JON SOBRINO, TEOLOGO DEL GRIDO DEI POVERI

intervista a Jon Sobrino, a cura di Nicolas Senèze

in “La Croix” del 21 marzo 2015 (traduzione: http://www.finesettimana.org)

Trentacinque anni fa, il 24 marzo 1980, veniva assassinato mons. Oscar Romero. Collaboratore e amico di colui che sarà beatificato il 23 maggio, il gesuita spagnolo Jon Sobrino è anche l’autore di un’opera teologica nel filone della teologia della liberazione, di cui le edizioni du Cerf hanno appena tradotto la parte cristologica più controversa.

Padre Jon Sobrino lo riconosce subito: “Io non sono povero. Per ragioni di salute, non mi hanno mai autorizzato ad abitare con i poveri: di fatto, ho conosciuto pochi poveri”. Un paradosso per uno dei capofila della teologia della liberazione, che vuole essere appunto una teologia di indignazione e di impegno dalla parte dei più poveri! “Ma cerco di esprimere la voce dei poveri: di coloro che sono perseguitati, o che hanno dovuto lasciare il proprio paese, che sono oppressi dalla fatica. Lascio che questa sofferenza mi coinvolga per fare il mio lavoro teologico”, riassume. La sua opera cristologica è appena stata tradotta in francese, circa venticinque anni dopo la sua prima pubblicazione in spagnolo (1). Fu al ritorno in Salvador, dopo gli studi negli Stati Uniti e in Germania, che il giovane gesuita spagnolo scoprì i poveri. “Avevo studiato teologia in Europa senza accorgermi di quello che stava succedendo in America Latina con Gesù Cristo”, confida, di passaggio in Francia. Otto anni dopo l’assemblea del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) di Medellin (Colombia, 1968), il continente è in piena ebollizione teologica. “Il documento di Medellin cominciava con queste parole: ‘La miseria come fatto collettivo è un’ingiustizia che grida al cielo’”, ricorda padre Sobrino.

È stato sentito il clamore dei poveri. In quell’irruzione dei poveri, molti credenti hanno percepito l’irruzione di Dio. Un Gesù reale aveva fatto irruzione con contorni propri e con la capacità di plasmare non solo la teologia e la devozione, ma la realtà dei credenti, delle comunità”. Jon Sobrino si mette allora al seguito dei grandi nomi della teologia della liberazione, come Gustavo Gutierrez Merino, Leonardo Boff o il gesuita Ignacio Ellacuria, più anziano, basco come lui e anch’egli professore all’Università centro-americana di San Salvador (UCA). “Molti vescovi, preti e fedeli si rendevano anche conto che, in questo mondo, essere umani, essere cristiani, essere membri della Chiesa, significava cercare la giustizia e vivere la povertà”, ricorda il gesuita per il quale gli anni 80-90 furono anche “un’epoca di martiri”: mons. Gerardi in Guatemala, mons. Angelelli in Argentina e, naturalmente, mons. Romero.

Nel 1977 padre Ellacuria lo mette in relazione con Oscar Romero che è appena stato nominato arcivescovo di San Salvador e che, inizialmente conservatore, evolve a poco a poco di fronte alla realtà della repressione. Divenuto il collaboratore e l’amico di colui che sarà beatificato il 23 maggio, Jon Sobrino lavorerà accanto a lui fino al suo assassinio, il 24 marzo 1980. Ma anche lui è un sopravvissuto. Il 16 novembre 1989, infatti, sei suoi confratelli gesuiti dell’UCA, con la loro domestica e la di lei figlia sedicenne, cadono sotto le pallottole dei militari. Jon Sobrino verrà a conoscenza del massacro in Tailandia dove faceva delle conferenze. “La mia famiglia, i miei amici”, riassume semplicemente, un quarto di secolo dopo, non potendo sentire i loro nomi senza togliersi gli occhiali per asciugarsi discretamente le lacrime. Un breve momento di commozione, prima di passare a elencare le altre vittime della repressione militare.

Dal 1977 in Salvador, 17 preti e 5 religiose sono stati uccisi, come centinaia di cristiani e

cristiane, ricorda. Hanno dato la loro vita per difendere i poveri e gli oppressi. Nelle loro vite e nelle loro morti, quei cristiani e quelle cristiane sono stati simili a Gesù. Noi li chiamiamo i “martiri ‘gesuizzati’. Molti altri, decine di migliaia, sono stati uccisi, vittime innocenti e indifese.

Noi li chiamiamo ‘il popolo crocifisso’”. Di questo popolo crocifisso, Jon Sobrino ha fatto la base della sua teologia della liberazione divenuta una vera teologia del martirio.

