PER UN CRISTIANESIMO SENZA IL CARATTERE RELIGIOSO

Antonio Greco

Nel 2016, Roberto Mancini, professore ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università di Macerata e professore di Economia Umana all’Accademia di Architettura dell’Università della Svizzera Italiana a Mendrisio, ha pubblicato un testo per le edizioni Romena, dal titolo Il senso della Misericordia.
E’ un testo di 140 pagine, ben curato graficamente, suddivise in dieci capitoli.
Alberto Maggi ha scritto l’introduzione, nella quale, da par suo e con brevi ma profonde motivazioni, definisce il libro “prezioso” e i capitoli di esso “dieci sapienti e avvincenti passi” con i quali l’autore “ci accompagna alla scoperta della ‘costellazione dei significati della misericordia’, l’essenza stessa del Vangelo, la Buona notizia di Gesù e fulcro dell’esistenza umana”(1).
La Misericordia non è una delle espressioni dell’Amore, del perdono di Dio, ma è Dio stesso, è l’Amore stesso, o come ama ripetere papa Francesco, ‘il nome di Dio è Misericordia’. Pertanto scoprire la Misericordia è riconoscere chi è Dio”(2), scrive Maggi.
La preziosità del testo di Mancini è tutta in questa annotazione di Maggi. Molti uomini moderni vivono come se Dio non ci fosse. Potremmo dire che l’epoca della modernità tutta si è costruita con l’ipotesi che Dio non esiste. Mancini dimostra con il suo testo che l’ipotesi che Dio non esiste non è vera. Dio c’è ma si pensa giustamente che non esiste perché se ne ha un’immagine distorta e sbagliata. E’ stato ed è predicato in modo non corretto.
Precisiamo subito che il testo non è un testo di teologia né un libro di pietà. E’ un testo per credenti e non che sono alla ricerca ma è anche un testo di politica alta e profetica per la società e per le istituzioni laiche e religiose, perché “la proposta del Vangelo riguarda la storia di tutti, e non solo le vicende personali…Il senso della misericordia non si risolve affatto in una rassicurazione per i singoli alle prese con sensi di colpa e paure, ma chiede di iniziare a vivere favorendo la nascita del regno di Dio già esistente come seme da coltivare nel tempo della nostra esistenza e della storia universale”(3).
Con un linguaggio semplice e accessibile in quasi tutte le pagine, il testo, molto bene documentato, è frutto di sapienza filosofica. Di una filosofia espressa con un linguaggio particolare, davvero “dono per le nostre vite, nella concretezza del nostro cammino in terra”(4).
I titoli dei dieci capitoli indicano che l’autore intende proporre un viaggio, in dieci passaggi, per costruire il significato profondo della Misericordia, cioè di Dio, attraverso un confronto diretto e immediato con il senso del Vangelo: 1. Il Vangelo rimosso; 2. Il sacrificio: un mito non cristiano; 3. Lo scandalo dell’amore gratuito; 4. Nel regime sacrificale; 5. Il ripudio della filialità; 6. La parola rovesciata; 7. Una compassione radicale; 8. Chi siamo noi?; 9. La filialità di Dio; 10. Togliere la distanza del cuore dal bene.
In questo viaggio alla scoperta di una fede fondata sulla misericordia e non sulla religione, precisa l’autore, “arriverò al senso dell’amore misericordioso molto gradualmente, chiedendo a chi legge la pazienza di seguirmi anzitutto nel percorso di smontaggio del tipo di mentalità che ce ne preclude la comprensione. Non bisogna avere fretta di definire la misericordia. Altrimenti tutto si risolve nel fare il suo elogio senza rimettere in discussione noi stessi e quanto ci rende sordi al suo invito”(5).
Smontaggio di una certa mentalità religiosa, quella dei tanti che Mancini indica come “nativi religiosi”; costruzione di un nuovo paradigma e nuove prospettive, individuali e comunitarie: su questi due binari si dipanano i contenuti interessanti del libro.
Il Vangelo è stato rimosso o è stato ridotto a religione, la Parola è stata rovesciata. “Travisamenti, errori, interessi, opportunità, diplomazie, convenienze, manipolazioni, sono tutti detriti che hanno come seppellito il Vangelo”(6), scrive Maggi.
Perché? E cosa rimane del Vangelo dopo aver tolto i tanti detriti?
Il testo di Mancini è una risposta appassionata e originale a questi due interrogativi.

