DOM PEDRO CASALDALIGA: OGNI OPPRESSORE E’ OSSESSIVO

Camilo Vannucchi

In UOL Noticiasa, 7 agosto 2020 (traduzione di Alba Monti)

Sacerdote e poeta, Dom Pedro Casaldaliga ha ispirato e indicato percorsi ad un’intera generazione di religiosi impegnati a favore della cittadinanza, della giustizia sociale e della democrazia. Nel Brasile militare, era un contemporaneo di leader come Dom Hélder Câmara, Dom Paulo Evaristo Arns e Dom Tomás Balduíno. È sopravvissuto a tutti ed è rimasto sul ring….

Quella che trascrivo di seguito è un’intervista fatta con Dom Pedro Casaldáliga il giorno di Natale del 1998 e mai pubblicata. L’intervistato ha vissuto 70 anni, 46 di sacerdozio, 30 dei quali in Brasile. L’intervistatore, a 19 anni, aveva utilizzato le vacanze universitarie per viaggiare nel Paese con un amico, quasi un fratello. Stavamo proprio lì, a casa del vescovo. Una casa molto semplice, con muri in mattoni, senza pittura o intonaco né acqua calda. Alle pareti immagini che facevano riferimento all’educazione popolare, alla Chiesa del popolo, alla teologia della liberazione. Dom Pedro era divertito mentre ci diceva che quello era il palazzo episcopale.

Cominciamo dall’inizio. Perché è venuto in Brasile?

Sono un missionario. Ho sempre voluto andare in missione. E i superiori mi mandavano sempre ad altri servizi: educazione, scuola, direzione di riviste. Nel 1967 abbiamo celebrato il capitolo generale della congregazione clarettiana, a cui appartengo. Il nostro fondatore è stato l’arcivescovo di Santiago de Cuba, Santo Antonio Maria Claret. Nel 1967, in questo capitolo generale, dopo che la Chiesa aveva celebrato il famoso Concilio Vaticano II, ai volontari fu chiesto di fondare una missione negli altopiani boliviani e un’altra in Brasile. In quei giorni vivevamo il martirio del Che in Bolivia, apparso su tutti i giornali e in televisione. Il Vaticano ha chiesto ai clarettiani di venire in questa regione dove non vivevano sacerdoti o missionari. Per me, come catalano, era più facile passare al portoghese, mentre per gli spagnoli in generale era più facile andare in Bolivia, dove si parla castigliano. Il nostro superiore generale dell’epoca, sapendo della mia scelta, mi chiese se sarei andato in Brasile e commentò che il Brasile, come Paese e come Chiesa, aveva un grande futuro e anche molte responsabilità.

Così il 25 gennaio 1968, ho lasciato 11 gradi sotto zero a Madrid, e ho raggiunto i 38 gradi a Rio de Janeiro.

Cosa sapevi del Brasile?

In generale, la foresta brasiliana, il calcio, il nordest. Alcuni riferimenti alla letteratura, come Jorge Amado, e al cinema. Pelé. Per fortuna, quando sono arrivato in Brasile, Cenfi, il Centro di Formazione Interculturale, esisteva già per i missionari stranieri. Era a Petrópolis (RJ), ora è a Brasilia. Arrivando qui, ho avuto l’opportunità di imparare la lingua in modo più personale e, soprattutto, di imparare il Brasile. Abbiamo preso lezioni di storia portoghese e brasiliana, cultura, Chiesa del Brasile. Siamo arrivati ​​nel bel mezzo della dittatura militare, il 1968. Se fossi arrivato direttamente da Madrid al Mato Grosso, avrei passato anni a scoprire il Brasile. Dopo cinque mesi al Cenfi, ho fatto un breve stage a San Paolo per avere un’idea delle malattie tropicali, visitare l’Istituto Butantã e imparare qualcosa sui serpenti, quindi sono partito per arrivare qui. Sette giorni in un camion. Sono partito da San Paolo, su un camion carico di sacchi di arance. La strada da Barra do Garças a São Félix stava iniziando ad aprirsi, ma i ponti erano ancora improvvisati su tronchi, senza protezione laterale. Sono arrivato ​​qui e la prima impressione è stata la distanza, o le distanze, di ogni tipo: distanze geografiche, distanze culturali. E una certa solitudine.

