GENERARE

Si è tenuto a Ostuni dal 23 al 25 agosto 2018 il campo diocesano unitario dell’Azione Cattolica della Diocesi di Brindisi-Ostuni. Il 25 agosto, a conclusione del campo, è stata programmata “una tavola rotonda” del Settore Adulti di A.C., sul tema “Generare negli ambienti di vita”, introdotta non da relazioni ma da due testimonianze chiamate a rispondere alle tre seguenti domande predefinite:

1. Cosa significa per voi il temine generare? 2. Quanto peso ha per voi pensare di essere stati generati per poi generare? E quanto hanno influito la creatività, altri modelli di intelligenza e la formazione nel vostro impegno? A quale figure vi siete ispirati? 3. Il nostro testo nelle cinque tappe di quest’anno approfondisce il senso del ‘generare’ servendosi dei seguenti verbi: accogliere, ascoltare, discernere. … Quale tra questi verbi sentite più vicino alla vostra esperienza?”

Una di queste due testimonianze è stata chiesta a Maurizio Portaluri, del gruppo Manifesto4ottobre e del suo omonimo blog. Pubblichiamo le risposte di Maurizio alle suddette domande poste dai responsabili di A.C.. Riteniamo che sia utile far conoscere questo intervento anche a chi non ha partecipato alla tavola rotonda, sia per la ricchezza dei contenuti, per l’autenticità del percorso narrato e per la semplicità e chiarezza di esposizione, e sia per dire la lunga e faticosa parte della ricerca umana e di fede di un componente e animatore, pur nella sua unicità, del piccolo gruppo del Manifesto4ottobre. Ribadiamo è solo una parte del suo percorso. Ci saranno altre occasioni per chiedere a lui di raccontarci anche la sua lunga esperienza di che cosa significa “generare nelle istituzioni o nonostante le istituzioni (scuola, asl, chiesa, stato…)”.

La redazione di Manifesto4ottobre.

GENERARE NEGLI AMBIENTI DI VITA

1. Generare è il modo in cui la Vita si dà continuità, ma è anche la novità della Vita, si genera ciò che ci assomiglia ma anche qualcosa o qualcuno diverso da noi.

G. è anche fiducia nel futuro, la Vita genera anche in condizioni che noi riteniamo assolutamente avverse. Noi guardiamo poco al mondo vegetale perché abbiamo una formazione antropocentrica, ma la natura vegetale ha una capacità di generare nelle condizioni più difficili perché non concentra le funzioni come negli organismi animali, ma le distribuisce in tutta la pianta. Rendere tutti partecipi aiuta la vita.

G. significa anche fare spazio, restringersi, cambiare (le proprie abitudini, le proprie convinzioni) ed anche scomparire, farsi da parte.

G. significa di conseguenza anche dare possibilità, non solo quella di nascere, ma anche di crescere, svilupparsi e generare a sua volta.

G. significa non sapere cosa succederà in futuro, ma confidare che qualcuno si prenderà cura. Essere consapevoli che le cose andranno in maniera completamente diversa da come si vorrebbe. Per questo G. è anche prendersi cura dei figli degli altri (1)

G. significa pazienza, saper attendere, anche decenni, come in Mongolia dove dopo trent’anni di piantumazione di alberi è rinato il deserto.

G. implica anche una nudità del generato. G. ci insegna la debolezza e la fragilità. Quando si nasce si è nudi, lo si è nella vita biologica, lo si sottolinea anche della nascita Gesù, quando Francesco di Assisi vuole cambiare vita si denuda dinanzi al padre ed al vescovo.

Nudi si diventa quando si perde tutto, si perde una persona cara, un figlio, un marito, una moglie, un padre, una madre .“PER RINASCERE DEVE MORIRE (NICODEMO) “A persone che piangono una separazione crudele (una di quelle occasioni che lasciano storditi ed incapaci di riprendere il filo della vita” Arturo PaolI scriveva, invece di “ipocrite condoglianze” sul biglietto “Amico, questa è la tua grande occasione, forse non si ripeterà più” (La pazienza del nulla, Chiarelettere, 2012)