Fede e non religione

Contro l’evidenza dell’ovvietà acquisita nella nostra cultura, non è affatto detto che il cristianesimo sia una religione. Ciò che il Vangelo racconta non è la creazione di un nuovo culto… Nell’opinione comune il cristianesimo è una religione, anzi in Europa è una religione”(7).
La religione e i loro capi perseguono l’ambizioso obiettivo di portare gli uomini verso Dio. “E se si vuole portare gli uomini verso Dio, scrive Maggi, il cammino è quello dell’osservanza delle leggi divine e, inevitabilmente, alcuni restano indietro e altri rimangono addirittura esclusi…”(8)
Invece “la rivelazione evangelica cambia completamente il piano di riferimento. Non si tratta di sottomettersi a una nuova divinità, adorandola, costruendo i riti più adatti a onorarla e la teologia più ortodossa per fissarne la verità in una serie di dogmi. Si tratta di nascere fino in fondo alla nostra umanità, nessuno escluso. Una umanità che ha radice, provenienza e dignità divine. Si tratta di accogliere la nascita di Dio dentro ogni uomo e ogni donna…Perciò il Vangelo non è il manuale di edificazione di una presunta religione cristiana, è l’indicazione della via per accettare la filialità con Dio”(9). E nessuno è escluso “da questo Dio che Gesù fa conoscere come Padre, traghettando gli uomini dalla religione (quel che il credente deve fare per Dio) alla fede (quel che il Padre fa per i figli)”(10).

Misericordia e non sacrificio

Nel cristianesimo ridotto a religione “il sacrificio è il fondamento non solo concettuale, ma mitico e rituale di tutto il versante clericale,dualistico, autoritario e devozionistico della tradizione ecclesiale. Mentre la fedele tradizione della chiesa, spesso marginale e poco conosciuta, si fonda sulla vita e sulla parola di Gesù, tale altro tipo di tradizione, quella della cristianità religiosa, ha nel sacrificio il nucleo del suo mito fondatore. Ma in realtà si tratta di un mito estraneo al Vangelo”(11).
Ed è qui l’equivoco: il cristianesimo religioso ha il suo mito nel “sacrificio”(12); nel Vangelo valore fondante è invece l’invito alla felicità che Gesù rivolge a ognuno nelle Beatitudini. Egli, riprendendo le parole del profeta Osea (13), ha formulato in modo indelebile l’alternativa di fondo. Annunciando la volontà del Padre, afferma “misericordia io voglio e non sacrificio”(14). Eppure la teologia, la liturgia e la morale della cristianità sono ancora costruite semplicemente cancellando questa indicazione determinante ed esplicita, con il risultato di invertire il senso delle parole di Gesù. Infatti, abbiamo edificato, per lo più, una Chiesa religiosa, sacrificale, dedita alla gestione del potere verticale, pronta a giudicare tutte le persone ritenute lontane o irregolari, come se il suo motto fosse “sacrificio io voglio e non misericordia”.
Perché la mentalità sacrificale va ripudiata? – Perché il sacrificio struttura un tipo di relazione per cui l’uomo si inchina al sacro e convince l’uomo della separazione per cui Dio sta in alto e noi in basso.
– Perché nel regime sacrificale si afferma che l’uomo non è fatto per la felicità ma per la sofferenza, che questa è meritata in quanto l’uomo è indegno.
– Perché a essere salvifica non è mai la sofferenza. Salvifico è l’amore capace anche di sostenere su di sé gli effetti del male e di farsi carico della sofferenza che tali effetti producono.
Se leggiamo la croce in una prospettiva non più sacrificale-espiatoria, si inizia a comprendere il senso dell’amore incondizionato, generoso, misericordioso di Gesù e del Padre.