Altri missionari sono venuti con te?

È venuto anche un mio collega che non era ancora prete, Manuel Luzón. Ha completato i suoi studi ed è stato ordinato qui. È stato qui fino a due o tre anni fa e ora è in una comunità clarettiana di Itapaci, nel Goias. Quindi sono stato il primo prete a vivere qui.

Prima di venire in Brasile, avevi attraversato l’Africa e altri posti?

Sì, ero stato in Africa, per quattro mesi, a fondare i cursilhos di cristianità. Oggi sono visti come conservatori, ma per quel tempo erano molto rivoluzionari, perché erano i laici a tenere le lezioni e i preti ad ascoltare. Radunavano persone lontane dalla Chiesa, non credenti, vite spezzate. Sono stati visti dalla Chiesa come una esperienza un poco… Siamo andati a fondare i cursilhos in Africa, nella Guinea Equatoriale. Lì volevano che facessimo un gruppo cursilhos per i bianchi e un altro per i neri. Ma io ho detto: “o è un gruppo caffè-latte o niente”. Hanno dovuto accettarlo. Per me è stato un bene fare questa esperienza in Africa. L’Africa stava vivendo lo sconvolgimento dell’indipendenza. Il Congo era diventato indipendente dal Belgio (1960). Si sono viste persone per le strade, anche in Guinea Equatoriale, con indosso magliette con l’immagine di Lumumba (il leader anticoloniale del Congo). Nei cursilhos, abbiamo parlato con diversi neri che avevano già la prospettiva dell’indipendenza. Ed era anche pittoresco perché facevano il cursilho insieme guardiani civili, funzionari del governo spagnolo e neri nativi che sognavano l’indipendenza. E tu ascoltavi gli uni e gli altri, potevi sentire gli uni e gli altri. Alcuni sono diventati leader nel movimento per l’indipendenza.

Quando sei arrivato in Brasile, eri a conoscenza della dittatura militare instaurata qui dal 1964?

Sapevo. Ma, ovviamente, le informazioni che arrivavano erano filtrate. Non dimenticare che in Spagna eravamo ai tempi della dittatura franchista. Evidentemente, i media ufficiali hanno fornito la loro versione. Sapevamo delle dittature militari in America Latina, ma i dettagli li abbiamo conosciuti qui. Ce le presentavano in termini di comunismo e anticomunismo. Buoni e il cattivi. Guardie e ladri. Evidentemente, per la stampa in Spagna, i ladri erano i comunisti. Al Cenfi sono stati molto bravi perché diversi insegnanti a Rio de Janeiro ci hanno tenuto lezioni critiche. Il direttore del Cenfi ci ha insegnato a leggere tra le righe dei giornali e anche quanto detto in televisione. Ha commentato. Abbiamo visto la commedia Morte e Vita Severina . Ricordo che un insegnante di lettere lesse brani del Grande Sertão: Veredas, che era difficile da capire per noi, perché stavamo appena imparando il portoghese. Abbiamo ascoltato canzoni di Chico Buarque, e molta musica brasiliana. Quando siamo arrivati ​​qui, avevamo con noi i dischi di Geraldo Vandré. “Più cammino, più vedo la strada”, erano queste le canzoni. E abbiamo avuto il vantaggio che alcuni giovani di Campinas, che avevano una relazione con i clarettiani, venissero qui come insegnanti. Ragazzi giovane, sensibili, che conoscevano bene le canzoni del momento e ci hanno aiutato a inculturarci. Senza tutto questo, saremmo stati un po’ persi: due o tre spagnoli in una regione con un popolo poco istruito.

Che cosa c’era a São Felix do Araguaia nel 1968?

São Félix aveva 600 abitanti. Niente posta, niente elettricità, niente dottore. La strada si stava aprendo allora. Non c’era nessun autobus. C’erano due vecchie jeep.

C’era il fiume.

