IL CIECO E LO ZOPPO

Un libro per pensare

Antonio Greco

IL CIECO E LO ZOPPO

Un libro per pensare

Due fatti di cronaca accompagnano in questi giorni la mia lettura del saggio di Paolo Naso: il bersaglio di odio contro Silvia Romano per la sua dichiarata conversione all’islam e la giornata di preghiera di digiuno del 14 maggio indetta dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana a più di un anno dalla firma del “Documento sulla Fratellanza umana”, pietra miliare dei rapporti tra cattolici e musulmani, da parte di papa Francesco e del grande imam di Al-Azhar, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dabi.

Il testo di Naso dal titolo “Le religioni sono vie di pace” Falso! (Laterza) è stato pubblicato nel settembre 2019, prima della pandemia, prima che un invisibile virus scompaginasse economia, stili di vita, rapporti umani, lavoro, istituzioni di tutto il mondo.

L’apertura della fase 2 della pandemia con l’allentamento della “chiusura in casa” è coincisa con il ritorno alla normalità, quella di un passato, concausa di questo disastro, e con la fine della speranza che “non torni più la normalità di prima” e si avvii un mondo altro, più umano. I fatti ci dicono che è tornata la normalità di prima: l’odio, il disprezzo, la semplificazione, …

Nel caso di Silvia Romano appare evidente che il bersaglio dell’odio non è solo una persona ma anche una religione. Il bersaglio non è solo una “donna convertita” ma sono certe difficili parole: complessità, pudore, pazienza, dubbio, pace.

L’autore di “Le religioni sono vie di pace” Falso! muove nella sua ricerca “dall’appartenenza a una comunità di fede e da un vissuto convintamente religioso”. La comunità di fede è quella valdese, che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare per la sua costante attenzione a coniugare Vangelo e modernità e per il bisogno di essere in prima fila nell’affrontare i problemi moderni della emigrazione, della povertà e della libertà dal potere. Paolo Naso, giornalista e politologo, insegna Scienza politica alla Sapienza Università di Roma, è conosciuto anche come il coordinatore del progetto Mediterranean Hope, programma per rifugiati e migranti, della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). Insieme con la Comunità di Sant’Egidio di Roma è un protagonista dei “corridoi umanitari”, percorsi legali e sicuri per l’accoglienza dei rifugiati in fuga da guerre e disperazione.

Ha scritto questo libro con l’obiettivo polemico di smontare “l’idea tanto diffusa quanto poco motivata che le religioni siano ‘vie di pace’”, senza rifugiarsi nella teoria che le religioni sono frutto di un grande inganno, ma nella convinzione che “le religioni hanno molto da fare, soprattutto in questo tempo che registra una loro nuova attualità” (p. 112).

E’ un libro per pensare. Chi non sopporta la necessità di scavare nella complessità dei problemi, chi non sopporta la parola “complessità”, si astenga dall’accostarsi al saggio di Naso. A un problema complesso corrisponde, però, una lettura facile e lineare delle 120 pagine. Il libro si legge tutto d’un fiato.

La tesi di Naso è chiara:

E falso che le religioni siano modelli irenici; è falso che si debba a loro quel fragile concetto di tolleranza che, se non altro a partire dall’età moderna, ha permesso una certa consistenza nella diversità delle appartenenze confessionali; è falso che al cuore delle religioni vi sia un’unica regola d’oro che le orienta verso la pacifica e costruttiva convivenza delle une con le altre; è falso, infine, che le religioni siano solo vittime di strumentalizzazioni di ordine politico o economico, queste sì “vere” cause di ogni guerra.

Falso, a nostro avviso, anche se sarebbe bello che le cose andassero nella direzione opposta, perché in un mondo inquieto e attraversato da decine di conflitti si avverte il disperato bisogno di “vie di pace”, anche nel nostro occidente oggi pacificato, ma sconvolto da un kulturkampf contro le politiche dell’accoglienza, dell’incontro e del dialogo tra le culture e le religioni” (3-4).

Questa tesi è dimostrata in due parti e in 5 capitoli: i primi 4 capitoli trattano dell’analisi e dei presupposti della tesi che le religioni non sono vie di pace; l’ultimo capitolo contiene la parte propositiva, in cui illustra, in quattro punti, la conclusione del suo ragionamento.

