SOLA GRATIA

di Paolo Ricca

in “Esodo” n. 1 del gennaio-marzo 2017

1. L’aforisma sola gratia è il cuore dell’intero messaggio della Riforma protestante e lo riassume compiutamente. Ciò che lo caratterizza in maniera inconfondibile non è la parola gratia, ma l’aggettivo sola che l’accompagna ed è, per così dire, la porta stretta per la quale occorre passare se si vuole capire quello che i Riformatori intendono quando parlano di grazia. Al tempo di Lutero, parlare di grazia non era certo una novità. Si potrebbe quasi dire che allora non si parlava d’altro. La teologia medievale, nelle sue varie scuole, discuteva animatamente proprio della grazia. Ma lo faceva in termini diversi da quelli biblici, che erano stati ripresi e sviluppati, nel V secolo, specialmente da Agostino in aspra polemica con il monaco e asceta Pelagio, paladino della libera volontà e responsabilità morale dell’uomo, capace – secondo lui – di osservare con le sue proprie forze i Dieci Comandamenti e, in generale, la Legge di Dio. Pelagio sosteneva che Dio non avrebbe dettato a Mosè la sua Legge se avesse pensato che l’uomo non sarebbe stato in grado di osservarla. Il dono stesso della Legge di Dio all’uomo implica, da parte di Dio, un atto di fiducia nei confronti dell’uomo e della sua capacità di metterla in pratica. Dando la sua legge all’uomo, è come se Dio gli dicesse: «Tu puoi osservarla, se vuoi; la tua volontà è libera sia di ubbidire sia di disubbidire. Dipende da te fare il bene o fare il male. Per fare il bene non hai bisogna della grazia.

Tu hai già in te la forza necessaria per fare il bene, osservando i comandamenti. Se fai il bene, Dio ti ricompenserà; se fai il male, ti punirà. Se fai il bene, ti meriti la salvezza; se fai il male ti meriti la condanna». Questa era, a grandi linee, la posizione di Pelagio: l’uomo è per natura libero e responsabile; può, se lo vuole, salvare se stesso; la salvezza se la deve meritare, compiendo le opere che Dio comanda.

Agostino sosteneva un punto di vista opposto. L’uomo – secondo lui – non nasce libero, ma peccatore: il peccato non è frutto di una libera scelta, ma è connaturato nell’uomo fin dalla nascita. La sua volontà non è libera, ma condizionata da forze negative, che lo spingono irresistibilmente verso il male. Lasciato a se stesso l’uomo è perduto e incapace di salvarsi da sé. Dio però interviene in suo aiuto, con un atto gratuito e inatteso di misericordia. Ciò che accende l’amore di Dio verso l’uomo non sono i suoi meriti, reali o presunti, ma la sua miseria. Dio ama i peccatori: capisca chi può! Li ama più di quanto non ami i giusti. Come dirà oltre mille anni dopo il monaco agostiniano Martin Lutero: «Dio non ci ama perché siamo belli, ma siamo belli perché Dio ci ama». Questo amore inspiegabile di Dio per l’uomo perduto è grazia, pura grazia, del tutto indipendente da qualsiasi merito nostro, essendo stata ottenuta esclusivamente per i meriti di Cristo. Secondo Agostino è la grazia di Dio che suscita la fede e la vita cristiana, l’accompagna dall’inizio alla fine, ed è lei la fonte e la causa della salvezza. Si può dire che il sola grazia, prima di essere luterana, è una invenzione agostiniana.

