POVERO DON TONINO!

Antonio Greco

Questo articolo è apparso su ADISTA DOCUMENTI n. 18 del 20/05/2023 e qui pubblicato su gentile concessione della rivista in occasione del 30° anniversario della morte del vescovo Tonino Bello.

Il 20 aprile 2023, nel trentesimo anniversario della morte di don Tonino, vescovo di Molfetta dal 1982 al 1993, si è accentuata la “attenzione mediatica” sulla sua figura, con libri, articoli, pagine intere di quotidiani. Con una particolarità.

Ricordiamo un po’ tutti che la cronaca ufficiale cattolica, tranne nobili eccezioni, era stata ingrata nei confronti di don Tonino vescovo, da vivo: dagli aggettivi che hanno usato per definirlo quando era in vita (comunista, fuori luogo, esagerato, esibizionista, fissato con la pace, con i poveri e gli immigrati) ai rifiuti e attacchi alla sua persona.

Due visioni diametralmente opposte di questo vescovo si diffusero subito dopo la sua morte:

  • quella di chi sosteneva che la spiritualità di don Tonino è consistita “in un grande amore alla Chiesa, in un grande amore alla Madonna, in un grande amore alla sua terra, alla sua città” e che il suo amore ai poveri, il suo impegno per la giustizia, la sua insistenza per la pace lo “svilissero in riconoscimenti marginali” (Mons. Ruppi (arcivescovo di Lecce dal 1988-2009), (in ADISTA, 43/93, p. 8). L’epilogo di questa visione si ebbe nel 2012, quando una rivista cattolica di destra si è cimentata in un lungo saggio a firma di un religioso per dimostrare “l’incompatibilità” con la santità del vescovo di Molfetta. Queste le accuse: “Iperconciliarismo, progressismo, antropologismo teologico, linguaggio secolarista, pensiero filo-socialista, pacifismo utopico e assoluto, disistima verso il Sacro e verso i Dogmi, mariologia profana, sensualità, femminismo”.
  • e quella opposta che vede in Don Tonino non un vescovo qualunque ma, “un vescovo nuovo, inedito, originale in mezzo alla mediocrità tanto diffusa” (Mons. Mincuzzi, vescovo di don Tonino dal 1974 al 1981 e poi arcivescovo di Lecce dal 1981 al 1988).

Nei decenni successivi al 1993, la Chiesa istituzionale quasi lo aveva cancellato. Oltre a Pax Christi e a chi non lo ha mai dimenticato, a farlo riemergere dall’oblio è stato l’avvio del processo di beatificazione e papa Francesco, che cinque anni fa si è recato in visita nel cimitero di Alessano, dove don Tonino è sepolto.

Il processo di beatificazione, certo, ha senso ed è importante, ma a me sinceramente interessa poco. Don Tonino è santo. Al di là delle carte processuali, dei testimoni e delle deposizioni. Anche perché tutti questi riti portano insito il pericolo di farne un oggetto di devozione, di rinchiuderlo in “un ordine”, di normalizzarlo. “Potrebbe subire, in tal modo, riduzioni indebite e adattamenti rischiosi alle misure piuttosto anguste dei «sacri recinti». Il caratteristico profumo di popolo e di poveri che lo circonda, potrebbe così trasformarsi in un innocuo e rassicurante profumo d’incenso” (Salvatore Leopizzi, in Noi siamo Chiesa del 20 aprile 2018).

La visita di papa Francesco ad Alessano, oltre a rilanciare la figura del vescovo così cara al papa argentino, è stata letta come un forte richiamo all’immobile episcopato della chiesa italiana, pigra nel seguire le indicazioni del famoso discorso di Bergoglio a Firenze nel 2015.

Le critiche ingenerose e pubbliche a don Tonino rimangono confinate nel passato. La particolarità del trentennale della morte, però, sembra essere stata la accentuazione del controllo ecclesiastico “sull’uso” di questo vescovo e sul suo pensiero. Si censurano riletture personali, che si ritengono sovrapposte al pensiero di don Tonino; si prescrive una adesione integrale al patrimonio dei valori che egli ha testimoniato, di fatto oscurando gli elementi di novità del suo magistero. Ritorna, con parole diverse, la lettura di Ruppi che considerava riconoscimenti marginali gli aspetti unici e inediti del suo essere vescovo, prete e uomo cristiano in un decennio della storia di fine secolo scorso.

