SALIRE A BARBIANA E SCENDERE DA BARBIANA

Antonio Greco

“Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ho ammucchiato negli anni di San Donato non smetteranno di scoppiettare per almeno cinquant’anni sotto il sedere dei miei vincitori”[1].

“Quando stava per terminare, ormai gravemente malato, l’ultima stesura (n.d.r., marzo 1967) della Lettera a una professoressa, come sappiamo proprio dalla testimonianza orale di Adele Corradi, aveva previsto il successivo clamore che sarebbe scoppiato dopo la pubblicazione”[2].

Don Milani, “non per facile preveggenza o per superbia ma per nitida consapevolezza intellettuale”, era convinto che il suo pensiero religioso e civile avrebbe suscitato clamore per molto tempo dopo la sua morte. Ma “ha avuto torto per difetto[3].

Mancava un testo che con rigore storico indagasse sulle cariche esplosive, sul clamore o sul “baccano[4] che dopo il 1967 sarebbero scoppiati su Barbiana, che non è solo la sua scuola, e sul suo prete: don Lorenzo Milani. Diciamo meglio: mancava un testo che studiasse la ricezione, la non ricezione, il travisamento e l’appropriazione indebita del pensiero e dell’esperienza della breve vita di Milani nella storia civile e religiosa degli ultimi cinquant’anni.

Raimondo Michetti e Renato Moro hanno coordinato un gruppo di storici, che ha tenuto una serie di seminari nell’Università di Roma Tre, sulla recezione della figura e degli scritti di don Milani, i cui risultati sono stati presentati all’interno dei Cantieri di Storia della società italiana per lo studio della storia contemporanea (SISSCO) che si sono svolti a Salerno nel settembre 2013.

In occasione del cinquantenario della morte di don Milani, nel novembre 2017, sono stati pubblicati gli atti di questo simposio dalla casa editrice Viella di Roma con il titolo SALIRE A BARBIANA, DON MILANI DAL ’68 AD OGGI[5].

Il libro non è un altro testo su don Milani; non è un’altra ricostruzione di un ulteriore profilo biografico; non è una presa di posizione sulle tante strumentalizzazioni del suo pensiero; non cede alla tentazione di collocare questo prete nella galleria dei “padri e madri della patria”, che pure starebbe bene “in compagnia di Danilo Dolci, Mario Lodi, Alberto Manzi, Giulio Maccacaro, Franco Basaglia, Laura Conti, Zeno Saltini, prima ancora Maria Montessori, e tanti altri…”[6].

E’ “un carotaggio ambientale, una indagine su alcuni spicchi di società, una proposta di lettura embrionale” di risposta all’interrogativo: perché ancora oggi, in modo sorprendente rispetto a tante altre figure pure autorevoli della storia civile e religiosa del dopoguerra italiano, si continua a salire a Barbiana e a pubblicare e leggere gli scritti di don Milani? Perché il dibattito sulla figura di questo prete fiorentino, proseguito a fasi alterne in questi cinquant’anni, non è mai cessato del tutto?

Rispetto al dibattito attuale su Milani, assolutamente rispettabile e probabilmente necessario, il nostro punto di vista è, in fondo, quasi rovesciato. L’intento sarebbe quello di assumere come dato storico di partenza e fattore dinamico proprio questo carattere irriducibile e libero della sua proposta, capace di animare la storia prima e dopo di lui su alcune questioni rilevanti dell’Italia del secondo Novecento[7].

Padre del ’68?

