CIO’ CHE TARDA AVVERRA’

Mentre preparavamo la recensione del testo di Paolo De Benedetti, Ciò che tarda avverrà, Qiqajon 2006, l’autore del testo, teologo e biblista, è morto nella sua città di Asti. Avrebbe compiuto 89 anni il prossimo 23 dicembre. E’ famoso presso il pubblico per la sua `Teologia degli animali´, che pone uomo e animali sullo stesso piano rispetto alla possibilità di salvezza eterna, anche se ribadisce la superiorità dell’uomo rispetto al resto del creato. Ma molti e interessanti sono stati il suo insegnamento e i suoi libri.

Il libro, “Ciò che tarda avverrà”, è uno straordinario “alfabeto” (ogni capitolo è designato da una lettera dell’alfabeto ebraico) che immette nel cuore della comprensione ebraica della vita (della storia, della cultura, della religione, dell’etica, delle relazioni…) attraverso la lettura di alcuni personaggi delle Scritture.

Partendo dalla Bibbia, De Benedetti si rifà agli insegnamenti degli antichi rabbini e in particolare al Midrash, spiegando che pur dovendo fare i conti, come tutti coloro che leggono la Scrittura, con il metodo storico-critico, ha “anche ‘creduto’ alla verità dei personaggi e degli eventi biblici, ‘come se’ fossero letteralmente reali”.

Serena Noceti, teologa lucida e impegnata, in un intervento pubblicato nella rivista “pretioperai” n. 113/114 dell’ottobre 2016, dal titolo “Cambia la figura della chiesa?”, indica il sogno di una chiesa altra e la consapevolezza dell’essenziale da mantenere e dell’accessorio da abbandonare dell’attuale struttura ecclesiastica. Soprattutto per indicare la necessità del discernimento di ciò che è essenziale, fa riferimento al testo di De Benedetti, Ciò che tarda avverrà, in cui è descritto il sorgere dell’ebraismo rabbinico.

Jochanan Ben Zakkaj di fronte all’imminente fine del modello sacrale del Tempio, intuisce che c’è qualcosa da salvare e qualcos’altro che deve essere lasciato. Ripensa l’identità ebraica, provando a salvaguardarne il nucleo costitutivo. Prende il rotolo della Torà e si finge morto, così da poter uscire dalla città assediata. Una volta uscito, a Javne, costituisce una scuola accademica, in cui prenderà nuova forma l’esperienza di Israele. Scrive De Benedetti:

La decisione di rabbi Jochanan ha avuto per l’ebraismo un’importanza incalcolabile (…). È difficile per noi renderci conto di quel che significasse per un ebreo pio, specie se palestinese, la distruzione del tempio; mancati i sacrifici, era come se fosse venuta meno nel mondo la possibilità del perdono dei peccati (…).

C’è molto da riflettere su quello che può fare un uomo: rabbi Jochanan era uno studioso senza autorità ufficiale, non aveva la presidenza del sinedrio centrale e non era il patriarca… Egli fu il solo, tuttavia, a scorgere chiaramente quello che si poteva conservare e quello che si doveva abbandonare per conservare il tutto, e agì senza troppe discussioni di metodo e di procedura: se discusse con i suoi discepoli, fu probabilmente solo per il modo di uscire da Gerusalemme. E tuttavia non si può scorgere nel suo agire nulla di autoritario e di arbitrario; egli seppe leggere, come si direbbe oggi, i segni dei tempi, ma in questi segni non vedeva soltanto la storia, bensì la misteriosa volontà di Dio, che egli era abituato a venerare in ogni precetto.

Ai cristiani non è accaduto di dover compiere un mutamento così radicale come quello toccato all’ebraismo, per rimanere se stessi; ma non si può dire che non sarebbe stato, o non sia ugualmente necessario. Infatti, il grande tempio della cristianità tradizionale è già profondamente intaccato dal fuoco, e sono venuti meno i riti che vi si compivano per dare al mondo intero una buona coscienza. Ma questo incendio è, su scala umana, straordinariamente lento, quasi inavvertibile è il crollo se non si guarda indietro, e tutto ciò rende più che mai difficile che sorga un uomo come rabbi Jochanan ben Zakkaj e decida di portare fuori dal tempio (da quel tempio) ciò che deve essere salvato. Ogni volta che qualcuno, più per istinto che per lucida consapevolezza, fa qualcosa del genere, viene accusato di profanare, sconsacrare, secolarizzare la santità (…). Oggi, poi, l’apparente lentezza dell’incendio fa sì che, mentre tutti o quasi tutti sentono confusamente che occorre procedere a un salvataggio, molti pensano che tutto possa essere salvato; e anche coloro che non lo credono, sono molto incerti su ciò che si deve salvare.

Ma questa non è un’opera puramente umana: non si deve discutere di ciò, e forse neppure decidere. Occorre piuttosto porsi dietro alla parola di Dio, come i magi dietro la stella, e seguirla là dove, uscendo dal tempio rovinante della cristianità, andrà a posarsi (…). Ma c’è una differenza, tra l’andar dietro a questa stella e la provvidenziale fuga a Javne di rabbi Jochanan: che allora bastò la fuga di un uomo a salvare l’ebraismo, oggi ogni cristiano è personalmente impegnato a uscire dal vecchio tempio e seguire la stella destinata a condurre proprio lui. Solo così, alla fine, tutta la chiesa di Dio si troverà in salvo, in questo mondo profano ma così caro a Dio”

(P. De Benedetti, Ciò che tarda avverrà, Magnano, 1992, 22-25).

Salvare la Torà, per il nostro discorso di riforma della chiesa, scrive Noceti, significa salvare il principio costitutivo dell’esperienza ecclesiale, ovvero il Vangelo, distinto dall’apparato del sacro.

Buona lettura del testo di De Benedetti.

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