  1.  “Fattore R”: l’evidenza di caoslandia, a sottolineare che “negli ultimi vent’anni – quelli delle guerre contro gli Stati canaglia e delle grandi alleanze di civiltà per sconfiggere il radicalismo islamista – non è nato alcun «nuovo ordine internazionale» ed anzi si contano – vivi, vegeti e distruttivi – una trentina di conflitti di natura interna o internazionale”. Proprio caoslandia è il punto di forza della tesi di Paolo Naso. La diplomazia delle religioni (Il Parlamento delle religioni fondato nel 1893, gli incontri di Assisi del 1986 e del 2002, voluti da Giovanni Paolo II) ha dato scarsi risultati e sul piano geopolitico i frutti di queste esperienze sono da considerarsi pressoché nulli, se, nonostante tanti generosi tentativi “pacificisti” di esponenti delle religioni, siamo in una situazione geopolitica tragica, che papa Francesco definisce spesso come “la terza guerra mondiale a pezzetti” (p. 11).

Eppure negli ultimi anni le religioni hanno acquistato un nuovo e imprevedibile rilievo nello spazio pubblico. Scompare così il paradigma della secolarizzazione, secondo il quale le religioni sarebbero scomparse con l’avanzare della crescita economica e della globalizzazione. Invece la lettura più accreditata oggi è quella della post-secolarizzazione, cioè “una nuova stratificazione delle dinamiche religiose che a fenomeni ben conosciuti come templi semivuoti, crisi delle vocazioni ai ministeri consacrati, etiche e teologia fortemente personalizzate ed adattate alle proprie sensibilità, aggiunge nuovi elementi: imprevista domanda di spiritualità, per quanto vaga e fluttuante tra diverse tradizioni; l’irruzione dell’Islam politico e di fondamentalismi, non solo di matrice islamica, agguerriti e destabilizzanti; l’azione sociale delle comunità di fede che, a fronte della crisi dei tradizionali modelli di Welfare State, svolgono una funzione sussidiaria sempre più visibile e socialmente rilevante; per i cristiani, lo spostamento del baricentro numerico del cristianesimo verso il cosiddetto Sud globale: (…) nel 2050 ci saranno 1.000.000.000 di cristiani africani, (…) il cambiamento più radicale nella storia delle religioni. Ciò significa che nel 2030 ci saranno più cattolici in Africa che in Europa” (p. 13). Le tante iniziative di pace di alcune chiese e personalità religiose poste su una bilancia pesano molto di meno dei tanti fallimenti di accordi e di soluzioni pacifiche. Si obietta che le tante guerre in atto non sono guerre di religione. “Ogni conflitto ha ovviamente una dimensione legata ad interessi materiali, ma questo non assolve le religioni e la loro disponibilità ad arruolarsi con convinzione nelle schiere combattenti. La domanda da porsi è un’altra: perché le religioni sono così fragili e indifese di fronte all’assalto più o meno strumentale degli interessi politici o economici?” (p. 17).

Dopo la dimostrazione che la difficoltà o l’impossibilità delle religioni di porsi come vie di pace ha radici nella violenza di alcuni testi sacri, Paolo Naso conclude il primo capitolo: “Proprio perché crediamo nel valore e nella funzione sociale delle religioni, non possiamo dare per scontato ciò che non lo è. Le religioni non sono state via di pace, e non lo sono oggi. Forse potrebbero esserlo, ma perché questo accada devono cambiare. O deve cambiare la nostra percezione delle religioni che con troppa indulgenza, anche da parte dei laici eccessivamente compiacenti nei confronti delle istituzioni religiose, ci aspettiamo da esse qualcosa che non possono dare” (p. 22).