Ci poteva essere tra don Milani e gli altri ispiratori del ’68 (Thompson, Fanon, Marcuse, Cohn Bendit, Dutschke…) qualche convergenza di modi e di schemi di pensiero. Giovanni Turbanti nel primo contributo del testo (pagg. 25-60) offre una lista molto chiara: “presa di coscienza delle ingiustizie di cui gli studenti si sentivano vittime e del significato politico delle loro lotte…critica all’autoritarismo, alla meritocrazia, alla discriminazione sociale denunciate dalla lettera, essa incise più in profondità sugli studenti soprattutto per il suo metodo politico”. Ma tra don Milani e gli altri ispiratori del ’68 non vi era alcuna convergenza di contenuti. Perché, allora, questo prete che aveva in fondo una cultura antimoderna, che era legato al mondo contadino, che era portatore di una esperienza pedagogica connessa comunque esclusivamente alla scuola dell’obbligo, è potuto diventare l’emblema della protesta universitaria e della nuova generazione degli anni Sessanta nel nostro paese? “In effetti egli venne apprezzato dagli studenti più per i problemi che aveva aperto, per i disvelamenti e le demistificazioni che aveva realizzato, che per le soluzioni avanzate. La sua prospettiva era quella del paradosso, dell’esasperazione dei conflitti, nella società e nella cultura…Questo bastava tuttavia a delineare di lui l’immagine di un contestatore a tutto tondo, anche se le soluzioni elaborate poi dal movimento…non appartenevano al suo mondo culturale”[8]. La valenza simbolica creata dagli studenti intorno a don Milani corrispondeva ad un forte bisogno di mitizzazione che accompagnò tutto lo sviluppo dei movimenti di protesta. Ma è proprio questa mitizzazione che ha determinato a lungo il giudizio su di lui, positivo o negativo a seconda della valutazione data al movimento stesso…Dietro al personaggio che anche il movimento del ’68 ha contribuito a costruire, restano comunque gli apporti più autentici che egli ha dato, anche con la Lettera, alla coscienza di un’intera generazione, attraverso i quali si possono meglio capire le vicende che hanno segnato la storia di quegli anni e la conflittualità di valori di cui sono state espressioni.

Renato Moro, nel suo contributo finale, sostiene che la mitizzazione di don Milani da parte del movimento del ’68 non può essere spiegata con la “arretratezza provinciale italiana e del Sessantotto italiano rispetto a quello europeo” né con la tesi ad essa collegata, “di un imprinting catto-comunista sulla cultura italiana della contestazione”. “Più plausibile, per Moro, è la ipotesi formulata da Judt che vede nella cultura della contestazione il coagularsi di una protesta anti-riformistica dei figli contro i padri, una condanna e una rivolta contro gli stessi principi del Welfare”. Ancora più plausibile appare a Renato Moro la tesi della zia Maria Rosaria Moro, sorella di Aldo e insegnante nel 1967 al ginnasio, che in una lettera al direttore della rivista “Genitori” individuava “il motivo profondo – della Lettera – che, da un sentimento generoso, ha fatto scaturire un’opera sbagliata, proprio dal rifiuto…del pacato ragionamento, visto come segno d’indifferenza e di ignavia e l’identificazione dell’intensità della vita spirituale con la passionalità e l’intolleranza”[9].

Tra il rogo e gli altari: il dibattito sulla santità. La memoria nell’associazionismo cattolico e nei movimenti post- conciliari

Se si guarda a Don Milani dal quadro della storia religiosa nazionale dei suoi anni di vita, la riflessione storica si complica profondamente.

Il contributo di Tommaso Caliò (pagg.61-86) esplicita “l’evidente difficoltà postuma a inserire Milani nei modelli agiografici che lui stesso aveva per primo contestati. Ne nacque una vivace e inesausta contrapposizione tra “leggenda aurea” e “leggenda nera”: tra il santo e il diavolo. Con qualcuno, come il suo stesso padre spirituale, don Bensi, che lo riteneva santo non canonizzabile semplicemente per paura di imbalsamarlo. Ma è forse proprio questa difficoltà di collocazione, per questa ‘non appartenenza’, che Milani ha avuta una capacità di parlare più fuori che dentro la chiesa italiana”[10].