Bisogna morire per rinascere. Io questo l’ho sentito fisicamente. Pensavo: arrivato nel deserto avrò tutto il tempo per pregare, tutto il tempo per riflettere, avrò momenti di solitudine nella grotta, senza impegni se non quello della mattinata, ecc.. Però ad un certo punto mi è sparita anche la fede. “Chi devo pregare? Se non c’è nessuno. Non faccio il buffone, non faccio il pagliaccio.” Questo è stato il mio interrogativo quotidiano. Poi mi chiedevo, che utilità hanno le cose che ho fatto? Il resto della mia vita non è servito a nulla e quindi la mia esistenza è perfettamente inutile… Sarebbe meglio che me ne andassi da questo mondo. “ “Allora posso dire che la mia conversione è avvenuta in questa maniera. Tutte le sere e tutte le mattine, quando si metteva il carico sui cammelli, …… Quando si preparavano i cammelli, per montare la sella e caricare i viveri ecc. c’era sempre un cammello che scappava, che si rifiutava e scappava; allora il cammelliere ci aveva avvisato di non gridare, di non corrergli dietro. Questo cammello se ne stava tutto il giorno per suo conto e verso il tramonto tornava ad avvicinarsi alla carovana. Allora il cammelliere si metteva accanto a lui a cantare il Corano e il cammello, la mattina dopo, si lasciava accarezzare per primo mentre un altro via, scappava.” (parole registrate in un incontro del 2012)

Nelly è una delle tante donne argentine inghiottite dalla gola mostruosa della dittatura militare. Nelly era atea e anarchica ma la sua anarchia era senza definizioni, al di là delle ideologie, era la forma dell’uomo sciolto da tutte le definizioni. L’anarchia di Nelly non era anarchia politica, era la condizione di chi vive nel nulla non distrutto ma da questo nulla continuamente ricreato.” “Il nulla come libertà. Il nulla come insicurezza, perché “noi abbiamo paura della libertà, la libertà è senza margini e senza sicurezze e il giorno in cui la libertà diventa sicurezza si corrompe”.  (La pazienza del nulla, Chiarelettere, 2012)

2. Nella mia esperienza G. non è una è stata una esperienza razionale, programmata, almeno fino alla maturità. La consapevolezza di essere stato generato biologicamente, di portare e aver trasmesso un patrimonio genetico, il “sangue mio” come si dice, ha avuto sempre poco peso nella mia riflessione sulla Vita. Forse perché negli anni dopo la grande guerra non si respirava un’aria di separazione, di familismo, di nazionalismo dopo gli orrori provocati dalle ideologie sulla purezza della razza. Mio padre era un moderato molto moderato ma disprezzava il fascismo. Prevalevano le idee del mondialismo, del terzomondismo, della mescolanza. Erano gli anni del Concilio, eravamo tutti popolo di DIo. Certamente la religione aiutava nella ricerca del senso della vita ed in questo mia madre ha avuto un ruolo importante. Era un edificio tetragono quello della sua religione, tutto era ben strutturato, un’ideologia che funzionava, con tutti i riferimenti a loro posto, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, le regole, le punizioni, le possibilità di riabilitazione.

Ma chi mi ha fatto conoscere il Vangelo, coloro che mi hanno rigenerato facendomi conoscere Gesù sono altri, alcuni educatori, preti, amici, che hanno decisamente generato in me una visione diversa da quella infantile, soprattutto attraverso modelli umani che ispiravano la loro vita a Gesù di Nazareth ma non solo: Il Concilio si era chiuso da qualche anno e una catechista ci leggeva brani della Lumen Gentium. don Milani è stato un riferimento importante che ho scoperto nell’adolescenza ma che ancora oggi cerco di comprendere; Dietrich Bonhoeffer è stata una scoperta degli anni dell’università, poi Gandhi, Turoldo, Balducci, don Tonino Bello, La Pira, Frassati, Giuseppe Donati, Marianela Garcia Villas, Franzoni, Capitini, MLK, Gramsci, Etty Hyllesum, Simone Weill, Oscar Romero e molti altri fino ad oggi. A ciascuno di loro mi ha fatto accostare qualcuno, che me ne ha parlato invogliandomi a leggere o regalandomi un libro. Le biografia esercitano ancora un grande fascino su di me.

DI tutti mi colpiva ciò che facevano più che ciò che dicevano, il perché lo facevano, la loro etica. In ciascuno di questi trovavo un modo di presentarsi della Vita, quella che ti fa sentire vivo, a volte solo per un attimo. Ciò che mi ha sempre colpito di queste biografie era l’intolleranza per l’ingiustizia, la diseguaglianza ingiusta. Notavo che quando percepivo una situazione di ingiustizia, anche la mia fisiologia reagiva, mi andava “il sangue alla testa”.

