ESISTE NEL MONDO UN’ANIMA NONVIOLENTA

Un saggio di Gabriella Falcicchio

Antonio Greco

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

La arcinota visione della vita e della storia quotidiana di Italo Calvino si riferisce alla violenza culturale o simbolica, che abitiamo tutti i giorni, profonda, difficile da sradicare, più persistente nel tempo, radicata nei mondi dell’economia, nel linguaggio e nell’arte, nella scienza e nel diritto, nei media e nell’educazione, nella religione e nell’ideologia, la cui funzione è semplice quanto decisiva: legittimare gli inferni diretti della guerra e gli inferni strutturali del potere autoritario.

Siamo alla ricerca “quasi disperata” di come uscire dall’inferno della guerra in Ucraina e non solo. Nel frastuono di una informazione sempre più bellicista e militarista ci interessa saper riconoscere chi e cosa ci indichi che “esiste nel mondo un’anima nonviolenta che da sempre lo abita e non cessa di palpitare dal fondo carsico della storia”.

Ed è questa la spinta e il sentimento con i quali ho letto il testo di Gabriella Falcicchio, L’atto atomico della nonviolenza, Relazioni, stili di vita, educazione: Aldo Capitini e la tradizione non violenta, edizioni la Meridiana, Bari, pp. 208[1].

Finito di stampare nel gennaio 2022, quando, almeno noi occidentali, non sospettavamo ciò che sarebbe accaduto qualche giorno dopo, il 24 febbraio 2022, non è un testo di circostanza o di cronaca legato alla drammatica attualità. La quasi totalità della cronaca di questi mesi, libri, articoli, dibattiti, profluvi di interventi quasi sempre intollerabili, sono nella logica di chi accetta l’inferno e ne è diventato parte fino al punto di non vederlo più e di assistere senza far nulla a inferni che “fanno molto rumore”, a inferni soffocati nel silenzio e nel disinteresse, a inferni dimenticati.

La Falcicchio, professoressa universitaria, dopo circa 13 anni dalla prima monografia su Aldo Capitini, ha scritto questo testo su “nonviolenza ed educazione” partendo da lui, dal suo pensiero e dalla sua vita. Ma non è soltanto una biografia di Capitini. Anche questo. È un testo di una militante nonviolenta. E’ il testo di una cercatrice (non solo di una “ricercatrice universitaria”), di una educatrice che confessa la propria umanità limitata, di una mendicante, di colei che non possiede verità confezionate e, per questo, deve ritrovare il coraggio di chiedere:  alle sue studentesse e studenti, “ai tanti umani che mi hanno costruito come persona”, alle “tante persone che negli anni mi hanno accompagnato” (e ne cita 66, tra “insegnanti amatissimi”, “presenze di una vita” e “ora giovane e robusto alberello di mandorlo”), ma anche alle “opere di essere umani con una storia culturale e scientifica di grande coraggio e per questo (…) attivisti incuneati nelle pieghe della evoluzione della nostra specie, così complicata, così esperta nella distruzione”: mattoni di un edificio di civiltà, di una storia diversa perché “la nonviolenza riesce ad abbracciare i migliori contributi in termini di pensiero e di esperienze che gli umani hanno prodotto per ricongiungersi al nucleo generativo della vita: un pensiero ricco e aperto, fertile, inventivo, e per questo gioioso e festivo, anche quando riflette sulla violenza e sulla sofferenza che abitano il mondo; esperienze realizzate e in corso, con una storia appassionante, tutta da esplorare, che parla il linguaggio concreto, vicino, feriale di nonviolenza non utopica o destinata ad anime elette, ma realizzabile da tutti, ora, qui”.

Il “volume è intimamente corale, scritto da tante voci”, la più importante è quella di Aldo Capitini. Ma le protagoniste principali sono: la nonviolenza e il “credo profondamente” in essa dell’autrice.