Invece il contributo di Luca Marcelli (pagg. 87-119) traccia la recezione di don Milani tenendo conto delle tre principali linee direttive della storia del cattolicesimo italiano dagli anni ’50 del secolo scorso ai nostri giorni: quella intransigente geddiano-pacelliana, rinnovata profondamente nell’esperienza di Comunione e Liberazione, quella riformista maritainiano-montiniana prevalente nell’Azione Cattolica e quella del nuovo dissenso religioso post-conciliare. Oltre il “prete” scomodo: un testimone essenziale; il profeta del Concilio; il partigiano degli ultimi; il prete “comodo”; l’icona dell’obiezione di coscienza: nell’associazionismo e nei movimenti cattolici post-conciliari l’immagine di don Lorenzo assomma su di sé una pluralità di caratteri messi in luce per legittimare le scelte di ciascuna aggregazione soprattutto in riferimento al rapporto tra chiesa e modernità. La recezione di don Milani nel mondo cattolico è un’immagine fluttuante che riflette in realtà un sistema di tensioni interne alle stesse organizzazioni laicali. Marcelli conclude il suo contributo sostenendo che il laicato cattolico organizzato non ha parlato mai di don Milani nei termini di un “santo” né, all’opposto, è stato ridotto ad un eroe “civico” perché “per dirla con un’immagine: fra la nicchia di un santo venerabile e la piazza di un eroe civico, il priore di Barbiana sembra, dalla sua morte ad oggi, accomodarsi provvisoriamente sul sagrato: abbastanza fuori per non destabilizzare le coscienze di nessuno e parlare al contempo un linguaggio comprensibile ad una società secolarizzata, ma comunque in terra consacrata e dunque potenzialmente, anzi doverosamente conciliabile”[11].

Un’icona nel dibattito su pace e nonviolenza

Dalle interviste che Pietro Mocciaro (pagg. 121-151) ha fatto ad alcuni rappresentanti dell’arcipelago pacifismo italiano, vasto e frammentato, emerge in modo quasi scontato la fitta ricorrenza del riferimento alla figura di don Milani all’interno del dibattito sui temi della pace e della guerra nel nostro paese dopo la pubblicazione del testo L’obbedienza non è più una virtù. Secondo Mocciaro per capire perché il priore di Barbiana ha rappresentato (e rappresenta tutt’ora) un punto di riferimento ineludibile per chi si sia voluto occupare nel tempo di pace e non violenza in Italia “occorre (…) rivolgere l’attenzione direttamente all’esperienza personale di don Milani, nella quale sembra di poter avvertire ancora una scia di quella passione che animò le generazioni uscite dalla Resistenza e dall’utopia del nuovo stato repubblicano e costituzionale. In Milani, infatti, appare forte la tensione…verso una partecipazione attiva delle masse alla vita democratica del paese, messa a rischio dalle contraddizioni di quel boom economico che sembrava anni luce lontano da Barbiana”[12].

Riflettori su Barbiana: teatro, cinema e televisione

Con prospettiva storica anche Federico Ruozzi esamina la recezione del priore di Barbiana fatta dal teatro, dal cinema, dalla televisione e delle fonti audiovisive definite come fonti di repertorio “ora zero” (volgarmente detti filmini amatoriali). Queste nuove forme di comunicazione novecentesche hanno spazzato via “intere biblioteche”.

Il teatro degli anni ’70 enfatizzò il lato più disobbediente e contestatario del priore. Anche i due film su don Milani del 1975 (Un prete scomodo di Pino Tosini) e del 1976 (Don Milani di Ivan Angeli) risentono molto delle tensioni sociali e culturali della metà degli anni ’70 ma vennero proiettati in poche sale italiane e rimangono sconosciuti e ignorati.

La recezione televisiva di don Milani è più pacificatrice, anche se al suo interno occorre differenziare i generi, il documentario dalla fiction. Per la fiction televisiva don Milani, anche se burbero e contestatore, fa il prete buono, secondo il format “don Matteo”.

L’ultima fonte, quella del repertorio “ora zero”, che la storiografia chiama anche “cinema di famiglia”, anche a causa della passione di Milani per le cineprese, è molto importante. Queste poche “fonti dirette sono molto utili per togliere polvere e incrostazioni alla figura di don Milani, forse un po’ troppo in balia di quell’uso pubblico della storia”[13], che ci ha reso un Milani per tutte le stagioni.

