BALDUCCI: ABBIAMO UN CATTOLICESIMO IMPASTATO DI CULTURA DI GUERRA.

L’intervista a Ernesto Balducci (direttore delle Edizioni Cultura della Pace) che segue è stata raccolta da Cinzia Mondatore a Fiesole nel 1988 e riguarda il tema della pace. Pubblicata sulla rivista GIOVANI (n. 1/1989, pp. 29-31, GIOVANI, notizie e sentieri di pastorale giovanile, mensile diocesano di Brindisi-Ostuni pubblicato dal marzo 1982 al novembre 1991).

Nella stessa occasione dell’intervista su “L’ultima tentazione di Cristo” di Scorsese, pubblicata nel numero di novembre di GIOVANI, abbiamo rivolto a Ernesto Balducci anche alcune domande collegate al suo impegno per le pace. Ecco che cosa ci ha risposto il direttore delle Edizioni Cultura della Pace.

Quali sono secondo lei i punti più caldi nello scenario mondiale in materia di pace/non pace, i conflitti locali più gravi?

Penso che nel prossimo futuro si attenuerà il conflitto Est- Ovest, che ha dominato negli ultimi 30 anni la scena mondiale. Al di là di tutte le apparenze, che occupano oggi un ruolo di primo piano, c’è una comunanza storica tra Est comunista e l’Ovest capitalista: sono entrambi interni alla rivoluzione industriale, sono due capitoli di quella che è stata una rivoluzione violenta. Una violenza che non è, evidentemente, quella delle armi, ma è quella interna a un progetto di esistenza terrena caratterizzata dalla volontà di potenza e dominio. E vediamo che il Nord – 

non c’è molta differenza tra Russia e America – è una creazione di questa volontà di potenza. Allora si apre adesso un luogo caldo, che è caldo in maniera permanente: la linea ideale, ma anche geopolitica, che divide il Nord dal Sud. Lì sono i conflitti pericolosi. Si stanno  spegnendo, per fortuna, alcuni conflitti regionali, nel Golfo Persico, in Afghanistan, però non c’è da illudersi. Non voglio mettere tutti allo stesso livello; personalmente di questa situazione do grande responsabilità agli Stati Uniti, però ha le sue colpe anche  l’URSS, che ha seguito quasi per simmetria perversa le vie del grande antagonista occidentale.

Se dovessi dire che cosa mi preoccupa del futuro immaginario è proprio il progressivo divario tra i popoli della fame e i popoli dell’opulenza, che danno segni sempre più perentori di chiusura nei confronti dei problemi che sono sollevati dal Terzo mondo. In mancanza di una soluzione dei problemi non potranno venire che violenze e forse guerre. Non dimentichiamo che il Sud, che è sempre stato ed è ancora un importatore di armi, sta diventando anche un produttore di armi. Basta citare la Cina e il Brasile. E nei Paesi del Sud si stanno facendo grandi passi avanti anche per costruire la bomba atomica. Il Sudafrica, che tuttavia è Sud per modo di dire, ha la bomba; ce l’ha anche Israele, altro spezzone di Nord calato al Sud. Ma poi ci sono  molti altri Paesi, come l’India, il Pakistan, che hanno già la bomba o stanno per costruirla. Ecco, il pericolo per il futuro è iscritto nel divario crescente tra il Sud e il Nord. E’ questo il luogo di potenziali conflitti catastrofici per l’umanità. Da Mosca a Washington ora ci sono sorrisi, sembra che tutto vada bene, ma non dobbiamo dimenticare che le dialettiche della storia si sono spostate e si sono addossati in maniera sempre più drammatica sul mondo dei poveri. Paolo VI già’ nel 1967 nella “Populorum progressio” parlava del pericolo della “collera dei poveri“. Oggi questa collera è cresciuta e per esprimersi potrebbe anche trovare come via di disperazione quella della guerra. Il terrorismo Internazionale non è che guerra strisciante, per ora è solo una forma povera di guerra. Ma c’è da temere che nel futuro venga  qualcos’altro  Noi siamo alle soglie di conflitti catastrofici di cui abbiamo posto tutte le premesse. Ancora non si sono scatenati, ma per me, sono come alle porte, perché sono comandati da ragioni strutturali, oggettive, come quella della fame e del progressivo impoverimento.

Quali sono in Italia i fronti o i problemi nodali per la costruzione di una cultura della pace?

