UNA NUOVA ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA. Intervista alla teologa Serena Noceti

in “il foglio” n. 417 – mensile di alcuni cristiani torinesi – del gennaio 2015

La pur ampia sala del Centro Studi “Bruno Longo” non è stata sufficiente per accogliere gli oltre 150 intervenuti alla serata Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito (1Cor 12,4). Ministerialità laicali nella parrocchia che cambia organizzata dalla rete chiccodisenape lunedì 17 novembre 2014 alle 21.

Questo incontro è stato il primo di una serie iniziative per accompagnare la riflessione della comunità diocesana sul cosiddetto “riassetto diocesano”, che permetta di mettere in luce gli snodi da affrontare e le soluzioni possibili attraverso un confronto ampio, sereno e libero fra tutte le componenti del popolo di Dio. E ne è stato presente proprio un bell’affresco: dall’anziano parroco di provincia ad alcuni docenti e studenti delle facoltà teologiche, dalle catechiste ai componenti di diverse aggregazioni laicali (Azione Cattolica, Gioc, Meic, Rinnovamento nello Spirito…), dai laici impegnati ad alcuni che non mettono piede in chiesa con facilità. Protagonista dell’incontro è stata la teologa Serena Noceti, vicepresidente dell’Associazione Teologica Italiana e docente di teologia sistematica. La Noceti non è nuova alle iniziative di chiccodisenape: era stata, infatti, relatrice nel primo convegno sul tema Laici responsabili per il Vangelo e per il mondo (2008) insieme a Giuseppe Ruggieri e Marco Vergottini. Qui di seguito le questioni affrontate durante la serata, elaborate dal coordinamento di chiccodisenape sotto forma di intervista.

Torino e molte altre diocesi si stanno interrogare su come articolare la vita della comunità diocesana nel contesto della secolarizzazione, nel quale le modalità di organizzazione a cui eravamo abituati non sembrano più adeguate e il numero di ministri ordinati è in diminuzione. Secondo la tua opinione la parrocchia è davvero in crisi o ha ancora un futuro?

La parrocchia è una delle forme di vita ecclesiale in cui si concentrano molte delle novità del Concilio Vaticano II, che ha avuto un sostanziale cambiamento di linea interpretativa non sempre accompagnato da un mutamento significativo delle prassi. La parrocchia sembra così vivere una crisi perché è andato in crisi il modello tridentino di parrocchia, che non è più significativo sul piano culturale ed è totalmente inadeguato dal punto di vista dell’ecclesiologia del Vaticano II.

Per comprendere appieno la transizione si devono tenere presenti alcune caratteristiche del modello tridentino di parrocchia: un’ecclesiologia universalistica, una concezione di chiesa come societas organizzata sulla base del principio di autorità delegata, che la porta a essere fortemente clericale; la sacramentalizzazione, la socializzazione religiosa dei bambini, la centralità del praticante inteso come individuo singolo, le dinamiche di comunicazione unidirezionali. Opera in un sistema sociale ed ecclesiale stabile, contrassegnato da cambiamenti lenti e da una appartenenza definita dai confini e dai numeri limitati dove vi è una coincidenza del luogo di abitazione, di lavoro di vita sociale e una netta divisione in classi sociali. In sintesi, si tratta di un modello di parrocchia pensata per ordinare e dare senso all’esistente, configurando una figura istituzionale unica e univoca, che deve essere uguale ovunque.