  •    “I campi di battaglia delle religioni”: Paolo Naso chiarisce in questo capitolo che “cercando di sviluppare un ragionamento politico, ci capiterà di richiamare spesso dei fatti storici. E chiediamo sin d’ora la pazienza di seguire il filo di questa esposizione in cui, nonostante salti temporali e necessarie omissioni, si cerca di documentare la tesi che intendiamo difendere”. L’elenco di questi fatti storici è parziale ma sufficiente: dalla guerra ‘dei Trent’anni’, che decise l’assetto politico e religioso dell’Europa, fino al rafforzamento del concetto di “religioni di Stato” (cuius regio eius religio = la religione di uno stato è quella del suo re) che coincidevano con il potere politico regnante e che limitavano la libertà religiosa degli individui. Fino ai nostri tempi: “sui 27 stati che oggi compongono l’unione europea e contando anche il Regno Unito, all’inizio del secolo scorso soltanto 13 non avevano una religione di Stato; tra il 1900 e il 2000 ne sono aggiunti altri 9 e ancora oggi sei hanno una religione di Stato” (p. 40).
  •  “Una lezione incompresa”: la madre di tutte le guerre di religione che lasciò sul campo 12 milioni di morti e che decise l’assetto politico e religioso dell’Europa, la cosiddetta Guerra dei Trent’anni (1618-1648), non è una pagina lontana e superata della storia europea. Le religioni hanno continuato ad essere causa di scontri e di violenza. “Dopo il bagno di sangue prodotto dalla Guerra del Trent’anni e dagli altri conflitti di natura politico religiosa, non furono le religioni a fare un passo indietro rispetto alla scena geopolitica ma fu la politica, almeno in Europa, a prendere le distanze dalla religione” (p. 45). Il primo tentativo di soluzione strutturale ai conflitti tra religioni e tra queste e potere politico non nacque nell’Europa cristiana. Mentre in Europa si combatteva in nome di Dio, venne da una remota colonia del Nuovo Mondo una soluzione pacificatrice che poneva con forza la questione della separazione tra la sfera della religione e quella della politica. E qui Paolo Naso riporta la teoria della libertà di coscienza di Roger Williams (che fondò la colonia del Rhode Island) e la sua famosa metafora di una nave su cui viaggiano persone di diverso credo senza che per questo il comandante di quella nave sia privato del potere di comandare la rotta della nave verso un bene comune e di imporre a tutti, marinai e passeggeri, l’osservanza di giustizia, pace e temperanza. Questo in America, ma in Europa non si impose la via della separazione tra potere religioso e potere politico. Si fece strada faticosamente la via della tolleranza. E’ pur vero che nel quadro di una teorizzazione della “guerra giusta”, sostenuta in ambito cattolico negli ultimi secoli fino alla Pacem in Terris di Papa Giovanni XXIII e alla affermazione di papa Francesco secondo cui “nessuna guerra è giusta” (la teoria della “guerra giusta” è ancora presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2309)), i conflitti religiosi vengono delegittimati con documenti chiari e inequivocabili. Ciò, però, non implica che tali delegittimazioni, di fatto, siano “vie di pace”. Anche la tesi che i tanti conflitti locali e regionali, ancora oggi presenti nel mondo (Libano, ex Jugoslavia, conflitto Israelo-Palestinese…ecc), siano dovuti solo a fattori politici e non religiosi, e che le religioni siano vittime più che artefici dei conflitti, ha incontrato severe repliche. “Il paradosso geopolitico è che un’epoca nata nella convinzione che la religione e le religioni andavano verso un mesto declino della loro influenza sulle persone e sul mondo, ci lascia, secondo le parole di Peter Berger, «un mondo furiosamente religioso come non lo era mai stato e in alcuni paesi come non era mai accaduto»” (p. 71).
  • Il quarto capitolo sviluppa il tema “L’attualità dei fondamentalismi” e si apre con una affermazione di Papa Francesco: “Nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti ad ogni forma di fondamentalismo, tanto religioso come di ogni altro genere” (24 settembre 2015).  L’autore esplora le origini e le sfaccettature dei fondamentalismi cristiani, islamisti, sionisti e di altre religioni orientali, nonché denuncia, a volte, la loro convergenza in una innaturale e paradossale alleanza politica, quando, per assurde contorsioni teologiche, convergono su alcuni obiettivi concreti.
  •  Infine, nel capitolo “Politica debole, religione forte”, Paolo Naso non si chiede se sia possibile una conversione delle religioni come efficaci attori di politiche di pace. Quest’auspicio appare ovvio e scontato, non oggetto del suo ragionamento. Considera per il suo ragionamento una scorciatoia sia la ricerca di uomini, donne, comunità, sermoni, omelie, preti, pastori, rabbini, imam, predicatori e predicatrici di ogni tipo che nel loro ministero si sono distinti per il grande contributo che hanno dato al superamento dei conflitti e sia quella di chi considera tutte le religioni come frutto di un grande inganno, di una illusione alienante sulla quale è stato costruito un gigantesco sistema di potere. Scartate queste due scorciatoie, la conclusione a cui giunge Paolo Naso è racchiusa in quattro punti: a) Le religioni sono costruzioni umane; b) Esiste un nesso tra fondamentalismi religiosi e antiglobalismo: “la globalizzazione ci ha prima rapito ed affascinato e poi deluso. Il sogno di un sistema globale autogovernato che avrebbe eliminato i conflitti …è stato assai breve e, al risveglio, ci siamo trovati in un mondo più complicato e più agguerrito nel quale, spaesati di fronte a processi economici e sociali incontrollati, ci siamo rifugiati in gusci identitari rassicuranti e protettivi… in forme di religiosità estreme e chiuse… La “rivincita delle religioni” sul paradigma della secolarizzazione crescente si è consumata in questo quadro” (p. 114); c) Non c’è pace senza libertà religiosa: “l’idea chiave di una radicale distinzione tra sfera della decisione politica che spetta allo Stato e alle sue articolazioni, e quella della coscienza individuale e collettiva di comunità di credenti che si riuniscono attorno a una fede, resta l’architrave di ogni società pluralista che voglia mantenere la coesione e quindi la pace al suo interno. L’autore si chiede anche: allora quale laicità? E nell’aggiungere un aggettivo al sostantivo “laicità” non sceglie né l’aggettivo “positiva” di Sarkozy né l’aggettivo “sana” dell’ex papa Benedetto XVI ma ipotizza “una laicità per addizione”, “strutturata cioè su un principio di separazione tra lo stato e le confessioni religiose, che però non si propone una sottrazione di spazio pubblico alle confessioni religiose o ai sistemi di pensiero filosofici ma, al contrario, come un nuovo pluralismo in grado di assumere il contributo delle diverse organizzazioni confessionali e associazioni filosofiche al dibattito democratico” (p. 117); d) La via della pace è politica: in un momento di acuta crisi della politica, la suggestione di affidare ad altri lo scettro della pace è molto forte. L’idea che le religioni possano dare un colpo d’ala alla politica in declino è assai diffusa: alcuni politici con cinismo, altri per intima convinzione (…). Più o meno strumentale che sia, la confessionalizzazione della politica non fa bene alle religioni -questo è un loro storico problema- ma soprattutto non fa bene alla politica stessa che perde il suo primario punto di forza, quello che si è faticosamente conquistato nei secoli: l’autonomia della religione in funzione del riconoscimento di diritti e doveri che prescindono dalla appartenenza a una comunità di fede” (p. 119).

