LE IMPRONTE DEGLI HOMELESS E IL SAMARITANO

Antonio Greco

Anche tra i parroci c’è la turnazione o avvicendamento. Come nel calcio, come nella magistratura, come nelle istituzioni politiche e amministrative. Lo prevede il Codice di Diritto Canonico: ogni nove anni un parroco deve o dovrebbe turnare.

Nell’estate del 2014 a Brindisi, nella parrocchia di San Vito Martire, si era diffusa la notizia che il Vescovo Caliandro aveva imposto a don Peppino Apruzzi di lasciare la parrocchia che aveva retto per più di nove anni e trasferirsi ad Ostuni in un’altra parrocchia. Allarmati da questo trasferimento e per protestare contro di esso, alcuni laici della parrocchia, oltre a molti altri argomenti perché don Peppino non fosse spostato, ritenevano che la significativa esperienza di accoglienza per i più poveri, chiamata “Casa Betania”, sarebbe rimasta senza sostegno e senza futuro.

Per fare pressione presso il vescovo e fargli cambiare idea, il gruppo di laici più attivo della parrocchia si rivolse a Michele Di Schiena perché coloro che negli anni 70 e 80 del secolo scorso avevano guidato l’Azione Cattolica Diocesana ma che dagli anni ’90 in poi erano attivi nella vita sociale e politica della città, pur rimanendo sulla soglia o ai confini della vita diocesana, fossero coinvolti nel sostenere la richiesta al vescovo di non trasferire don Peppino.

Il dibattito interno al gruppo animato da Di Schiena portò alla conclusione che, pur con tutta la stima per don Peppino, il gruppo non era interessato a sostenere una vicenda particolare e limitata del trasferimento di un parroco, sganciata da una visione molto critica e più ampia di tutta la vita ecclesiastica e diocesana. Battaglie pro o contro il trasferimento di un parroco ce ne erano state e ce ne sarebbero state ancora. Senza alcun cambiamento ecclesiale.

L’ interesse del gruppo era per il cambio del modello attuale di chiesa, lontano dal Vangelo e marginale per l’uomo di oggi, non per “un’altra chiesa” ma per “una chiesa altra”. E questo con riferimento alle chiese occidentali, alla chiesa italiana e, di conseguenza, anche alla nostra chiesa locale.

Radicati in una considerazione critica della esperienza passata e presente di molti di noi nella chiesa locale, senza mai assumere l’atteggiamento di chi è superiore o diverso, ci sentiamo umili ma non remissivi. Non professori che danno lezione ma discepoli che hanno sempre da imparare dal Vangelo e dalla storia e che sono più propensi a porre domande che a esprimere certezze o giudizi inappellabili”.

Da questo dibattito interno nacque il Manifesto4ottobre, in cui si indicavano i motivi di questa scelta ancorata al Vangelo senza zavorra e al Concilio Vaticano II. Cfr. https://manifesto4ottobre.blog/2014/10/10/manifesto-del-4-ottobre/

La rilettura del documento spiega, in modo più appropriato ma non diretto, perché il gruppo non partecipò alla richiesta dei laici della parrocchia San Vito. La risposta apparve come un diniego. In realtà era un sostegno profondo alle ragioni che spingevano i volontari di casa Betania a non mollare, a portare avanti le ragioni di una chiesa aperta ai poveri e ai lontani, a fuggire da logiche clericali e a vivere in sintonia con i valori evangelici tradotti in linguaggio “laico” dall’articolo 3 della Costituzione.

Don Peppino fu trasferito. Non so dire come vive la parrocchia San Vito senza di lui. So soltanto che l’esperienza di Casa Betania, per la responsabilità di laici adulti, nonostante difficoltà quotidiane che non mancano mai, continua a vivere ancora oggi.

Quando a fine novembre 2025 mi è pervenuto l’invito di Mino Carbonara alla presentazione del libro “IMPRONTE, incontri e storie di vita a Casa Betania”, che l’Associazione Compagni di strada OdV ha presentato giovedì 4 dicembre 2025 a Mediaporto – Biblioteca di Brindisi, ho pensato a questo provvidenziale collegamento tra le due esperienze. Non è una forzatura. È un intreccio di fatti che a distanza di tempo rende più chiaro e più sorprendente la visione dei nostri cammini nella storia.

Il libro racconta cosa è stata Casa Betania e i suoi lunghi 28 anni.

Casa Betania, in Brindisi, “è una realtà di accoglienza piccola e semplice, dove l’unica pretesa è un’accoglienza dignitosa, una permanenza che offra un tempo di ripresa della vita, una possibilità di ripartenza e, per gli stranieri, un aiuto a orientarsi e addentrarsi in una burocrazia complicata e pedante e, da qualche tempo a questa parte, cinicamente ostile”.

Il libro, composto da 175 pagine, è stato stampato in proprio in Italia nel mese di novembre 2025 e non ha un prezzo di vendita perché è associato alla raccolta fondi.

È composto da una premessa di Lucia Tremonte e un’introduzione di Peppino Apruzzi alle 24 storie, dai ringraziamenti finali e da due parole sulla copertina di Andrea Vendetti, davvero originali.

Le 24 storie narrate nel libro sono state vissute da otto volontari: Paolo Piccinno, Giusy Leccese (4), Annamaria Quarta, Lucia Tramonte (6), Melina Giubilo, Marcello Petrucci (5), Rita Trotto (2), Mino Carbonara (3).

