DONNE ED AUTONOMIA RELIGIOSA

Cettina Militello

Il 1 ottobre 2016 la teologa Cettina Militello ha tenuto ad Ostuni, nel corso del X Convegno Nazionale del M.E.I.C.: Cittadinanza e persona, un gap da colmare per contrastare la tragedia del Mediterraneo, una relazione su Le donne protagoniste nella chiesa e nella cittadinanza per l’espansione dei diritti. 

La relazione è stata trascritta da Angela Colasuonno e rivista dalla redazione di M4O, ma non dall’Autrice.

 

 

 

Premesse

Non ho nessuna prossimità con il discorso della cittadinanza, però guardo con molta attenzione al travaglio culturale in atto proprio perché il problema della Chiesa futura impone di tener conto di quello che è il momento che stiamo attraversando.

Non ho strumenti operativi di tipo pratico e sono invece convinta che da un convegno di questo tipo la questione da far emergere è come operare, come far prendere coscienza del paradosso in cui siamo caduti.

A monte del tema da trattare rimangono aperte diverse questioni. Le leggo semplicemente perché non abbiamo il tempo di entrare nel merito. Noi parliamo di persona. Persona è una categoria squisitamente occidentale. Nel contesto internazionale spesso e volentieri il concetto rimane per tutto incomprensibile e ostico. Allora io mi chiedo se anche un termine come “persona” non debba essere sottoposto ad una critica di ricomprensione. Lo stesso riguarda il concetto di divinità: nel contesto delle diverse culture, della divinità abbiamo diverse accezioni. Diritto – dovere: ieri è stato posto il problema che cos’è il diritto ed è stata data risposta; parallelamente potremmo dire che cos’è il dovere e quale risposta va data. I diritti e i doveri non sono determinazioni univoche. Lo stesso vale per il concetto di cittadinanza che è nostro, assolutamente nostro. Per parlarne direttamente bisogna andare a concetti, quali per esempio stanzialità; ma non c’è stanzialità che non sia preceduta da migrazione, cioè fondamentalmente l’uomo è in itinere, emigrante e il fatto di diventare stanziale non toglie la sfida della migrazione successiva di chi si porta là dove io sono stanziale. Altrettanto da mettere sotto le lenti di ingrandimento sono i concetti di Stato, Nazione, il concetto di confine, e personalmente mi affascina ancora di più la riflessione sulle culture, o la categoria della transculturalità. Categorie chiave per me sono quelle di identità, differenza, senza dimenticare il concetto di diseguaglianza che non connota l’identità e la differenza ma per così dire è un corollario delle stesse. Anche il concetto di democrazia non è scontato così come non è scontato il tema dell’ordine sociale così come noi lo conosciamo, e dunque mi rifaccio ai temi che abbiamo lanciato relativi al lavoro, al mercato, alla giustizia nella sua conformazione giuridica legale. Dico ancora che io sono una donna mediterranea nel senso più pieno della parola, vengo da un’isola che ha sperimentato una millenaria presenza di soggetti altri; se io dovessi dire quali sono le mie radici francamente non saprei dirlo. A me è capitato, lo racconto come paradosso, di restare asettica sul Sacro Sepolcro e di tremare al Muro del Pianto. Mi sono chiesta la prima volta che cosa significasse: ho pensato ma chissà ti sei emozionata. Quando ci sono stata la seconda volta di nuovo ho perso il controllo. Poi non ci sono più tornata. Mi sono chiesta: nel mio DNA culturale che cosa c’è? Impossibile per un siciliano dire quali sono le sue radici. Come faccio a dire se sono ebrea, araba, latina, fenicia, normanna, aragonese, ecc. Lo dico perché questo dice quella che io chiamo l’attenzione alla cultura. Per me è veramente un rompicapo quello della identità culturale e dell’esperienza di stratificazione culturale.

Donne protagoniste

Il tema che mi avete assegnato è: “donne protagoniste nella chiesa e nella cittadinanza per l’espansione dei diritti”. Allora, donne protagoniste.

