TERESA FORCADES E L’INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA

Antonio Greco

Partiamo dall’ultimo testo di T. Forcades. E’ un piccolo testo di 86 pagine che l’editore Castelvecchi ha pubblicato un mese fa (agosto 2017). Ha per titolo “Fede e libertà”.

Ma chi è Teresa Forcades?

E’ una monaca benedettina di 51 anni, nata a Barcellona. E’ un medico. E’ una teologa, esponente di spicco della teologia femminista. Dal giugno 2015, grazie ad una dispensa monastica, ha temporaneamente lasciato la comunità per un impegno nella politica attiva per un periodo massimo di tre anni. Oggi è anche attivista politica, cofondatrice del movimento politico Procès Costituent (Processo Costituente) per l’indipendenza della Catalogna.

Si è imposta all’attenzione internazionale per la sua Teologia queer[1] e per le sue coraggiose posizioni sia all’interno della Chiesa e sia nel dibattito politico internazionale.

Il testo “Fede e libertà” è composto da sei meditazioni che l’autrice scandisce con preghiera monacale quotidiana benedettina (Mattutino: Amore e libertà; Lodi: Giustizia sociale; Sesta: Sanità pubblica; Vespri: Fede; Compieta: Perdono; con l’aggiunta della Ricreazione: Femminismo).

L’obiettivo del testo della Forcades è quello di intrecciare le esperienze personali di fede a quelle professionali di medico e di politico: una fede imprescindibile dalla radicale libertà umana non separata dal suo corollario biblico che indica nell’amicizia con Dio il fine della vita. Questa fusione di fede e libertà, secondo la Forcades, produce una profonda critica all’attuale sistema politico ed economico e dà una forza dinamica capace di far luogo a una sovversione profonda di quella visione delle cose secondo la quale la maggior parte delle persone delle società occidentali è portata a credere che non possa esserci alternativa all’attuale sistema di vita, fortemente determinato da una cultura ed una economia neoliberista e capitalista.

Libertà e amore, giustizia sociale e impegno politico, sanità pubblica e privatizzazione, femminismo e omosessualità, fede e perdono: sono questi i temi trattati dal testo e che stanno a cuore alla Forcades.

La forte attualità dei fatti drammatici del referendum per l’indipendenza delle Catalogna attrae l’attenzione del lettore soprattutto sul secondo capitolo del testo della Forcades.  Oltre la cronaca, i riflessi che la valenza politica di questo evento potrà avere sia sull’Europa e sia anche sull’Italia possono essere molti.

Perché una monaca benedettina è sul fronte attivo per la rivendicazione di indipendenza dalla Spagna e per una nuova Costituzione per la Catalogna?

Molti cattolici, e in particolare, le autorità ecclesiastiche, nel decidersi se affrontare o meno l’impegno politico, sono convinti di un assioma: è inutile trasformare le istituzioni se non si cambiano i cuori[2]. La Forcades, pur concordando sul fatto che tutte le istituzioni possano essere corrotte e che nessuna di esse garantisce la piena libertà, è convinta che non esista opportunità migliore per cambiare i cuori di quella offerta da una vera trasformazione delle istituzioni. “E questo – scrive – non l’ho imparato da Marx ma dalla tradizione monastica”[3].

Il capitolo secondo del libro si apre con la presentazione dei dati forniti dal Rapporto Oxfam International pubblicato nel settembre 2015, intitolato Un’Europa per molti, non per pochi: 123 milioni di persone della UE vivono al disotto della soglia di povertà. Il divario tra ricchi e poveri cresce sempre più: nel 2010 388 miliardari possedevano la stessa ricchezza del 50% della popolazione mondiale meno abbiente, nel 2014 il dato si era ridotto a soli 80 miliardari. Il divario cresce sempre più nel tempo e tra le nazioni perché, come sosteneva Rosa Luxemburg, il capitalismo, a causa del suo costante bisogno di espandersi, esporta sfruttamento e distruzione. E se negli anni ’80 è stato il turno dell’America Latina e dei paesi del terzo mondo, oggi sfruttamento e distruzione si sono spostati, almeno in parte, altrove, e si stanno facendo pesanti in Europa.

L’attuale sistema economico-finanziario neoliberista e capitalista “uccide, spesso selvaggiamente, non in maniera accidentale, ma per necessità strutturale: è basato sulla competizione e per sopravvivere deve necessariamente sfruttare”[4].