Questa iniziativa editoriale è una cifra alta che racconta un’esperienza umana profonda e vera, senza retorica ed essenziale, prima che sociale.

24 esperienze di vita, ognuna di esse preceduta da un riferimento a uno dei profeti del nostro tempo, titoli tutti centrati, scrittura sempre molto semplice e leggibile tutta di un fiato, la copertina spiegata da Andrea con un legame davvero sorprendente con tutto il testo, fanno del racconto una sintesi straordinaria di 28 anni di un’esperienza comunitaria “a scuola degli ultimi”.

Il libro è in prevalenza il racconto di una parte dei protagonisti, i volontari. Immagino che cosa sarebbe venuto fuori se avesse potuto raccontarsi l’altra parte, le persone che si sono fermate per qualche tempo in questo luogo di accoglienza e di umanità. Cosa che, in parte, è custodita nell’«archivio completo e puntuale» (pag. 102). Strumento organizzativo davvero intelligente e straordinario che raccoglie la storia personale (sanitaria, familiare e lavorativa…) dei tanti protagonisti della casa.

L’archivio di Casa Betania è stato osservatorio delle vicende politiche e religiose “secondo la scala del mondo” direbbe Manzoni. Di come il disordine mondiale, la “terza guerra mondiale a pezzi” arriva fino agli infimi, come “un turbine vasto, incalzante, vagabondo, scoscendendo e sbarbando alberi (…) va a cercare negli angoli le foglie passe e leggiere” (cap. XXVII del Promessi Sposi). Scrive Carbonara: “La presenza degli extra-comunitari provenienti dall’Africa sembra in diminuzione in contrapposizione all’aumento di quelli dell’est asiatico o meridionale” (pag. 115).

Un’ ultima osservazione: Casa Betania è emblema di accoglienza evangelica. I suoi volontari sono i Samaritani di oggi. La loro testimonianza pone a tutti noi anche il tema di come evitare che i tanti “briganti” attuali continuino a derubare e a lasciare milioni di esseri umani lungo il ciglio della strada. Tema che rimane sospeso ma che anch’esso ha bisogno di una risposta evangelica, umana e politica.

12 gennaio 2026

2 Replies to “LE IMPRONTE DEGLI HOMELESS E IL SAMARITANO”

  1. Per Antonio Greco, amico di Casa Betania!

    19 gennaio 2026

    Sono Lucia Tramonte, segretaria del Direttivo di Casa Betania e curatrice del libro IMPRONTE. Mi faccio portavoce dell’intero Direttivo per ringraziarti della puntuale attenzione che hai riservato al nostro lavoro e soprattutto per avercelo comunicato. Il tuo scritto è stato oggetto di riflessione da parte di un gruppo di volontari riuniti assieme a don Peppino per la formazione mensile. Sono riaffiorati ricordi di fatti ormai lontani nel tempo, ma, ahimè, ancora presenti nella realtà della nostra Chiesa locale, e non solo, nonostante l’evento-Bergoglio e il Sinodo di cui ancora non si possono valutare gli effetti. Durante la ricca riflessione suscitata dalla tua lettera in merito alla storia di quei giorni relativi alla partenza dalla parrocchia di S.Vito Martire, don Peppino ha tenuto a rivelare e precisare a distanza di anni la sua posizione in quel momento contingente. Innanzitutto, che lui rimise il suo destino alle decisioni del vescovo Caliandro senza obiezioni. Consapevole che qualcuno avesse interpellato Michele Di Schiena perché intercedesse sul vescovo affinché si rimangiasse la decisione, in cuor suo condivise appieno le motivazioni addotte da Michele e dai suoi amici con le quali rigettarono qualsiasi tipo di intervento. Contestualmente nella stessa assemblea ha illustrato, per chi non la conoscesse, la grande figura di Michele come uomo di profonda fede, di grande impegno civile e che ha amato intensamente la Chiesa. Ha altresì invitato, coloro tra i presenti che ignoravano il movimento 4ottobre, ad approfondire le motivazioni della sua nascita con il link al blog che hai allegato. Come tu dici, casa Betania è un segno di presenza evangelica in un mondo indifferente, superficiale e ripiegato sui suoi “peccati”. Ma anche Casa Betania porta i segni della debolezza di questo tempo: i volontari invecchiano senza ricambi, le risorse diminuiscono, l’indifferenza cresce e la carità si esercita spesso per delega. Noi comunque perseveriamo nel nostro servizio ai poveri e agli impoveriti, agli ultimi e agli esclusi, quelli che sono proprio fuori, esclusi anche dal diritto alla speranza e per loro cerchiamo di percorrere insieme alle strade della carità anche quello del riconoscimento dei diritti. Vogliamo restare una realtà semplice, essenziale, diretta, piccola, ma chiaramente evangelica affinché la struttura non soffochi mai l’anima. L’aiuto e la stima degli amici è fondamentale e per questo ancora una volta ti ringraziamo. I volontari di Casa Betania

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  2. Grazie per il “rivelare e precisare” di don Peppino, impliciti nella mia recensione del libro “Impronte”. Con molta più gratitudine guardo alla vostra testimonianza in un momento drammatico per il mondo dei poveri e dei più fragili. Antonio Greco

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