Pellegrinaggi politici a Barbiana.

Il saggio di Matteo Mennini (pagg.205-257) esamina, nel primo paragrafo, la memoria di don Milani tra militanza politica e storiografia negli anni ’80, nel secondo, la “rivisitazione di un mito degli anni Sessanta con il senno degli anni Novanta”, nel terzo, ‘la “seconda Repubblica” ricorda don Milani’. La ricerca poi si sofferma sul passaggio politico per cui da “la scuola di Barbiana non piace più a nessuno” si arriva al fatto che Barbiana diviene il santuario assediato dai politici. L’ultimo paragrafo è titolato: Folgorati sulla via di Barbiana: don Milani nel pantheon della “nuova” sinistra. Infine, dopo l’analisi della marcia di protesta a Barbiana organizzata contro la riforma della scuola introdotta da Moratti nel 2002, Mennini analizza la recezione di don Milani come “santo civile” in una repubblica senza partiti e conclude: “Solo un accurato lavoro storico… può disinnescare l’operazione agiografica che il pellegrinaggio politico degli anni Novanta ha messo in atto, inaugurando un culto funzionale non all’immaginario del “nuovo”, ma alla logica dell’autorappresentazione: se con Ingrao o La Pira a Barbiana saliva un pezzo del Paese, con Veltroni, Di Pietro, Bertinotti, Fioroni o Renzi, negli ultimi anni, sono saliti singoli protagonisti, ogni volta diversi, dell’unica grande scena di una politica italiana alla ricerca di consensi. Altri “pierino”, avrebbe detto il priore…”[14]

Scendere da Barbiana

E’ il titolo dell’intervento conclusivo del coordinatore Renato Moro.

Secondo Moro “la questione del modo così tortuoso e difficile in cui un personaggio così centrale è stato recepito ed è stato accolto illumina molti aspetti nodali degli anni Sessanta e delle loro conseguenze. A mio avviso, esso coinvolge almeno tre dimensioni, importantissime, e ci impone di riconsiderare lo sviluppo italiano da questi tre punti di vista: innanzitutto, la storia delle ideologie, poi la storia religiosa, e infine la storia della politica”[15].

Scendere da Barbiana è un invito, a partire dalla complessità di don Milani e dalla diffusa pulsione all’appropriazione del suo pensiero e del suo personaggio ma anche ad una parallela difficoltà a farlo, a capire le trasformazioni culturali, religiose e politiche del nostro paese dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi.

Salire a Barbiana e scendere da Barbiana, indica il doppio movimento che consente di passare da Milani alla sua cornice storica e fare della sua recezione una delle spie più evidenti che aiuta a far capire un pezzo della nostra “memoria collettiva”.

Il testo non si addentra nella complessità della discussione sulla sperimentazione didattica nella scuola di Barbiana, che pure ha avuto nel tempo una eccezionale attenzione. A riguardo il testo, si conclude con la pubblicazione di una intervista a Tullio De Mauro, convinto estimatore delle intuizioni milaniane nell’ambito della didattica. L’intervista è del 2 ottobre 2013.

L’impianto fondamentale del libro, pur datato al 2013 e pur non potendo tenere conto di tutto ciò che si è scritto e detto su don Milani dal 2013 al 2017, anno in cui la figura di don Lorenzo è stata al centro di qualificate attenzioni sia sul versante religioso che civile e politico, non trascura di tenere presente due fatti centrali per la recezione di don Milani: la pubblicazione in un unico corpus dell’opera omnia del priore nell’aprile 2017: Don Milani, Tutte le opere, Meridiani Mondadori, 2 voll.; e la discesa dall’alto, a bordo di un elicottero, a Barbiana, il 20 giugno del 2017, di papa Francesco.