L’aggettivo “atomico” del titolo

Capitini, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, scrive la Falcicchio, con la sua abituale raffinatezza linguistica e lessicale che sa allacciare poesia e storia, usa l’aggettivo, così traumatico, così scioccante – anche per la vicinanza temporale al più devastante evento bellico della storia umana – di atomico, ma sa ribaltarlo lasciandoci spiazzati e restituendo a una forza naturale, quella dell’incontro tra gli atomi, il valore che gli è proprio e che non è in sé di distruzione. Sono gli umani ad aver piegato una potentissima forza naturale allo scopo dell’annientamento: usare la stessa parola per indicare la nonviolenza sottrae all’energia nucleare il significato bellico e offre alla nonviolenza una metafora capovolta di enorme misura:

nell’alternativa tra questa realtà che è così insufficiente e svogliata a raggiungere la realtà ideale, e una realtà in cui amore e libertà coincidano perfettamente nell’affettuoso appello all’altrui libertà di decidere, l’atto della nonviolenza sceglie senz’altro di anticipare questa realtà, di farla vivere, di iniziarla con assoluta fedeltà, togliendo di colpo la distanza del mezzo dal fine. È l’annuncio puro del fine; l’atto di persuasione che supera le distinzioni e lo spazio riservato al “diritto”, l’impazienza di vivere il sacro, la diversa atmosfera della diversa realtà: bisognerà pure che scoppi in questa realtà inadeguata l’atto adeguato, l’atto atomico della nonviolenza” (Capitini, 1948, pp.68-69).

Il libro della Falcicchio è formato da due parti:

La Parte prima ha per titolo: PENSIERO E AZIONE PER IL CAMBIAMENTO.

Già i sottotitoli esplicitano il pensiero di Capitini, che pur nella sua complessità appare molto lineare e chiaro: Io non accetto! – Che non si escluda nessuno: la teoria della compresenza – Il no alla morte: la vicinanza religiosa ai morenti e ai morti – Andare nel mondo in festosa inquietudine – La festa – Rivoluzionare il mondo senza armi – Lentius, profondius, soavius: il radicamento negli stili di vita – Il rapporto con il tempo e il valore della semplicità volontaria.

Segue un Approfondimento: la scelta vegetariana di Aldo Capitini (“Io diventai vegetariano allo scopo di ampliare la cerchia delle esistenze rispettate”).

La Seconda parte: L’EDUCAZIONE COME ABBRACCIO FESTIVO ha una introduzione: – Il fanciullo è il figlio della festa –, seguita da un approfondimento: – Il falso problema delle regole -, e due capitoli: – I bambini sono davanti, non dietro di noi -, – Conoscere e agire per la liberazione– con due testi “La gioia” e “L’amore” di Capitini (tratti da Il fanciullo nella liberazione dell’uomo), – La scuola che si fa amare – e il lungo e interessante approfondimento: educare al piacere di usare le mani.

L’ultimo capitolo, Verso un domani sperabile. Linee di sviluppo dell’educazione alla luce della nonviolenza, si può considerare una conclusione aperta. La Falcicchio, in questa conclusione, applica il pensiero nonviolento all’agire umano e in particolare alla pedagogia e alla educazione. E indica 4 direzioni, tra loro fondamentalmente unite: la necessità di riflettere su come educhiamo, per decostruire forme di oppressione, di abuso di potere e di costrizione per offrire modalità relazionali e comunicative rispettose, accoglienti e valorizzanti delle educande/i; la via della educazione alla nonviolenza e le sue tecniche; la direzione della educazione con la nonviolenza e, infine l’educazione per la nonviolenza.

Queste indicazioni della ricerca della Falcicchio sanno di concretezza pensata, approfondita, documentata e anche sperimentata.

Il testo è chiuso da 17 pagine di riferimenti bibliografici aggiornatissimi.

Ma torniamo al maestro della Falcicchio, Aldo Capitini, e ai tanti interrogativi che la vita e il pensiero di questo grande “profeta” hanno lasciato alla storia culturale dell’occidente.

Capitini resta un autore scomodo e per questo poco noto”. “Aldo Capitini (1899-1968) rappresenta una figura molto originale nel panorama culturale italiano ed europeo. (…) Capitini è un cardine nel traghettamento di ideali dalla loro gestazione nel XIX secolo verso quella temperie storica impregnata di lotte per i diritti che saranno gli anni ’60 e ‘70” (…) Nonostante questo ruolo di perno, Capitini, per la sua incollocabilità e scomodità, resta sconosciuto ai più e, quando è noto, rimane più nominato che studiato” (pag. 17).

Di formazione filosofica e classica, entra come borsista alla Normale di Pisa e ne diventa segretario. Nel 1933 lascia l’impiego di segretario per non piegarsi al fascismo. Arrestato più volte per la sua attività in aperto contrasto con il regime, si pone anche come scomodo assertore di un antifascismo senza armi né sangue. Solo nel 1956 rientra nel mondo accademico come docente di pedagogia a Cagliari. Nello stesso anno, 1956, la Chiesa cattolica mette all’indice il suo testo “Religione aperta” che Capitini difende con un altro suo scritto: “Discuto la religione di PIO XII”. Fonda i COS (Centro di Orientamento Sociale) in cui sperimenta la democrazia dal basso. Con l’interesse a mantenere sempre unite teoria e prassi, ha interagito per le questioni di politica educativa con personalità di grande spicco del suo tempo: da Lucio Lombardo Radice a Danilo Dolci e a don Lorenzo Milani.

