CAMMINIAMO NELLA SPERANZA. RINUNCIANDO, DENUNCIANDO, ANNUNCIANDO

Al Convegno delle Fraternità di Charles de Foucault, tenutosi a San Giovanni Rotondo il 23 agosto 2018, sul tema “Camminare nella speranza”, l’antropologa ed insegnante, nonché amica del M4O, Alba Monti ha svolto una relazione con il titolo che utilizziamo per questo post. La ringraziamo per averci permesso di pubblicarla.

Alba Monti

Cammino da sempre nelle strade del mondo. E a iniziare dalla strada che parte dalla porta della mia casa, vedo molte brutture, storture, ingiustizie. Ne ho parlato recentemente in un incontro pubblico a Brindisi dal tema “Questa economia uccide” commentando con uno sguardo laico il libro di Papa Francesco Terra Casa Lavoro1. L’intervento è pubblicato in Adista del 16.12.17.

Cammino nel mondo per aggiungere consapevolezza alla mia e a quella altrui. Per denunciare, sì, ma tenendo sempre presente quello che chiede il Mahatma Gandhi “Sii tu il cambiamento che vorresti vedere nel mondo”. O quello che con grande semplicità ha insegnato Raoul Follereau “Per poter cambiare ed essere più bello e più giusto, il mondo ha bisogno di insegnanti: sii una brava insegnante! Ha bisogno di manovali: sii una brava manovale! Ha bisogno di giornalisti: sii una brava giornalista! Ha bisogno di medici: sii una brava medico! Ha bisogno di …”.

Il mondo mi ha mostrato, tra le altre brutture, la condanna che questa economia ha inferto ai popoli nativi. Perciò in più occasioni e con più strumenti (Lecce 2003, Assisi 2006, Firenze 2011, Bergamo 2018) ho dato voce agli Indios del Sudamerica, come i Guaranì dei film Mission (Roland Joffè 2002) e La terra degli uomini rossi (Marco Bechis, 2009). E ho denunciato, e ancora continuo a farlo, la loro triste situazione.

Il mondo mi ha fatto toccare con mano le condizioni inumane non solo delle nostre carceri (dove insegno Economia da 23 anni), ma anche di quelle del Brasile (2000) e del Congo (2013), dove ho portato contributi pratici di speranza e di speranza di vita. Ve ne parlerò.

Ho riflettuto, parlandone e scrivendone, sulle discriminazioni e sulla violenza di genere nei confronti delle donne, nella nostra cultura e anche in quella altrui.

Ma soprattutto ho denunciato, con ogni mezzo e in ogni occasione, principalmente nelle scuole (perché sono convinta che il cambiamento è possibile solo se si incide nella cultura), quella che per me è la madre di ogni ingiustizia, di ogni violenza, di ogni bruttura: la guerra.

*****

Ho provato a chiedermi perché abbiate invitato proprio me per tenere questa conversazione con voi. Non ci conosciamo neppure, né faccio parte delle vostre fraternità.

La risposta l’ho trovata, forse, proprio in questi cinque verbi – o imperativi come avrebbe detto Emmanuel Kant – che marcano questa nostra giornata, e, per estensione, la nostra stessa vita: camminare, sperare, rinunciare, denunciare, annunciare. Danno il titolo a questo Incontro, ed è quanto abbiamo in comune. Questi cinque verbi ci invitano a riflettere sul senso da dare alla nostra vita.  Ho scritto senso in corsivo per riferirmi a più accezioni che può avere questa parola:

1. Senso sta per “significato”: significare è signum dare, cioè parole da usare.

2. Ma sta anche per “direzione”: quale direzione dare alla mia vita?

Quando penso alla parola “direzione” mi viene in mente questa immagine; e chi tra voi ha fatto il Cammino verso Santiago certamente riconoscerà questo simbolo. 

Così ho provato a riflettere con carta e penna su questi verbi e sul perché della vostra scelta.santiago

Camminare

Forse la scelta è caduta su AlbaMonti perché sono una grande viaggiatrice, e ho camminato in quattro Continenti: Europa Africa Asia America per apprendere, per conoscere e per far conoscere.

