ARRIGO COLOMBO: SUL FILO DELLA MEMORIA

Il 5 settembre dello scorso anno si è spento a Lecce a 99 anni il prof. Arrigo Colombo. Lombardo di nascita e formazione ma poi diventato leccese d’adozione, laurea in filosofia teoretica conseguita all’Università statale di Milano e successivamente insegnamento nell’Università di Lecce, dove, da docente, negli anni Settanta partecipò attivamente al fianco dei suoi allievi alle manifestazioni studentesche.  Era membro e anima del Centro di ricerca sull’Utopia dell’Università del Salento. Pubblichiamo di seguito il ricordo di un suo allievo. In questo blog altri post con suoi scritti o su di lui.

Fortunato Sconosciuto

In questi giorni di settembre, è trascorso un anno, moriva il Prof. Arrigo Colombo. All’età di novantanove anni, mentre continuava a lavorare tra progetti e realizzazioni. Nel corso degli anni ho continuato a nutrire nei suoi confronti sentimenti di gratitudine e riconoscenza.

Ho frequentato i suoi Corsi di Storia della Filosofia nei primissimi anni settanta nell’allora Università degli Studi di Lecce. Ho saputo da una collega di quei corsi, incontrata alcune settimane dopo la morte, che non si era ripreso da una caduta “domestica” di qualche mese prima.

Sono stato, uno dei tanti, segnato da una esperienza di studio, originale e in genere estranea ai canoni didattici dell’Università, almeno di quel tempo.

Un presupposto; l’incontro annuale, personale, con il Professore. Un’attenzione spoglia di paternalismi e scivolamenti familistici, ricca di umano ascolto delle modalità con cui l’altro, lo studente, si coltiva, si prende cura di sé, e quindi di suggerimenti di ulteriori strumenti e occasioni facilmente reperibili. Una robusta traccia di vissuto liberante dall’anonimato e dall’indifferenza a cui spesso il mondo accademico condannava, mentre un altro mondo, quello studentesco, viveva nuove attese in un fragoroso, conflittuale e anche rivoluzionario fermento.

L’articolazione della didattica: allo studio delle periodizzazioni storiche si accompagnava la lettura dei classici . I corsi monografici annuali, tenuti dal Professore, riguardavano argomenti vicini, di quelli che scoppiano nella vita quotidiana, e di cui era arduo decifrarne l’origine, il senso, le prospettive: ho avuto così l’occasione di accostarmi all’analisi della società industriale, da lui indagata secondo le “direzioni” della razionalità e della universalità, proposta in lezioni doppie, nel corso delle quali ad una prima parte espositiva seguiva una seconda di discussione sui passaggi argomentativi precedenti . Era poi presente un altro momento qualificante: la ricerca su alcuni aspetti particolari, presenti nell’analisi della società industriale, attraverso attività di gruppo, organizzate sulla base di interessi, con numero di componenti, guida, orari ben definiti; con un elaborato scritto finale, sintesi del contributo di tutti i partecipanti, consegnato ad un coordinatore di Sezione, della quale facevano parte gruppi affini rispetto all’oggetto specifico dell’indagine.

Ogni tanto nel corso dei decenni successivi mi sono ricondotto con la memoria a questa esperienza didattica giovanile, nel tentativo di fissarne meglio alcuni elementi, graffiando le resistenze della obsolescenza, alla ricerca pure di eventuali suoi segni decifrabili nei passaggi dell’età adulta e anziana: e così riportarne alla coscienza un più lucido significato. Che può essere in tal modo riconducibile al fatto che quella esperienza sia stata una triplice palestra: cognitiva, nel senso di momento di educazione intellettuale rigorosa; sociale, nel senso di incontro con l’altro attraverso un percorso faticoso e complicato di riconoscimento e confronto per realizzare un “prodotto” condiviso; democratica, nel senso della partecipazione ad un impegno collettivo, all’interno del quale il gruppo poteva essere considerato una porzione piccola del demos, mentre sollecita e informa un costume di presenza nell’Università e nella Polis.

Qualche volta poi mi sono chiesto se una parola o un’espressione avrebbe potuto contenere, anche come flebile rumore di fondo, una freccia orientativa di senso, che di quella esperienza di studio continuasse a mantenere il dinamismo lampeggiante, possibilmente riconoscibile nelle nuove esperienze della vita, nelle storie e nei volti degli altri, nei luoghi nuovi o antichi calpestati: la risposta l’ho trovata nella pagina bianca di un libro, subito dopo la copertina, dove avevo appuntato un’espressione tratta dal testo, alla fine della lettura e prima di presentarmi agli esami con il Prof. Colombo, autore dello stesso.

“ L’uomo semplice sente la voce del fratello”.

Saliva dalla vita, suonava inquietante. Mi era sembrato che tutte le analisi sviluppate nel testo andassero a confluire nella identificazione di un tale fondamento: tutta la critica appassionata nei confronti dell’arbitrio della ragione dei moderni, ma anche degli antichi. Quella ragione che aveva costruito mondi teorici separati dal mondo reale, sradicati dall’esperienza, astratti e astrusi nelle loro catene deduttive, fino alla presunzione di ricavare la realtà dall’”Idea”, fino al trastullo inconcludente e deprimente del “ nulla è “. Con la conseguente segregazione del filosofo, e mi è sembrato di cogliere per estensione, dell’intellettuale in genere, dal popolo, per il quale rimane incomprensibile: una estraneità coltivata nel segno del privilegio e di un aristocratico prestigio.

E tutto il percorso del riconoscimento ormai in corso che una ragione presuntuosa e “infinita” aveva dissolto le cose, l’uomo, la sua storia; da qui l’invito perentorio a ritornare alle cose, alla centralità dell’avere a che fare con esse, alla irriducibilità dell’esperienza, a dare presenza all’altro: l’uomo reale semplicemente sa che le cose sono reali come lui. L’invito perentorio a marcare e non perdere di vista il territorio generativo del sapere. L’invito perentorio ad un impegno nel segno del passaggio da una cultura elitaria e separata ad una cultura di popolo, per “un genuino potere di popolo”.

E la nuova domanda sorgiva: se il sapore delle cose appartiene ad ogni uomo, che è quindi capace di coglierne il senso, a che serve il filosofo o l’intellettuale? E il cuore o progetto di risposta: serve nella misura in cui è “L’ESPERTO” nella comune ricerca di senso, a partire dal riconoscimento dei limiti della ragione. Come tale il suo compito è L’Utopia: che ha come fondamento la “protensione” dell’uomo “ad adempiersi” in una società di popolo.

Era il 1972. Mentre camminavo distrattamente per le strade della mia città mi ritrovai accanto un anziano cugino di mio padre; era seduto davanti l’uscio di casa a godersi il tepore meridiano del sole novembrino. Lo salutai; mi riconobbe. Accanto alla porta d’ingresso dava sulla strada uno stanzone: era pieno di olive ammassate. Alcune, fuoriuscite, occupavano parte del marciapiede. Dopo uno scambio di battute sulla sua infanzia gli chiesi con atteggiamento familiare, ma anche un tantino affettato:” Come sono quest’anno le olive?” Dopo avermi un attimo fissato accompagnò la risposta con eloquenti gesti del braccio destro ( cerco di rendere in italiano) : “Come devono essere! Buone e brutte, sane e marce, proprio come tutti i cristiani!”

Diavolo di un vecchietto che aveva frequentato la scuola solo fino alla seconda elementare! Mi sentivo chiuso all’angolo. Ma la linea di collegamento con il Professore Arrigo Colombo l’ho tracciata molto tempo dopo.

SETTEMBRE 2021

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