La donna è protagonista? Non lo sono state. La loro vicenda non è nel segno del protagonismo. E questo vale sia nella Chiesa sia per quanto riguarda la cittadinanza. D’altra parte è altrettanto evidente che le donne sono Chiesa, lo sono sempre state, non c’è tempo nel quale le donne non sono state battezzate e le donne sono cittadine, non nel senso antico dei diritti ma nel senso che appartengono alla civitas e producono cittadini, generano cittadini. Ora a loro sfavore gioca una riduzione o una negazione di soggettualità. Le donne sono cittadine perché localizzate. Dicevo prima, generano cittadini. Prendendo per buone la distinzione di Isidoro di Siviglia, che distingue tra urbs e civitas, le donne abitano la città ma non la costituiscono in senso attivo, propositivo, di appartenenza alla cittadinanza, essendo prive di diritti. Questi diritti variano nell’arco della storia ma fondamentalmente noi non troviamo, neanche nelle nostre democrazie c.d. avanzate, una reale parità di diritti tra uomini e donne. Basterebbe, per esempio, riferirsi alla diversa retribuzione per lo stesso lavoro reso, basterebbe pensare alla diversa presenza nei luoghi della rappresentatività politica: c’è proprio un marcato squilibrio tra la quantità delle donne che rappresentano e la quantità degli uomini. Ed i tentativi fatti, discutibili, di porre rimedio a questo gap, non sempre risultano vincenti ed allora quello che io adesso tenterò di fare è una breve, brevissima ricognizione per far vedere questa situazione di inidoneità o di insignificanza delle donne tanto nella Chiesa che nella società. Certo a monte bisognerebbe puntualizzare che cos’è Chiesa e bisognerebbe anche puntualizzare che cosa è la società, o meglio, parlando di cittadinanza che cos’è la città. Ieri è venuta fuori una evocazione della città come esperienza primordiale, addirittura è stato detto, antecedente alla dimensione del villaggio. E’ impossibile presentare un excursus relativamente a chi è la Chiesa o chi è la città (uso il termine “chi” volutamente). L’altro problema è l’intreccio tra chiesa e città, nella nostra storia occidentale, e l’oikos, la casa, che è il fatto costitutivo dell’abitare e che nel tessuto delle case dice interdipendenza di quanti le abitano è metafora della chiesa. Metafora della chiesa è la città sia che si tratti di Gerusalemme nel senso storico del termine sia che si tratti della nuova Gerusalemme. Né d’altra parte possiamo dimenticare la antinomia tra Bebele, Babilonia città del diavolo e la Gerusalemme Celeste, città di Dio presente nella storia.

L’esclusione delle donne nella Chiesa.

Parto ovviamente soltanto dal Nuovo Testamento. Partiamo da quello che i tecnici chiamano “discepolato di eguali” cioè di uomini e donne alla sequela. Noi abbiamo una idea addomesticata di Gesù di Nazareth e del suo predicare il Regno, ma in realtà dobbiamo pensarlo forse come un gruppo molto più pittoresco ed eterogeneo di quello che non ci fa comodo supporre. In questo contesto le donne sono alla sequela e con pienezza di diritto lo ricaviamo dai pochi luoghi che ce lo ricordano, perché opera nel Nuovo Testamento una memoria selettiva che in qualche modo dice una svolta nel senso “maschilista o patriarcale” del termine. “Il discepolato di eguali” è una sorta di fuoco che subito si spegne nonostante il citato testo dei Galati 3.28 che è un testo battesimale (e questo già circoscrive l’efficacia socio-politica di quanto preannuncia). Ciò che ci aiuta a capire come il discorso cambia sono i codici familiari. E’ vero che c’è l’attenuante della parusia imminente per cui non importa cambiare la situazione socio-politica né degli schiavi né delle donne perché tanto il Signore viene, ma rimane il fatto che i codici familiari finiscono con l’esprimere quella misoginia culturale propria del mondo antico, che comporta per la donna, perché donna, l’esclusione da ogni forma di esercizio di autorità e dunque anche di cittadinanza. Per quanto riguarda la Chiesa il problema è l’esclusione di ogni esercizio sacrale di autorità. Questo ovviamente non toglie che le donne siano presenti e che esercitino la loro soggettualità. Noi avremo lo stesso il protagonismo delle donne: avremo lo stesso donne martiri, donne ascete, donne mistiche, donne profetesse, donne sante, donne fondatrici, donne teologhe, ma tutto questo è una eccezione. Non c’è da parte della istituzione ecclesiale un riconoscimento di diritto di queste figure. Con il Vaticano II abbiamo una svolta radicale perché finalmente viene riconosciuto all’interno della categoria di popolo di Dio l’eguale diritto originario di uomini e donne a partire dall’iniziazione cristiana. Evidentemente dire che le donne sono Chiesa, che sono popolo di Dio e quindi anche le donne sono chiamate ad esercitare il ruolo regale, sacerdotale profetico è frutto di un processo che è quello relativo alla lunga fatica delle donne per acquistare visibilità e protagonismo a livello socio-politico. Che cosa c’è dietro l’esclusione delle donne dalla civitas nel senso antico del termine nel contesto del mondo che noi conosciamo? Il matriarcato di cui si parla è più una categoria ideologiche che una un dato effettivo e reale.

