva, aveva approfondito, pensato e previsto…

– Argomentava in modo serrato e franco con tutti. La parresia (cioè la franchezza evangelica) con il Vescovo e con i dirigenti nazionali di A.C. era proverbiale;

– Non ha mai voluto ricevere regali di qualsiasi sorta. Il primo fattogli per il suo ruolo di giudice fu respinto fermamente e rinviato al mittente. Si sparse la voce e da allora nessuno mai ha più osato. Di qualcuno, che non per motivi professionali ma per le tante prestazioni di aiuto e di consigli si era rivolto a lui e sentiva l’obbligo di regalargli qualcosa, accettava il regalo ma poi ricambiava con un regalo dal valore doppio.

– Aveva una coerenza interiore esemplare: mi ha confidato a volte di sentirsi debole nel combattere, come faceva spesso, con fermezza e senza alcun timore, la prepotenza e la doppiezza di qualsiasi forma di potere, sia politico che ecclesiastico, se non si sentiva nella grazia di Dio e se la sua coscienza gli rimproverava qualcosa.

– Era attento, soprattutto ai bisogni di salute, non solo a chi era accanto a lui per ruolo o per amicizia ma anche per i genitori di essi. A Natale e a Pasqua, o quando avevano bisogno per motivi di salute, la sua presenza era costante.

– Una giornalista, venuta a Brindisi per conto di una rivista inglese per una ricerca su alcuni associazioni/gruppi locali, volle concludere il suo lavoro con due interviste a un noto personaggio della città e a Michele. Quest’ultima durò pochissimo. Raccontava Michele, soddisfatto e contento, che era durata così poco (a differenza dell’altra) perché la sua vita aveva “l’avventura della normalità”.

– Il primato della coscienza era per lui un imperativo categorico. Il primato della coscienza sua e il primato della coscienza degli altri: di molti di noi conosceva tutto. Scandagliava nei meandri più reconditi di essa al solo fine di aiutare a risolvere eventuali problemi. Poi il riserbo era totale e massimo.

Michele diceva apertamente: “amo la vita”: l’unica scelta sensata, diceva, è vivere al massimo. Perché della vita sappiamo almeno in parte cosa sia, sulla morte quasi nulla. Ridere e scherzare con gli amici, giocare a carte con amici e familiari, tifare per il Lecce, viaggiare, festeggiare onomastici e compleanni, cultura, teatro, canzoni napoletane, feste popolari, sant’Oronzo a Lecce, godere della gioia di moglie e figli: in questo “quotidiano” c’era la radice dell’altra parte “politica”, più visibile, del suo esistere. Ma conosceva bene che la vita è anche dolore, malattia e indicava come il tema del male fosse il problema dei problemi. Spesso accantonato o eluso, era quello che per l’uomo moderno aveva bisogno di più luce e chiarezza.

E’ un piacere (“Meminisse iuvabit”, di virgiliana memoria = farà piacere ricordare, gioverà ricordare), più che un dovere, ricordare un uomo, Michele, radicato nella tradizione e nel reale, e insieme radicalmente originale e novatore, che si è manifestato agli altri mediante gesti e parole. Uomo autorevole, non nel senso di chi si impone e impone qualcosa a qualcuno, bensì uomo che onora gli altri uomini del proprio discorso di ricerca e di crescita umana, uomo che fa del proprio vissuto e della propria riflessione un dono pubblico e gratuito.

Radicato nel reale (passato e presente) e insieme innovatore; indicatore di strade nuove perché conscio degli orrori ma anche delle possibilità reali dell’uomo.

La memoria di Michele non sia solo la mia. Si aggiungano le altre tessere di chi lo ha conosciuto per rendere più completo il mosaico di una vita unica.

Del Michele ricercatore politico e del Michele servitore della realtà ecclesiale post-conciliare, ci sarà tempo e modo di parlare e di approfondire. Altri lo faranno con competenza e approfondita analisi del suo pensiero.

Mi preme qui annotare un’ultima tessera, per me importante dell’ultimo Michele. A casa a Brindisi, nel riascoltare L’Albero ed Io di Guccini, anche con gesti rivolti e imploranti verso il cielo, si soffermava su: “Innalzerò le mie dita di rami”, prima “verso quel cielo così misterioso”, e poi “contro quel cielo che dicon di Dio”.

Michele commentava questa contrapposizione tra “verso e contro il cielo” come una contrapposizione iscritta nel cuore di ogni uomo, anche nel suo. E faceva riferimento al grande cardinale Martini che ha insegnato come in noi coesistono, nella vita di ciascuno fino alla fine, il credente e il non credente.

Circa un anno fa, il 9 luglio 2019, in un bellissimo articolo pubblicato sul Quotidiano di Lecce, Michele polemizzava, con garbo e a modo suo, con Carlo Rovelli, fisico teorico e scrittore di eccellenti qualità, che nel suo libro dal titolo “La realtà non è come ci appare” (Raffaello Cortina editore 2014) aveva criticato, riferendosi ai credenti, coloro “che dicono di conoscere la verità…..perché l’hanno appresa dai padri, perché l’hanno letta su un Grande Libro, perché l’hanno ricevuta direttamente da un Dio”.  “Rilievi ingenerosi, scrive Michele, perché prescindono dagli approfondimenti e dagli aggiornamenti del Concilio Vaticano II portati avanti da Papa Francesco il quale in una sua lettera a Eugenio Scalfari (“Dialogo fra credenti e non credenti” Einaudi- la Repubblica, 2013) precisa che “la questione anche per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza” perché…… “su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire” e aggiunge “io non parlerei, nemmeno per i credenti, di verità assoluta” perché “assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di relazioni….e la verità è una relazione”. E lo stesso Pontefice nella lettera Enciclica “Laudato sì” (24 maggio 2015) parla del “mistero dell’universo” e di un mondo costituito da “una trama di relazioni” e afferma che “tutto è collegato e ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale”. Fin qui parte dell’articolo di Michele, che aveva inviato a Carlo Rovelli, pur sapendo che non rispondeva a nessuno, come dichiarato esplicitamente sul suo sito, per la impossibilità di rispondere ai numerosissimi estimatori. Invece, Carlo Rovelli così gli risponde: “La ringrazio.  Ho letto il suo scritto con interesse, e non mi spiacciono le critiche.  Su tante cose la pensiamo evidentemente nello stesso modo. 

Cordialmente, Carlo”.

Cito quest’episodio non solo per annotare l’alto livello dei due interlocutori ma  per sottolineare l’interesse di sempre, in particolare dell’ultimo Michele, per la ricerca sulla fede: poco interessato ad una certa teologia, era fortemente attratto dai grandi interrogativi teorici ed esistenziali che la scienza e le scoperte antropologiche ponevano alla fede e non solo alla religione; affondava la sua intelligenza nel mistero dell’universo, sia in quello dell’infinitamente grande che in quello dell’infinitamente piccolo: “siamo immersi nel mistero e nella bellezza di un mondo fatto di campi quantistici e attraversato da una fitta rete di interazioni reciproche”, sosteneva, in sintonia con Rovelli. La biologia, l’astronomia, la quantistica: Michele si cimentava con esse, immagino anche nella notte più faticosa della sua ultima malattia. Sempre alla ricerca, non sempre facile, del Dio appassionato dell’uomo manifestatoci da Gesù del Vangelo. Vangelo stretto in una mano e nell’altra la Costituzione, che ha voluto portare con sé sotto due metri di terra. Vangelo che ha letto, riscritto e attualizzato in tutta la sua vita.

Al riguardo mi sia consentito un briciolo di polemica, in questo mio scritto, a mo’ di annotazione finale.

Ho seguito con la dovuta attenzione la stampa e i siti di informazione locale, come annotavo all’inizio, ma mi sembra che i responsabili della Chiesa locale abbiano ignorato la morte di Michele (ad eccezione di una breve noticina dell’Azione Cattolica Brindisi-Ostuni su Facebook – «ricordo grato per il “servizio instancabile”» ma – oso dedurre io dal testo – la vita di Michele appartiene ormai al passato e solo a “coloro che hanno condiviso con lui la vita e l’impegno sociale”).  