Nel 1993, quando muore don Tonino, il paradigma della modernità appare in sfacelo. Siamo nel periodo storico che Balducci, nel 1991, definiva per l’uomo in genere e per il cristiano in particolare, come la “fine della modernità” (cfr. Relazione “Gemito dei viventi silenzio di Dio?”- 49° Corso di Studi cristiani – Cittadella di Assisi). In questo contesto avvengono processi di revisione, di autocritica, di ricerca di identità che riguarda tutte le identità culturali del passato, compresa quella cristiana. La modernità appare non l’epilogo delle culture umane ma una cultura tra le altre. L’obiettivo della modernità era quello di costruire un ordine, un cosmos. Era quello di eliminare il dolore e la sofferenza mediante la razionalità. Ma il gemito di tanti poveri del mondo, le conquiste coloniali, le guerre, le malattie, i disastri ambientali…stanno a dimostrare che il nostro ordine è un inganno, che è proprio il paradigma dell’ordine moderno occidentale la causa di molto dolore e morte in quanto l’ordine è per sua natura espulsivo. Il cristianesimo all’interno di quest’isola della modernità ha accettato la nefasta suggestione dell’ordine. E il dio cristiano è diventato una cifra ideologica di quest’ordine. Il genuino messaggio evangelico si è mondanizzato ed è stato sterilizzato. Non senza aver lasciato cumuli di sangue e di morte.

La scomposizione di questo quadro impone alla fede evangelica la liberazione dal mito della modernità e la fuoriuscita dalla cultura del dominio in cui è stato inserito il Vangelo. Ora solo al di fuori dell’ordine si può incontrare il profondo mistero dell’uomo e del Dio inerme.

Balducci indica come esempio di questa uscita dall’ordine Francesco d’Assisi che lasciò l’ordine costituito e scelse la condivisione degli espulsi dal mondo, uscì dal secolo e abbracciò i lebbrosi, mise in questione l’ordine che prevedeva un papa teocratico, con poteri universali, padrone assoluto della vita degli uomini fino al potere di distruggere gli infedeli, e con gioia inneggiò alla vita e a tutte le creature viventi. In nome del Vangelo sine glossa.

La “storia unica” del vescovo don Tonino, il suo pensiero unico sempre attento agli espulsi, ai marginali, la sua teologia della giustizia, della pace e della convivialità delle differenze, è quanto di più lontano ci possa essere dalla teologia ideologica dell’ordine e del dominio. “Il Vangelo, ne sono convinto, sarebbe capace di fare esplodere l’animo dei giovani. Invece oggi non dice niente, perché siamo degli adattati, proprio noi, che dovremmo essere dei disadattati continui” (Scritti di pace, 55). È quanto di più lontano dalla ideologia del potere che si sacralizza. Don Tonino scrive, in un brano molto conosciuto ma poco praticato da vescovi e preti: “Ricordo che quando andai a Molfetta il giorno dopo dell’ingresso solenne da vescovo è venuto un sacerdote molto bravo, giovane anche, e mi ha detto: «mi raccomando, lei cerchi subito di prendere in mano la situazione, perché non si verifichino in diocesi dei vuoti di potere». Ricordo che subito gli ho detto: «ma se io ho accettato di essere vescovo è proprio perché mi voglio battere per i vuoti di potere». Bisogna fare i vuoti di potere. Se non ci riusciamo è un altro paio di maniche. Dovremmo fare il pieno di servizio. (…) Perché non dobbiamo più avere i segni del potere, ma il potere dei segni, questo è il nostro potere, quello di porre dei segni. Avere in casa gli sfrattati non significa risolvere il problema degli sfrattati, ma significa porre dei segni verso cui tutti dovranno andare, tutti come comunità cristiana”. (Scritti di pace, 129-130).

Don Tonino da vescovo è stato poco nei ranghi. È stato comunque un uomo della istituzione ecclesiastica nella quale da “profeta deriso, emarginato, punito” (cfr. Omelia di Bettazzi ai funerali del 1993, Adista Notizie n. 32 del 1993) non ha rinunciato a portare la tensione della coscienza liberatrice. “La naturalezza, con cui ha rimesso la struttura al servizio della coscienza, richiama per molti versi gli echi ormai lontani delle pagine di Silone dedicate a Celestino V. Anche don Tonino ha incessantemente ribadito, per dirla con Silone, che «Dio ha creato le anime non le istituzioni» ma non ha rinunciato alla sfida. Non si è dato per sconfitto” (G. Minervini, in Sud a caro prezzo, ed. La Meridiana, pag.10).