Era curioso perché aveva cavalli, canoe e teco-tecos (piccolo aereo). Era molto più facile ottenere un teco-teco che un’auto. Il comandante Rolim, proprietario della TAM, era conosciuto qui come un semplice pilota. E tu potevi fare l’autostop su un suo teco-teco.

E c’erano i grandi proprietari terrieri

Chiaramente. Oltre alle aree indigene, qui c’era la marcia verso l’Ovest, l’entrata in campo del capitale. Il sociologo José de Souza Martins, ha descritto molto bene questa discesa in campo del capitale. Perché il Sudam offriva incentivi fiscali e molti industriali del Sud e alcune società transnazionali “investivano” qui, tra virgolette. Hanno approfittato degli incentivi e di fatto hanno investito nel Sud. Qui hanno aperto, disboscato, allevato una genìa di peones1. Suiá Missu, che all’epoca era la fazenda (fattoria) più grande, a 100 chilometri da São Félix, aveva addirittura 3mila braccianti mentre São Félix aveva appena 600 abitanti. Ha raggiunto 1 milione di ettari, l’estensione di una provincia spagnola, e forse di qualche Stato brasiliano (il Distretto Federale ha 580mila ettari). I primi posseiros2, settentrionali o nordorientali, erano già arrivati. Molti di loro provenivano dal Maranhão, lo stato brasiliano più depredato e più violato. Molti contadini venivano direttamente qui o passavano prima per Goiás, soprattutto dove oggi si trova lo stato di Tocantins, che era una specie di luogo di passaggio.

Perché sono venuti qui?

Stavano cercando la bandiera verde. Padre Cícero aveva annunciato le grandi siccità e detto che era necessario che la gente cercasse la bandiera verde, passando per l’Araguaia. Noi sappiamo che, per i seguaci di Padre Cícero, il fiume Araguaia è un po’ come il Mar Rosso della Bibbia. La gente ha attraversato l’Araguaia e ha cercato la bandiera verde, che erano le foreste dell’Amazzonia. All’epoca facemmo alcuni sondaggi, con gli insegnanti, anche alla ricerca di parole chiave per implementare il metodo di educazione popolare di Paulo Freire, e una delle espressioni che usavano molto era “cercare una terra di pace”. Nelle terre del Nordest non trovarono pace, a causa della siccità e a causa del latifondo. Nelle regioni a nord di Goiás e nel Maranhão c’erano anche grandi tenute, e questa gente stava anche cercando della terra. E c’erano gli indios. La regione è stata formata, quindi, con questi tipi antropologici: indios, piccoli proprietari terrieri, braccianti, ma non i proprietari delle fattorie, perché i proprietari non vivevano qui, erano di San Paolo. A quei tempi, la parola “paulista” era una parola spiacevole. Significava persona crudele, come un boia. Paulisti erano i proprietari di grandi fattorie e avevano i loro manager, appaltatori, sorveglianti. Gauchos, paranesi e i catarinensi vennero molto più tardi. La gente li chiama gauchos [abitanti dell’Argentina], ma provenivano dai tre stati del sud del Brasile. Erano coloni, gente modesta, che avevano un piccolo pezzo di terra nel sud. Le famiglie si moltiplicarono, la divisione della terra si tradusse in piccole aziende agricole, di 10 o 15 ettari.

Hai commentato il metodo Paulo Freire. Una volta ho letto che voi usavate la parola mata per indicare la foresta, creando confusione con la repressione.

Mata è una parola generatrice3. Allo stesso tempo, sono due sillabe dirette e semplici. La polizia federale ha pensato che nascondesse un’intenzione subliminale. “Ammazza, ammazza!”. Nel 1972 mi hanno fatto un interrogatorio di 16 ore. È stato così stupido. Una bandiera rossa, che una suora aveva chiesto ad altre suore per la processione dello Spirito Santo, per loro non poteva che essere la bandiera comunista. Ho detto loro: “non solo siete malvagi, siete anche stupidi”. È stato ridicolo. Ogni oppressore è ossessivo.

Sei arrivato nel 1968 e sei diventato vescovo nel 1971?