Capitini, con la sua teoria della pace e della nonviolenza, ruppe anche la logica dei blocchi e la marcia della pace Perugia-Assisi del 1961 fu un evento epocale, col quale l’egemonia, per un momento, fu sua, in una situazione politica di diffidenza totale dei partiti della Sinistra, di antipatia del mondo cattolico, di ostilità della destra.

Alla già citata Religione aperta, occorre aggiungere, fra le opere di Capitini, Educazione aperta, L’atto di educare e Il Fanciullo nella liberazione dell’uomo. Ma molti sono altri suoi scritti.

Il concetto di persuasione, l’idea di compresenza (“nessuno escluso”), la necessità di mettere insieme fini e mezzi (dopo l’infausta separazione operata da Macchiavelli) perché in questa riunificazione ha inizio il germe della tramutazione (parola originale che indica il necessario cambiamento della realtà, nel suo dna e nella sua struttura essenziale), la partecipazione di tutti alla produzione del valore e alla libertà liberata, l’apertura come azione che va incontro al tu di tutti, di ogni essere venuto alla vita,  la omnicrazia (potere di tutti) che fa diventare sacra la parola “tutti”: sono questi i capisaldi della visione “laica” della vita, anche se Capitini la qualifica come “religiosa”, in un senso molto diverso dall’uso della stessa parola negli ambienti confessionali e cattolici.

Per Capitini vita e pensiero, singolo e tutti, non procedono mai separati: “il dissenso non si separa mai dalla elaborazione del nuovo e dalla ricerca di modalità trasformative; la critica si accompagna alla creatività; il disagio e il dramma stanno con la speranza e la fiducia”. Se l’individuo è il centro vitale di iniziative, egli non ha statuto senza tutti gli altri.

Come risulta da questi pochi cenni, molto ben esplicitati nel testo della Falcicchio, Capitini, con la sua visione profetica, ha prefigurato scenari di cui oggi si discute ampiamente.

Annotazioni

Il libro della Falcicchio dimostra che la tradizione nonviolenta continua e che il pensiero di Capitini non è morto e continua a fecondare.  Ma le obiezioni alla nonviolenza si fanno sempre più insistite e pesanti.

Perché?

 Un fattore è lo strapotere o l’umiltà (o come direbbe Franco Cassano) del male e della violenza: il monopolio del pensiero unico, l’ossessione della comunicazione, con la spettacolarizzazione del pubblico e del privato e con la violenza della pubblicità, definita il “fascismo del nostro tempo“; il “turbocapitalismo”, basato sulla rendita e non sul lavoro, che ha aumentato la concentrazione di sistemi di potere privato, tacitando la dimensione politica; le “tante guerre a pezzetti”; lo strapotere del militarismo e della tecnologia a servizio delle armi. Ed ora anche la guerra in Ucraina.

 A questo fattore va aggiunto il venir meno delle grandi speranze e del grande sogno della ‘nuova frontiera‘ (vissuto da noi più anziani) e la scarsezza di modelli di una nuova socialità e giustizia, per i più giovani. Dopo 70 anni, siamo scivolati nuovamente nello scenario di blocchi contrapposti tra Nato e resto del mondo: un conflitto aperto in cui le parti intendono imporre il proprio potere militare ed il proprio potere contrattuale, anche a costo di provocare nuove tensioni nucleari e nuove carestie.

Ma c’è un fattore, secondo me, determinante nella percezione della subalternità della nonviolenza alla cultura, per molti “naturale”, della forza, della distruzione, delle armi e della guerra: le azioni della nonviolenza appaiono molto fiacche e deboli (o le abbiamo rese tali) rispetto alla terrificante capacità di portar morte che ha la sua controparte. A ciò si aggiunga la percezione che la nonviolenza sia relegata esclusivamente a settori considerati marginali della vita: la religione o la filosofia estesa alla pedagogia e alla scuola.