È stata condotta una guerra ostinata a questa teologia, riconosce Jon Sobrino. Fin dai miei primi articoli su Gesù Cristo e sul Regno di Dio, ho avuto dei problemi con Roma: parlare di Gesù di Nazareth non era apprezzato dalla Congregazione per la dottrina della fede”. Nel 1983, quando il colombiano Alfonso Lopez Trujillo diventa cardinale (sarà il futuro presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia), annuncia chiaramente di voler “farla finita” con dei teologi come Gutierrez, Boff o Sobrino. “Quello che veniva attaccato non era né Boff, né Gutierrez, né Sobrino, ma Gesù di Nazareth, Dio che è uscito con i poveri e che ha ascoltato il loro grido”. Nel 2006, la Congregazione per la dottrina della fede emetterà un avvertimento, sottolineando che “certe proposte” dei suoi due libri cristologici “non sono conformi con la dottrina della Chiesa”.

Ma non sono mai stato condannato. Niente nel documento romano dice che sono eretico o che non ho più diritto di insegnare”, insiste Jon Sobrino che non ha mai accettato di firmare il testo romano. Il coro di proteste del mondo teologico di fronte alla notifica romana sarà tale che l’autorità stessa della congregazione è oggi rimessa in discussione, il che permette del resto alle Éditions du Cerf di realizzarne oggi la traduzione francese senza reali problemi… Ma, venticinque anni dopo la pubblicazione del primo volume, quei libri hanno ancora una pertinenza? “Credo che il messaggio di quei libri sia quello di coloro che gridano, che sperano e che non scrivono”, spiega Jon Sobrino. L’America Latina però è cambiata. “La guerra civile è terminata, ma ci sono sempre tanti morti e tanta violenza. Quattordici morti violente al giorno in Salvador, ricorda. La gente non ha lavoro, è sottoposta alla violenza delle bande, è costretta ad emigrare”. Dopo la scrittura dei suoi libri, pentecostali ed evangelicali sono entrati in forze nel paesaggio religioso.

Un vero problema per me, riconosce. Abbiamo visto sorgere tra noi dei dirigenti di tutti i tipi: predicatori, pastori, cantanti, guaritori, ma, per dire le cose con rispetto, danno spesso

l’impressione di avanzare come greggi senza pastore. Mancano dei Romero, dei Gerardi”. Deplora che la Chiesa cattolica, in questi ultimi anni, abbia spinto i fedeli “in una religiosità più di devozione che di impegno”. “Capitemi bene, spiega. Si avrà un bel conservare un Dio, un Cristo e uno Spirito, conservare la preghiera, la mistica e la gratuità – tutto questo rivalorizzato a giusto titolo, almeno teoricamente -, ma senza Gesù di Nazareth si vede scomparire ciò che c’è di centrale nel cristianesimo”.

Per lui, se la Chiesa “va male”, è proprio perché ha diluito le intuizioni di Medellin. “Attorno a Medellin, credo di poter dire che la Chiesa, dalla gerarchia fino ai contadini ‘si è comportata bene’ con Gesù di Nazareth, o almeno ha cercato di farlo con serietà”, propone. Dopo “ha prodotto altre forme di Chiesa che davano meno fastidio”, riconosce. È questo che spiega, a suo avviso, il motivo del ritardo della beatificazione di Mons. Romero: “La si giudicava inopportuna perché era un modello di vescovo che dava fastidio ad altri vescovi”. Quindi la Chiesa deve tornare a questa centralità dei poveri avviata a Medellin. “’Andar male’ significa tirarsi indietro, e ‘andar bene’, significa, fondamentalmente, tornare a Medellin, riassume. Il che significa sicuramente ‘tornare a Gesù di Nazareth’. ‘Non tornare’ a Gesù è impoverirsi, e non voler tornare a lui sarebbe peccare”.

La Chiesa non deve preoccuparsi di ciò che può fare, ma di ciò che deve fare: è un problema di morale, non di analisi”, afferma colui che ritorna continuamente alla figura di Romero. “Molto tempo fa, un contadino raccontava: ‘Mons. Romero diceva la verità, ci difendeva, noi poveri, e per questo lo hanno ucciso’. Ecco quello che deve fare la Chiesa. Dire la verità, dire che quello che succede oggi è un disastro. Difendere i poveri, cioè non solo aiutarli, ma essere al loro fianco contro gli oppressori, chiunque essi siano”. Quanto al martirio, è per lui l’orizzonte di chi si conforma a Gesù di Nazareth: “Gesù non è morto, è stato ucciso, ricorda. Senza la croce, la resurrezione non sarebbe che la riviviscenza di un cadavere. Gesù si è mostrato misericordioso.

Non ha solo aiutato e dato sollievo, ma ha preso le difese delle vittime. La misericordia che arriva alla croce aggiunge due caratteristiche a quella del buon Samaritano: è conflittuale ed è coerente fino alla croce”. Trentacinque anni dopo l’assassinio, il teologo interpella ancora la Chiesa: “È pronta oggi a correre questo rischio di Gesù che è stato ucciso?”

(1) Jésus-Christ libérateur. Lecture historico-théologique de Jésus de Nazareth, e La foi en Jésus-

Christ, Éditions du Cerf

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