Nel 1970 è stata creata la Prelatura di São Félix. Le prelature sono nuove diocesi, che hanno ancora bisogno di molto aiuto esterno. Io sono un vescovo come qualsiasi altro vescovo, ma la struttura della diocesi è fragile, è in costruzione, quindi si chiama prelatura. La prelatura è stata creata nel 1970 e sono stato nominato vescovo nel 1971 perché io sono stato il primo sacerdote ad arrivare.

Come è andata la cerimonia del rito?

Era sulle rive del fiume Araguaia. Un altarino. Avevamo una piccola cappella, ma abbiamo dovuto abbatterla perché era fatta di argilla e rischiava di crollare. Sono venuti Dom Fernando (Gomes dos Santos), arcivescovo di Goiânia, e Dom Tomás Balduíno, vescovo di Goiás, che è uscito di notte, con la gente. Avevo deciso di non indossare la mitra (il cappello episcopale) né pastorale, né anello. Gli altri vescovi vennero con la mitra, ma quando hanno visto che io non la indossavo, hanno lasciato la loro sul tavolo. Una contadina ha tolto le mitra da questo piccolo altare improvvisato e le ha tenute sotto il braccio per tutta la cerimonia. Alla fine della cerimonia, quelle mitra profumavano di persone, felicemente (risata). Stavamo già sperimentando molti divieti.

Era l’epoca della guerriglia in Araguaia?

I guerriglieri non erano esattamente qui. La guerriglia era nel sud del Pará e nel nord di Tocantins. Ma la repressione pensava che l’Araguaia fosse lunga un metro. Tutto quello che succedeva era nello stesso posto. Anche le persone istruite, i colleghi vescovi, non sapevano molto bene se io stessi in Pará, Tocantins, o Mato Grosso. Per loro era tutto Araguaia. C’era la brutalità della polizia, i problemi dei contadini, la questione dei piccoli proprietari terrieri. C’era paura. Avevo scritto un documento dal titolo “Feudalesimo e schiavitù nel Mato Grosso settentrionale”, che ho inviato a tutte le maggiori autorità. Non è stato ancora pubblicato ancora. Il giorno in cui sono stato nominato vescovo, un contadino era stato seppellito, senza nome e senza bara, avvolto in una amaca, e già a Messa, molto emozionato e teso, ho detto che la mia vita non valeva più della vita di quel contadino. Era quasi una dichiarazione di guerra, già nella consacrazione a vescovo. Avevamo appena finito di scrivere la lettera pastorale “Una Chiesa amazzonica in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale”, che dovevamo stampare clandestinamente, in due tipografie clandestine. È stato un episodio curioso. Le copie stampato sono arrivate qui portato dall’aeronautica militare. Una suora aveva una parente in aeronautica e gli ha chiesto di portare i vestiti delle sue consorelle, alcuni arredi sacri per la Chiesa e uno scrigno in cui hanno infilato le copie della lettera pastorale. Una lettera pastorale estremamente sovversiva, stampata in una tipografia comunista, fu portata dalla FAB durante la dittatura militare. Al confronto, le soap opera sono niente: la realtà è più pittoresca!

Gli indios avevano più problemi di oggi o meno?

Più e meno. Di più perché avevano molta meno consapevolezza e potere espressivo. I Carajás erano sul punto di scomparire. Ho conosciuto dodici indios Carajas a Luciara, oggi sono un centinaio. Non erano in un villaggio, vivevano nelle estreme periferie delle città, sotto gli alberi di mango. I Tapirapé avevano solo un piccolo territorio, e poi hanno conquistato la riserva di Urubu Branco, l’assistenza sanitaria, insegnanti madrelingua. In Brasile non c’era il Cimi (Consiglio missionario indigenista), non c’erano le organizzazioni indigene venute dopo. E ciò che la dittatura militare voleva nei confronti degli indios era una semplice e pura integrazione. Che un indio cessasse di essere un indio, e diventasse un “normale” brasiliano, evidentemente emarginato come la stragrande maggioranza. Oggi gli indios sono più organizzati, ci sono diversi gruppi indigeni, organizzazioni nazionali e regionali, organizzazioni di sostegno per la causa indigena. Il Cimi lo abbiamo fondato nel 1972. Nel 1975 è stata fondata la CPT (Commissione per la Pastorale della Terra). E tu sai che ci sono stati diversi contatti tra le popolazioni indigene del Brasile e le popolazioni indigene di diversi paesi dell’Amerindia. Quindi, la causa è ora più conosciuta, più coesa e più globale. D’altra parte, il contatto con il mondo bianco è maggiore. Pochissimi sono gli indios isolati. Ciò che abbiamo è il contatto con il mondo bianco neoliberista, con il mercato globale.