Dono e non scambio

La logica evangelica, inoltre, non è nemmeno quella dello scambio, “è quella della gratuità e del prendersi cura. E’ la logica della giustizia che guarisce e non colpisce perché la misura di riferimento è quella dell’amore che incondizionatamente vuole il bene di chi è amato. Il fatto di aver riconfigurato la logica evangelica come logica dello scambio supremo – il “sacrificio” di Cristo in cambio della salvezza- ha avuto e ha conseguenze di portata profondissima non solo per la cristianità, ma per la società in generale. Si comincia per esempio a capire come mai la cultura dello scambio onnipresente e della società identificata con un immenso mercato, cioè la cultura del capitale globale, sia nata nel seno della civiltà ‘cristiana’ europea, non nelle altre culture” (15).

Il ripudio della filialità

Padre”, l’appellativo evangelico con il quale Gesù si rivolge a Dio, indica un altro scandalo, quello della filialità. Gli esseri umani sono figli per la loro origine divina ma non vivono come figli. Si rifiutano di riconoscere questa condizione filiale. La reazione al rifiuto di vivere da figli per vivere per quello che non si è può essere “paragonabile a quella di un bambino che vede solo il seno materno e ritiene concreto solo il latte, ma non crede all’esistenza della madre”(16).
Il rifiuto di questa filialità è un vero e proprio sistema di sostituzioni: al posto di Dio d’amore rivelato da Gesù ritorna il Sacro, al posto della filialità la sottomissione, al posto dell’amore la sofferenza, al posto del dono il merito, al posto di un atto di condivisione della vita un rito di condivisione della morte, al posto della fioritura dell’umanità la religione”(17).

Il cambiamento di prospettiva: dalla logica del potere a quella dell’amore

Queste riflessioni possono apparire astratte, alla portata solo di pochi interessati a una speculazione teologica. Invece, nel libro di Mancini, il cambio concreto di prospettiva per la vita sia della Chiesa che della società, è la parte più nuova e più interessante.
Nella logica della religione del potere Dio é “trascendenza”, cioè uno che sta oltre, sempre al di là di dove sto io; invece nella logica dell’amore Dio è dono di sé e il termine ‘trascendenza’ indica il dinamismo del dono di sé. Nella logica del potere la verità è una dottrina, ha un’organizzazione e un ordine, chi la custodisce ha un potere enorme sulle coscienze e sulle esistenze. Nella logica dell’amore ogni dottrina è solo una indicazione, mostra una direzione. Il Vangelo non ci insegna una dottrina, non è un manuale, un dizionario, un trattato, è presenza di parole vive che indicano una direzione. Nella logica del potere la giustizia è la retribuzione di meriti e colpe. Nella logica dell’amore la sola autentica giustizia è la misericordia, perché è giusto ciò che vince il male e riporta il bene.
Il paradigma della misericordia, perciò, è un percorso di liberazione e di guarigione sia per la chiesa che per la società.
Nell’esistenza delle comunità di fede la svolta deve produrre la scelta consapevole di aprire tutto ciò che prima era costruito sulla separazione sull’esclusione. Anzitutto deve essere superata la forma gerarchica per cui al culmine ci sono l’autorità religiosa e poi tutti gli altri…Di conseguenza la comunità si organizza con “ministeri” che sono ruoli di servizio, ma non sono condizioni di vita separata. Una prospettiva simile comporta di rimettere in discussione il sacrificio, il celibato, l’esclusione delle donne, la differenza tra pastori e gregge. La chiesa deve agire, in ogni sua scelta, come testimone credibile di che cosa significhi sostituire al sacrificio la misericordia, al potere l’accoglienza, alla mentalità di separazione la dinamica della comunione”(18).
Nell’esistenza della società, la svolta ispirata alla logica della misericordia chiede di impegnarsi per la rinascita e per lo sviluppo della democrazia…intesa non tanto e non solo come procedura elettorale o come forma di governo…(ma) come forma di società e come atteggiamento di vita…E’ veramente democratico l’ordine di convivenza nel quale i criteri della dignità umana, del bene comune e del valore della natura sono più alti di ogni altro. Tutto il resto non solo è relativo, ma deve essere funzionale alla traduzione concreta di tali criteri fondamentali: la politica, l’economia, l’educazione, l’informazione, la cultura, la tecnologia, la religione stessa o sono al servizio di questi valori vivi e concreti o sono qualcosa di nocivo…”(19)