“…questa uguaglianza… – scrive sempre Arturo Paoli – è la sorella gemella della libertà”. “Dove si dà dipendenza, cioè non-uguaglianza, non si dà libertà. L’uguaglianza è già tradita quando è dono che viene dall’alto. La stessa predicazione dell’uguaglianza crea disuguaglianza…Gesù non ha predicato l’uguaglianza, si è fatto uguale”.

La scelta di fare il medico la motivavo con il desiderio di rimediare alle malattie ingiuste, infatti volevo fare il medico del lavoro, poi avendo trovato una tesi in radioterapia e i malati che vi ricorrevano e che incontravo ogni giorno mi sembrava in una situazione di estrema debolezza. Alcune figure di medico mi hanno molto attratto. Gli Anargiri, venerati molto qui da noi come guaritori, ma la loro caratteristica era la gratuità del lavoro; Giuseppe Moscati, che univa carità ad una grande preparazione scientifica, a cui era stata intitolata un’aula dell’università dove ho studiato, pochi anni dopo la proclamazione a beato; Albert Schwaizer che si laureò in medicina dopo essersi graduato in filosofia proprio per fare del bene, alcuni miei professori di cui mi colpiva la gratuità, Chiara Castellani, Gino Strada, Giulio Maccacaro.

Generare negli altri è per me sorprendente, nel senso che rimangono incomprensibili le vie che tale processo può prendere in un’altra persona . A volte mi è capitato che qualcuno mi dicesse: quel tuo gesto, quel tuo modo di fare, quella impostazione che mi è sembrato dessi alla tua vita, mi ha molto colpito e mi ha aiutato a prendere una mia decisione importante, a resistere in una situazione difficile. Lo stesso accade nei figli, così diversi da come li avresti voluti o solo immaginati, che ad un tratto mettono fuori dei comportamenti “trascendenti”. Una figlia cambia lavoro per seguire il fidanzato in un altro paese. E per fare questo accetta un lavoro uguale ma meno remunerato. A che serve – mi dice – guadagnare tanto e non essere felice!. La gran parte di noi biasima un comportamento simile, non si cambia lavoro per amore, non si mette a rischio la sicurezza economica. Io stesso non so se l’avrei fatto. Eppure per lei una vita in comune vale più di un salario maggiore. Non mi sembra poco come esempio di Vita vera!

Lavoro a capo di un gruppo di professionisti della salute da più di 18 anni e sento molto la responsabilità di motivare. Motivare significa dare vita a dei gesti che altrimenti rimarrebbero pura ripetizione di cose da fare. I collaboratori ti osservano molto, se colgono nei tuoi comportamenti un interesse personale è la fine, non puoi più contare su di loro, ma se notano che agisci senza tornaconto, magari sfuggono ugualmente al loro dovere qualche volta, ma con un senso di colpa e la volta dopo non succede. Ma poi gustano il piacere dell’apprezzamento da parte degli ammalati e ne vanno fieri.

Non c’è separazione tra il mio fare il medico, organizzare l’attività dell’unità operativa sanitaria che dirigo, impegnarmi per la salute pubblica, partecipare alla vita della chiesa: in tutti i casi cerco di tenere sempre in vista il bene delle persone che incontro, la giustizia nelle comunità a cui partecipo. Una volta un parroco mi invitò a parlare con un gruppo di suoi giovani per delle questioni ambientali che riguardavano il quartiere. Io dissi, nel presentarmi, che il mio impegno di cristiano era un impegno politico. Non mi contattarono più. Gandhi scriveva: “Chi dice che la politica non c’entra niente con la religione, non sa cosa sia la religione”. Per me questo invece è abbastanza scontato. Gesù quando lava i piedi, spezza il pane, scaccia i demoni, guarisce i diversi ammalati, e soprattutto perdona i traditori, indica una modalità di vita comunitaria cioè politica. Frei Betto quando venne a Brindisi nel 2014 disse: Gesù non è morto per uno scontro ad un incrocio tra cammelli, ma perché viveva una comunità di uguali e questo modello proponeva agli altri e ciò era inaccettabile. Per questa ragione per me rimane senza una comprensibile spiegazione la separazione di dignità e di potere decisionale tra chierici e laici e la discriminazione della donna nella chiesa. Preferisco l’espressione discepolo di Gesù (come diceva Dossetti) piuttosto che laico o cattolico.