Qui nel villaggio di Ilha do Bananal festeggiano il Natale. Le strade della città sono piene di indigeni che fanno acquisti. Ieri ho visto un indigeno attraversare il fiume su una barca che trasportava un borsone con decine di palloni da calcio per festeggiare il Natale dei bambini.

L’isola dispone di un campo da pallavolo, e di un campo da calcetto. Sì. E sono bravi giocatori di football. Quando mi chiedono per quale squadra faccio il tifo, rispondo che sostengo i Carajás (ride). Questo è inevitabile, da un lato, e dall’altro va bene avere un contatto. L’importante è che la cultura, l’identità si possano preservare e che al posto di un’integrazione ci sia una inter-azione. Lasciate che possano darci, diamo loro. Possiamo ricevere, possano anche loro ricevere. Non vogliamo che gli indigeni stiano nel museo o isolati nelle foreste. Tutte le culture sono dinamiche. Sarebbe stupido pensare a una cultura congelata. Dobbiamo fare in modo che questo dinamismo sia un processo consapevole, libero, volontario e non una imposizione o violenza. Perché tutte le politiche indigene nel continente sono state integrazioniste, cioè volevano distruggere le popolazioni indigene e diluirle negli stati-nazione. Pinochet ha detto che “il Cile non ha popolazioni indigene, sono tutti cileni”. E invece il Cile ha più indigeni del Brasile. Il Cile ne ha 500mila, noi ne abbiamo poco più di 300 mila.

Hai avuto problemi con TFP, il gruppo conservatore Tradizione Famiglia e Proprietà?

Contestando il latifondo, abbiamo contestato una fibra molto sensibile della TFP, la proprietà. Ricordo sempre un cartone animato di quei tempi, con un indio che fissava la bandiera della TFP. “Ehi, TFP, difenderai anche la mia tradizione, la mia famiglia e la mia proprietà?” Inoltre, all’epoca usavano la bandiera anti-comunismo, che forniva loro una copertura ufficiale. Settori molto conservatori della Chiesa pensavano che la TFP fosse un’istituzione provvidenziale. Poi la CNBB [Conferenza Nazionale dei Vescovi Brasiliani] ha preso posizione per dimostrare che la TFP non era cattolica, era fuori dalla Chiesa perché i suoi atteggiamenti erano chiusi e ultra fondamentalisti. Questo accadeva nel 1995. Alla morte del suo fondatore, Plínio Corrêa de Oliveira, la TFP ha oggi ben poco significato.

Con il Movimento Senza Terra, i conflitti nelle campagne sono più gravi e frequenti o meno oggi?

C’è un vantaggio. Le azioni del Movimento Senza Terra hanno reso più pubblico il dibattito sul diritto alla terra e hanno dato alla riforma agraria una sorta di consapevolezza nazionale. La ricerca che è stata condotta ha dato al MST una categoria di diritti acquisiti, sostenuta dalla maggioranza. I media, volenti o nolenti, hanno dovuto accettare.

La stessa Rede Globo ha realizzato una telenovela in sintonia con il MST.

