LA CHIESA IN UN IMBUTO José María Castillo

La Dottoressa Elske Rasmussen si rammaricava, solo alcuni giorni fa (in un articolo apparso il 28 aprile scorso su Religión digital, ndt), di coloro che (cardinali, vescovi, preti, monaci…) si ostinano a difendere la posizione secondo la quale “il papa è autorizzato solo a ripetere quello che ha detto il Magistero precedente, specialmente a partire da Pio XII fino a Benedetto XVI”. Ossia, se io ho capito bene, gli “uomini di Chiesa” che si contrappongono a papa Francesco, sono persone che, forse senza rendersi conto di quello che realmente stanno facendo, in realtà difendono una “Chiesa imbottigliata”, non nel fango di un cammino impraticabile, attraverso il quale non si possono fare passi in avanti e non si va da nessuna parte, bensì una “Chiesa imbottigliata” non in un cammino fangoso, ma in qualcosa di peggio: in un tempo ed in una cultura che non esistono più. Perchè questo, in fin dei conti, è la Chiesa di Pio XII, quella di Giovanni Paolo II e quella che ha difeso (finchè ha potuto) Benedetto XVI.

Il fondo della questione, a mio modo di vedere, sta in questo: la preoccupazione centrale e decisiva della Chiesa deve essere posta e conservarsi nella fedeltà al Magistero ed alle sue verità o deve stare nella sofferenza del popolo e nelle sue privazioni?

Nella risposta che si dà a questa domanda sta la chiave che spiega la differenza e la distanza che si avverte in modo palpabile tra il papato di Benedetto XVI e quello di Francesco. Certo, è importante nella Chiesa difendere e conservare il Magistero dei nostri avi. Ma non è più urgente porre rimedio alla sofferenza degli innocenti?

Non si tratta di togliere la ragione a un papa per darla ad un altro. La questione è più grave e più decisiva. Perchè, in fin dei conti, quello che stiamo vivendo nella Chiesa, con gli attriti e le frizioni tra i difensori del papato precedente e gli entusiasti di Francesco, è la riproduzione – in scala ridotta – dello scontro tra i “Maestri della Legge”, difensori delle loro tradizioni religiose, ed il comportamento di Gesù, che curava ammalati, dava da mangiare ai poveri e si era fatto amico di peccatori e pubblicani. È evidente che Gesù non è stato un uomo esemplare al suo tempo. Ma ugualmante certo è il fatto che gli “esemplari” (di allora e di ora) in fretta finiscono accantonati nel baule dei ricordi, mentre, come ha fatto molto bene notare il professore Reyes Mate, resta sempre valido l’azzeccato detto di Theodor W. Adorno: “Far parlare la sofferenza è la condizione di ogni verità”. Questo mi porta alla fine a pormi una domanda capitale: quale verità possono difendere quelli che, quando conviene loro, lasciano da parte la sofferenza?

In questo, mi sembra, sta la grandezza, la novità e l’attualità dell’Amoris laetitia, la visione nuova (ed ancora sconosciuta) della famiglia che ci presenta papa Francesco.

Articolo pubblicato nel Blog dell’Autore su Religión Digital il 2.5.2016

Traduzione di Lorenzo TOMMASELLI

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