Non sono problemi molto diversi da quelli che devono affrontare gli altri paesi occidentali. Si tratta di scegliere se proseguire o superare la politica delle armi, se l’evento di Washington deve rimanere un evento chiuso o deve proseguire fino allo smantellamento di tutte le armi. Le occasioni in cui si manifesta la volontà delle classi politiche dirigenti di integrarsi nel sistema militare occidentale sono funeste: penso alla scelta sugli FI6, per esempio, mentre l’Italia avrebbe una sua vocazione di apertura al terzo mondo, di integrazione anche economica con esso. Ma. nella spirale del patto militare di cui fa parte è condannata a svolgere il ruolo di fronte sud della Nato. Si tratta di seguire le vie che si sono aperte per rispondere al bisogno di sicurezza, un bisogno essenziale dell’individuo, dei gruppi sociali e degli Stati, non attraverso la minaccia contro la minaccia, la forza contro la forza, secondo lo schema classico, ma attraverso forme di collaborazione, di intesa, di controllo reciproco. Sono vie ormai sotto i nostri occhi, come possibilità portata di mano. Occorre non la sicurezza contro qualcuno, ma una sicurezza comune. Un secondo aspetto della lotta per la pace e per una cultura della pace è la grande tematica ecologica, che sta esplodendo, e che mette in luce come la vecchia cultura abbia compromesso il rapporto tra uomo e ambiente. Un altro “fronte” è quello dell’etica, in particolare dell’etica sessuale, come si è formata nella famiglia patriarcale, con i suoi prototipi di ruoli maschili e femminili, che oggi sono giustamente contestati. L’emancipazione femminile è un grande capitolo della cultura di pace, laddove il peso di una cultura familiare e sessuale di tipo violento l’ha portato soprattutto la donna.  E potremmo continuare a elencare campi bisognosi di pace.  Pensando al Sud d’Italia si deve ricordare un altro tipo di violenza, iniziato con l’unità d’Italia e consistito in un metodico soffocamento delle culture meridionali e popolari in genere. E’ una operazione che solo in parte ha rappresentato un sviluppo umano, una crescita autentica. In grande misura ha significato la distruzione delle identità individuali e collettive, lo sradicamento dell’esistenza dall’humus della tradizione. Sono  state disperse culture molto antiche, ma ancora modernissime o addirittura future, perché la caratteristica di culture come quelle  della Puglia, ad esempio, è proprio la centralità del momento comunitario e dell’esperienza comune, un rapporto tra natura e habitat umano, tra lavoro e tempo  dell’esistere molto equilibrato. E’ una cultura ricca che però è stata manomessa, per dire così, dal modello milanese, dalle industrializzazioni rapide e dalla dura necessità dell’emigrazione. Occorre un recupero, di queste culture, di tipo non certo archeologico, regressivo, ma intelligente, creativo; il recupero della propria storia, una ricomposizione autentica della propria memoria storica e’ un altro bel compito della cultura della pace in cui certe regioni come la Puglia possono avere un ruolo importantissimo. E poi, ultimo ma non ultimo, la lotta contro quelle espressioni di Chiesa che, nella convivenza con la cultura di guerra hanno mutuato le forme della cultura di guerra: l’autoritarismo, il paternalismo, l’espropriazione della comunità e il monopolio clericale della parola, di tutto, un’educazione cristiana basata sul terrore, l’inferno, il diavolo, e non finirei più. Noi abbiamo un cattolicesimo impastato di cultura di guerra che può rigenerarsi non vendendosi alla modernità, ma rituffandosi nella profezia evangelica.

Può approfondire questo  discorso, indicare quali strutture della Chiesa devono modificarsi?

Sai, le strutture le portiamo noi. Io, qui, sono un prete che non è pentito affatto di esserlo, ma, nella mia storia ho vissuto la paura, la dipendenza dai superiori, l’assolutizzazione  dell’obbedienza. Non è vero che il modello del cattolico è quello dell’uomo obbediente? E non al Padre che è nei cieli, ma ai superiori, che poi si facevan passare come interpreti della volontà di Dio. E così anche l’espropriazione della comunità cristiana dei suoi privilegi: la comunità cristiana dei credenti è stata espropriata  del suo privilegio sacerdotale, profetico, regale, messianico. E’ superfluo insistere:  anche nei nostri paesi la Chiesa è il prete. E’ stata uccisa la comunità in nome di una compattezza di tipo autoritario, meccanico, non secondo lo Spirito. Lo stesso discorso vale anche per l’immagine della vita religiosa, tutta dominata da paure che trovano il loro sbocco nella prospettiva dell’inferno, nella morale del peccato, nell’importanza esorbitante della confessione. Col risultato che appunto senza i preti non c’è salvezza. Certo per questi temi  occorrerebbe un esame più approfondito di quello che possiamo fare ora all’interno di un discorso più globale. Io sono convinto che questa scoperta delle sedimentazioni della cultura della violenza dentro la Chiesa, dentro le mentalità del cristiano cattolico è una scoperta liberante. Perché  il risultato di questa scoperta non è la miscredenza: è un “nuovo sgorgare” della fede intesa come esperienza di  autoliberazione. Io devo avvertire la mia fede nel Vangelo come una enorme esperienza di libertà, non come una sofferenza che sopporto in vista del paradiso. Deve essere un’esperienza vitale già ora. Un cristiano deve essere un uomo libero, anche in termini laici, già ora. E libero non vuol dire libertino, ma capace di autodeterminarsi, di scegliere senza lasciarsi intimidire da nessuna prospettiva umana, da nessuna sanzione. Certo, tutto questo dentro la comunità, ma questa comunità deve essere realmente importante. Invece basta fare una verifica psicologica: se io chiedo: cosa pensi quando dico “Chiesa“?. La maggior parte della gente mi risponde che pensa al Vescovo, al Papa, ai preti. Mentre il vero contenuto deve essere quello della comunità, della “ecclesia“. Questa immagine neotestamentaria della comunità raccolta è stata invece succhiata  e sclerotizzata nell’immagine verticale di una struttura autoritaria con a capo il Papa. In realtà questo cambiamento di mentalità già avviene. Io non dico queste cose in un atteggiamento molto contestativo. E’ piuttosto descrittivo. C’è un processo di cambiamento in corso, lo si vede, anche se non siamo neppure alla metà del guado. Molte volte sono cambiamenti che avvengono senza rotture, perché sono nell’ordine delle  cose. Per esempio leggevo su Le Monde del 23 ottobre che a Lione, dove mancano i preti, la diocesi si è organizzata con i laici e i circa 200 impiegati nella curia, che un tempo cerano tutti suore e preti, sono appunto dei laici, donne e uomini, che hanno anche uno stipendio, per il lavoro che svolgono. Per cui si può dire che lì, senza rivoluzione, le strutture della Chiesa sono in mano ai laici e il clero si esaurisce sempre di più fino a scomparire, secondo la mia previsione e il mio auspicio. Ci sarà un nuovo modello di quello che un tempo chiamavamo il prete: è un credente, sposato o no, uomo o donna non importa, che ha le responsabilità di guida, di unità della comunità. Sono cambiamenti che avvengono gia’ e sono cambiamenti che vanno nel senso della liberazione.