Ma che c’entra la misericordia con la democrazia? Entrambe, seppure su un piano diverso, assumono come misura del loro agire i suddetti valori.
La scoperta della misericordia nell’esistenza di una comunità diventa un forte impulso a impegnarsi come cittadini organizzati per una politica trasformativa: è tale quella politica che opera per cambiare forma alla società. Quest’ultima non è una giungla dove vince il più forte, né una piramide dove vince chi sta più in alto, né una caserma dove comanda il capo, né un mercato dove prevale il mercante che ha più capitale. In breve, è l’opposto della tesi (o pensiero unico odierno) palesemente fuorviante, anzi del tutto sfrontata nella sua falsità, con il supporto di un capillare apparato mediatico, secondo cui “la storia è appiattita sulla società, la società sull’economia, l’economia sul mercato, il mercato sul gioco dei poteri finanziari e sulle loro pretese deliranti”(20).
Nemici del percorso di liberazione e di guarigione sono il pessimismo conservatore, per cui si pensa che il bene vero stia solo nell’al di là, e il progressismo prometeico, che alimenta l’illusione dell’onnipotenza degli uomini.
Chi è stanco di abitare nello scetticismo, anche di quello che ha le sembianze della religione, e vuole affrontare la propria distanza dalla salvezza per superare questa barriera può contare almeno su tre amiche. La memoria, lo spirito dell’utopia e l’umiltà (21)”.
Al termine della lettura del libro di Mancini è vero quello che afferma Maggi nella introduzione: “si pensava di conoscere cosa fosse la misericordia, ma ci voleva Roberto Mancini per farcela vedere”(22).
Condivido questa affermazione, ma se non sminuisco il contenuto del libro, ne aggiungo un’altra anche per spiegare il titolo di questa recensione.
Della forma-religione non si potrà mai fare a meno. Ma la religione teistica non esiste più. Il teismo, come descrizione umana di Dio, come un essere dal potere soprannaturale, che vive nell’alto dei cieli ed è pronto a intervenire periodicamente nella storia umana, è morto. Ma L’unica alternativa al teismo non è l’ateismo. La fine del teismo non vuol dire che debba morire anche Dio. E’ terminata da qualche giorno la settimana, che la religione cattolica chiama “santa”, culminata con Pasqua, con tanti riti religiosi carichi di folklore ma lontani dalla fede evangelica della Pasqua di Gesù di Nazareth.
La maggior parte di ciò che si dice oggi su Dio, in chiesa o in privato, non ha più senso. Occorre trovare un modo nuovo di concettualizzare Dio e di parlarne, sempre coscienti che “qualsiasi affermazione umana su Dio e sulla fede in lui rimane inevitabilmente soggetta a errori, confusioni, fraintendimenti di prospettiva”(23).
Mancini e Maggi, esponenti principali in Italia di una ricerca per una nuova concettualizzare di Dio nella nuova epoca per la spiritualità umana, il primo con saggezza filosofica e il secondo con sapienza biblica, dimostrano con le loro opere che è possibile, come auspicava il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer più di settant’anni fa, parlare di Dio non religiosamente. Con le loro opere aprono il campo a una nuova ricerca, quella di “una trascendenza che entra nella nostra vita, ma che ci chiama anche oltre i limiti della nostra umanità, non verso un essere esterno, ma verso il Fondamento di tutto l’essere, verso la comprensione di un Dio che deve essere sperimentato e presentato in un modo radicalmente diverso dal teismo”(24).
“Gesù non è il fondatore di una religione. La proposta evangelica di Gesù è quella di una pienezza di umanizzazione. La religione cristiana è il guscio iniziale, forse inevitabile, una sorta di infanzia spirituale. La fede, invece, è una adesione di vita profonda. Non è soltanto una usanza, una tradizione, più o meno etnica e autocentrata. E’ una svolta di vita. Si obietta da parte di teologi tradizionalisti che una fede senza religione non è incarnata. In realtà la vera incarnazione della fede non è la religione ma quella umanità promessa, biblicamente attestata, che significa la nascita di una umanità fraterna, sororale, che crede veramente che l’essere umano possa diventare figlio di Dio. Questo significa imparare ad amare, a praticare la giustizia. E dove c’è l’esperienza di Dio la vita viene trasformata. E’ questo il cristianesimo non religioso, non più autoreferenziale. La grande differenza tra cristianesimo religioso e una fede che ha superato questo stadio è proprio l’apertura e la scoperta della universalità. Il popolo di Dio non è quello dei battezzati o quello dei praticanti e dei credenti ma è l’umanità intera, anzi tutto il creato. Chi vive questo vive la fede come giustizia, come solidarietà, come costruzione di un’altra società. Non è questa una riduzione del cristianesimo in chiave umanistica o morale ma è la vera radicalità della esperienza di Dio”.
La critica di Mancini alla riduzione del cristianesimo a religione, in quanto sistema sacrificale di potere, non rimane interna alla mentalità religiosa, come tante altre critiche alla religione, ma la sua critica “passa dalla religione, considerata come costruzione immaginaria di una divinità che risponde alle nostre necessità e alle nostre paure, alla fede, intesa come risposta libera all’iniziativa di Dio”(25).
Il fatto nuovo che Mancini propone è quello di aggiungere a questo primo passo un ulteriore passaggio, “quello per cui la fede diventa nascita di una umanità nuova, esperienza di vita vera, esistenza che si lascia dare la sua forma dall’amore del Padre e Madre di tutti. Altrimenti se la fede si risolve nella sola critica alla religione, ricade essa stessa in un atteggiamento ‘religioso’, …La fede non è la controfigura della religione, né è un ‘salto’ irrazionale oltre ciò che è accettabile alla ragione, né tanto meno è un dono che, chissà perché, Dio farebbe ad alcuni e ad altri no. La fede è vita nuova, alla realtà profonda di comunione che non riusciamo neppure a riconoscere finché crediamo che la sofferenza, il male, la malattia, la morte e la separazione da Dio siano la sostanza dell’esistenza in cui inesorabilmente ci troviamo”(26).
Il testo di Mancini è un testo di ricerca per liberare il Vangelo dalle sue incrostazioni religiose ma è anche un atto di fede con il quale testimonia all’uomo d’oggi il Dio-Misericordia.