Poter viaggiare è un grande dono; ma un dono è tale solo se può essere condiviso. Non l’ho detto io, ma prima di me Marcel Mauss, grande filosofo e antropologo nipote del più noto Emile Durkeim. E io condivido ciò che vedo e ciò che apprendo.

Sperare

Speranza, il nome latino spes e quello greco elpìs, sono nomi femminili. Come femminile è Alba…

Si dice “spes ultima dea”, perché nel racconto del poeta greco Esiodo “Le opere e i giorni”, VIII sec. a.C., Elpìs era tra i doni custoditi nel vaso regalato a Pandora (pan = tutti, dora plurale di dòron = regali). Pandora era stata invitata a non aprirlo mai, ma essendo donna anche l’audacia, scoperchiò il vaso facendone uscire fuori il contenuto; dentro c’erano le divinità Fatica, Malattia, Menzogna, Pazzia, Vecchiaia, Morte… cioè tutti i mali del mondo.2 Appena se ne fu accorta, Pandora richiuse il contenitore, ma ormai dentro vi era rimasta soltanto Elpìs, la dea speranza. Che, dunque, ne uscì per ultima e dopo insistenti richieste: perciò Spes ultima dea, e divenne l’ultimo riparo consolatore per l’umanità afflitta dai tanti mali che si erano dispersi.

La cultura greca vedeva dunque in Elpìs la consolazione per l’umanità; quella romana onorava la dea Speranza, “Spes Augusta” che simbolicamente rappresentava la fiduciosa attesa di un imperatore giusto e buono verso il popolo (Spes Augusta, poiché Augusto era il titolo dato all’imperatore); gli imperatori cristiani ne fecero una virtù teologale (Theós e lógos, cioè parola di Dio ‹‹Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza, la carità; ma di tutte la più grande è la carità›› (1 Corinzi 13, 13).

Per me Speranza ha il volto concreto di Chiara Castellani e di Bassirou.

*****

Ma cosa è la speranza, oltre che una virtù che fonda l’agire morale? E, soprattutto, cosa è per noi? Ci lavoreremo nel pomeriggio; adesso mi limito a riportare alcune definizioni di speranza sulle quali cominciare a riflettere.

La speranza è come una strada nei campi: non c’è mai stata una strada, ma quando molte persone vi camminano, la strada prende forma.

(Yutang Lin, scrittore cinese, 1895-1976)

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle.

(Agostino D’Ippona, filosofo e vescovo, Algeria 354-430 d.C.)

La speranza vede il punto debole delle cose.

(Paul Valéry, poeta, Francia 1871-1945)

Rinunciare

Non credo di aver dovuto fare grandi rinunce, nella mia vita. O forse sì: ho scelto di rinunciare a una carriera brillante. E prima ancora avevo non scelto una vita fatta di agi e di comodità (comodismi, avrebbe scritto il nostro amico Vincenzo de Florio). In verità, una carriera brillante era nell’orizzonte dei miei desideri (elpìs): avrei voluto fare l’antropologa a tempo pieno. Ma questo avrebbe comportato una grande rinuncia: al mio pensiero libero e alla mia libertà di scelta; perché a 24 anni e con solo una Laurea in tasca, avrei dovuto legarmi almeno “scientificamente” a un grande antropologo (era la proposta del mio docente di tesi di laurea), e ricercare ciò che era nelle sue corde. Ma così non ho voluto che fosse.

Ho scelto, invece, di essere libera; e la libertà, si sa, comporta altre rinunce… Così ho dovuto lavorare in tutt’altro ambito, e con i proventi di quel lavoro pagarmi le mie missioni scientifiche. Che non sono a tempo pieno (quelle necessarie per diventare una esperta e cattedrata antropologa), ma sono da svolgersi a mie spese nei tempi limitatissimi che il lavoro mi offre.

Il mio lavoro è quello di insegnare: nei circhi e nei lunapark in giro per il mondo, nei primi tre anni di attività lavorativa; nel carcere di Lecce negli ultimi 23; in Africa e in Sudamerica quando sono là.