Il libro ha anche una sua particolarità che, infine, va sottolineata: la tenuta in conto, per la recezione di don Milani, non solo delle migliaia di contributi scritti a mezzo stampa, dei numerosissimi convegni, dell’elenco delle tante figure intellettuali e politiche che hanno incrociato la loro vita con quella del priore di Barbiana, ma anche dei tanti quaderni riempiti dai numerosissimi visitatori/pellegrini che “salgono a Barbiana”, delle loro brevi ma dense riflessioni. La meritoria raccolta di Liana Fiorani, Dediche a Don Milani dal cimitero di Barbiana[16], ci riporta all’essenza profonda del perché una folla di cittadine e cittadini, molti giovani, contadini e operai, sindacalisti e disoccupati, continua a salire a Barbiana: “si sale a Barbiana per andare a trovare un amico che si stima e che si conta di ritrovare anche in altre occasioni future, come molti promettono alla fine delle loro dediche; si cerca a Barbiana, anche mediante l’inserimento fisico ed emotivo dentro luoghi dove visse ed è sepolto il prete, una propria dimensione interiore che irrobustisca le scelte nel corso del quotidiano” [17].

Salire a Barbiana, quindi, non solo per capire la nostra storia ma anche per rafforzare quel culto laico che emerge dai quaderni dei visitatori/pellegrini nei confronti del priore, una figura straordinaria ma “non santo” e “non fondatore”. Barbiana “potrebbe assomigliare, per un gusto del paradosso, a una Porziuncola mai diventata basilica, prima dei processi di istituzionalizzazione che seguirono alla morte del santo assisano[18].

Salire a Barbiana è seguire Adele Corradi, alla cui “libertà spirituale” il testo pubblicato da Viella è dedicato. La dedica è certamente un riferimento al suo testo del 2012 “Non so se don Lorenzo[19]. Corradi ha raccontato con la scioltezza, la leggerezza e lo humour di una grande narratrice la sua Barbiana. Si è lasciata visitare dai ricordi con amore ma senza reverenza, con il fervore di chi è ben consapevole dell’eccezionalità di un’anima vasta come quella di Milani ma anche la unicità e irripetibilità del luogo.

In una lettera a papa Francesco Michele Gesualdi, un altro che ha vissuto con il priore, morto il 19 gennaio 2018, ha scritto: “Barbiana è ancora oggi un luogo fatto di nulla, in cui salire in punta di piedi a pensare, pregare e ascoltare quel profondo silenzio che scuote[20]. Tradotto: non diventi mai come Assisi o come San Giovanni Rotondo.

La nostra recensione del testo della Viella, che merita di essere letto per la documentata e approfondita lettura storica, è anche per rafforzare questi propositi.

Antonio Greco

 

[1] don Milani, 14 luglio 1952.

[2] Salire a Barbiana, don Milani dal Sessantotto a oggi, a cura di R.Michetti e R. Moro, con un’intervista a Tullio De Mauro, Roma, Viella, 2017, pag. 24

[3] Op. cit., pag. 24.

[4] “A un’amica che gli aveva chiesto cosa si potesse fare per Lettera a una professoressa appena dato alle stampe, un Lorenzo Milani in fin di vita, dal letto, rispose: “Fate baccano” (da Don Milani, Tutte le opere, Milani, Meridiani Mandadori, vol. I, pag.827).

[5] Salire a Barbiana, don Milani dal Sessantotto a oggi, a cura di R.Michetti e R. Moro, con un’intervista a Tullio De Mauro, Roma, Viella, 2017, pagg. 292, € 28,00.

[6] Op. cit., pag. 22.

[7] Op. cit., pag. 22.

[8] Op. cit., pag. 59.

[9] Op. cit., pagg.262-263.

[10] Op. cit., pag. 264.

[11] Op. cit., pag. 119.

[12] Op. cit., pag. 150.

[13] Op. cit., pag. 203.

[14] Op. cit., pagg. 256-257.

[15] Op. cit., pag. 263.

[16] a cura di Liana Fiorani, Edizione Qiualevita, Torre di Nolfi (Aq) 2001.

[17] Op. cit., pag. 13.

[18] Op. cit., pag. 14.

[19] Feltrinelli, 2012.

[20] Lettera del 19/6/2017.

 

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