ARMIDO RIZZI E LA “TEOLOGIA ALTERNATIVA”

L’essenziale della mia vita
di Armido Rizzi
in “Pretioperai” n. 109-110 del dicembre 2015
Relazione tenuta a Bergamo il 13 giugno 2015

(ripubblicata in occasione della sua morte il 18 agosto 2020 da http://www.finesettimana.org da dove la riprendiamo)

  1. Sintetizzo il racconto della mia infanzia e giovinezza con pochissimi dati. A 10
    anni sono entrato in seminario a Pavia, a 20 anni sono passato dal seminario al
    noviziato dei gesuiti in Veneto, e ho poi compiuto la lunga formazione della
    Compagnia di Gesù fino al sacerdozio e alla destinazione a insegnare filosofia della
    religione a Gallarate e antropologia teologica a Napoli. Dopo cinque anni di questa
    attività mi sono deciso a chiedere la riduzione allo stato laicale, quando il provinciale
    mi disse che non potevo fare gli ultimi voti perché circolavano voci secondo cui io
    insegnavo cose preoccupanti. Allora sono uscito dalla Compagnia di Gesù per poter
    continuare a sviluppare quelle idee.
    Ho scritto una ventina di libri, nei quali l’idea di fondo è quella che amo chiamare
    “teologia alternativa”. Alternativa alla filosofia e alla teologia che avevo imparato,
    dove su cento tesi (un gesuita alla fine degli studi doveva dare un esame su cento tesi)
    non ce n’era una che dicesse “Dio è amore”.
    Infatti la filosofia e la teologia imparate erano strutturate attorno al pensiero greco.
    Papa Ratzinger (Benedetto XVI) a Ratisbona nel 2006 affermava che bisognava
    rifarsi a questo pensiero classico per capire chi è Dio. Nelle successive tre encicliche
    egli ha implicitamente confermato questa visione teologica in uno dei suoi punti
    fondamentali: l’identità tra l’”amore biblico” (sia Antico che Nuovo Testamento) e
    l’”amore greco” . Nella Deus caritas est ha affermato che l’amore biblico è l’eros
    (ovviamente al suo livello più elevato); nella Spe salvi ha ribadito quest’idea; nella
    Caritas in veritate ha riaffermato che la carità senza verità è superficiale e volatile
    (negando così implicitamente che la carità porta in sé la verità).
    A questa dottrina io non avevo più creduto; e tutto quello che ho studiato e scritto
    liberamente è dunque un modo – come appena detto – di pensare una “teologia
    alternativa”: non solo nel senso di opposta a quella classica ma nell’accezione
    positiva di intendere l’amore per Dio quale viene inteso dalla Bibbia (Antico e Nuovo
    Testamento), cioè non come eros ma come agape: amore per il Dio “altro”. Questo è
    stato ed è un “pensare dentro la Bibbia”: servendomi degli esegeti ma non
    fermandomi ad essi, perché il “pensare” esige un passo oltre l’esegesi. Perciò il mio
    impegno di teologo è stato una volontà di commento approfondito al kerygma, cioè
    all’annuncio dell’Antico e del Nuovo Testamento.
  2. Uno dei passi principali in questa nuova impostazione è stata la scoperta della
    Teologia della Liberazione, attraverso la lettura del libro di Gustavo Gutierrez con
    questo stesso titolo. Leggendolo ebbi la sorpresa di trovare due novità: la prima, che
    egli si rifaceva alla Bibbia e ne sviluppava il messaggio; la seconda , che tale
    messaggio era l’amore per i poveri, quella “opzione preferenziale” per essi che
    incarna attraverso la prassi umana l’amore che Dio porta a loro.
    Pur provenendo da una famiglia povera (di una povertà dignitosa), venni colpito da
    questa scoperta teologica, e scrissi due lunghi articoli appunto sulla Teologia della
    Liberazione, con particolare riferimento a Gutierrez. Ma la vera scoperta esistenziale
    la feci una decina di anni dopo, quando – nel 1983 – venni chiamato a fare un corso
    di teologia a Lima, in Perù. Il corso durò poco (circa una settimana); ma la mia
    presenza in Perù si prolungò per tre mesi; e fu questa la ragione per cui venni a
    contatto con la povertà nel senso più forte del termine: ricordo come, nell’entrare in
    quelle case, venivo come aggredito da visioni disumane, e per almeno un mese mi
    venne ogni volta il nodo alla gola.
    Tornato a casa, mi venne chiesto di scrivere qualcosa sull’esperienza fatta; e scrissi
    un libretto dal titolo L’oro del Perù: la solidarietà dei poveri (“dei” è qui genitivo
    oggettivo). Da allora tutto quello che ho scritto è in qualche modo legato a questo
    tema. Anche il mio piccolo best-seller (Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità)
    è in sostanza un cercare quell’amore che non è l’amore di eros (cioè l’amore che
    cerca di salire verso Dio perché è il sommo bene (cosa che avevo imparato da
    Tommaso d’Aquino, il quale appunto si rifaceva ad Aristotele). Chi cerca il volto di
    Dio lo trova nei poveri, chi vuol vivere il suo amore deve servire i poveri. Poveri non
    sono soltanto coloro che non hanno beni economici, ma coloro che sono ammalati,
    umiliati, prigionieri, carcerati, stranieri, ecc. (cfr. per esempio Mt 25, 31ss.).
    Adesso il povero principale cui devo accudire è mia moglie Alberta (più giovane di
    me di sedici anni). Ha da otto mesi un enfisema polmonare, per cui deve restare
    attaccata giorno e notte a una bombola di ossigeno; inoltre, da due mesi ha una spalla
    rotta, che non le permette di usare il braccio destro. Il passaggio da Fiesole (dove
    abbiamo trascorso 29 anni, organizzando seminari e ospitando bisognosi) a Mantova
    (città natale di mia moglie) ci ha portato a una situazione precaria dal punto di vista
    economico; e se riusciamo ad andare avanti è perché un gruppo di amici ci invia ogni
    mese una certa somma di denaro. Altri amici l’accompagnano quando deve uscire…
    Così stiamo sperimentando che cosa significa essere “poveri”, bisognosi dell’aiuto
    altrui.
    .
    Ecco: mi pare di aver detto l’essenziale della mia vita.

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