DOMANDE SUL BATTESIMO. COSA NE PENSA JOSEPH MOINGT(*) prima parte.

di Jean Housset

Presentiamo in due puntate questo interessante articolo sul pensiero del teologo francese Moingt. La prima parte riguarda il battesimo di Gesù, la seconda le conseguenze sul nostro battesimo.

pubblicato in “www.baptises.fr” del 21 maggio 2018 (traduzione: http://www.finesettimana.org)
«Battezzati», che cosa significa? Nel corso della celebrazione organizzata giovedì 17 maggio dalla CCBF al Forum 104 a Parigi, ognuno era invitato a dire in quale momento della sua vita era avvenuta la sua conversione a Cristo. Nessuno ha indicato il momento in cui ha ricevuto il sacramento del battesimo. Allora, non è forse la conversione il vero battesimo?
(I numeri indicati tra parentesi rinviano alle pagine corrispondenti alle citazioni del libro Esprit, Église et Monde di Joseph Moingt).

Gesù ha fondato il battesimo?

No, non era tra le preoccupazioni di Gesù. La verità della storia «non mostra da nessuna parte la preoccupazione di Gesù, né degli apostoli, di istituire una religione dotata di riti e di precetti cultuali…» (p.31).
Il battesimo annunciato negli Atti “non può essere inteso formalmente come il rito santificante di una religione nuova fondata da Gesù… Nel momento in cui giunge nelle mani degli apostoli, non è un atto di religione, ma un segno di sfiducia, se non di rottura, verso il Tempio di Gerusalemme…» (p. 34-35).
«Non abbiamo ancora trovato, da parte di Gesù, alcun atto fondatore né alcuna intenzione di fondare un battesimo analogo a quello di Giovanni e suscettibile di fargli concorrenza. Perché Gesù non ha mai parlato del battesimo ricevuto da Giovanni: sono gli evangelisti che ne parlano molto tempo dopo. … Gesù non manifesta l’intenzione di fondare una setta sul modello di Giovanni». Ha dato lui agli apostoli l’ordine di battezzare dopo la sua morte? Se lo ha fatto, sarebbe stato dopo la sua resurrezione secondo una formulazione trinitaria insolita che si legge in Matteo, ma non negli altri evangelisti. «Quelle parole dette dopo la resurrezione non possono essere raccolte come prova storica» (p. 352).

Il rito costituisce il battesimo?

No: né le origini cristiane, né le concezioni di oggi permettono di ridurre il battesimo a un rito.
«Non è l’immersione nell’acqua che costituisce il cristiano, è la volontà di aderire a Cristo e di appartenergli» (p. 64-65). «La razionalità del nostro tempo non vede altro che la persistenza dello spirito magico» nel richiamo alla teologia della causalità del segno. Si è dimenticato che la salvezza viene dalla fede e che, secondo san Paolo, «la fede viene dalla predicazione» (Rom 10,17).
La Chiesa ha avuto paura che la modernità facesse vacillare la docilità dei fedeli e «ha preferito continuare ad affidare la trasmissione della fede all’automaticità dei suoi riti che essa ha definito nel Concilio di Trento, per proteggerli contro i dubbi dello spirito moderno. … con il risultato che oggi si svelano per ciò che sono» (p. 64-65). Gesù «lui, non ha mai battezzato, non ha fatto del battesimo il segno della sua missione né del suo Vangelo. Il comando di battezzare è stato messo sulle sue labbra dopo la resurrezione. Gli apostoli di Gerusalemme vi vedevano un segno riservato agli ebrei che credevano in Gesù (Atti 2,39)». Paolo, anche se non battezzava abitualmente (1Co 1.16-17) ne ha fatto «solo il segno della grazia ricevuta dalla fede professata, senza l’acqua (Gal 3, 26-27)». (p.451).
«Non facciamo quindi del battesimo un segno che produce di per sé la fede e la grazia della filiazione divina adottiva» (p. 452).
Allo stesso modo, non è il rito battesimale della cresima che condiziona l’invio dello Spirito: «L’effusione dello Spirito Santo ha avuto luogo il giorno della Pentecoste, prima e al di fuori di qualsiasi atto battesimale» sulle 120 persone presenti (At 1,15 e 2,1-4), comprese molte donne (At 1,14). «Tale effusione dello Spirito … è di nuovo avvenuta in altre circostanze con una presa di parola pubblica e al di fuori di qualsiasi atto battesimale (At 4,31 e 10,44-48)». (p. 498-499).

In che cosa consiste il battesimo?

Il battesimo è la conversione. «Non è l’immersione nell’acqua del battistero a costituire il cristiano, è la volontà di aderire a Cristo e di appartenergli» (p. 352).
Gesù parla di battesimo solo con la metafora durante la sua passione: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati (Mc 10,39)». «È in questo linguaggio figurato che possiamo avvicinarci molto, se non ad un atto fondatore del battesimo, almeno all’intenzione fondatrice di Gesù di trasmettere il battesimo che stava per subire, … affinché noi ne ricevessimo lo Spirito di Dio promesso … . Il battesimo cristiano quindi è stato “inventato”, nel senso di “scoperto”, dagli apostoli, come il dono dello Spirito Santo posto da Dio nell’evento della morte e della resurrezione di Gesù affinché fosse trasmesso a coloro che avrebbero creduto in lui … e Gesù è davvero l’istitutore del battesimo perché ha accettato di compiere la sua missione fino in fondo, fino alla morte, per condurci al di là della morte …» (p.35). «La morte di Gesù può essere davvero considerata l’atto fondatore del battesimo, che noi possiamo ricevere solo come accesso alla salvezza tramite la fede nel carattere salvifico della sua morte rivelato nella resurrezione» (p.352).
Giovanni e Paolo situano il battesimo «sul suo vero terreno di intelligibilità che non è il rito, ma la missione di salvezza passata da Gesù allo Spirito». Lo Spirito Santo è chiamato a svolgere un ruolo capitale nel battesimo dei discepoli di Gesù ma quegli apostoli pronunciano raramente la parola “battesimo”, e con una «estrema discrezione»; non parlano mai del rito stesso. «Paolo non si interessa del rito, solo dell’attività interiore del battesimo» (p. 39).
«Paolo spiega che il battesimo è l’appello a resuscitare con Cristo, ad entrare così in una storia inaugurata da Dio con Abramo, a condizione di morire con Cristo al peccato che impedisce all’umanità di costruirsi come popolo di fratelli» (p.41).
La scena dell’incontro con Cornelio (At 10 e 11) «mostra che il battesimo è essenzialmente l’atto di ricevere lo Spirito Santo a seguito della conversione» (p. 86).

