L’INUTILE FARDELLO

Antonio Greco 

“Non è facile togliere di mezzo i vescovi e gli esponenti dei dicasteri romani, ma se questi potessero provare a tacere, se non altro per il troppo parlare che hanno fatto fino adesso, ne avrebbe senz’altro un gran beneficio tutta la comunità credente.

La bibbia non è un libro qualsiasi, tanto meno da strapazzo come purtroppo lo trattano i nostri pastori con il loro uso disinvolto, quasi distratto, sempre impreparato, bensì uno scritto del tutto singolare, veramente raro: non basta aprirlo e leggerlo per comprenderne il significato” (pag.9).

 

A due anni dalla morte avvenuta il 31 marzo 2015, gli amici di padre Ortensio da Spinetoli pubblicano per Chiarelettere di Milano, un volume postumo di scritti del grande biblista e teologo marchigiano, dal titolo L’inutile fardello.

Il testo è di appena 80 pagine, molto agile e si legge tutto di un fiato.

La prefazione è di Alberto Maggi, direttore del Centro Biblico “Giovanni Vannucci” di Montefano, che si è sempre dichiarato ammiratore e debitore di padre Ortensio.

Segue una introduzione di Gianfranco Cortinovis, un imprenditore bergamasco, discepolo, amico ed ‘erede letterario’ dell’autore.

Una lettera a un giovane confratello, scritta nel 2014, un anno prima della morte dell’autore, precede e accompagna il lungo fascicolo e indica il destinatario del testo: il “nuovo clero”, che “sembra essere stato protetto, tenuto al riparo dalle arie, ossia dalle correnti innovatrici che nonostante tutto hanno continuato a circolare dentro e fuori la chiesa”.

Nelle premesse, oltre alla necessità del rinnovamento esegetico (“in una panoramica fatta di evoluzioni e trasformazioni, solo la teologia è rimasta statica”) è indicata anche la spiegazione del titolo del libro: “liberare i fedeli dai tanti inutili pesi che i maestri di turno…hanno posto sulle loro spalle”.

Seguono quattro interessanti capitoli: interpretazioni della figura di Gesù; il centro della vita della chiesa: l’eucarestia; equivoci di fondo; le grandi “eresie”. Alla conclusione seguono tre appendici: Lettera a Papa Francesco (“richiesta di un raduno dei “dispersi d’Israele” cioè di quanti nella chiesa hanno subìto incomprensioni, preclusioni, esclusioni, condanne, a motivo non di reati ma delle loro legittime convinzioni teologiche, bibliche o etiche”); una breve biografia dell’autore e una bibliografia annotata delle opere di padre Ortensio da Spinetoli (1925-2015).

L’autore

Ortensio, francescano cappuccino, ha vissuto la sua scelta monastica da persona semplice, fuori da qualsiasi schema religioso, da uomo del dialogo con tutti, con una tenace spiritualità radicata in Gesù, da insegnante libero e da sognatore di un nuovo futuro per la chiesa.

Persona umilissima, “uomo di squisita intelligenza, il suo sguardo acuto aveva la scaltrezza dei contadini marchigiani, da sempre abituati a sopravvivere ai soprusi dei loro padroni”, ha anticipato, “di almeno 50 anni“, afferma Alberto Maggi, l’esegesi evangelica che oggi una sempre più nutrita parte della Chiesa ha fatto sua anche se molta parte di essa è rimasta ferma e ancorata ai pensatori medioevali.

I contenuti del libro

La vera rivelazione o rivoluzione messianica “non è il primato di Dio, che non aveva bisogno di riconoscimenti, bensì quello dell’uomo, di ogni uomo, soprattutto se povero, affamato, ignudo, forestiero, prigioniero (Mt 25, 31-46)”. Gesù “non aveva preannunciato un nuovo culto, né stabilito un diverso giorno per onorare il Signore, ma al contrariosi era grandemente, per non dire principalmente, preoccupato del rinnovamento dei rapporti interumani” (pag. 60).

Questa rivelazione/rivoluzione viene quasi subito tradita, dopo la morte di Gesù, con “l’eresia di cui si parla poco e che si può anche chiamare cristianesimo, poiché ha riportato la proposta originaria di Gesù negli schemi comuni di tutte le religioni, in pratica di quella del vecchio Israele. Forse non sbagliano quelli che chiamano la chiesa cristiana, non solo quella cattolica, la ‘tomba di Dio’. Solo si può aggiungere ‘anche del suo Cristo’” (pag.61).

Secondo Maggi “il pensiero di Ortensio, come un bisturi doloroso ma vitale, costringe a ripensare importanti concetti teologici che sono ancora un tabù” (pag. IX): la “Parola di Dio” per scoprire quale è il messaggio e quella che è solo la sua forma; il peccato originale di cui Gesù non ha mai parlato; la missione di Gesù è sacra o principalmente umanitaria?; la morte di croce è offerta sacrificale o eroismo caritativo?; l’Eucarestia è evento reale o rito commemorativo?; la teologia più discutibile, ossia la ‘mistica del patire’; la chiesa: la proposta di Gesù e le ‘ricostruzioni’ dei discepoli; Francesco, a cui segue l’eresia dei francescani e dei cappuccini.