Comunque sia da 8.000 anni (6 mila anni a.C. + 2 mila d.C.) il patriarcato giustifica la esclusione delle donne in vario modo e personalmente trovo alla radice di esso la mistica dell’uno. I filosofi sanno di che parlo: la mistica dell’uno vede il duale come rottura della perfezione. La donna è seconda e la sua secondarietà la fa insignificante, subalterna. Penso al discorso della genetica, a come ne parlava Aristotele e a come ne parliamo oggi noi. Mi rendo conto che non possiamo rimproverare al passato l’ignoranza di cose che abbiamo scoperto l’altro ieri, però rimane lo stesso il paradosso del pensare insignificante della presenza femminile in un processo che viceversa vede la donna soggetto attivo, visto che è lei a portare in grembo il figlio del maschio ed è lei poi a partorirlo e tra l’altro con una modalità drammatica che disattende uno dei topoi dell’uomo antico cioè della fragilità o imbecillità, astenia della donna sul piano fisico, sul piano morale e sul piano religioso. Come abbiano potuto pensare che fosse debole un soggetto che conosceva un fenomeno quale quello del parto per me rimane a tutt’oggi molto strano effettivamente ci voleva una dose consistente di misogenia culturale per leggere tutto ciò nel segno della debolezza e non nella forza. Dicono che dietro l’esclusione della donna sta il bisogno maschile di dire l’ultima parola sulla generazione essendo la generazione legata e plausibile in modo incontrovertibile per via femminile ma non per via maschile. Alle donne bisogna chiudere entrambe le labbra, bisogna cioè dominarne la sessualità ma dominare anche la loro capacità di espressione e di pensiero. Tutto questo si traduce nella reclusione delle donne nella sfera privata lasciando soltanto agli uomini la sfera pubblica. Evidentemente questo non toglie che la storia sia fatta anche di donne. C’è un termine che nel modello maschile le denuncia nella ambiguità: è il termine virago cioè quando si fa un complimento ad una donna dicono che è veramente un uomo. Come a dire che è il maschio la misura di tutte le cose. Evidentemente le donne che sfuggono alla legge della esclusione sono quelle che per condizione sociale, cioè per appartenenza, o di filiazione o di matrimonio si possono permettere il lusso della cultura. Di fatto nella storia abbiamo anche donne colte, molto colte. Io penso al momento felicissimo del Rinascimento, quello in cui le nobili donne acquisiscono strumenti che la comunità cristiana ha concesso alle nobilissime mulieres del IV secolo che sapevano leggere e scrivere, che conoscevano l’ebraico, il greco. Ma per fare tutte queste cose bisogna appartenere a contesti socialmente molto elevati. Il problema rimane certo anche per l’ambito secolare. L’anomalia di qualcuna che non appartiene ad una certa condizione sociale ma che riesce ciò nonostante ad esercitare una leadership civile o religiosa è un dato eclatante. Di fatto le donne rimangono fuori da ogni protagonismo civico a meno che non si voglia riconoscere loro una funzione educativa ma questa funzione educativa purtroppo è solidale alla cultura misogina, cosa che troviamo anche nelle donne coltissime. Penso sempre a Eloisa che scrive ad Abelardo chiedendogli di scrivere lui la regola per il paracleto perché le donne non hanno gli strumenti adeguati, o penso a Teresa D’Avila che tuttavia ha delle pagine molto belle in cui rivendica il diritto delle donne ad essere valutate come persone e non perché donne.