Nel Medioevo la posizione di Agostino, senza essere del tutto dimenticata, è stata però accantonata e sostituita con una visione diversa, dovuta soprattutto a Tommaso d’Aquino: si parla allora di «grazia infusa», come se fosse una sorta di sostanza immessa da Dio nell’uomo, per lo più per via sacramentale, per renderlo gradito a Dio e incamminarlo verso la salvezza; e anche di «grazia abituale» (dal latino habitus), cioè di una grazia che diventa una specie di «abito» dell’anima, un «qualcosa di soprannaturale», che entra nell’anima e la pone in uno «stato di grazia». Con Lutero il dibattito plurisecolare sulla grazia entra in una fase nuova, che in parte riprende Agostino, ma soprattutto si rifà all’apostolo Paolo, che collega strettamente la grazia alla giustizia di Dio – non però alla giustizia distributiva che dà a ciascuno ciò che si merita, e quindi premia i buoni e punisce i cattivi, ma l’altra giustizia di Dio, quella per la quale egli dà al lavoratore dell’ultima ora lo stesso salario pattuito e dato al lavoratore della prima ora (Matteo 20,1-16), la giustizia non della Legge, ma della misericordia, che Lutero chiama «giustizia passiva», in virtù della quale Dio dà al peccatore ciò che non si merita: il perdono invece della condanna, e subisce lui, Dio, nella croce del Figlio suo, il peso della nostra colpa. Gesù è, come annuncia Giovanni Battista, «l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Giovanni 1,29). L’altra giustizia di Dio è quella che «giustifica» il peccatore, dove «giustifica» non vuol dire che il peccatore è scagionato come non colpevole, ma che, riconosciuto colpevole, è perdonato; la sua colpa è rimessa, il suo peccato è cancellato, egli è dichiarato giusto in Cristo «giustizia per ognuno che crede» (Romani 10,4). Il perdono di Dio non è chiudere un occhio sul nostro peccato, sorvolarci sopra facendo finta che non ci sia (così facendo Dio si renderebbe complice del peccato). Perdonare, per Dio, significa – come già s’è detto – cancellare il peccato, toglierlo di mezzo, secondo l’eloquente, doppia immagine del profeta Michea: «Dio si metterà sotto i piedi le nostre iniquità, e getterà nel fondo del mare tutti i nostri peccati» (7,19). Tutto questo è grazia, pura grazia, sola grazia, con tre caratteristiche salienti: è incondizionata, immeritata, gratuita. Un breve commento a ciascuna. Grazia incondizionata: la Chiesa del tempo predicava anch’essa la grazia, ma condizionata. Diceva: «Dio ti perdona, a patto che tu esegua le opere di penitenza; se non le esegui, il perdono resta sospeso». Lutero sostiene invece che la grazia di Dio è senza condizioni, come ha detto Gesù alla prostituta: «I tuoi peccati ti sono rimessi… La tua fede t’ha salvata. Va’ in pace» (Luca 7,48 e 50). Sarà tua responsabilità tradurre il perdono in novità di vita, ma io non ti chiedo nulla: il perdono è incondizionato – pura grazia, sola grazia. Oltre che incondizionata, la grazia è immeritata. La Chiesa del tempo predicava una grazia che fondamentalmente era opera di Dio, ma che comportava anche una cooperazione da parte dell’uomo nella crescita verso la santità, e questo diventava un merito, di cui Dio avrebbe tenuto conto. Lutero sostiene invece che la grazia è completamente immeritata, sia prima sia dopo la giustificazione. Non possiamo vantare alcun merito. Gli unici meriti che contano davvero e che possiamo far valere davanti a Dio, sono quelli di Cristo. Il nostro perdono è dunque del tutto immeritato – pura grazia, sola grazia.

Ma oltre che incondizionata e immeritata, la grazia è anche gratuita. Tutti i doni di Dio sono gratuiti: nessuno di essi può essere comprato. Ricordiamo come reagì l’apostolo Pietro a Simon Mago, che aveva offerto del danaro nella speranza di ottenere così il potere di trasmettere lo Spirito Santo con l’imposizione delle mani. Pietro lo trattò duramente: «Il tuo danaro vada con te in perdizione, perché hai creduto di poter acquistare con danaro il dono di Dio» (Atti 8,18-20). Il commercio delle indulgenze era diverso da quello proposto da Simon Mago: le indulgenze non servivano ad acquistare un potere, ma a sottrarsi alle opere di penitenza. Nei due casi, però, c’era di mezzo il danaro; l’indulgenza si vendeva, e a chi la comprava si faceva credere che, pagando, ci si poteva risparmiare il gravoso percorso penitenziale. Ma il ricorso al danaro deformava in modo irrimediabile sia il significato della penitenza sia il modo di ottenere il perdono: le indulgenze, anziché avvicinare le anime a Cristo, le allontanava da lui. L’annuncio dell’evangelo, cioè appunto della grazia gratuita, non solo rendeva le indulgenze inutili, ma le rivelava come nocive per le anime e per la stessa salvezza.