Ma per chi è capace di volgere in positivo il negativo, rinunciare non significa perdere, bensì guadagnare. Vediamo come lo è stato per me. Il lavoro di antropologa è quello di “osservare il mondo andando nel mondo”, e girare con il Lunapark ha significato soprattutto questo: ex Jugoslavia, Libia, Turchia, Emirati… Ma può essere altresì “osservare il mondo che si sposta nel mondo”, e oggi abbiamo la bella e grande fortuna di avere il mondo intero nelle strade dei nostri paesi; così come c’è il mondo intero nel carcere di Lecce. Dove gli studenti non sono solo italiani, e la lingua che bisogna parlare non è solo l’italiano…

I miei studenti mi hanno insegnato a dire buongiorno e grazie in almeno venti lingue. E mi hanno insegnato a sorridere in ancora molte di più. Ma, soprattutto, mi hanno insegnato cosa è la speranza.

Speranza Espoir Esperança Nada Umut Hoffnung Hope Speranţă  Shpresoi Omid Esperanza ‘Amal Matumaini Xīwànq Nadiya Asha Hevi Spes

Denunciare

Sì, questo è un verbo che fa rima con AlbaMonti.

La rima è un espediente poetico… AlbaMonti non scrive poesie, ma racconti saggi e favole. In questi ultimi anni, soprattutto favole. I poeti e le poete che preferisco, salvo rare eccezioni, non usano toni violenti ma, come mi ha insegnato il lucano Orazio (Quinto Orazio Flacco, I sec. a.C.), chi vuole denunciare castigat ridendo mores. Cioè non usa toni aggressivi, che spesso diventano beceri, ma lo fa con stile, con eleganza, in modo piacevole e quindi più convincente. I mores, i cattivi costumi da denunciare e da castigare, sono oggi gli stessi dei tempi di Orazio: egoismo, malvagità, volgarità, violenza, cupidigia…. A cosa si possono imputare le guerre, tutte? All’egoismo, che significa porre se stesse/i al centro del mondo e degli interessi del mondo; e anche alla malvagità, alla violenza, alla cupidigia. E qual è la causa di queste migrazioni epocali che spingono milioni di persone a fuggir via dal proprio Paese per cercare un presente più vivibile per sé e un futuro che possa declinare la speranza per i propri figli e figlie? La guerra!

Noi lo sappiamo bene, come ha avuto il coraggio di dichiarare a fine luglio Emma Bonino al Senato; lo sappiamo bene, e perciò dobbiamo dirlo, cioè denunciarlo (nuntiare de) e annunciarlo (ad nuntiare). Il verbo è lo stesso; forse è il modo quello che cambia…

Io lo dico alle persone adulte ma soprattutto alle giovani generazioni, perché la mia scrittura ha una finalità pedagogica, e non potrebbe essere altrimenti, stante il mio lavoro che è quello di insegnare, cioè lasciare dei segni: chiari e leggibili. Perciò parlo e scrivo usando il linguaggio più comprensibile alle giovani generazioni.

Internet? – mi chiederete voi

Favole! – vi rispondo io.

Favole come trasmissione di sapere e di speranza.

Perché internet e i media tutti parlano – a volte troppo e troppe volte male – di malvagità, violenza, cupidigia. Troppe volte, però, cambiano le carte in tavola e presentano gli effetti come fossero cause: mistificando la realtà, vaccinando la nostra capacità di giudizio e di reazione, soffocando la speranza. Ricordate il triste naufragio sulle coste turche di Bodrum il 3 settembre 2015 e l’immagine del piccolo Aylan Kurdi? O forse abbiamo dimenticato località, numeri, particolari, perché molte – troppe – altre volte immagini simili ci sono state presentate… e alla fine ci abbiamo fatto l’abitudine… Ma non si può e non si deve fare l’abitudine o trovare normali situazioni di morte, di ingiustizia, di infanzia negata!