Il movimento femminista

Ora se questo è il panorama la svolta come tutti sappiano coincide con il movimento femminista. Ci manca il tempo per percorrere le tappe, non dimentichiamo comunque che il movimento femminista è qualcosa di veramente rivoluzionario ed è coerente e succedaneo dell’altro fenomeno che caratterizza la metà dell’800 che è quello della emancipazione degli schiavi. La lotta antischiavista e il femminismo delle origini hanno dei punti di contatto, così come punti di contatto hanno con il fatto religioso. Le prime femministe non sono persone lontane dalla fede, sono donne credenti le quali improvvisamente scoprono di non avere diritti sia nella chiesa sia nella società. Sappiamo che il femminismo ha profuso i suoi sforzi sull’acquisizione dei diritti politici (innanzitutto il diritto di voto) ma ha lottato anche per l’accesso a quelle che sono le professioni e prima ancora ovviamente per il diritto agli studi che consentono l’accesso alle professioni. Le due guerre segnano in modo diverso il primo femminismo. Quello che noi conosciamo fondamentalmente è il secondo femminismo, quello che mette in discussione il fatto che uomini e donne si nasce. Il paradosso è che uomini e donne si diventa. Intendiamoci: non è che si nega quello che è la materia signata cioè la sessuazione ma, si fa presente, come sono stereotipie di genere ad essere imposte al di la di quelle che sono le tendenze autentiche, gli orientamenti, i comportamenti. Pensate soltanto a tutto il gioco ottocentesco sul bianco e sul candore che fa comodo allo stato borghese e alla chiesa, e molto poco alle donne che muoiono di tisi perché negate nella loro soggettualità, nelle loro aspirazioni. Pensate al gioco di rosa e celeste che tuttora permane nel fiocchetto che noi mettiamo sulla porta di casa quando, raramente ma capita ancora, c’è da festeggiare una nascita. Il neofemminismo è quello che vive la stagione di questo travaglio ma è anche quello che vede le donne protagoniste della civitas. Pensate soltanto a quello che è in Italia la presenza delle donne nel contesto della costituente e poi nel primo Parlamento. Vi sono figure molto intriganti, molto importanti. Ci sono i grandi uomini ma ci sono state anche le grandi donne. Tuttavia la stagione del ’68 cambia i parametri di comprensione del femminismo. Malgrado tutto la rivoluzione della immaginazione al potere non emancipa veramente le donne. Pensate soltanto a quella espressione che le chiamava “angelo del ciclostile”, cioè le donne servivano soltanto a girare la manovella, non erano quelle che stilavano i proclami. Tra l’altro la stagione del ’68 ha dei picchi di omologazione al modello maschile sui quali poi fletterà il c.d. femminismo della differenza. Stamattina è stata citata Julia Kristeva che è una delle protagoniste del femminismo della differenza. E’ un modo per rivendicare di fronte all’omologazione il mistero della femminilità, dico il mistero perché, straniere a noi stesse, è difficile cogliere sino in fondo che cosa vuol dire identità maschile ed identità femminile, salva restando la morfologia sessuale la quale, dicono i medici, non è da sola sufficiente per dire ciò che concretamente è quello o quell’altro soggetto. La questione del gender demonizzata oltre misura tutto questo marasma, mentre si tratta soltanto di una categoria classificatoria di per sé neutra, ma per motivi ideologici ne abbiamo fatto una specie di baluardo della indifferenza. Da ultimo la questione del limite, del confine il c.d. femminismo queer. Effettivamente quello sì è inquietante, perché il lasciare e prendere a proprio piacimento diventa una sorta di compiacenza assoluta: io mi muovo ed esploro, e torno e parto, senza che ci sia nessun limite alla mia espressività transgenere (che non significa solo transgender) però di fatto uso il genere a mio gusto. Un problema che si pone è quello di ciò che chiamiamo diritto civile o ancora più a monte diritto umano. Kari Elisabeth Børresen , una collega scomparsa da poco, una studiosa norvegese cattolica di ambiente luterano, diceva che i diritti umani, che secondo lei la chiesa applicava alle donne, passano dal riconoscimento della autonomia giuridica e dell’autonomia riproduttiva, all’autonomia religiosa. L’autonomia giuridica bene o male l’abbiamo raggiunta nel senso che oggettivamente gli uomini e le donne dovrebbe essere uguali di fronte alla legge. Poi dipende dalla discrezionalità ovviamente dei Giudici, ma almeno sulla carta il discorso è così. L’autonomia riproduttiva è una delle cose che le donne si sono guadagnate non perché se lo sono guadagnate da sè, ma perché la scienza ha dato loro la possibilità di decidere se avere un figlio o non averlo, con tutti i problemi che naturalmente questo pone.