Note
1 Roberto Mancini, Il senso della Misericordia, Pratovecchio (AR), Edizione Romena, 2016, pag. 7.
2 Ivi, pag. 6.
3 Ivi, pag. 25.
4 Ivi, pieghevole terza di copertina.
5 Ivi, pagg. 17-18.
6 Ivi, pag. 3.
7 Ivi, pag.29.
8 Ivi, pag. 4.
9 Ivi, pag. 29.
10 Ivi, pag. 4.
11 Ivi, pag. 29.
12 Nel linguaggio comune la parola è usata in senso positivo per indicare la fatica, la rinuncia, la sofferenza di chi si carica di un peso, a volte sino a perdere la vita, pur di favorire altri e pur di compiere un atto di bene. Ma così non si avvede anzitutto di come, in questo modo, si accoglie l’idea di un valore fondativo della distruzione, nozione indispensabile al significato di questo termine.
13 Osea, 6,6.
14 Mt 9, 13 e 12, 7.
15 Ivi, pag. 69.
16 Ivi, pag. 67.
17 Ivi, pag. 72.
18 Ivi, pag. 132.
19 Ivi, pag. 132.
20 Ivi, pag. 24.
21 Ivi, pag. 136.
22 Ivi, pag. 7.
23 Ivi, pag. 21.
24 PERCHE’ IL CRISTIANESIMO O CAMBIA O MUORE. OLTRE LE RELIGIONI. In https://manifesto4ottobre.blog/2017/12/
25 Ivi, pag. 84.
26 Ivi, pag. 85

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