Günther Anders, morto nel 1992, pur famoso per le sue iniziative, nel dopoguerra, contro la guerra e le possibilità del suo ritorno, sosteneva, negli ultimi anni della sua vita, la tesi (oggi trivializzata da sedicenti giornalisti e commentatori) che la risposta nonviolenta è superata perché, scriveva: ”Guardare impassibilmente negli occhi il pericolo e, nello stesso tempo, starsene con le mani in mano, come fa il 90% dei nostri simili, non è prova di coraggio e neppure di valore, ma di servilismo“.  Tesi che si può applicare ad alcuni superficiali seguaci ma non a Capitini.

Aldo guardava negli occhi il male e la violenza e non era un ingenuo ottimista. Il suo ottimismo era fatto di persuasione, ma mai di ingenuità. Era l’ottimismo di chi spende la vita nella scommessa sul cambiamento più radicale di tutti, nella fiducia nei mezzi di cui si serve, nella giustizia della lotta che si propone o a cui si aderisce, nella bellezza dei fini giusti. Era un ottimismo che si faceva azione, quello di chi dice: Non ci sto. Era l’ottimismo di chi dice “non accetto“… e fosse pur vero che il pesce grande mangerà sempre il piccolo… che ci sarà sempre la morte… che l’uomo non metterà mai le ali… io non ci sto, io dico di no, io faccio tutto ciò che mi è dato di poter fare perché avvenga il contrario.

Per quanto riguarda l’ambito limitato del pensiero nonviolento, ha ragione la Falcicchio quando ricorda che vi sono opere di esseri umani con una storia culturale e scientifica di grande coraggio. Questi scienziati hanno iniziato a scrivere un’altra narrazione della storia attraverso parole e azioni sublimi e che rappresentano alcune declinazioni della speranza attiva: cooperazione, coevoluzione, simbiosi. Da parte mia mi permetto di citare gli studi di Stefano Mancuso che, in particolare, nel testo La nazione delle piante (presente anche nella bibliografia della Falcicchio) sostiene e dimostra come il mondo delle piante riconosce e favorisce il mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi come strumento di convivenza e di progresso. Basta imparare dalle piante! La ricerca e il sostegno di questi scienziati alla nonviolenza lascia tracce profonde nell’animo di molti giovani.

Un’ultima annotazione

Che cos’era religione per Capitini? Qual era la posizione di Capitini verso la Chiesa cattolica? E quale quella della Chiesa nei suoi confronti?

La religione, diceva, è “la coscienza appassionata della finitezza e il superamento della finitezza stessa“. Interessa, della religione, quanto essa possa aiutare a modificare, a cambiare, quanto possa contribuire a una liberazione che comprende tutti. “Perciò la mia vita religiosa avrà due caratteri essenziali: 1) si aggiungerà al mondo circostante come contributo che vuole arricchire e non opprimere; 2) sarà aperta a tutto ciò che possa incontrare per approfondire, rivedere, ascoltando e parlando, e non con la pretesa di soltanto parlare e rivelare”. Da questo discendono azioni, pratiche, interventi, che si concentrano nell’idea di una nonviolenza attiva, uno stato d’animo e una persuasione che saranno i religiosi, i persuasi, a dover diffondere; ed è, aggiungeva Capitini, ” una vergogna che avvengano guerre senza che i religiosi contrappongano e dispieghino il metodo nonviolento”. Se il religioso non sente questa duplice vergogna, è meglio che cessi di parlare di religione.

Capitini ha scritto delle pagine bellissime su “religione e nonviolenza” ma mi ha incuriosito molto la lettura di due suoi testi: “Discuto la religione di Pio XII” (Parenti editore) del 1956 e “Severità religiosa per il Concilio” (De Donato editore) del 1966.

I vertici della Chiesa romana prima hanno condannato e poi ignorato il pensiero di un libero religioso nonviolento, come si definiva Capitini. Ma Aldo ha avuto sempre rispetto per la Chiesa romana. La sua critica, sempre motivata e inflessibile, ha un tono pacato, ragionato e mai risentito.