L’autonomia religiosa

L’autonomia religiosa è qualcosa che le chiese cristiane in parte hanno realizzato, ma la chiesa cattolica e la chiesta ortodossa faticano a riconoscere. Cosa vuol dire autonomia religiosa? Vuol dire la capacità di scelta circa il proprio impegno ecclesiale ivi comprese le forme che per esempio il codice vigente di diritto canonico non riconosce alle donne. Nel Medioevo si parlava di imbecillitas sexus e ancora il codice del ‘19 si esprimeva con questa terminologia. Oggi come oggi sono altre le categorie che vengono evocate; però di fatto voi sapete che abbiamo 7 sacramenti ma per le donne ce ne sono soltanto sei perché il settimo è riservato agli uomini. Di fronte a questo quadro quali sono i problemi? Secondo me il problema è rivivere la chiesa innanzitutto. Rivivere la chiesa secondo me dovrebbe dar conto del mistero ad immagine del quale la chiesta è costituita. Se assumiamo come punto di partenza questo mistero di comunione evidentemente il discorso cambia perché all’interno della oikonomia non c’è una discriminante di genere ma c’è il dono ricevuto che ciascuno traffica in coerenza alla gratuità.

Rivivere la chiesa tenendo conto che la chiesa abita la città con tutte le affinità che sono state ricordate questa mattina dal punto di vista del binomio fede-politica. Papa Francesco ne ha parlato ripetutamente. Ha proposto l’ecologia del poliedro. Ve la propongo perché è una figura molto intrigante anche perché è quello che ci interessa sul gap tra cittadinanza e persona. Il poliedro è una figura che si oppone alle figure classiche di rappresentatività della Chiesa. E’ rappresentata come una piramide. La piramide dice cioè che c’è qualcuno a capo, ha il potere di chi sta sopra. Poi è stata proposta l’immagine del cerchio medio della sfera: in esso ogni punto è equidistante dall’altro ma la puntiformità della sfera e la corrispondenza suggeriscono omologazione. Invece il poliedro presentando 12 facce propone l’accadimento ecclesiale nel segno della varietà e della diversità. Ora dovrebbe valere per le chiese che abitano la città degli uomini ciò che le metafore costruttive importanti per la comprensione della civitas dicono e sono quelle di casa, edificio, tempio per esempio a cui corrisponde quella del gruppo; sono metafore tutte di interrelazione delle membra, che fanno pensare non soltanto all’interno delle singole chiese in termini di relazione di quelli che ne fanno parte ma vanno pensate con metafore di relazioni tra le chiese. C’è un corpo delle chiese. Il Vaticano II in Lumen Gentium, 13 parla di “corpo delle chiese”. Ora il problema, soprattutto all’interno di Efesini 2, 20-22, è quello dell’oikodomè (aedificatio) (altro termine prossimo al discorso dell’economia). L’oikodomé risulta nel rapporto mutuo degli uni con gli altri, reciprocamente. La koinonia è l’altra faccia del problema: la chiesa come spazio di salvezza, spazio abitabile. C’è un bellissimo saggio che sostiene questa tesi: la chiesa come spazio di salvezza. Ora in questa Chiesa multiforme dalle sfaccettature infinite, all’interno delle quali ciascuna Chiesa può darsi un codice giuridico, teologico, liturgico, salvo restando la unità della professione di fede. In questa Chiesa multiforme quale è il compito delle donne?

Due metafore

Io credo che le donne nella storia appaiono come artefici di un paradigma sapiente che riporterei in due metafore: la metafora della tessitura e la metafora della misericordia. La metafora della tessitura ci riporta a quella sapienza del comporre, creatività estrema, un intreccio di fili diversi con colori diversi per dar vita a moduli figurati in un tappeto o viceversa moduli assolutamente creativi, astratti. La tessitura è pazienza sapiente. Le donne da Eva in poi sono nel segno della domanda; se c’è qualcosa che le attraversa è proprio l’eros come domanda di conoscenza. Bellissime le letture gnostiche del mito di Eva da questo punto di vista. Altro che Eva peccatrice a partire dalla quale siamo stati esclusi dall’Eden. Ora questo amore per la sapienza si traduce in atteggiamenti di cura che non solo non possono essere solo il tempo per le donne ma diventano paradigma per una cittadinanza, per una umanità veramente coerente, veramente nuova, veramente nel segno della fede.