Ma quei bambini, sanno nuotare?– mi hanno chiesto preoccupati per la loro sorte i miei nipotini guardando anch’essi tante volte quelle immagini. Perché per le loro piccole teste e per la loro piccola esperienza, l’immagine del mare, dei barconi, di un corpicino riverso bocconi sulla sabbia vale solo un interrogativo: “ma quei bambini, sanno nuotare?”. Perché loro – le mie bambine e i mie bambini – non lo sanno ancora fare e la paura del mare li conduce ad altre paure che, temo, abitino i loro sogni trasformandoli in incubi. Come era per noi la paura del buio, dell’orco, dell’uomo nero, della zingara…

Per questo scrivo favole: per raccontare, per far capire, per mandar via la paura, per nutrire la speranza. Servendomi delle categorie logiche proprie dell’infanzia e degli strumenti che ha: concetti, parole, colori, fantasia. È nata così La Missione segreta della Gambusia Gialla, la favola di un pesciolino che sa bene cosa sta succedendo di molto grave nel mondo, e si dà da fare in direzione del cambiamento e della speranza.

È stato così anche per la seconda favola della trilogia: Una difficile scelta, quella del topolino Pietro indeciso se restare a vivere in campagna oppure andare in città. Metafora di una scelta vitale per i tanti migranti che devono scegliere se restare nel loro Paese dove l’unica certezza è l’incertezza, oppure attraversare la strada che li divide da un’altra vita, con tutti i vantaggi ma soprattutto i rischi che la scelta comporta.

Annunciare

È quello che siamo invitate e invitati a fare. Ma – a differenza del denunciare – impegniamoci a farlo senza puntare l’indice… Perché annunciare è anche avere la voglia, la possibilità, la gioia di dire che

UN ALTRO MONDO È POSSIBILE!

Io lo ho appreso da altri, da Edoardo Galeano e dal summit di Porto Alegre

Lo dico a voi, oggi a San Giovanni Rotondo

Ciascuna e ciascuno di voi lo ripeterà nel posto in cui vive, lavora, si impegna

Se siamo in tante e in tanti a dirlo, qualcuno lo ascolterà

Se siamo in tante e in tanti a crederlo, qualcosa certamente cambierà!

Come? Ce lo insegna il Mahatma: Sii tu il cambiamento che vorresti vedere nel mondo…

CHE LA NOSTRA VITA SIA IL NOSTRO MESSAGGIO!

Dunque, la Speranza è una illusione o è ragionevolezza? Certamente la Speranza ha una base logica che ci permette di guardare avanti e di andare avanti, perché il cervello, cioè la mente, valuta il nostro futuro ogni momento. E desidera che sia un futuro positivo. Ricordiamo che per i greci spes è elpìs, e si traduce con desiderio. E poiché nessuno desidera il male per sé, avere speranza significa tendere verso il bene.

Proviamo a concludere questo incontro riflettendo insieme su quale sia la speranza di ciascuna e ciascuno di noi. Per ognuna e ognuno di noi, e per il mondo.

La mia speranza è che la parola guerra scompaia da tutti i dizionari, dai libri, dalla storia. Vi ho già detto perché.

Perciò affido la conclusione alla mia amica GAIA SPERA. Che così scrive:

Guerra

Preventiva, intelligente, circoscritta, umanitaria, mondiale, civile, santa …
aggettivi
armi di mistificazione di massa.
Voglio eliminare
ogni aggettivo
accanto alla parola
g u e r r a
lasciarla nuda
come nudo è tutto ciò che resta
dopo di lei.
Vorrei potesse mordere tutti
la vergogna
ogni volta che un aggettivo
tenti di rendere
sensato
ciò che mai potrà esserlo.
Da oggi
sarà questa la mia
guerra.

(Gaia Spera)

1 Papa Francesco, Terra Casa Lavoro. Discorso ai movimenti popolari, Il Manifesto libri, 2017.

2 Molte le analogie tra questo mito e quello cristiano di Eva e Adamo: Pandora è la prima donna, plasmata col fango dagli dei per essere data in sposa a Epimetèo (colui che riflette dopo; fratello di Prometèo, colui che riflette prima); al pari di Eva trasgredisce un ordine divino, provocando la perdita di uno stato di “innocenza” e la “caduta” (dall’età dell’oro e dal paradiso terrestre). Anche Epimetèo somiglia a Adamo, e entrambi lasciano la responsabilità alla donna.

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