Chi vuol leggere qualche cosa di organico sul mio modo di intendere la vita religiosa può leggere il libro Religione aperta. Questo libro è stato messo all’indice da Pio XII e il decreto è uscito proprio nel giorno anniversario 1956 della conciliazione tra Il Vaticano e il governo fascista. Sulla stessa pagina dell’Osservatore Romano c’erano, a sinistra il decreto latino, a destra un articolo con una critica del libro. Nell’articolo era detto che io, scrivendo quel libro, non avevo riflettuto alle conseguenze; nel leggere questo, devo dire che mi sono subito domandato se in quel tal giorno, 11 febbraio 1929, di cui era allora l’anniversario, si era pensato nella mente degli ecclesiastici responsabili della firma di quel patto, alle «conseguenze». Al dire di Pio XII (Enciclica Summi Pontificatus, 20 ottobre 1939) cominciò allora una grande pace: «Da quei patti ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi innanzi ai sacri altari nel consorzio civile, la “pace di Cristo restituita all’Italia”». Noi che stavamo contrastando al fascismo, vedemmo in quel Patto un grande aiuto dato al tiranno Mussolini per poter preparare le sue guerre, forte dell’aiuto ecclesiastico e della docilità del popolo delle campagne. Quando noi, nell’opposizione ad un regime che molto male faceva ed altro molto più grande preparava all’Italia, pensavamo ai modi con i quali l’Italia se ne sarebbe potuta liberare ci pareva che la Chiesa avrebbe potuto (se al posto di Pio XI fosse stato un Gandhi), con una semplice campagna di noncollaborazione e senza versare una goccia di sangue, illuminare il popolo dei fedeli e far cadere il regime che portava il nostro paese al disastro. Questo la Chiesa di Roma non ha fatto e ciò è prova della sua imprevidenza, della sua insensibilità a ciò che concerne la libertà e la giustizia, e della sua infedeltà allo sviluppo dello spirito cristiano” (pag. XIII di Discuto la religione di Pio XII).

A differenza dei tanti che dopo i patti lateranensi giurarono fedeltà al regime fascista per poter difendere interessi personali, Capitini rifiutò il giuramento al regime fascista, non abbandonò la religione ma cercò “la forza religiosa nelle parole e negli esempi più alti di vita religiosa, fuori dall’istituzionalismo cattolico: ristudiammo i Vangeli, San Francesco, Buddha, Mazzini, Kant; prendemmo contatto con il metodo gandhiano di lotta, con la sua religione etica. Nella Conciliazione trovammo un altro stimolo per lavorare ad una riforma religiosa, necessaria ad integrare il rinnovamento politico e sociale che sarebbe venuto dopo la Liberazione. Anche se non eravamo più cattolici da anni e anni, e già la conoscenza dello sviluppo del cristianesimo libero, della filosofia moderna, della critica storica delle origini cristiane, della storia politica e sociale della Chiesa romana, ci aveva rafforzato nel non essere cattolici, la Conciliazione guarì per sempre anche ogni angolo di simpatia sentimentale che potesse esserci in qualcuno di noi: le affascianti campane sonavano per cerimonie dove si inneggiava al tiranno, ad un regime che straziava la libertà, la giustizia, la morale e la vera religione. La Conciliazione ci separò per sempre dall’attrazione di certe cose deposte in noi dalla fanciullezza, e ci aiutò verso un’intima persuasione religiosa inconciliabile definitivamente con la Chiesa romana. Da allora è stata ripresa in Italia la speranza e il lavoro per una riforma religiosa, e contro di essa non varranno né la potenza accresciuta né l’inerzia del conformismo” (pp. XIV-XV).

Alla chiesa cattolica non interessa l’indipendenza dei popoli, la libertà culturale, la giustizia sociale. E nemmeno interessa il Vangelo che pure predica a parole. Il Vaticano con i Concordati non chiede le cose per tutti ma un posto per sé, chiede soltanto privilegi per i sacerdoti e per le loro opere. La religione di PIO XII è divisiva e perciò settaria, arcaica e irrispettosa della coscienza, sostiene Capitini.

Dieci anni dopo la pubblicazione del testo sulla religione di Pio XII, Capitini, che vive gli ultimi anni della sua vita durante il Vaticano II, si pone la domanda se con il Concilio “la Chiesa romana si sia effettivamente «aperta» e rinnovata. Due anni prima di morire pubblica il testo “Severità religiosa per il Concilio”.

Ma perché Capitini si occupa della Chiesa romana, pur non professandosi cattolico da decenni? Poteva sconfinare nell’ateismo come tanti, invece si definisce «libero religioso nonviolento». E prende sul serio questi tre termini:

religioso: “di una religione consistente nel rapporto con la COMPRESENZA dei vivi e dei morti, creatrice corale dei valori, provvidente e liberatrice dai limiti dell’attuale realtà”;

libero: in quanto “impegnato in una “formazione incessante di una tale vita religiosa nell’apertura e nel dialogo, con LIBERTA’ da un’istituzione sacerdotale autoritaria che ha un Capo, infallibile pronunciatore di dogmi (papismo)”;

nonviolento: praticante “della nonviolenza e delle sue tecniche in ogni atto e in ogni lotta, verso ogni essere”.