Altrettanto importante è il paradigma della misericordia intendendolo non nel senso delle opere misericordia ma prendendo sul serio una cifra dell’umano e la cifra dell’umano è la misericordia nel senso che Dio, il Dio della Scrittura presenta sé stesso nelle viscere e cioè nella profondità del mistero della vita che è affidato alla donna dal punto di vista fisiologico e biologico. Ma se prendiamo lo spettro del termine “misericordia” all’interno dell’Antico e Nuovo Testamento vedremo quanto è importante quella che oggi chiamiamo la paternità di Dio. In realtà il problema non è Dio, padre o madre. Il problema è capire che senza questo sconvolgimento delle viscere senza questo sommo movimento delle viscere, senza questo fare piccolo il cuore di fronte all’altro, noi avremmo una umanità nel segno della merce, nel segno del mercato.

La tragedia del Mediterraneo

Ora, oggi, tutto questo come si lega alla questione del Mediterraneo? In Sicilia abbiamo la memoria di un tempo che forse è un tempo immaginifico non un tempo reale ma ci sono reperti che ce lo riportano nella concretezza, forse non amplificata con cui io lo rileggo, ma reale. Mi riferisco a due piccole cose: nel Castello della Zisa, che è stato restaurato dopo che era quasi stato distrutto e oggi trasformato in museo, c’è una piccola lastra tombale. In questa lastra tombale in quattro lingue il presbitero Grisante chiede preghiere per la madre morta. Le quattro lingue sono l’ebraico, il greco, l’arabo, il latino, cioè c’è stato un tempo nel quale nella mia isola queste quattro lingue avevano piena cittadinanza e ad esse si aggiungeva il nascente volgare. Tutto questo è confermato dal fatto che nel Palazzo dei Normanni abbiamo una meridiana, per celebrare la quale viene indicata la data con tre calendari diversi: il calendario dell’Egira, il calendario dell’indizione bizantina, il calendario dell’indizione latina. E’ traccia di tre comunità ciascuna delle quali mantiene il proprio calendario. La lingua è già qualcosa di più scontato, ma mantenere simultaneamente un triplice calendario è qualche cosa, una interculturalità di altissimo livello. Qualche anno fa, non mi ricordo quale Sindaco, ha messo in quel di Palermo i nomi delle strade in ebraico, arabo e italiano. Questa mi è sembrata una operazione fittizia perché la comunità ebraica da noi è pressoché scomparsa ma la comunità araba è ritornata e si è ripresa i suoi quartieri. E quando penso che uno dei mercati di Palermo che prende nome proprio dall’arabo, è di nuovo popolato l’impressione che io provo non è di ripulsa. Era il mercato del bianco, là si compravano le lenzuola. Poi ho scoperto che a Gerusalemme c’è una via che riporta quasi la stessa toponomastica, lo stesso nome. Parliamoci chiaro noi siamo costitutivamente migranti. La migrazione è all’inizio del nostro credo. Il credo testamentario dice: “mio padre era un emigrante”; il nostro credo afferma: “siamo stranieri nella dispersione”. E’ vero che nel testo citato si dice che non siamo più stranieri e ospiti ma concittadini dei santi. Rimane tuttavia la dimensione peregrinante come cristiani e come donne evidentemente bisognerebbe richiamare a memoria questa attitudine fondamentale. Il viaggio è metafora non soltanto in senso fisico, è anche metafora intellettuale: se io non sono curioso, che ci sto a fare al mondo? Se non mi prende il desiderio del nuovo che cosa ci sto a fare? La metafora del pellegrinaggio, del cammino, dell’itinerario va presa in tutti i sensi possibili. Noi donne siamo state al seguito dei migranti però abbiamo coltivato la fantasia, là dove ci veniva negata la libertà mettevano ali alla nostra capacità di affabulazione. Bisogna mettere in circolo questa capacità di affabulazione e bisogna metterla in circolo con operatività concrete. Tempo fa in una scuola di Palermo ci si poneva il problema: preparare il kus kus o preparare gli spaghetti. Risolse tutto una donna magrebina presentando uno sformato che era fatto di strati di kus kus e di spaghetti. Cioè il problema di culturalità che aveva lacerato le maestre era stato risolto pacificamente dalla saggezza di questa donna. Ma non tutto è così facile. Io avevo un elenco delle questioni della interculturalità o della transculturalità che ci fanno problema. Che cosa vuol dire