Sì. Una delle volte in cui ho viaggiato attraverso l’America centrale, la telenovela “Il re del bestiame” era al suo apice. In Venezuela io parlavo del Brasile e la gente ricordava “Il re del bestiame”. Qui in Mato Grosso il MST non esiste. Per un motivo molto semplice: sono intelligenti, ben organizzati e occupano terreni in aree più vicine alla grande città, dove il flusso è più facile. In questa regione del Mato Grosso non ci sono MST. Le persone senza terra sono più spontanee. Ci sono occupazioni di terra non legate al MST. È un movimento rivoluzionario, ma allo stesso tempo è molto realistico. Ha unito l’utopia, l’entusiasmo e la tecnica. Si preoccupa anche di un’istruzione di qualità, che ha ricevuto un premio dall’UNESCO, e comunica attraverso il Giornale dei Sem Terra e la posta elettronica. I nomi di João Pedro Stédile e José Rainha sono conosciuti nell’opinione pubblica, in molti media. È curioso. Piaccia o no, viene stabilito un certo collegamento tra il MST e gli zapatisti. Sono movimenti contadini, autoctoni e non, che sanno agire con attitudine e aggressività moderne. Con una presenza pubblica sui media e una maggiore solidarietà. Non vogliono solo terra. Vogliono democrazia, salute, istruzione. Non sono un partito, ma ovviamente sono molto politici.

Sei stato chiamato “prete comunista” per molto tempo. Cosa pensi del comunismo?

Una cosa è il comunismo, un’altra cosa sono i comunismi, quelli che hanno effettivamente avuto luogo nella storia. A causa del fondamentalismo, della burocrazia o perché il mondo era diviso in due, sono diventati dittature. Il comunismo o socialismo utopico resta valido nel senso di una fraternità universale, di mezzi di produzione nelle mani del popolo, di una democrazia veramente democratica, economica, sociale, politica e culturale. Oggi, la democrazia diffusa in tutto il mondo è solo una democrazia formale. Sono estremamente irritato nel vedere che Clinton ha il più grande sostegno nella storia dei presidenti degli Stati Uniti, quando, secondo me, è un uomo che meriterebbe un divieto, un impeachment, per il reato di lesa umanità. Per i suoi embarghi, le sue azioni, le sue bombe: questa è la sua “democrazia” che riceve così tanti consensi!

Per i comunisti, la Chiesa è l’oppio del popolo?

Sono le religioni, come spesso è stata la politica e anche il capitale, ad essere l’oppio dei popoli. Hanno contribuito sin dalla colonizzazione a raggiungere un certo conformismo, una certa passività, “Dio lo vuole”. Sin dai tempi di Costantino, la Chiesa divenne cristianesimo grazie a tanti legami con il potere. Ora, se c’è qualcosa di chiaro nella vita di Gesù, è la sua opzione per i poveri, a partire dalla sua nascita tra i poveri e gli emarginati. Fortunatamente, negli ultimi anni, in tutta l’America Latina, la teologia della liberazione, le comunità ecclesiali di base, la pastorale sociale, si sono corrette e in gran parte sono state una delle forze più dinamiche. Ci sono molte chiese. Ci stanno dentro i Padre Marcelo Rossi e i Frei Betto.

Vescovo di São Félix, tu ricevi nella stessa messa sia gli operai sia i padroni. È facile conciliare queste presenze estreme, scegliere il messaggio?

Bisogna dire ciò che deve essere detto, per stimolare la coscienza degli uni e degli altri. I padroni praticamente non partecipano nemmeno alla messa. Oggi, nella regione di São Félix, ci sono solo piccoli proprietari terrieri, piccoli commercianti, impiegati, che sono una sorta di sottoclasse media. Molti di loro, molti gauchos, che non hanno nulla di ricco, quando ci hanno sentiti parlare della chiesa dei poveri, sono rimasti sorpresi, a disagio. Sei ricco? Cosa c’è che non va? C’è che possiede 100 ettari di terreno, ma è arrivato qui dal Rio Grande do Sul perché stava quasi morendo di fame. Quindi è povero. Impoverito. Come la stragrande maggioranza delle persone. Ecco, noi siamo a favore della stragrande maggioranza. A differenza del neoliberismo, che è a favore della minoranza più piccola. Questa è la differenza. I grandi non vivono ancora qui.

La poesia e la chiesa vanno insieme?

La Bibbia è estremamente poetica. Isaia è uno dei più grandi poeti della storia. Dio è il grande poeta. Sai che poeta significa “uno che fa”. E nella storia della Chiesa ci sono grandi personaggi che furono poeti. Molti santi. San Giovanni della Croce, per esempio. In Catalogna ci sono sacerdoti e religiosi riconosciuti anche per aver contribuito al recupero della lingua catalana. Poeti, scrittori. E anche io sono più o meno un poeta.

