BALDUCCI: LA VERA TENTAZIONE E’ IL POTERE

Con questo articolo apriamo una nuova rubrica: <ARCHIVIO PER L’ALTERNATIVA “MICHELE DI SCHIENA”>. La chiamiamo così perché gli amici e la famiglia di Michele hanno deciso di non disperdere il patrimonio di idee e di iniziative che dal post-Concilio si è accumulato a Brindisi e in Puglia grazie al suo trascinante protagonismo. L’alternativa a cui si fa riferimento è quella alla disuguaglianza prodotta da questa economia. Pescheremo da questo Archivio scritti del passato più o meno recente e iniziamo con due interviste a Ernesto Balducci condotte da Cinzia Mondatore nel 1988 e pubblicate sulla rivista Giovani (notizie e sentieri di pastorale giovanile, mensile diocesano di Brindisi-Ostuni, pubblicata dal marzo 1982 al novembre 1991).

Ad alcuni è piaciuta la scena in cui Gesù si strappa il cuore dal petto e lo mostra ai discepoli, altri sono inorriditi per lo spezzone del sogno in cui il Nazareno si immagina sposato con la Maddalena e far l’amore con lei. Nel dibattito che ha pubblicizzato ancor prima della sua distribuzione il film “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese (tratto dal romanzo di Nikos Kazantzakis) è intervenuto in piu’ occasioni anche padre Ernesto Balducci, con una critica radicale ma atipica. Nel suo studio alla Badia Fiesolana (Firenze) ha accettato di parlare del film anche per il nostro giornale.

Padre Balducci, in che termini ha scelto di valutare il film di Scorsese?

Negli intenti del regista e del romanzo a cui si e’ ispirato sembra esserci la volontà di mettere in evidenza cruda la pienezza dell’umanità di Gesù. Io tralascio un giudizio estetico e cioè la domanda se sia un film riuscito, che esprime in modo originale e creativo un tema sia pure ardito o dissacrante. Mi sono collocato dal  punto di vista della plausibilità  teologica, diciamo così, di questo tentativo di Scorsese. Mi spiego. Il merito involontario  del film è di aver rimesso in circolazione una grande questione di carattere storico-critico e teologico, quella appunto della umanità di Gesù che è ormai entrata da tempo in primo piano  nel dibattito teologico. Dobbiamo riconoscere che nella vecchia maniera di impostare la fede in Gesù Cristo l’umanità di Gesù di Nazareth veniva come assorbita e dissolta nella divinità del Cristo della Resurrezione. Gli aspetti umani di Gesù, le sue sofferenze, le sue eventuali ignoranze, le sue scelte drammatiche non erano considerate: essendo Dio sin da piccino sapeva tutto, aveva tutto deciso, tutto scelto. Alla fine l’umanità di Gesù diventava un puro involucro. Questo è un limite di cui i teologi hanno sentito finalmente le conseguenze gravi. Oggi la riscoperta dell’umanità del Gesù storico, come si dice in termine più tecnico, del Gesù come probabilmente ha vissuto, e la questione del rapporto di questo Gesù storico col Gesù della fede sono di grande importanza, non solo teorica, ma anche per i riflessi pratici che la soluzione del problema porta con sé. Ad esempio la teologia della liberazione, questo capitolo importante del pensiero teologico d’oggi e della pratica di fede, parte dal recupero di un Gesù interno alle istituzioni del suo tempo, nei cui confronti ha avuto un atteggiamento di rifiuto, di condanna, fino poi ad avere come ripercussione inevitabile il destino del condannato.

E Scorsese?

Per illuminare l’autentica umanità di Gesù ha ritenuto di riempire i “vuoti” della sua storia, quegli aspetti della sua vita che noi non conosciamo, perché i Vangeli, che sono l’unico documento storico attendibile, non ce non parlano, con una tentazione di tipo affettivo-sessuale: nel momento della crocifissione Gesù ripensa alla sua vita ed è sopraffatto  dall’immagine di come avrebbe potuto essere se non avesse scelto la via che di fatto ha scelto. In questo modo non solo ha urtato l’immagine estremamente sacralizzata che i devoti hanno di Gesù Cristo, ed è una devozione, come ho detto, che ha i suoi torti, ma ha colpito il nucleo storico di Gesù, incontestabile. E’ vero che i Vangeli non sono un libro storico, parlano della vita di Gesù a partire dalla fede nella resurrezione. Però attraverso questa trasfigurazione della vita storica di Gesù traspare un nucleo vero. Allora sappiamo che Gesù ha avuto le sue grandi tentazioni: quelle di cui i Vangeli ci parlano sono le tentazioni del deserto, riconducibili sostanzialmente alla tentazione del potere. Una via che Gesù aveva davanti a sé come Messia era anche quella di servirsi del potere in tutte le sue forme (anche il pugnale che gli zeloti volevano usare è un potere) per realizzare il disegno del Padre. E Gesù ha rifiutato il potere in modo netto. Così  ha rifiutato la via facile di conquistare il consenso attraverso il miracolo del pane, attraverso la soddisfazione dei bisogni materiali degli uomini. Ricordiamo la tentazione che in concreto Gesù subì quando sfamò i 5000, che lo volevano fare re. E ha rifiutato, infine, anche la via della devozione superstiziosa in Dio, che è un altro capitolo che non si è approfondito adeguatamente, Gesù non ha predicato la fede nel Dio dei miracoli, come noi pensiamo di continuo; egli ha rifiutato di gettarsi dal pinnacolo perché, tanto, Dio l’avrebbe aiutato, come gli suggeriva il tentatore del deserto. Le tentazioni di Gesù sono, anche da un punto di vista umano, a prescindere dalla qualificazione di Gesù come Figlio di Dio, tentazioni che toccano l’uomo nei vertici della sua esperienza spirituale. Per cui ricondurre Gesù nella schiera di coloro che hanno subito tentazioni per l’attrazione dell’intimità’ amorosa, della vita privata significa non solo offendere una sensibilità devota, e passi, ma offendere il principio della verosomiglianza. Se si parla di Gesù si parla del Gesù storico; chiunque tocchi un argomento che abbia una sua densità  storica deve rispettare il vincolo di verosomiglianza.