rispettare le culture? Vuol dire che accetteremo l’infibulazione, vuol dire che accetteremo l’infanticidio, vuol dire che accetteremo la soppressione del figlio ribelle se rifiuta di sposarsi secondo determinati canoni? Vuol dire che accetteremo la scomparsa della c.d. nostra identità? Son cose che io lancio senza avere risposte. Allora che fare? Come fare? Qualche tempo fa non ricordo in quale città, una cinese è stata giustamente arrestata perché aveva affogato la figlia nella tinozza d’acqua. E’ pratica che attualmente in Cina prima che venisse fatta una politica del figlio unico era largamente praticata e d’altra parte che cos’era l’apporto selettivo se non ancora una volta l’esclusione delle donne rispetto agli uomini. Ci sono problemi complessi dietro l’apporto selettivo. In India, che cosa vuol dire lo sport maschilista dell’uccidere la moglie per accedere ad una nuova moglie ed avere una nuova dote? E si potrebbe continuare all’infinito. Dal punto di vista per esempio dell’esteriorità, la questione del burka e la questione del velo di per sé sono indifferenti. Le nostre nonne portavano in testa lo scialle. Una delle mie nonne sicuramente lo portava. Le suore a tutt’oggi son vestite come sono vestite le iraniane. Non è che ci sia molta differenza tra le une e le altre. Il problema è: tutto ciò è discriminazione o viceversa è apertura culturale? Io non ho risposte a queste questioni. Le metto soltanto nel circolo perché riguardano il corpo delle donne, perché nello scontro tra cittadinanza e persona quello che è sempre messo in scena, nel senso osceno del termine, è il corpo delle donne. Sul corpo delle donne si giocano tutte le istintualità più orribili, si gioca la guerra, quella combattuta e quella ideologica, si gioca la possibilità di un mondo nel quale uomini e donne siano veramente compagni nella società o compagni all’interno della fede professata. C’è stato un tempo nel quale le teologhe musulmane e le teologhe cattoliche avevano galoppato la vena apologetica cioè lo scontro era quello di leggere la Scrittura per dimostrare che non è vero che la Scrittura è contro le donne, non è vero che il Corano è contro le donne; però questa stagione è passata presto. Noi dobbiamo prendere atto che i nostri sistemi religiosi e non soltanto i nostri, combattono sul corpo delle donne. Violano le donne, lo dico sempre che la più violata è la Vergine Maria perché quello che hanno fatto di lei è immondo dal punto di vista della esposizione della sua identità sessuata. Quello che diciamo di Maria non lo diremmo delle donne. Di nessuna donna si esibisce la verginità e se ne fa un criterio valutativo quanto lo si è fatto con Maria. Naturalmente c’è una motivazione cristologica che va rispettata ma è una esibizione, un calcare la mano che ancora una volta viola la donna perché è quanto di più intimo e privato una donna custodisce e vive. E qui viene esibito in modo sconveniente da parte di chierici maschi che tutto sommato di questa continua evocazione nutrono il loro immaginario.

Per concludere io credo che la questione passa dal riconoscimento cordiale, reale della parità uomo-donna. Se siamo fatti a immagine di Dio, allora traduciamo la nostra identità prendendo veramente sul serio questa immagine di Dio. Traduciamo la nostra identità realmente esercitando uomini e donne legalità, sacerdozio e profezia. Io credo che la misosogenia religiosa non di poco ha impedito il protagonismo civile delle donne e d’altra parte il protagonismo civile delle donne è stato impedito per ragioni che sono di natura squisitamente culturale. Speriamo che l’incontro con le nuove culture e con i problemi nuovi che la transculturalità ci pone ci aiuti a risolvere i nostri problemi irrisolti e a traghettare il mondo, l’umanità verso una condizione che sia quanto più prossima alla città di Dio perché alla fine noi pellegrini abitiamo verso la città ultima la Gerusalemme Celeste nella quale speriamo di godere quella ottimizzazione che qui facciamo tanta fatica ad ottenere ma che dobbiamo con tutti i mezzi cercare di raggiungere perché come dico sempre siamo stati creati per essere felici, non per tormentarci, non per addolorarci ma al contrario per vivere al meglio dei doni che Dio ci ha dato.

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