Più o meno?

Sai perché dico più o meno? Perché penso di avere una vocazione di poeta, e avrei potuto essere un buon poeta, ma non mi sono dedicato alla poesia. Ho pubblicato poesie, ma non mi dedico alla poesia. Se mi dedicassi alla poesia e alla letteratura, questo minerebbe la mia attività pastorale. Leggo poesie, certo, mi piace, lo faccio, ma non sono una persona dedita alla poesia. Inoltre, il fatto di scrivere in tre lingue fa perdere intensità. Chi scrive in tre lingue non scrive bene in nessuna di esse. Puoi scrivere correttamente in tutte e tre, ma perdi dettagli, sfumature. Non potrei mai scrivere una soap opera, che richiede molto linguaggio quotidiano. La mia poesia potrebbe essere molto più ricca di parole.

Tra quattro anni ci sarà il suo pensionamento obbligatorio. Cosa farai dopo? Ti dedicherai interamente alla poesia?

Non ci ho pensato. Voglio stare molto vicino alle persone. Questo è quello che posso dire. Non voglio lasciare il Brasile. Se lascio il Brasile, non voglio lasciare l’America Latina. E se dovessi lasciare l’America Latina, vorrei andare in Africa.

Non sei mai tornato in Catalogna o hai intenzione di tornare?

Sono un po’ radicale. Quando ho deciso di andare in missione, ancora da giovane religioso, ho sempre fatto questa scelta: vado e non torno. “Brucia le navi!” Disse il colonizzatore in modo che i conquistadores non potessero tornare in Spagna. Adesso bisogna restare in America. Anche io ho bruciato le navi, in quel senso. Per non tornare indietro. Sono molto più libero qui, dall’altro lato del mare.

Una volta ho letto un’intervista in cui hai commentato che i giornalisti ti chiedevano di tutto ma mai della tua fede o se credi in Dio. Tu credi in Dio?

Evidentemente sì (ride). Ma questa domanda è interessante anche per altri motivi. Potresti chiedere: “in che Dio?” Perché c’è anche molto Dio là fuori. In una certo senso, ognuno ha il suo Dio. E può essere legittimo. Capisco Dio e credo in Dio per quello che sono, per quello che ho vissuto. È una fede personale, una fede condizionata dalla mia persona. Ora, perché sia ​​il vero Dio, quello in cui voglio credere deve essere un Dio misericordioso, un Dio della vita, un Dio di tutte le culture, di tutti i popoli. Un Dio che non giudica, ma salva. Un Dio che è amore. La più alta espressione nella Bibbia è l’espressione di San Giovanni “Dio è Amore”.

Quando e come hai scoperto la tua vocazione religiosa?

Vengo da una famiglia cattolica. Mio padre è stato seminarista per due anni, poi si è sposato e ha avuto quattro figli. Mio zio, il fratello di mia madre, era un prete, padre Luís. La rivoluzione spagnola, la rivoluzione rossa, ha ucciso mio zio perché era un uomo di Chiesa, un conservatore. Là, i comunisti ci hanno perseguitato. Qui ci perseguitano perché comunisti. È così che è emersa la vocazione. E la missione, l’ideale della solidarietà, del radicalismo. Nel Mato Grosso ho trovato il mio spazio.

A San Paolo, il Cardinale Paulo Evaristo Arns ha lasciato l’arcidiocesi ed è stato sostituito da Dom Cláudio Hummes. La chiesa ha fatto un passo indietro?