2. Oggi l’annuncio della grazia, e a maggior ragione della grazia incondizionata, immeritata e gratuita, è diventato particolarmente difficile. Per almeno tre motivi. Il primo è che questo annuncio presuppone che l’uomo si riconosca peccatore e bisognoso di salvezza. Così si sentiva l’uomo medievale che Lutero ha incarnato: incapace di raggiungere il livello di santità necessario per essere approvato da Dio, l’uomo si riconosceva colpevole e non aveva altra speranza che affidare il suo destino eterno alla sconfinata misericordia di Dio. Il perdono era vissuto come un atto di pura grazia. Non solo, ma la grazia era considerata indispensabile anche per iniziare il percorso della salvezza, e tanto più per completarlo. Oggi la situazione è completamente cambiata. A motivo della diffusa secolarizzazione, la grande maggioranza delle persone non vive più «davanti a Dio», cioè non si confronta più quotidianamente con la legge di Dio (ad es. i Dieci Comandamenti), o con la parola di Gesù (ad es. il Sermone sulla Montagna), o con le regole della vita cristiana dettate dagli apostoli (ad es. Romani 12,9-21; Galati 5,13-26; Efesini 4,25-32); nella migliore delle ipotesi si confronta con gli altri, o con la propria coscienza, che però non è quella di un peccatore. Nell’eclisse di Dio si è volatilizzata la coscienza del peccato. L’uomo di oggi si sente semmai vittima, ma non peccatore. Ed ecco allora la domanda: come si può predicare la grazia a chi non ne sente il bisogno?

Il secondo motivo per il quale la predicazione della grazia, e tanto più del sola gratia, centrale nella iniziativa di Lutero, è oggi particolarmente difficile, è che nel XVI secolo la vita religiosa in Occidente era regolata da una grande quantità di norme da praticare, precetti da osservare, ordini da eseguire; la legge della Chiesa investiva e controllava l’intero «vissuto» cristiano e ne costituiva il principio regolatore; a partire, grosso modo, dall’Anno Mille il Codice di Diritto canonico era cresciuto a dismisura e i canonisti erano diventati altrettanto, se non più, autorevoli dei teologi. E come spesso accade in queste situazioni, il regno della legge degenerava facilmente in quello del legalismo, sotto il cui peso il respiro stesso della libertà cristiana rischiava di soffocare. In un quadro del genere è comprensibile che l’annuncio della grazia, e tanto più del sola gratia, abbia costituito un grande messaggio di liberazione delle coscienze: la via della salvezza non sale dalla terra al cielo attraverso l’osservanza delle leggi della Chiesa, ma discende dal cielo sulla terra attraverso l’ubbidienza di Cristo.

Oggi però la situazione è completamente cambiata, per non dire capovolta: non è il legalismo che ci opprime ma, al contrario, la diffusa illegalità, la sistematica e sovente impunita trasgressione di ogni legge: quello che spaventa, oggi, non è la legge, ma il disprezzo della legge; non è neppure il legalismo, ma il rifiuto di ogni regola. Tanto che, oggi, sono le Chiese stesse a invocare la legalità, il rispetto delle regole, contro la dilagante anarchia morale, secondo la quale nulla ci lega, tutto è lecito, non ci sono indicazioni assolute sulle scelte di vita. In questo quadro, la grazia come la predicò Lutero, cioè come liberazione delle coscienze da una religiosità impregnata di leggi e vittima del legalismo, potrebbe e forse dovrebbe essere ripensata a fondo e configurarsi come amore del comandamento divino (nel senso, ad es., del Salmo 119), guida sicura nel labirinto della vita.

C’è infine un terzo motivo per il quale la predicazione della grazia è oggi più difficile di quanto, forse, non lo fosse nel XVI secolo. Lutero, come s’è detto, ha predicato una grazia totalmente immeritata, mentre la teologia cattolica del tempo insisteva sulla necessaria collaborazione dell’uomo alla sua salvezza, e questa collaborazione diventava un merito, di cui Dio teneva conto. Il Concilio di Trento affermò, infatti, che le opere buone compiute dall’uomo giustificato erano, sì, «doni di Dio», ma «anche meriti di colui che è giustificato» – meriti che gli valgono «realmente l’aumento della grazia»1.