Ci sono stati vari momenti in cui la forza giovanile è emersa come spinta al cambiamento: nel ’68, nel ‘77, l’ultima nella scuola dell’85. Ai giovani che negli anni ‘80 dicono: “Ma in fondo non cambia nulla, non vale la pena impegnarsi”, che  risponde?

Forse è finita l’epoca delle contestazioni,  che pure sono servite. Il dramma dei giovani, ma anche di tutti noi, oggi, non è quello di dover contestare, ma di dover creare. Oggi i giovani hanno bisogno disperato di stilli  di vita, di nuovi modelli di esistenza, perché gli altri si sono tutti logorati. Questo è il bisogno enorme: modelli di vita degni di essere vissuti, Io sono rimasto colpito dalla notizia che in Francia i suicidi di giovani negli ultimi 25 anni si sono triplicati. Il giovane che entra nella vita non ha davanti a se modelli di esistenza accettabili. Ma poi superiamo anche questa divisione quasi di categoria: i giovani vivono allo scoperto, perché i primi hanno ancora l’epidermide fresca e non quella coriacea che si ha dopo i 35-40 anni, quando ormai ci si è adattati, si fa il callo e si accetta. Il giovane vive drammaticamente incontro con la storia, a pelle nuda, e di qui la sua fragilità , ma anche la sua possibilità di inventare  qualcosa di nuovo. Io sono molto attento a quello che tra i giovani nasce di nuovo e credo che la nostra responsabilità sia quella di aiutarli a inventare forme nuove di esistere che siano naturalmente nel senso della cultura della pace di cui dicevo. Se poi molti vanno in discoteca o al bar, questo non mi stupisce, è la vita del gregge che cambia forme,  ma la sostanza è quella che è sempre stata. Quello che importa è ciò che creano le minoranze significative dei giovani. Mi dicono “che cosa sono i giovani oggi?”. Ma è una domanda stupida, meglio chiedersi: “ci sono oggi tra i giovani delle minoranze rappresentative?”. Sì, sono quelle minoranze che tentano nuove forme di vita, a tutti i livelli. 

Nel suo impegno per la pace lei  ha scelto da tempo varie forme di “obiezione”: da quella più storica al servizio militare alla più recente obiezione fiscale.

Questa è la parte del no.

E infatti qualcuno le critica come forme solo negative. In positivo che cosa propone?

Basta vedere tutto quello che sta dietro e che in genere si accompagna alle varie obiezioni: il servizio civile, tutte le forme di volontariato, tutte le forme di organizzazione  per salvare la natura, di condivisione con gli emarginati. Anzi è, forse, proprio questo l’aspetto nuovo. Quando ho difeso io l’obiezione di coscienza al servizio militare, nel 1963, ci si limitava a vedere il gesto nella sua legittimità morale di no alle armi. Oggi, certo, bisogna vigilare perché il servizio civile non sia scelto solo per evitare la naja, perché così tutto il movimento perde di valore. Ma nella stragrande maggioranza dei casi l’obiezione è una iniziativa creativa per rendere un servizio alla comunità che non sia quello reso con le armi, ma con altre forme. E ce ne sono davvero tante, che meritano di essere scoperte, indagate, additate ad esempio.

(si ringrazia Angela Colasuonno per l’editing del testo)

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