Per superarlo non è bastata per l’America Latina la teoria della Teologia della liberazione, considerata dalla Forcades semplicemente teologia normale e non correttivo di quella tradizionale, in quanto basata sulla chiara parola del Vangelo di Matteo 25 (Avevo fame…), né la generosa prassi delle comunità di base latino-americane.

Davanti alla sempre più evidente crisi economica europea si affaccia in Europa prepotente anche la illusione di chi spinge per tornare al benessere relativo degli anni ’80. Ma sarebbe un inganno perché significherebbe semplicemente che abbiamo spinto la crisi da qualche altra parte. Tornare indietro non è una soluzione: abbiamo bisogno di andare oltre il capitalismo.

Una motivata opposizione al capitalismo

La Forcades non si oppone al capitalismo perché è contro la proprietà privata o contro la libera iniziativa in campo economico. La proprietà privata è un diritto dell’individuo, anche se non è un diritto assoluto. E per questo è in sintonia con la dottrina sociale della Chiesa. La teologa è contro qualsiasi regime politico che costringa il cittadino a rinunciare alla proprietà privata individuale. Ma una cosa è essere contrari all’espropriazione di tutta o di gran parte della proprietà privata e un’altra è sostenere che è un dovere espropriare la ricchezza eccessiva di pochi per aiutare i molti in condizione di bisogno o per riequilibrare la società ed evitare gli abusi.

Nessuno ha il diritto di accumulare proprietà illimitatamente mentre altri, in conseguenza di ciò, muoiono di fame. Prendere ciò sul serio come l’attuale papa Francesco sembra voler fare, implicherebbe de facto dichiarare il capitalismo moralmente riprovevole e muoversi con la massima urgenza per smantellarlo[5].

Il pregio del ragionamento è che la Forcades non si ferma alla denuncia generica, anche se documentata, del capitalismo ma analizza a fondo l’attuale sistema e ne critica tre aspetti fondamentali: 1) il concetto capitalistico di libertà; 2) l’orientamento dell’attività economica verso la massimizzazione dei profitti; 3) lo sfruttamento dei lavoratori.

  • Il concetto capitalistico di libertà

Il capitalismo si definisce liberale ma il suo concetto di libertà è ingannevole. Si sostiene che è un sistema economico basato sulla libertà ma è falso perché è un sistema basato sul privilegio, cioè sulla libertà di pochi, garantita dal potere dello Stato. La democrazia ha a che fare con l’uguaglianza dei diritti. Il capitalismo ha a che fare – ha avuto a che fare sempre – con il privilegio. E i due sistemi sono inconciliabili.

  • La “obsolescenza programmata” e il “calcolo del costo-opportunità”

Tutta l’attività economica del capitalismo è orientata alla massimizzazione del profitto. Per raggiungere il massimo profitto ha concepito sia la “obsolescenza programmata” che il “calcolo del costo-opportunità”: due strategie a breve termine che causano danni gravi e diretti alle persone e al pianeta.

La “obsolescenza programmata” è la strategia secondo la quale si progetta e si costruisce un prodotto che non è il migliore possibile ma che anzi si deve rompere e deve cessare di funzionare entro un tempo predeterminato, calcolato per dare al produttore il massimo profitto possibile.

Questa strategia è del tutto fallimentare da un punto di vista economico perché costa più denaro di quanto ne crea. Allora perché viene attuata? La ragione è semplice ma nello stesso triste: il costo dell’obsolescenza, cioè l’abbandono dei prodotti vecchi tra i rifiuti, non è a carico dei capitalisti produttori ma a carico dei popoli e dei governi, cioè dei cittadini. Paga per i rifiuti il cittadino, paga il pianeta. Ma il capitalista realizza un profitto. La stessa cosa è per l’altra strategia.

Il “calcolo del costo-opportunità” significa, per un capitalista, individuare in quale parte del mondo la sua attività economica sarà più redditizia e spostare lì i suoi affari. In base a questa logica, le nazioni che hanno tutele minime per i lavoratori vengono premiate con il fiorire di attività economiche, mentre quelle che hanno protezioni maggiori vengono penalizzate. Lo spostamento di una impresa è sempre un dramma per la comunità di provenienza ma anche per quella di nuovo insediamento. Queste perché devono subire condizioni di lavoro opprimenti. Quelle perché non contano nulla nella decisione di deprivare il territorio di una fabbrica. L’incompatibilità tra capitalismo e democrazia è un dato incontestabile e giornaliero.