“Vogliamo concludere affermando che la via della pace è nella politica. E per quanto sbiadita ed opaca oggi possa risultare la sua immagine, è solo restituendole lo scettro del potere e della decisione che possiamo osare sperare in un futuro meno conflittuale del presente” (p. 120).

Qualche annotazione

La forza del libro di Paolo Naso è costituita dall’intreccio, ben documentato, di tre aspetti del problema:  lo storico, il sociologico e quello geo-politico delle religioni. Per scelta dichiarata l’autore afferma che “non possiamo e non osiamo prenderla troppo alla lontana e quindi non ci avventuriamo nei sentieri antropologici e psicanalitici sui nessi tra religioni e sacro per capire perché le religioni non sono state e non sono vie di pace. Per questi aspetti, che riteniamo anche importanti, rinviamo al testo di Sacks, “QUANDO LA RELIGIONE TRASFORMA GLI UOMINI IN ASSASSINI, DIO PIANGE” recensito su questo blog nel 2017. https://manifesto4ottobre.blog/2017/08/18/quando-la-religione-trasforma-gli-uomini-in-assassini-dio-piange/

Paolo Naso, con realismo, indica i rischi che le religioni oggi corrono quando pensano di percorrere la via della pace: la indulgenza eccessiva all’autogiustificazione, il sentirsi nei conflitti più vittime che cause di violenza, la illusione che basta il dialogo teologico tra le diverse religioni e poi, nel nome del proprio Dio, chiudersi nel ghetto della propria identità e combattere il diverso nella vita sociale e politica. Anche nei pochi casi in cui due o più religioni si incontrano sul piano concreto per affrontare insieme problemi come quelli dei profughi, il razzismo, la distruzione del creato, … ecc., queste sinergie rimangono azioni di volontariato senza sbocchi politici o azioni di supplenza di compiti non propri.