Il battesimo è la porta d’entrata nella Chiesa?

No, almeno se la Chiesa non si interpone tra Dio e noi. «Troppo velocemente il battesimo è stato visto come il portale della vita nella Chiesa, e si è dimenticato che era originariamente la professione di seguire Gesù vivendo secondo il Vangelo che genera il cristiano alla vita di fede. Abbiamo bisogno di riapprenderlo» (p. 65).
Secondo la maniera primitiva di amministrare il battesimo, la domanda posta al candidato era: «Credi a Cristo morto e risorto?» senza altri riferimenti: «Siete stati battezzati nel nome di Paolo?» (1Co 1,13, cf p.351).
Certo, ricevere lo Spirito Santo nella conversione che caratterizza il battesimo «comporta immediatamente un effetto di socialità» (p. 86). Ma «il battezzato non contrae alcun legame nei confronti del ministro del battesimo, né di appartenenza al gruppo cristiano, né alla Chiesa di cui farà parte, ma solo a Cristo». «Affidare la propria vita a Cristo, significa affidarla a Dio stesso» (p.353).
«Cristo ha espressamente voluto il battesimo come condizione per entrare nella sua Chiesa? Assolutamente no. … Gesù aveva chiesto il battesimo per identificarsi con i peccatori che veniva a salvare, ma lui stesso non ha battezzato e non ha fatto del battesimo il segno della sua missione né del suo vangelo» (p.451).
Quanto alla Chiesa, neanche lì bisogna dogmatizzare: il nome di chiesa, solo il nome, appare solo in due occasioni in un solo testo del Nuovo Testamento (Matteo): due menzioni «troppo ellittiche e troppo isolate nel corpus testamentario per autorizzare a dire che il suo spirito [di Gesù] era occupato dal progetto di una istituzione che intendeva destinare a durare nel tempo … mentre lui annunciava il proprio ritorno in tempi brevi». La missione della Chiesa «è di condurci a Gesù affinché ci consegni a suo padre, non di interporre la sua autorità né tra noi e Gesù, né tra Gesù e il Padre» (p. 452).
—–
(*) Il padre Joseph Moingt s.j. occupa un posto considerevole nello spazio teologico francese che gli vale la stima dei suoi colleghi e un’ampia influenza oltre le frontiere della Francia. Questa stima e questa influenza sono il frutto del suo insegnamento, dei suoi lavori personali e, allo stesso tempo, del suo stile nell’animare e dirigere per lunghi anni una delle principali riviste teologiche di lingua francese: le Recherches de Science Religieuse.
Nato nel 1915 e entrato nella Compagnia di Gesù nel 1938, padre Moingt ha insegnato storia dei dogmi e teologia dogmatica alla Facoltà di Lyon-Fourvière dal 1955 al 1968. Trasferitosi a Parigi nel 1968 per assumere la direzione delle Recherches, egli ha accettato parimenti un impegno alla Facoltà di teologia dell’Institut Catholique di Parigi, dove doveva garantire un insegnamento superiore nel nuovo ciclo di teologia per laici. A partire dal 1975 vi aggiunse la direzione del ciclo di licenza in teologia. Nel 1981 riprese l’insegnamento e l’assistenza pedagogica alla Facoltà di teologia della Compagnia di Gesù, stabilitasi dal 1974 al Centre Sèvres, a Parigi; responsabilità che egli assolse fino a tempi recenti, tanto era apprezzata la qualità della sua presenza accanto agli studenti.
Se durante il primo periodo la riflessione di Joseph Moingt era rimasta racchiusa all’interno della tradizione cristiana, queste numerose ricerche e relazioni nuove gli insegnano che la presa di distanza e la critica sono la condizione primaria di una scrittura della storia e che occorre aver imparato a dubitare per fare della buona teologia, che sia, come egli dice, veramente credente: «Le domande a cui io cercavo di dare risposta erano certo le mie domande, quelle che si ponevano alla mia fede e anche quelle che nascevano dalla mia fede», scrive nel 1993, guardando agli anni trascorsi dal suo arrivo a Parigi. «Io ho imparato a dubitare, perché è necessario conoscere per dubitare, e a credere, perché è necessario dubitare di ciò che si sa per conoscere ciò che si crede. Avevo imparato a credere e a parlare del Cristo accogliendo la tradizione della Chiesa; ho dovuto reimparare l’uno e l’altro interrogando direttamente il vangelo, con la preoccupazione di cercare la verità più che di ripetere una verità già data»2.
1 Christoph Theobald, dalla Prefazione all’Edizione Italiana di Dio che viene all’uomo (J. Moingt Quriniana 2005)
2 Joseph Moingt, L’homme qui venait de Dieu, coll. ‘Cogitatio fidei’, n. 176, Le Cerf, Paris 1993.

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