A trent’anni dalla morte di don Tonino, in piena post-modernità, “mai si era vista nei politici di casa nostra una simile corsa a guadagnarsi la fiducia delle lobby militari o a vantare dichiarazioni di appartenenza atlantista, senza che la fedeltà all’Europa fosse chiamata in causa. È così che le nuove destre avanzano, con zero senso dello Stato, staccate dal fascismo nostalgico in camicia nera ma fedeli interpreti di un pensiero unico del profitto ormai agonizzante, vassalle di un capitalismo padrone dei mezzi di comunicazione, avido di risorse e capace di sottrarsi ogni regola. È questo che trasforma silenziosamente le nostre democrazie in stati neoautoritari, senza che i popoli, truffati, se ne accorgano. Oggi l’Europa, come la stessa America, per non dire la Russia, è eterodiretta da un potere multinazionale ubriaco di onnipotenza, Con Google che spia le nostre virgole, Amazon che governa reti fisiche e virtuali, Netflix che ingoia Puskin e Bach, imprese Over-The-Top che colonizzano il nostro immaginario e orientano da remoto il voto di milioni di elettori” (Paolo Rumiz, Canto per l’Europa, pag. 325).

Gli anni che ci separano dalla sua scomparsa hanno visto trionfare la guerra come igiene «democratica» e «umanitaria» del mondo, l’artigianato del terrore e l’industria bellica hanno imprigionato le nostre vite e i nostri pensieri in una gabbia disperante, l’assuefazione alla strage altrui ha reso il dibattito pubblico anaffettivo, la cacciata dei migranti e persino dei profughi rievoca le antiche storie della colpevolizzazione delle vittime. E la politica purtroppo da lungo tempo diserta la trincea della pace.

A trent’anni dalla morte di don Tonino gli esperti del nostro tempo ci dicono che siamo “senza Chiesa e senza Dio” in un Occidente ormai post- cristiano (cfr. Brunetto Salvarani, Senza Chiesa e senza Dio, Laterza, 2023). Una situazione che tende ad accentuare drammaticamente le divisioni fra i cattolici: fra quanti reclamano un atteggiamento nuovo rispetto al mondo e coloro che sostengono la necessità di porsi come controcultura di fronte alle trasformazioni della società; fra chi punterebbe a un rafforzamento del sistema di potere verticale, clericale e patriarcale che rappresenta la spina dorsale del cattolicesimo romano e chi, al contrario, vorrebbe investire su una chiesa il più possibile orizzontale, inclusiva e comunitaria, capace di lasciare spazio all’autonoma iniziativa dei laici. Per questi ultimi ogni possibile riforma oggi richiederebbe la decostruzione del sistema romano, costruito fra il Concilio di Trento e l’Ottocento per fronteggiare gli assalti della Riforma e della modernità, basato sull’autorità sacralizzata del presbitero.

La «profezia» di don Tonino, finalmente abbracciata da quella Chiesa di cui fu servitore, parla e interroga ancora, più fuori della chiesa che al suo interno. Questo nostro intervento è un umile appello e auspicio.

Ai professionisti della difesa dello status quo e dell’ordine attuale, economico, politico, sociale e religioso, che applaudono a un uomo e a un vescovo “utopista, tormentato, irrequieto, certamente vulnerabile, perfino contraddittorio ma sempre autentico, acuto” (Guglielmo Minervini, Sud a caro prezzo, pag. 9) l’invito a “usare” don Tonino con cautela. Attenzione: don Tonino era un uomo e un vescovo che amava i vuoti di potere!

E questa modalità del rapporto col potere era centrale, non marginale, nella testimonianza e nella profezia di don Tonino.

Perciò, a coloro che nella chiesa (vescovi, preti e laici) ora plaudono alla santità di don Tonino, l’invito a considerare che l’autenticità dell’adesione alla profezia di don Tonino ha una cartina di tornasole: riconoscere, riabilitare e riconoscere come maestri di vita e di fede altri due vescovi, Giovanni Franzoni e Jacques Gaillot (Saint-Dizier,1935 –12 aprile 2023, vescovo cattolico e attivista francese, rimosso d’ufficio dal Vaticano da vescovo di Évreux e nominato “vescovo virtuale” di Partenia, sede inesistente nel deserto dell’Algeria), e anche riabilitare realtà importanti della Chiesa, a lungo disconosciute perché sono andate aldilà dei recinti segnati dalla appartenenza formale e continuativa alla Chiesa, come Ernesto Buonaiuti e tanti altri.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: