IL MITO DELLA CRESCITA ED IL SUO INGANNO

La ricchezza, la sua provenienza, le sue modalità di produzione e la sua distribuzione sono temi oscurati dalla macchina mediatica che, manovrata come è da chi non intende modificare i rapporti di forza nella società capitalistica, occulta i veri problemi che affliggono larga parte della popolazione con operazioni di vera e propria distrazione di massa. L’intervento che segue, pubblicato il 6 aprile 2019 su Nuovo Quotidiano di Lecce, rimette al centro della riflessione il tema dell’economia superando la visione che tiene conto solo del PIL, indicatore che occulta le disuguaglianze socio-economiche

 

Michele Di Schiena

La “crescita economica” è diventata un idolo venerato da economisti e politici, un fenomeno guardato con interesse da quanti (e sono tanti) la considerano fonte di benessere sociale con la conseguenza che la sua contrazione (“stagnazione”) o la sua regressione (“recessione” definita “tecnica” quando il prodotto interno lordo – PIL – fa registrare variazioni negative per due trimestri consecutivi) sarebbero foriere di sconvolgenti crisi. Sorgono allora alcune domande. Crescere in che cosa? La crescita del PIL a chi giova? Quali sono le conseguenze ambientali di una tale crescita? Ha senso una crescita illimitata e perseguita senza il ricorso a criteri selettivi? La risposta a questi quesiti può essere sintetizzata nel rilievo che la crescita, di cui a ogni piè sospinto si parla, riguarda esclusivamente il PIL con pesanti effetti in danno dell’equità sociale e della tutela ambientale. Conseguenze queste che sono sotto gli occhi di tutti anche se si va facendo faticosamente strada l’esigenza che vengano tenuti nel debito conto altri rilevanti criteri di valutazione come sarebbe dovuto accadere nel nostro Paese col varo della Legge n. 163/2016 che, riformando la disciplina in materia di contabilità, ha con l’art. 14 introdotto come strumento di programmazione economica i seguenti dodici indicatori di benessere equo e sostenibile (BES): reddito medio disponibile aggiustato pro capite, indice di disuguaglianza del reddito disponibile, indice di povertà assoluta, speranza di vita in buona salute alla nascita, eccesso di peso, uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione, tasso di mancata partecipazione al lavoro con relativa scomposizione per genere, rapporto fra tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare e delle donne senza figli, indice di criminalità predatoria, indice di efficienza della giustizia civile, emissione di CO2 e altri gas clima alteranti e indice di abusivismo edilizio.

Una riforma importante, quella del BES, che sta andando avanti con l’adempimento formale di alcuni precetti procedurali in sede governativa e parlamentare ma che non sta avendo alcuna incidenza sul dibattito politico e sul discorso pubblico dove la fa da protagonista senza rivali l’idolo della crescita misurata solo sul PIL che, come dimostrano i fatti, sembra non avere alcun positivo futuro. Nel suo libro “I miti del nostro tempo” (Gianpaolo Feltrinelli Editore, 2009) il filosofo e sociologo Umberto Galimberti, dopo aver evocato il brivido che la “crescita zero” o addirittura la “decrescita” provocano su tanta gente come conseguenza dei suggestivi discorsi persuasivi dei fautori del sistema economico dominante, così si esprime: “La crescita zero sarà sempre di più il nostro futuro, non solo perché non possiamo pensare che i quattro quinti dell’umanità continuino a sacrificarsi per la nostra crescita, ma perché, quando la crescita non ha altro scopo che continuare a crescere, è l’uomo stesso del mondo privilegiato a divenire semplice funzionario di questa idea fissa che affossa e seppellisce il senso della vita, il suo sapore, il suo significato”.

Il termine “crescita” non è rinvenibile nella nostra Costituzione che, facendo carico alle istituzioni di promuovere le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro quale valore posto a fondamento della Repubblica, lo considera all’art. 4 anche un dovere sociale da adempiere per “concorrere al progresso materiale o spirituale della società”. Uno sviluppo che oggi si può definire “progresso in umanità” alla luce di quelle avanzate riflessioni scientifiche e filosofiche che, superando il dualismo cartesiano materia-spirito, vedono nella realtà che ci circonda la fitta trama di relazioni animata da una intrinseca energia che nonostante i mille contrasti la sospinge, in un incessante processo evolutivo, verso la complessità, l’armonia e il bene. E a ben guardare proprio questo unitario processo evolutivo coglie il citato art. 4 quando, pur usando una congiunzione apparentemente disgiuntiva, parla al tempo stesso di progresso materiale e spirituale.

Una scelta, quella del nostro Statuto, estranea alla crescita solo quantitativa destinata, nell’immediato, a immiserire i più deboli facendo lievitare la ricchezza di pochi privilegiati e, nel tempo, a nuocere a tutti per la contrazione dei consumi provocata da impoverimenti di massa. Nessuno vuole una involuzione dell’economia dal momento che lo stesso filosofo francese Serge Latouche, nemico numero uno dell’economicismo sviluppista nonché critico dello “sviluppo sostenibile” inteso come strumento rivolto a mascherare la perpetuazione della crescita economica fine a se stessa, in una intervista dell’aprile 2017 precisava che “la decrescita non è la recessione né la crescita negativa” aggiungendo che essa è “una finzione performativa per indicare la necessità di una rottura con la società della crescita e favorire l’avvento di una nuova civiltà, quella dell’abbondanza frugale”.

Se gli indicatori di benessere equo e sostenibile rischiano di fare la fine di meri adempimenti burocratici, se non c’è un progetto organico rivolto ad avviare un radicale cambiamento del sistema economico dominante, se siamo quotidianamente bombardati con dati e avvertimenti di agenzie e istituti che prospettano l’addensarsi di nubi sempre più nere sull’economia europea e italiana, se l’unica “crescita” da perseguire continua a essere quella del PIL mentre passiamo da crisi in crisi, vuol dire che nonostante alcuni buoni propositi il gattopardismo la fa da padrone nella politica che conta mentre crescono le vecchie e nuove povertà e si aggravano le disuguaglianze sociali. Occorre perciò convincersi che la crescita del PIL fine a se stessa è un mito e un inganno del “pensiero unico” e che occorre una “grande riforma” della politica economica all’insegna dei messaggi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (“ogni individuo ha diritto al lavoro, a giuste e favorevoli condizioni di lavoro e alla protezione contro la disoccupazione” nonché “ad una remunerazione equa che assicuri a lui e alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana”), dello Statuto dell’ONU (“Le Nazioni Unite promuoveranno un più adeguato tenore di vita, il pieno impiego della manodopera e condizioni di progresso e di sviluppo economico e sociale”), del Trattato dell’Unione Europea (“l’ Unione promuove un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile”) e soprattutto della nostra Costituzione che, oltre alle disposizioni dianzi richiamate, dedica un intero titolo della sua prima parte ai diritti sociali svuotando i quali i diritti civili diventano una mera enunciazione smentita dai fatti.

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