Cercare di offrire un servizio medico all’altezza dei tempi, cercare di migliorare l’offerta (come si dice in gergo aziendalistico ormai anche in sanità), fare in modo che tutti possano accedere alle cure senza discriminazioni, contrastare i tempi di attesa gonfiati artatamente, tutto questo deriva da lì, da quella comunità di uguali dove il più grande lava i piedi agli altri. Certo non è facile e non va sempre così. Nè basta predicare la giustizia, bisogna viverla. E viverla significa non approfittare dei malati, della loro debolezza, dello stato di necessità. E quindi rinunciare a dei guadagni anche legittimi, accettare l’ironia o la rabbia di alcuni colleghi, accettare che qualcuno approfitti della tua disponibilità.

A questo punto della mia generazione alla Vita posso dire che continuo ad essere interessato da Gesù di Nazareth, dalla sua speciale umanità. In questi anni in particolare da due aspetti che emergono dal vangelo, il potere disumanizzante dell’accumulo della ricchezza ed il potere umanizzante del perdono. Il primo è un elemento comune a tante altre religioni e spiritualità, così come la giustizia che di questo primo aspetto è un componente importante, mentre il perdono, meglio l’amore per il nemico, è solo del cristianesimo, forse un po’ del buddhismo.

Per il mio impegno sociale (posso ben dire anche politico dopo aver chiarito cosa intendo con questo termine) molti mi dicono che sono ambientalista o che mi occupo di ambiente. Dopo aver letto una storia degli ambientalismi posso ben dire di non essere classificabile come ambientalista. Pochi anni dopo la laurea lessi due dossier di una rivista che si chiama Medicina Democratica, nata negli anni ’70 – scoprii dopo – in ambienti operai e marxisti. Uno era dedicato alle condizioni di lavoro nelle piantagioni di banane in America latina, ed una a quelle nel petrolchimico di Porto Marghera. Anche in questa occasione fu la grave ingiustizia percepita in certi comportamenti a farmi interessare ai pericoli lavorativi ed ambientali per la salute. Non l’interesse per l’ambiente per sé , ma per la salute umana come bene dell’uomo. La perdita di salute come perdita di uguaglianza. Ho collaborato per diversi anni con questa associazione e devo dire con grande consonanza di sensibilità.

Credo che il cristianesimo e le altre religioni, così come sono oggi interesseranno sempre meno persone nel mondo. Ma il Vangelo continuerà ad interessare. Se tutto quello che era religioso e quindi soprannaturale ed esteriore non fosse diventato con gli anni umano ed interiore, io avrei perso interesse per il Vangelo così come mi era stato presentato nell’infanzia. Ha ragione mia moglie nel dire che del vangelo e della bibbia ognuno dà l’interpretazione che più gli fa comodo. E forse proprio questo lo rende ancora attuale, ci sfida a trovare l’interpretazione più liberatoria della nostra umanità. I biblisti Alberto Maggi e Josè Maria Castillo mi aiutano molto a leggere il Vangelo con questo punto di vista. Su questo fronte ho anche preso un impegno, insieme a qualche amico, quello di alimentare un blog in cui pubblichiamo le riflessioni, soprattutto straniere, sulla fede dopo le religioni e sulla riforma della chiesa cattolica e delle chiesa in generale. Il manifesto4ottobre dal nome di una lettera aperta alla chiesa locale nel 2014.

Ci sono due testi che mi aiutano a tenere aperto, non dico a risolvere, la questione della trascendenza che per un uomo che ha a che fare con la scienza è sicuramente un problema importante. La lettera a Nadia Neri di don Milani (2) e quella di Bonhoeffer dal carcere di Tegel (3)

3. Diceva Bonhoeffer che l’ascolto è una delle più grandi forme di amore per il prossimo. E aggiungeva, forse ne La Vita Comune, che accettare che nella propria giornata ci sia sempre la possibilità per qualcuno di far saltare la tua agenda è il modo concreto di dare spazio all’ascolto. Per questo ascoltare è difficilmente distinguibile dall’accogliere.

Disporsi all’ascolto è molto faticoso, ma quando ci si riesce è ricco di sorprese.