Sul Concilio Vaticano II espone una tesi molto chiara.

Pur ritenendo che i vescovi conciliari non siano gli esclusivi (e nemmeno i più autoritari) rappresentanti di tutti i cattolici (in quanto nominati dall’autorità centrale e non dal basso), considera il Concilio “un fatto cospicuo” per i temi teorici e pratici trattati. La sua ricerca sul Concilio, però, non riguarda la sua organizzazione e la legittimità dei suoi protagonisti ma mira a capire se il Concilio ha portato la chiesa romana più verso il Discorso della montagna o verso il Credo. E si sente legittimato a fare questa ricerca in quanto “orientato non solo ad assimilare, da decenni, alla mia vita religiosa, i principi cristiani dell’apertura ad una realtà liberata, della nonviolenza e del perdono, della valutazione degli «ultimi», della ragione del contrasto col mondo, ma anche a moltiplicare Gesù Cristo per ogni essere, a vedere nella morte di ogni vivente una crocifissione che il mondo dà e una resurrezione nella compresenza in eterno”. Era interessato, in breve, a “vedere se quel vasto gruppo di persone cattoliche avrebbe, superando disgraziate posizioni del passato, ripreso e svolto, con energia di amore, elementi autentici evangelici”.

Dopo 132 pagine, ben documentate, il giudizio che Capitini dà del Concilio Ecumenico è un giudizio severo, nel senso religiosamente più autentico e impegnato del termine. Severità che deriva da una concezione evangelica e diversa dell’ideale religioso.

Per Capitini il Concilio è stato un immenso lavoro ma il rinnovamento della chiesa romana è davvero impercettibile. “Non capire l’importanza centrale della nonviolenza è proprio, per sé stesso, significativo di appartenere al versante del passato e di essere riusciti, pur con un imponente moto di persone e di mezzi, a salire alla cima per discendere l’altro versante sereno. Ma gli esseri sono più delle istituzioni” (pag. 136 di “Severità religiosa per il Concilio”). E continua a invocare un profondo rinnovamento della chiesa cattolica.

A 65 anni della morte di Aldo Capitini la situazione della chiesa cattolica appare molto più critica dei tempi del Concilio. C’è una piccola fiammella, che non viene dal basso ma dalle parole di un pontefice:

Due o tre anni fa a Genova è arrivata una nave carica di armi che dovevano essere trasferite su un grande cargo per trasportarle nello Yemen. I lavoratori del porto non hanno voluto farlo. Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola, ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così»

È papa Francesco che nell’intervista al Corriere della Sera del 3 maggio introduce la via della nonviolenza attiva come risposta alla via imperante della guerra. Una vera novità introdotta dal pontefice argentino. Non c’è solo la via diplomatica per superare la guerra. Per la prima volta, sulla bocca di un pontefice, c’è il suggerimento della possibilità dell’adozione di forme di resistenza civile come pratica applicazione di un’alternativa nonviolenta all’impiego delle armi. Indica un gesto. Non sposa esplicitamente la teoria della nonviolenza attiva. In Vaticano resiste ancora la teoria della guerra giusta. E le posture cesaropapiste delle chiese nel conflitto Ucraina-Russia rendono difficile poter dire che le religioni sono portatrici di pace e sono in prima fila per la teoria e la pratica della nonviolenza. Ma la novità introdotta da Francesco conferma che anche la istituzione religiosa che da secoli convive e benedice la guerra non può ignorare che nel mondo c’è un’anima nonviolenta che lo abita e rappresenta una “forza più potente” della violenza.

Si dirà che è ribaltata la tesi di Capitini espressa in “Discuto la religione di Pio XII” (Il papa che benedice la guerra nonostante i tanti cattolici nonviolenti, per i quali Capitini nutriva affetto): oggi, invece, è il contrario: il Papa introduce la novità della nonviolenza mentre vi sono tanti cattolici pigri nel seguirla.

Non sono ribaltate, però, la certezza e la speranza e la persuasione di Capitini che solo la nonviolenza genera e non distrugge, dà la nascita e moltiplica, invece di dimezzare e dare la morte.

Questa certezza e questa speranza e questa persuasione sono il dono, unico e prezioso oggi, senza facile ottimismo e pur con i limiti di qualsiasi opera umana, del libro di Gabriella Falcicchio.

19 maggio 2022


[1] Dal testo di Falcicchio sono tratte le citazioni virgolettate, laddove non diversamente indicato.

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