  • La nuova forma di sfruttamento dei lavoratori: il debito

Anche il capitalismo del XXI secolo continua a trarre profitto del lavoro altrui: il differenziale tra il salario dei lavoratori e il valore dei beni che essi producono è, soprattutto nei paesi più poveri, enorme a vantaggio dei capitalisti. E non è per nulla cambiato rispetto a quanto aveva denunciato Marx nel XIX secolo. Oggi però a questa si è aggiunta una forma nuova di sfruttamento capitalistico, addirittura più grave di quella già conosciuta, perché costituisce il settore più florido e importante dell’odierna economia globale.   Il nuovo sfruttamento capitalistico si chiama “debito”, inteso come “prodotto finanziario” che può essere venduto, accorpato e nuovamente suddiviso in poche frazioni di secondo sui mercati finanziari. La compravendita di questi prodotti finanziari, determinati da algoritmi e da calcoli automatici, comporta conseguenze concrete che fanno prosperare o fallire senza alcuna ragione effettiva, se non quella del guadagno facile di qualcuno, interi settori dell’economia a danno dei lavoratori e di intere comunità.

L’impegno politico per l’indipendenza della Catalogna finalizzato allo smantellamento del sistema economico neoliberista

Per la Forcades l’analisi teorica del capitalismo cammina di pari passo con l’impegno concreto e personale per il cambiamento, soprattutto quello istituzionale. “Ho scoperto che è relativamente facile attirare il consenso popolare quando si critica il capitalismo e se ne sottolineano i più evidenti difetti…Tutt’altra cosa, invece, è impegnarsi in una concreta azione politica per realizzare il cambiamento desiderato. Sembra necessaria una spinta emotiva di grande intensità per rompere l’inerzia dello status quo e vincere la paura del cambiamento, e oggi in Catalogna … questa spinta emotiva è data dal nazionalismo”[6].

La Forcades non trascura il fatto che il nazionalismo nella storia è legato a sciovinismo e xenofobia. La sinistra storica lo ha sempre combattuto perché principio borghese. Lei però difende “la capacità positiva del nazionalismo di rendere concreto nel tempo e nello spazio un impegno personale che vada al di là della propria persona, della propria famiglia e della propria comunità ideologica”[7].

Sono catalana e ho due ragioni per desiderare che la Catalogna divenga il più presto possibile uno Stato indipendente. La prima è il miglioramento della qualità della nostra democrazia e la seconda la salvaguardia e la promozione della diversità culturale. Un’entità statale di dimensioni ridotte consente un controllo democratico maggiore…Ma a parte il legame intrinseco tra dimensione e democrazia, vedo motivi contingenti che mi fanno sperare che una Catalogna indipendente godrà di una democrazia migliore. In Spagna molte sono le falle della sua democrazia: la corruzione dilaga e non viene adeguatamente contrastata; il finanziamento dei partiti politici non è trasparente; non esiste un meccanismo che consenta di deporre i rappresentanti politici che contraddicono il loro programma e governano contro la volontà di chi li ha votati; le persone vengono sfrattate dalle loro case dalle stesse banche che hanno usufruito dell’aiuto finanziario dell’Unione europea (si salvano le banche, ma non le persone); il sistema sanitario viene privatizzato contro la volontà della maggioranza; i ricchi pagano in proporzione meno tasse dei poveri; le energie rinnovabili non vengono sviluppate malgrado ci siano risorse naturali sufficienti e volontà popolare di farlo; le amministrazioni locali vengono private dai poteri decisionali”[8].

Con la costituzione di un nuovo stato più piccolo di quello da cui si chiede la indipendenza la soluzione di questi problemi non è garantita automaticamente. Ma il dover redigere una nuova Costituzione per il nuovo stato è l’occasione unica per coinvolgere in maniera più radicale ed estesa i tanti che si attendono un ripensamento radicale del sistema economico neoliberista che affama e uccide e conseguentemente anche un ripensamento del sistema politico per dare più potere al popolo e più partecipazione dei cittadini alla soluzione dei tanti problemi sopra elencati.