Nel lavoro di un medico l’ascolto è una precondizione per dare risposte giuste. Alcuni anni fa una mia collega mi regalò un bellissimi libro di un cardiologo americano (Bernard Lown, L’arte perduta di guarire) in cui il medico raccontava come fossero importanti le condizioni psichiche nelle malattie cardiologiche. Ovviamente l’ascolto, ma non solo, è uno degli strumenti fondamentali per comprendere il retroterra di un paziente. Ricordo che alla fine del libro l’autore scriveva che se non fossero stati i malati a pagarlo per parlare con lui, per tutto quello che ha imparato da quei colloqui avrebbe dovuto pagare lui.

L’A. spesso comporta il doversi riempire di sciocchezze dette dagli altri. Ma ascolto è anche capacità di comprendere i silenzi, a volte piccole battute, smorfie e posture che possono svelare dei mondi sommersi.

Anche gli altri ci ascoltano, ci osservano. Questo flusso di informazioni biunivoco è un flusso che può generare cambiamenti , rigenerazione. E ciò senza che ce ne siamo consapevoli.

Per ascoltare bisogna stare in silenzio. Anche se a volta il silenzio è abitato solo da noi stessi. L’Abbe Pierre diceva che era stato abituato nel seminario ad ore di silenzio forzate davanti al tabernacolo, ogni notte, senza possibilità di leggere nulla, e questo lo aveva aiutato a stare in silenzio quando doveva compiere scelte importanti. Arturo Paoli racconta il suo silenzio nel deserto come luogo di fede e di infedeltà. Gli ultimi anni a Boff che gli chiedeva ‘cosa senti’, rispondeva ‘niente’.

Nella preghiera crediamo e speriamo di essere ascoltati. Per molto tempo ho creduto che Dio potesse ascoltare solo i poveri, come dicono i salmi. E a me, che sono un garantito, non desse ascolto. Si dice che anche i ricchi sono in fondo dei poveracci, ma l’argomento non mi convince molto. Noi garantiti siamo afflitti da sciocchezze, da piccoli insuccessi, da qualche imprevisto che diventa tragedia. I poveri che non sanno come tirare a campare sanno essere più felici di noi. E’ più facile che un ricco sia invitato alla mensa di un povero che un povero alla mensa di un ricco.

Ma ho visto anche degli zingari felici / corrersi dietro, far l’amore / e rotolarsi per terra, / ho visto anche degli zingari felici

in Piazza Maggiore (Claudio Lolli)

A molti pazienti basta essere ascoltati. Mi è capitato di essere stato ringraziato solo per aver ascoltato, senza aver risolto nulla. Un ascolto può rigenerare una persona afflitta dal suo peso. Abbiamo bisogno di essere ascoltati per non impazzire e per questo attiriamo l’attenzione, come l’infante che piange e che smette quando la madre si avvicina. La sola vicinanza riesce ad alleviare il dolore fisico.

Mi piace ascoltare i racconti, come i bambini, mi piacciono ancora i cartoni animati. Nel mio lavoro ascoltare è soprattutto ascoltare racconti da sconosciuti, ogni giorno. Non so come potrei vivere se non facessi un lavoro che è quasi tutto ascolto di racconti. Ogni mattino mi dico: chissà chi incontrerò oggi, chissà che racconti nuovi ascolterò. Credo che i racconti siano essenziali. Scriveva Arturo Paoli : “Non sono gli incontri con gli altri le vere grazie, quelle che ben più chiaramente di altre portano il segno della Grazia?” 

Ognuno di noi crede in dei racconti. Ascoltiamo i racconti di quelli che si dicono atei! L’ateo è una categoria che non esiste. Neanch’io credo nel Deus ex machina, come dice Bonhoeffer di Dio sarebbe meglio parlarne il meno possibile visto che sul trascendete possiamo dire ben poco. Mi ha sempre colpito quel brano del vangelo in cui Gesù dice al cieco guarito: tu credi nel Figlio dell’uomo? e Lui risponde, e chi è? Sono io. Sì ci credo, mi hai fatto vedere. E la parabola del samaritano, un ateo in piena regola, come anche Giobbe.

