I PRETI PEDOFILI “OSCURANO LA LUCE DEL VANGELO A UN PUNTO CUI NON ERANO GIUNTI NEPPURE SECOLI DI PERSECUZIONI” (Benedetto XVI)

Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti. Come è avvenuto in questi giorni nella diocesi di Brindisi-Ostuni (con l’arresto di un prete). Non siamo interessati a questo singolo caso ma, per quello che emerge dalla stampa, fanno impressione la data d’inizio dei problemi (1965) e una chiesa locale che si presenta come sotto scacco per altri scandali minacciati dall’interessato, non sappiamo se veri o millantati.

 

Le letture parziali della pedofilia ecclesiastica.

 

In realtà di essa, all’interno della chiesa, si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali.

Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici.

Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di ‘rimozione collettiva’ ecclesiastica.

Lo scandalo di pochi deriva dalla mediocrità di molti

 

Invece gli abusi sessuali sono l’ultimo anello di una catena di abusi sulla persona, di uno scadimento della sensibilità a livello morale, relazionale e a livello spirituale da parte di chi li ha commessi. Gli scandali sessuali non scoppiano mai all’improvviso, ma hanno una lunga gestazione ed esprimono una cultura che coinvolge la responsabilità di tutti, ovvero la qualità del vissuto celibatario dei preti che forse non è eccelsa. Lo scandalo di pochi è la punta dell’iceberg della mediocrità di molti e questa mediocrità è già scandalo in se stessa.

 

Qualcosa è cambiato a livello istituzionale

Nella gestione degli abusi di pedofilia non c’è più la copertura e la difesa dell’aggressore ma, solo faticosamente, si affaccia il coraggio della verità e lo spirito di collaborazione con le autorità civili e la preoccupazione primaria per le vittime. E questo grazie all’opera di Benedetto XVI e ora di Papa Francesco.

 

Il caso della Chiesa Italiana

 

Nel nostro Paese, diversamente dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania solo per citarne alcuni, non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco.

Inoltre, nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” (pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia. La Cei ha precisato che non prende alcuna iniziativa di denuncia al fine di tutelare la privacy delle vittime. Così può accadere che un pedofilo continui a circolare in libertà con le conseguenze che chiunque può immaginare. Secondo la Cei “l’obbligo morale è ben più forte e cogente dell’obbligo giuridico”, “ne è il presupposto e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime”. Cioè nulla.

E si fa fatica a capire perché i vescovi italiani non hanno accolto le indicazioni della Santa Sede che auspicava l’inserimento dell’obbligo di denuncia nelle Linee guida anti-pedofilia delle conferenze episcopali di tutto il mondo.

 

Poco è cambiato a livello di cultura di base

 

Se non cambia una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare.
Una proposta

E’ intollerabile sapere che nella stessa diocesi un vescovo imboschi (quello “buono”, secondo l’arrestato) e il suo successore denunci, secondo quanto si apprende dalla stampa. Come è intollerabile per tutta una diocesi restare sotto l’ombra della minaccia “se parla lui…”. Essere inerti, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la chiesa brindisina.

In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona.

Chiediamo all’Arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra chiesa locale.

 

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