In altre occasioni lo stesso padre Balducci ha ricordato che anche la Chiesa, fino al III secolo, ha mantenuto una visione del bene e del male legata soprattutto al potere e alla libertà. Solo in seguito, a partire dal IV secolo, quando la Chiesa stessa cade nella tentazione del potere, il peccato viene omologato alla donna e al sesso: quasi un comodo spostamento di bersaglio.

Ma come spiega questa scelta fatta nel film?

L’operazione di Scorsese è un appiattimento della figura di Gesù ai livelli della mediocrità dell’epoca del consumismo. E quindi tutto sommato è, lo voglia o no Scorsese, una operazione ideologica: integrare Gesù in quella forma di umanità che è prevalsa nell’epoca dell’edonismo, dell’utilitarismo. Anche mettendo tra parentesi il discorso della fede come tale, Scorsese ha compiuto un’operazione di diminuzione di Gesù come uomo e un appiattimento dell’immagine dell’uomo in generale. Certo, non bisogna neppure esagerare sulla portata di questa operazione: tutta questa gazzarra, proteste, condanne sono forme di isterismo e dogmatismo che io rifiuto in blocco. Però, detto questo, è giusto criticare l’operazione per le pretese che ha. Se poi il film si deve considerare soltanto come una favola arbitraria, senza alcun riferimento né legame con il Gesù storico, il discorso potrebbe  cambiare. Rimane per me vero che si tratta di una operazione sacrilega perché colpisce ciò che c’é di sacro non solo nel Dio-Gesù, ma nell’uomo-Gesù e cioè nell’uomo come tale; è un misconoscimento della dimensione umana.

Pensa che il film potra’ essere comunque uno spunto per ripensare all’umanita di Gesù?

Certo, anche queste sono occasioni positive da accogliere. Se io fossi stato, supponiamo, Vescovo di Venezia avrei organizzato a Venezia un grande dibattito tra teologi e storici sul valore dell’umanità di Gesù. Alle provocazioni più o meno basse o stolte si risponde con un approfondimento della verità non con le condanne, le diffide, che poi non servono a nulla. Sono occasioni che vanno utilizzate per una riscoperta che è senz’altro di grande alimento per la fede. Riscoprire l’umanità di Gesù, per le vie autentiche che sono a nostra disposizione, significa illuminare ampiamente il mistero dell’uomo. Non approvo nemmeno i pronunciamenti sommari fatti anche dagli episcopati, qua e là, che sono interventi di autorità, mentre i veri interventi avrebbero dovuto essere di dottrina, di sollecitazione a una maggiore consapevolezza della fede.

Le sembra comunque che nella Chiesa Italiana il tema dell’umanità di Cristo sia presente, non solo nel dibattito teologico, ma anche nei suoi risvolti pratici o è messo in ombra?

Nella Chiesa Italiana ha a lungo prevalso una immagine rigida di Gesù come è stata costruita e codificata nei Concili Ecumenici. Ma devo dire che in molti ambienti, in molte comunità di base, dove la riflessione su Gesù viene fatta con particolare libertà, riaffiora il motivo dell’umanità di Gesù come umanità esemplare, come un luogo assoluto di rivelazione dei conflitti che caratterizzano la vita dell’uomo, che sono sostanzialmente conflitti tra il Regno di Dio, come Regno di libertà, di pace, e il regno di questo mondo, che è quello del potere, dell’oppressione. In questo senso c’è stato in questi ultimi 20-30 anni una grande riscoperta dell’umanità di Gesù, più a livello della prassi, della riflessione militante, che non a livello di sistemazioni teologiche. Sono convinto che sistemazioni teologiche ce ne saranno sempre di meno, perché per la fede il punto di riferimento non è mai la teologia ma la Parola, l’ Evangelo. In questo senso anche in Italia c’é stato un grande rinnovamento, ma in questo rinnovamento siamo stati subalterni agli esempi e alle grandi lezioni che ci sono venute dalla Chiesa del Terzo Mondo, che forse ha il compito di rivelare in pieno a noi dogmatici, immobilizzati nelle metafisiche religiose, l’autentica umanità di Gesù. I poveri dovranno insegnarci a ripensare Gesù e i poveri, globalmente parlando, sono i cristiani delle comunità di base del Terzo Mondo.

 da Giovani, n. 8/1988, pp. 26-27

(si ringrazia Angela Colasuonno per l’editing del testo)

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