Ascoltare è il viatico della pace. Per ascoltare bisogna guardare i volti. E’ difficile farsi la guerra se ci si guarda in faccia. E spesso per ascoltarsi e guardarsi bisogna perdonarsi. Succede in casa, al lavoro ed in tutti gli ambienti di vita. Voi sapete cosa è l’ipomenè. Viene tradotto con pazienza e perseveranza, ma letteralmente è rimanere sotto. Questo stare sotto e sopportare in attesa che ciò che deve succedere succeda (che Gesù torni). Questa idea mi da’ la forza di insistere quando le cose non vanno nel verso giusto. Dopo uno scontro, dopo una lite, una offesa, si aspetta in silenzio, perché si è certi che si tornerà a guardarsi e parlarsi. Continuare a sopportare il peso, l’ipomenè, funziona. Certo, richiede fede, ma a non demordere la giustizia trionfa, per un attimo, per una persona, per una famiglia ma trionfa. Dopo anni di impegno, di lotte, ma trionfa. A volte ci si stanca e non si ha la forza di continuare, ma poi si riprende. Marianela accorreva su tutti i luoghi degli omicidi degli squadroni della morte, ricomponeva i corpi, li fotografava. Pensando a questo ho trovato la forza di continuare in certe denunce , sostenere le richieste di giustizia di alcune persone, quando ero tentato di mollare.

Questi flash di esperienza mi dicono la relazione tra l’ascolto e il generare, il rigenerare, ridare spazio alla vita.

Maurizi Portaluri

NOTE

(1) “Sai, Renato, c’è stato un momento in cui ho visto meglio: non quella turba indistinta ma i volti dei giovani albanesi, uno per uno. Anzi, non proprio loro, ma per trasposizione i volti di chi li ha generati: le madri gravide al posto dei figli sul molo. E ho pensato: chissà quante carezze su quei ventri in attesa, quante tenerezze a levigarne la rotondità, quanti baci a benedire l’attesa; chissà quante parole d’affetto sussurrate su quelle cupole, perché arrivasse l’eco nel ricettacolo più profondo; e chissà quante scommesse, e quante ambizioni, e quanti progetti sul frutto di quell’amore gestante. E poi, che ne è? Lo scempio che constatiamo! Gemme sfogliate… petali al vento. No, non è giusto! Quei giovani vanno rispettati e amati. Uno per uno. Come se di ciascuno fossimo madre»(don Tonino Bello di ritorno dal porto di Bari dove era attraccata la nave Vlora).

 

(2) Cara Nadia, ….Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene..

 

(3) Spesso mi chiedo perché un “istinto cristiano” mi spinga frequentemente verso le persone non-religiose piuttosto che verso quelle religiose, e ciò assolutamente non con l’intenzione di fare il missionario, ma potrei quasi dire “fraternamente”. Mentre davanti alle persone religiose spesso mi vergogno a nominare il nome di Dio – perché in codesta situazione mi pare che esso suoni in qualche modo falso, e io stesso mi sento un po’ insincero (particolarmente brutto è quando gli altri cominciano a parlare in termini religiosi; allora ammutolisco quasi del tutto, e la faccenda diventa per me in certo modo soffocante e sgradevole) – davanti alle persone non-religiose in certe occasioni posso nominare Dio in piena tranquillità e come se fosse una cosa ovvia. Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana (qualche volta per pigrizia mentale) è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finché gli uomini con le loro proprie forze non spingono i limiti un po’ piú avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo; per me il discorso sui limiti umani è diventato assolutamente problematico (sono oggi ancora autentici limiti la morte, che gli uomini quasi non temono piú, e il peccato, che gli uomini quasi non comprendono?); mi sembra sempre come se volessimo soltanto timorosamente salvare un po’ di spazio per Dio; – io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo. Raggiunti i limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolvibile. La fede nella resurrezione non è la “soluzione” del problema della morte. L’“aldilà” di Dio non è l’aldilà delle capacità della nostra conoscenza! La trascendenza gnoseologica non ha nulla che fare con la trascendenza di Dio. È al centro della nostra vita che Dio è aldilà. La Chiesa non sta lí dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio. Cosí stanno le cose secondo l’Antico Testamento, e noi leggiamo il Nuovo Testamento ancora troppo poco a partire dall’Antico. Attualmente sto riflettendo molto su quale aspetto abbia questo cristianesimo non-religioso, e quale forma esso assuma; te ne scriverò presto ancora e piú a lungo. Forse a questo proposito a noi che ci troviamo al centro tra est ed ovest tocca un compito importante. (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Paoline, Milano, 1988, pagg. 348-350)

 

 

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