UN DISUBBIDIENTE SALVO’ LA VERA STORIA DI FRANCESCO D’ASSISI

Maurizio Portaluri

E’ il 1890 quando il pastore Calvinista Paul Sabatier giunge ad Assisi per cercare, negli antichi fondi manoscritti della biblioteca del Sacro Convento, una dimenticata biografia di Francesco d’Assisi. Così inizia “Francesco d’Assisi – La Storia Negata” (Laterza 2016) pubblicata dalla storica del Medioevo Chiara Mercuri, che racconta del salvataggio ad opera di frate Leone, tra i primi compagni di Francesco, delle narrazioni che “coloro che furono vicini” al fondatore sottrassero all’ordine di Bonaventura di Bagnoregio, emesso nel Capitolo di Parigi nel 1266, “ che tutte le leggende del beato Francesco già fatte siano distrutte e che, dove potranno trovarle fuori dall’ordine, i frati stessi si impegnino a rimuoverli”. Ciò che voleva distruggere Bonaventura erano i ricordi di un Francesco “terreno”, preoccupato del prossimo, da sostituire con un Francesco spensierato, soprannaturale, “semplice” cioè ignorante. I bersagli di “filosofo” Bonaventura sono la Leggenda dei tre compagni , la Compilazione di Assisi e le due biografie di Tommaso da Celano ordinategli da Gregorio IX. La seconda di queste ultime e la Compilazione sono quelle giunte a noi con maggior difficoltà perché raccoglievano le testimonianze dei primi compagni e anche il Testamento che non lasciava dubbi sulla contrarietà di Francesco a che l’Ordine si aprisse allo studio, alla predicazione dottrinaria, alle carriere universitarie ed ecclesiastiche, al possesso dei libri, e sostituisse il lavoro manuale con quello intellettuale.

Un salvataggio che Leone realizza con la complicità delle sorelle di Chiara che, tagliate fuori dall’ordine proprio per volontà di Bonaventura, col quale i francescani diventano solo un ordine maschile (non lo erano all’origine e le donne di Chiara, vivevano tra i poveri come Francesco fino a quando Gregorio IX nel 1219 impose loro la clausura) costituiscono un luogo sicuro per proteggere i rotoli del “disubbidiente”.

Non un racconto storico soltanto, ma anche con un forte richiamo, per chi sappia coglierlo, all’attualità ed alle sue necessità. Nella Leggenda Maggiore il Francesco di Bonaventura è un mistico, un asceta che nega gli slanci del corpo: si immerge nell’acqua ghiacciata per combattere “il nemico della carne”; invece che in giacigli rivestiti di paglia, dorme sulla nuda roccia; si espone volontariamente al freddo; non ha bisogno di combattere per tutta una vita l’istintivo disgusto per le piaghe purulente dei lebbrosi, anche se lo stesso Francesco aveva detto di evitare gli eccessi di rigore ammonendo che “Dio vuole la misericordia non il sacrificio”. Il richiamo alla povertà del Francesco bonaventuriano è una austera negazione dei bisogni materiali, laddove per Francesco aveva solo il senso di rendere inermi, umili, ultimi; aveva il senso di combattere il possesso, motore di discordie e impulso di sopraffazione; estatico e senza una precisa personalità, viene descritto anche misogino negando la sua sollecitudine per Chiara e le sorelle. Non vi è più nulla dell’umanità descritta nella Compilazione: il suo altruismo non lo fa gioire e disperare di fronte a problemi piccoli, apparentemente secondari, ma per lui urgentissimi come le difficoltà economiche della povera di Machilone, l’elemosina per la madre in misera della Porziuncola, l’insonnia del frate affamato di Rivotorto, la penuria di granaglie per le allodole in inverno, la discordia tra il vescovo ed il podestà di Assisi, la sollecitudine verso le sorelle.

Ma l’attacco più pesante che Bonaventura fa alla figura storica di Francesco è la deformazione della sua “semplicità”. Francesco aveva detto di sé di essere “simplex et idiota”, semplice e senza cultura, da intendersi come atteggiamento di minorità (anche perché Francesco, i primi frati e le sorelle erano tutt’altro che ignoranti). Per Bonaventura la semplicità non scaturisce dalla volontà di tenere ferma fino alla morte una vita da ultimi, ma una semplicità che iniziò ad essere intesa e tramandata come elementarità, genuinità, mancanza di acume, di cultura, di visione delle cose. Una “inferiorità” insomma, di un frate appena alfabetizzato, digiuno di teologia, incapace di comprendere a fondo – se non per ispirazione divina – il testo della Scrittura. Bonaventura usa la scienza, la sua cultura, proprio nel modo in cui Francesco aveva spiegato fosse più pericoloso: per stabilire gerarchie.

Il progetto di Francesco e dei compagni non era quello di innalzare la capacità speculativa dei frati, di permettere loro di entrare nella stretta cerchia di quegli eletti che comprendevano il significato nascosto della Scrittura, ma nell’esplicitarne piuttosto, l’insegnamento immediato, abbassandolo al livello dell’uditorio. Ciò che Francesco si sforzava di far comprendere a quanti lo ascoltavano nelle piazze o nelle strade era che la Scrittura non coincidesse affatto con una cultura sapienziale, appannaggio di pochi sacerdoti del Tempio, ma fosse rivolta a tutti, e contenesse insegnamenti concreti e salvifici. Il tipo di cultura che Francesco inseguiva e difendeva era assai diverso da quello che perseguiva Bonaventura e forse solo oggi ci appare davvero cultura lo sforzo di Francesco di tradurre la scrittura in forma scenica, teatrale, gestuale e poetica. Francesco vuole comunicare la Scrittura, insegnando l’annuncio di speranza e di felicità. Con ogni possibile mezzo i frati devono richiamare uomini e donne, andando a cercarli in ogni dove, per “costringerli ad entrare” al banchetto rifiutato dagli eletti, proprio come doveva fare il servo della parabola del Vangelo di Luca. Col corpo, col gesto, con gli occhi, con la nudità i frati devono risvegliare le anime, strapparle alle tenebre, alla miseria materiale e morale nella quale sono troppo spesso condannate a vivere da una società che li ignora e da una chiesa che non si fa carico della loro istruzione culturale e spirituale.

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