Lo scritto, come tutti i precedenti libri di Ortensio, sono caratterizzati, nel metodo, da un’idea di fondo che lui stesso esprime così: “Il relativismo, la precarietà, la provvisorietà non indicano indifferentismo religioso, nichilismo o ateismo, ma costituiscono l’unico atteggiamento spirituale e culturale legittimo in un mondo diventato pluridimensionale e multietnico, in cui la verità si è fatta più lontana perché la realtà si è fatta più vicina e si rivela agli scienziati, ai filosofi e quindi anche (e perché no?) ai teologi più complessa e mobile (evolutiva) di quanto si fosse mai pensato fino ad ora”.

Ma pur con la consapevolezza per i suoi risultati esegetici raggiunti, Ortensio aggiungeva: “Non si pensi che siano queste le ultime o le definitive risposte. Le più giuste, senz’altro migliori, sono quelle che devono venire. Sappiamo cercare e aspettare fiduciosi” (pag. 78).

La conclusione del testo è davvero disarmante per la sua umiltà: “Le mie indicazioni possono apparire troppo innovative, ma rispetto al progresso che ha fatto, sta facendo in questi ultimi anni e farà presto la scienza biblico-teologica, i componenti e gli informati non possono che definirle “conservatrici”, e a questa convinta affermazione fa seguire un elenco di 10 nomi di teologi-biblisti viventi che, secondo Ortensio, “purtroppo la gerarchia ignora quando non condanna ma che ormai fanno scuola dentro e fuori l’istituzione” (pag. 65).

 

Al termine della lettura del testo appare pertinente l’osservazione di Gianfranco Cortinovis riportata nella introduzione: “Se una persona già avanti negli anni -frate cappuccino, presbitero, biblista rinomato, ma prima di tutto uomo universale- avvertiva il bisogno di ripensare dalle fondamenta il significato della fede cristiana, non potevo considerarmi un arrogante presuntuoso né uno sfortunato cristiano che aveva perso la fede: semplicemente il mio era il caso di un credente adulto non disposto a rinunciare alla propria sete di conoscenza e al proprio senso critico” (pag. XIII).

Il guaio per il cattolicesimo odierno, in particolare quello italiano, però, è che si vedono in giro pochi credenti adulti. L’immensa maggioranza del popolo non ne sa niente di queste ricerche bibliche che possono avere grandi riflessi sulla vita concreta dei singoli e anche sulla drammatica situazione sociale. E se di qualcosa è informata, appare del tutto indifferente a questa lettura approfondita della Bibbia. Al tempo di Lutero e di Calvino, l’Europa si faceva sterminare (e non era un bene!) per stabilire se ci si salva con le opere e con la fede, o solo con la fede. Ma oggi nessuno darebbe una goccia di sangue per liberarsi da visioni religiose che appaiono chiaramente un inutile (e dannoso) fardello.

Questa indifferenza delle masse nasce, essenzialmente, dalla inconciliabilità della visione biblica del mondo con la visione moderna, da due modi di pensare considerati antagonistici: l’uno mitologico, l’altro scientifico.

La ricerca biblica e teologica di Ortensio è un tentativo, ancora incompleto ma ben riuscito, di fare accettare dall’uomo moderno non la concezione biblica del mondo ma il messaggio cristiano in essa contenuto.

Se il «messaggio cristiano» viene inteso nel senso chiarito da Ortensio – primato all’umanità del Vangelo e all’amore del prossimo – non c’è bisogno di molto sforzo per renderlo intelligibile: tutto il mondo cristiano lo capisce e lo sente, e a volte sente pure il vago rimorso di non seguirlo. E solo questo può spingere al cambiamento ecclesiale dal basso.

 

 

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One Reply to “L’INUTILE FARDELLO”

  1. Sono convinto che P.Ortensio è tra “i precursori”di chi con umiltà avverte il bisogno della verità cristiana dove la CHIESA dei primordi ne è madre assoluta di testimonianza.Si avverte l’autenticità di testimoniare il Cristo Dio vivente quando il rumore dell’amore rovescia le abitudini del vivere di un surrogato che il tempo ha trascinato come verità.Eccellenti e autorevoli sono stati e sono altri nomi che hanno contribuito a far meditare “le novità dei primordi”.La chiesa non perirà,Lo Spirito Santo illumina,suggerisce,custodisce e a suo tempo interviene con l’amore di sempre.Si cerca con amore e non con ostinazione l’amore,l’attesa è fatta da chi ha camminato guardando con spirito di verità.La via percorsa ha buoni testimoni e sono tanti.La Chiesa con loro ritornerà una e universale perchè ha il vero della pace e dell’amore,ha l’unicità di illuminare ogni uomo purchè parli la lingua della primordialità.Bisogna pregare per avere “credenti adulti”.

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