E questo a conferma che, in questa chiesa locale “paludosa”, anche sulla morte di un suo servitore si proietta l’ombra del clericalismo. Michele ha servito la chiesa locale dal 1972, ha avuto la fiducia di Vescovi qualificati (solo due nomi: Mincuzzi e Todisco), ha mostrato grande attenzione a tanti preti delle parrocchie locali soprattutto negli anni 70-80. Per le sue doti umane ed organizzative, da laico e in nome del suo battesimo, esercitava il servizio del discernimento pastorale e della comunione ecclesiale e, noi, scherzando, lo chiamavamo il “nostro vescovo laico”. Nessuno di noi si sogna di pensare a Michele “santo”. La fabbrica dei santi ufficiali che la chiesa ha costruito nel tempo è servita più a puntellare la “chiesa meretrix” che a testimoniare e far vivere la “chiesa casta”. Se ci spogliamo dello sguardo clericale, Michele è stato “un santo” e non avrà bisogno di fare miracoli per essere riconosciuto tale perché in vita ne ha già fatti tanti: quante liti ha composte, quante famiglie sfasciate ha riunito, quanti medici ha conosciuto non per sé ma per gli altri, quante coscienze intrappolate ha liberato. I suoi scritti non sono solo frutto di intelligenza ma anche di vita interiore. Ha praticato il potere dei segni e ha sempre rifiutato i segni del potere, per usare una espressione di don Tonino Bello. A cui non faccio nessuna fatica ad accostarlo. Solo che la vita e la morte di don Tonino sono state riconosciute “sante” come uomo e come Vescovo (e in una chiesa clericale non è poco) mentre la vita e la morte di Michele, “laico, per giunta, scomodo”, sono state ignorate dai “funzionari diocesani del sacro”. Michele aveva anche limiti umani, come tutti. Le scarpe di chi cammina è inevitabile che si riempiano di polvere. Forse aveva anche lui conosciuto il peccato, come tutti. E umilmente ha sempre riconosciuto i suoi limiti e, sono sicuro, riscattati. Anche lui aveva i suoi “picci”, le sue “fisse”.

Ma non è questo un motivo per ignorare e dimenticare un uomo che, come testimoniano i tanti attestati pubblici tributatigli in questi giorni, è riconosciuto da tutti, credenti e non, come “uomo Giusto”. E, si noti bene, non solo per le sue doti umane e professionali. “Gli ideali della Costituzione e i valori del cristianesimo furono i soli binari che orientarono la sua vita e la sua giurisprudenza”, ha scritto Antonio Maruccia, Procuratore Generale di Lecce. Ecco il paradosso su cui non riesco a tacere: Michele è riconosciuto “Giusto” da un mondo laico ma è ignorato dalla sua chiesa che ha servito e amato.

Sento, però, Michele che a riguardo mi sgrida: “Non sono questi i problemi. Non ti curar di loro ma guarda e passa”.

C’E’ MICHELE, NON C’E’ ANCORA L’ALBERO

Caricarsi sulle spalle l’enorme bagaglio lasciatoci da Michele non sarà facile. Ma dobbiamo provarci. Seguendo il suo stile e le sue costanti preoccupazioni.

In tutti i settori della vita che ha attraversato, Michele ha lavorato per unire e per non disperdere. Unire nell’Azione Cattolica, unire la sinistra, unire i fermenti, unire gli sforzi per raggiungere orizzonti già indicati dal Vangelo e tradotti dalla Costituzione del 1948. Però non nascondeva la preoccupazione che poche persone facessero più cose e avessero più radici in diversi terreni. Ma nonostante queste sue preoccupazioni, negli ultimi anni, è stato “fermento” in Manifesto4ottobre, Salute Pubblica, Forum Ambiente e Salute, A sinistra (già Presenza Democratica), Uomini in cammino.

Non trovo suggerimenti concreti da dare su come può tradursi l’albero figurato a cui fa riferimento il testamento di Guccini-Michele perché sia almeno piantato. Forse non c’è nulla da fare “assieme”. Il tempo, galantuomo, si affida alla coscienza e vita di chi ha conosciuto Michele. O forse sì, c’è da fare “qualcosa da cercare e decidere assieme”. In questo secondo caso partiamo dalla consapevolezza che ora tocca a noi, che siamo rimasti e ad altri più giovani, fare memoria viva della testimonianza di vita e non solo delle idee di Michele. Aggiungerei (e Michele sarebbe arcicontento) facciamo anche memoria viva e unitaria di Raffaella, di Lina, dell’avv. De Carlo… Ma se è vero che dobbiamo avere il piacere e il dovere di ricordarli, si sentirebbero traditi se li commemorassimo solo con iniziative o con contenitori gelidi e freddi. 

Non con lo sguardo rivolto al passato ma con il cuore e la mente protesi al domani, guardiamo insieme (scrivo meglio, guardate insieme) a loro per avere indicazioni su ciò che serve per un prossimo futuro più umano: farsi carico della nostra storia, coscienti che è urgente maturare la spiritualità e il servizio della solidarietà e della giustizia locale e globale.

Come, in modo concreto? Non lo so. Cerchiamo insieme, credenti e non credenti, puri e impuri. O meno puri.

2/7/2020

Antonio Greco


[1] Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,

non voglio pietra su questo mio corpo, perché pesante mi sembrerà.

Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio;

voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,

come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.

E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo

e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,

sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.

E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io

sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio.

Francesco Guccini

1970

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