La proposta finale del libro di Naso non è quella che le religioni cambino paradigma se vogliono sopravvivere, né quella di dare più forza e spazio alle religioni, ma è quella di porre una grande sfida: la vera via per la pace è politica. I nuovi principi della pace, dice Naso, sono l’impegno e la lotta laica per i diritti e doveri universali che prescindono dalla appartenenza a una comunità di fede. L’inevitabile incontro di religione e politica nel contesto culturale e socio-politico attuale diventa, però, l’incontro/scontro di due debolezze. “Il cieco e lo zoppo”, per usare la metafora di un testo di Filippo Gentiloni, pretendono di percorrere insieme la via della pace, ma il loro incontro/scontro conduce, come sappiamo dalla storia, a esiti drammatici. L’attuale contesto geopolitico impone una sfida nuova e laica: rafforzare la autonomia della politica, l’unica in grado di tracciare vie di pace durature e stabili.

In questa sfida, tutta basata sulla “laicità per addizione” quale ruolo rimane alle religioni?

Rimane il ruolo essenziale di indicare un’utopia, il paradosso di sperare contro ogni speranza, un orizzonte che è oltre la politica con i suoi compiti di ordinare la vita sociale secondo scelte fraterne, giuste e sostenibili.   Solo se si attestano sulla soglia della politica, senza intrecci deleteri, alla ricerca di privilegi e/o di strumentalizzazioni reciproche, le religioni possono essere “una risorsa” per costruire vie di pace. E qui il nostro riferimento, in continuità e sviluppo con il testo di Paolo Naso, è al testo di Jullien, ”UN FILOSOFO ATEO RECUPERA UN CRISTIANESIMO IN CRISI”. https://manifesto4ottobre.blog/2019/04/14/un-filosofo-ateo-recupera-un-cristianesimo-in-crisi/

La sfida laica indicata da Paolo Naso, che vale per tutte le religioni, nel cristianesimo e le sue diverse confessioni, trova un riferimento essenziale, nel Vangelo di Matteo.  Nella gravissima crisi che il coronavirus sta producendo in Italia e nel mondo, i riti religiosi esteriori possono dare sicurezza ma non giustizia e pace. Una fede in Dio, non soffocata dalla religione, diventa un valore aggiunto se fa emergere la forza della fratellanza, prima delle diverse religiosità. “L’umanizzazione di Dio” indicata dal capitolo 25 del Vangelo di Matteo: “tutto quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me”, è la via principale per la ragione d’esistere della religione cristiana. Matteo non scrive: “come se l’avete fatto a me o fate questo ai piccoli-poveri in memoria di me”. Ma “l’avete fatto a me”. “Questi piccoli-poveri sono IO, Gesù il Cristo”.

La sfida laica alle religioni proposta da Naso è l’opposto di quella indicata in queste ore da un giornalista-intellettuale (Galli Della Loggia) che presume di poter valutare l’azione pastorale di Papa Francesco con la categoria di chi pensa che riportare la istituzione ecclesiastica a confrontarsi e rimodellarsi sul Vangelo significa renderla inutile e insignificante nel mondo moderno. La chiesa, sostiene, ha fatto sempre politica, sin da Paolo di Tarso e se non avesse fatto politica non sarebbe esistita.

Infine, ci sono indicazioni concrete che dalla sfida indicata da Paolo Naso ci permettiamo di esplicitare e indicare alla politica, a quella più fragile, quella senza un progetto, quasi scomparsa, che vuole costruire vie di pace. Perché non tutta la politica, oggi, è fragile. La politica di destra, quella che impone il profitto, l’intolleranza, l’odio, la sopraffazione, la schiavitù non è fragile, almeno oggi. A quell’altra politica, quella che ancora osiamo chiamare di sinistra, si pongono alcune necessità concrete e urgenti se vuole avviare un processo di pace: in Italia urge una legge sulle libertà religiose e urge anche una legge sulla nuova cittadinanza, in nome della quale riconoscere in ogni stato il contributo di chiunque, senza distinzione di credo religioso, contribuisca alla costruzione della società civile. E, infine, urge porre fine ai privilegi nell’ambito della formazione scolastica, che da anni sono appannaggio di una sola confessione religiosa.

Nel mondo contemporaneo sempre più globalizzato, cioè tendente verso l’unificazione, queste situazioni lacunose o privilegiate sono diventate particolarmente intollerabili e pericolose.

20 maggio 2020

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