Oggi la dottrina dei meriti non è scomparsa, ma non sembra più così in evidenza come una volta. Nella Dichiarazione congiunta sulla giustificazione tra cattolici e luterani del 1999, si legge in proposito: «Affermando il “carattere meritorio” delle opere buone, i cattolici intendono dire che a queste opere è promesso, secondo la testimonianza biblica, un premio in cielo. Essi vogliono esprimere la responsabilità dell’uomo nei confronti delle sue azioni, ma non intendono contestare la natura di dono delle opere buone, e tanto meno negare che la giustificazione resti sempre in sé un dono immeritato della grazia»2. Il «premio in cielo» sembra attribuito più alla generosità di Dio che ai meriti dell’uomo.

Oggi però il problema non verte sul carattere meritorio e non meritorio della salvezza, ma sulla natura stessa della salvezza. La domanda non è se la salvezza sia offerta gratuitamente o da meritare in qualche modo, ma è fino a che punto l’uomo abbia bisogno di essere «salvato» e, in caso affermativo, in che cosa possa consistere la sua salvezza. È esperienza comune che l’uomo d’oggi sembra più preoccupato della sua salute che della sua salvezza. Non è dunque facile annunciare oggi la grazia, e meno ancora il sola gratiaEppure la grazia e il sola gratia sono l’evangelo cristiano. Non ce n’è un altro. Ogni altro evangelo non sarebbe un evangelo cristiano. Proprio questa è la difficoltà del testimone cristiano oggi: che da un lato non può fare altro che annunciare (a parole e a fatti, non a parole senza fatti o a fatti senza parole) che Dio è grazia, sola gratia, e che questa grazia è la salvezza del mondo; e d’altro lato non può non constatare che questo messaggio ha difficoltà a raggiungere il cuore della nostra generazione. Ma che cosa significa, in fin dei conti, il sola gratia? Significa, in sostanza, che Dio è puro amore – amore del peccatore, cioè di ciò che non è amabile – e che questo amore è gratuito. La gratuità dell’amore è il senso e il contenuto del sola gratia. Ora nel nostro mondo dominato com’è dal dio- Mercato, i cui sacerdoti fanno credere che tutto si vende e tutto si compra, e presentano le sue leggi come più divine di quelle di Dio, la gratuità potrebbe davvero diventare l’evangelo, la buona notizia che non è vero che tutto si vende e tutto si compra, il principio divino di contraddizione della religione del Mercato, in grado, forse di scardinare o quanto meno di incrinare il sistema. Quanto al Dio amore è il grande mistero del mondo. Benché crocifisso, anzi proprio in quanto crocifisso, è eresta in ogni tempo e per ogni generazione la luce che splende nelle tenebre.

Paolo Ricca è teologo valdese, collaboratore di Esodo.

Note
1) Canone 32 del Decreto sulla giustificazione del 13 gennaio 1547, in: Heinrich Denzinger, Enchiridion symbolorum, edizione bilingue a cura di Peter Hünermanm, EDB Edizioni Dehoniane, Bologna 2001 4, n. 1582.
2) Il consenso cattolico-luterano sulla dottrina della giustificazione, a cura di Fulvio Ferrario e Paolo Ricca, Claudiana, Torino 1999, p. 46
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One Reply to “SOLA GRATIA”

  1. Sola grazia era una risposta a chi ringraziava senza prendersi nessuna “gloria”di prestazione o altro.I vecchi rispondevano così con la memoria di un dire sacro senza nessun interesse soggetivo ma riconoscendo a Dio la sola grazia.Oggi tale dire non c’è più perchè tutto è “io”senza Dio quindi la grazia non c’è,esiste l’orgoglio dell’uomo per il suo medesimo egoismo.Personalmente ricordo il suono di quelle parole “sola grazia”che finivano a suggellare un intervento di bene riconoscendo nella grazia l’amore ricevuto da Dio.Un grazie a Dio tramite la creatura che riconosceva in Dio la grazia ricevuta.”sola grazia”una memoria antica giunta sino a ieri come sapienza del comportamento.

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