Bisogna chiedersi cosa intendiamo per Chiesa. È evidente che l’attuale arcivescovo di San Paolo non è così impegnato nella causa popolare, nei diritti umani e nell’ecumenismo come Dom Paulo Evaristo Arns. Ma la Chiesa di San Paolo sono anche le comunità di San Paolo, le pastorali di San Paolo. E hanno una certa libertà. Il vescovo Hummes è evidentemente più conservatore, più legato a movimenti che chiamiamo neoconservatori. Ma c’è un ruolo importante dei movimenti popolari a cui sono legati importanti settori della Chiesa. Abbiamo ancora comunità ecclesiali di base. Abbiamo il grido degli esclusi, ci stiamo preparando per una grande campagna contro il debito estero, i laici partecipano, e i vescovi sono, grazie a Dio, meno protagonisti. Chi ha parlato di cittadinanza anni fa? Nessuno. Oggi parliamo di cittadinanza. Anche nella Chiesa, nonostante i rimpianti, c’è molta più democrazia oggi di quanto non fosse trent’anni fa. Non molto tempo fa, una persona della comunità non saliva all’altare per fare una lettura e, se lo avesse fatto, sarebbe rimasta senza parole davanti al sacerdote.

Vivi a São Félix do Araguaia da 30 anni. L’accesso è su una strada sterrata, a volte impraticabile nella stagione delle piogge, ma ora sei connesso via internet con tutto il mondo. Questa globalizzazione tecnologica ti spaventa?

No. Prendo atto che c’è. Il pericolo sarebbe se ci virtualizzassimo così tanto da smettere di essere reali. In molte conferenze scherzavo con religiosi dicendo che, prima di essere religiosi, dovevano essere virtuosi. Invece adesso basta che siano virtuali. La comunicazione virtuale può comportare il rischio di perdere un po’ il contatto reale. Il dono di Dio è tutt’altra globalizzazione. C’è una globalizzazione del mercato, del profitto, del capitale, e un’altra globalizzazione della comunicazione, della solidarietà. Ma, in ultima istanza, l’umanità è solo una.

Sfortunatamente, i conflitti, l’odio rimangono ancora. I giovani che nel 1977, a Brasilia, hanno dato fuoco all’indio Galdino, navigano certamente in Internet.

Oggi come ieri siamo tutti figli dello stesso Padre. La Bibbia ci presenta la parabola di Caino e Abele per dirci che, purtroppo, all’interno di un’unica famiglia umana c’è e ci sarà un fratello che uccide un altro fratello. Dopo aver mostrato la ribellione contro Dio, l’orgoglio, arriva la parabola della lotta tra fratelli. Sono i principali peccati, presunzione e odio. Odio che è avidità, arroganza, esplosione. È mancanza di amore.

Sei arrivato in Brasile in un momento in cui c’erano molti prigionieri politici. Non sei mai stato arrestato?

Solo agli arresti domiciliari. Quando tutti gli agenti pastorali sono stati arrestati, siamo rimasti a casa per diversi giorni, impossibilitati a uscire. Quando è arrivata domenica, ho detto che dovevo andare a celebrare messa. “O forse vuole celebrarla il capitano?”- li ho provocati. Così quattro militari sono usciti scortandoci per andare a messa. Quando è stato il momento di scambiarci la pace, siamo andati dai militari. I poveretti se ne stavano lì con il fucile, o una mitraglietta e non sapevano bene cosa fare. In una di queste messe, una donna ha consegnato a un militare il libro dei canti (ride). Uscendo, uno dei soldati si è appoggiato a una staccionata piangendo. “Dom Pedro, anche io sono cristiano e non avrei voluto … Ma comandano i superiori”.

1 I peones sono braccianti a giornata, sfruttati in lavori pesanti e sottopagati. Ma qui il termine sta a indicare (anche) deputati da quattro soldi che all’interno dei grandi partiti non contano nulla, non prendono parte alle decisioni più importanti, ma si limitano a eseguire passivamente direttive imposte dall’alto [N.d.T.]

2 Posseiros sono contadini cui la legge brasiliana riconosce il diritto di proprietà su piccole aree di terre pubbliche che abbiano coltivato per almeno 5 anni. Nulla importa se, prima di loro, quelle terre erano abitate dai nativi [N.d.T.]

3 Nel metodo pedagogico di Paulo Freire, le parole generatrici (o tema generatore) sono quelle da cui prende il via una lezione. Sono parole il cui significato è conosciuto dalle persone anche analfabete, e lavorando su queste parole e sul loro senso si riesce a creare concetti più complessi. N.d.T.

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