La storia non supporta del tutto questa tesi della Forcades. Ma se l’obiettivo di una indipendenza della Catalogna non è quello egoistico di avere più soldi e di fuggire da responsabilità verso le parti più deboli della Spagna; se l’obiettivo è quello di ribaltare un sistema profondamente iniquo e ingiusto per iniziare a creare più giustizia sociale, la tesi è suggestiva e convincente. Non è secondario, però, sapere, se oltre alla Forcades e al suo movimento politico Procés Costituent, la maggioranza dei catalani condivide questa critica al sistema neoliberale e l’obiettivo di scardinarlo.

Abbiamo, forse, dedicato molto spazio a presentare solo 11 pagine delle 86 del libro “Fede e Libertà”. Più problematico e più arduo appare l’esame del modo di fare teologia della Forcades in questo libro. Leggendolo ho fatto un’esperienza contraddittoria: ho riconosciuto e condiviso elementi di novità e di autenticità della esperienza di fede di questa donna e che me la fanno considerare una custode del racconto del Messia e della strada che Lui ci indica da percorrere nelle difficili traversie della modernità. Ma, nonostante queste consonanze e preziose indicazioni, non sono riuscito a identificarmi con il taglio del libro. Il racconto evangelico del Messia, da cui nasce la vita di fede della Forcades, al di là delle citazioni scritturistiche, sembra nascosto e a tratti solo appiccicato alla sua vita di professionista e di donna di scienza. Non ho capito anche in che rapporto si pone Il suo racconto credente della sua vita, a tratti appassionato, con altri racconti di uomini e donne non credenti: se li assorbe, se si scontra con essi o se per lei continuano a vivere benedetti, anche se diversi e contrari. E poi quanti silenzi sulla vita della Chiesa di oggi! Senza parlare del fatto che non ci sia oggi uomo o donna di fede che non debba affrontare le obiezioni che vengono dagli innumerevoli abusi che, in nome della stessa fede, sono stati operati nella storia. E poi anche quanti silenzi sulla vita monastica! La Forcades inizia il testo con l’affermazione che “la vita da monaca benedettina è stata un dono e al tempo stesso una sfida[9]”. Dal testo però non appare che la vita monastica è anche dubbio e lotta. Come per ogni cristiano di ieri e di oggi.

Queste mie osservazioni presuppongono una risposta a una domanda: è possibile che il racconto di un’esperienza soggettiva di fede sviluppi un discorso di fede più oggettivo in cui anche altri possano riconoscersi? Non so rispondere a questa domanda. Sono sicuro però che l’obiettivo del testo della Forcades non fosse questo. Lo scrive esplicitamente: il libro “raccoglie le mie idee su argomenti fondamentali[10].

[1] L’aggettivo queer significa letteralmente ‘strano’ e nell’inglese colloquiale è usato per designare in maniera spregiativa gli omosessuali. Per un apprfondimento sul pensiero teologico dell’Autrice cfr. T. Forcades, Siamo tutti diversi! Per una teologia queer, Castelvecchi, Roma, 2017.

[2] T. Forcades, Fede e Libertà, Castelvecchi, Roma, 2017, pag. 32.

[3] Op. cit., pag. 32.

[4] Op. cit., pag. 28.

[5] Op. cit., pag. 28.

[6] Op. cit., pag. 33-34.

[7] Op. cit., pag. 34.

[8] Op. cit., pag.34-35.

[9] Op. cit., pag. 7.

[10] Op. cit., pag. 8.

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One Reply to “TERESA FORCADES E L’INDIPENDENZA DELLA CATALOGNA”

  1. Teresa Forcades ha in se il” gene” della critica che costruisce:ha l’arte medica quindi la responsabilità della vita.Nel contempo è monaca per vocazione,per ssere stata chiamata “nella vigna del Signore”.Percepisce il discernimento e il restauro con quel “ora et labora”del secolo attuale nel cammino Benedettino della trasparenza e della chiarezza dentro la luce del Cristo verità d’amore assoluta limpida al servizio del prossimo.Tutto perchè non deve stridere ma conciliare al bene della comprensione che ha maturato nel silenzio contemplativo dove la voce di Dio fa rumore di verità assoluta.E “riaffaciatasi secolarmente”vuole portare il frutto del suo lavoro nel confronto lecito ed essenziale per la vita di un tempo che presenta paradossi e contrapposizioni che disperdono o annebbiano la verità stessa.

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