È questo modello è essere messo in crisi, in prima battuta dal cambiamento della situazione socioculturale: i fenomeni di urbanizzazione, di secolarizzazione, di senso democratico nelle appartenenze sociali; il profondo cambiamento nella esperienza del tempo e dello spazio; il superamento della logica del sacro e profano; la fine dell’idea di sistema onnicomprensivo. Il secondo elemento di crisi è dato dalla teologia del Vaticano II, che crea una cesura rispetto al modello tridentino. I documenti del Concilio indicano la possibilità di una pluralità di modelli, di forma e di figure di vita parrocchiale (cfr. Sacrosanctum Concilium 42, Lumen Gentium 28, Apostolicam Actuositatem 10, Ad Gentes 37, Christus Dominus 40) e cambiano l’orizzonte di fondo: il principio è il riconoscimento del vangelo annunciato e quindi la proposta di fede è rivolta in particolare agli adulti, cristiani capaci di vivere il vangelo e di essere soggetti attivi nella comunità; la soggettualità è di tutto il popolo di Dio; la visione del ministero e del laicato sono cambiate; il superamento dell’ecclesiologia universalistica e la valorizzazione della chiesa locale; la presenza di dinamiche comunicative pluridimensionali (LG 12 e DV 8). Crisi di un modello di parrocchia, dunque, e non della parrocchia stessa che, anzi, è da sempre caratterizzata dalla capacità di non essere un oggetto staticamente definito e di modificarsi nel corso dei secoli intorno a due essenziali elementi di continuità: l’annuncio del Vangelo a un gruppo umano presente in un territorio e l’esistenza di una comunità eucaristica e come comunità eucaristica. Le forme parrocchiali nate dal Vaticano II dovranno così comprendere come ripensarsi in una chiave che rimandi a un soggetto umano collettivo (il “noi”) che si relaziona a un territorio; come coniugare la necessità della localizzazione, elemento chiave nella autocoscienza e nell’esperienza ecclesiale, con un criterio di riconoscimento non legato al solo domicilio; come valorizzare la comunità intesa con un gruppo sociale non ampio, definito da relazioni dirette e dinamiche comunicative e partecipative possibili, in cui fare esperienza e manifestare la comunione fondata sulla Parola e nell’eucaristia. Parrocchie, insomma, che siano in grado di trovare un equilibrio tra i due nuclei del vivere ecclesiale: il momento istituzionale e la libera scelta di chi la compone, l’esperienza cristiana personale e l’essere un corpo collettivo.

Sembra che il problema che anima l’interesse nei confronti dell’organizzazione delle diocesi sia la mancanza di preti, spesso considerati il punto di riferimento essenziale e ineludibile delle comunità. Quali sono le criticità di questo approccio?

Per iniziare, una riorganizzazione che guardi al solo dato territoriale rischia di non cogliere il valore delle appartenenze e le logiche di riconoscimento delle comunità. Non dovremmo solo guardare alle comunità dal punto di vista dei servizi da offrire e alla necessaria razionalizzazione delle forze – prospettiva che si concentra sul clero – quanto investire in creatività su nuovi modelli, plurali nelle forme e nell’organizzazione, mettendo al centro il popolo di Dio affiancato da presbiteri e diaconi. Questo approccio comporta tre problemi: le evidenti resistenze di vescovi e preti che dovrebbero ridefinire i loro poteri in vista del passaggio dal modello tridentino alla Chiesa del Vaticano II; la necessità di pensare una riforma per applicare il dettato conciliare (cfr. capitolo II di LG); l’aggiornamento della formazione del clero, che è ancora pensata intorno a una figura di prete unica e statica: a tempo pieno, celibe, dedicato al sacro, e la valorizzazione della figura del diacono, essenziale per identificare il ministero in relazione alla vita e non al sacramento (cfr. LG 29). I ministri ordinati devono presiedere l’eucaristia, perché presiedono la comunità, perché le garantiscono l’apostolicità della fede e dell’identità, ma la loro parola deve promuovere e accogliere la parola dei laici che coniuga vangelo e cultura, vangelo e linguaggi di oggi.

Quali sono gli elementi che possono rendere le nostre comunità dei luoghi dell’esistenza significativi, attraenti e accoglienti?

Propongo un motto e tre strumenti. Il motto è che al centro non ci sia la dottrina ma il vangelo compreso e annunciato insieme. Gli strumenti sono: la capacità di essere “multilocati”, al di là dei luoghi codificati per il sacro; l’attenzione agli adulti, sia nel linguaggio sia nelle proposte; la valorizzazione dei passaggi cruciali della vita (come le crisi di mezza età, che solitamente portano a interrogarsi sul senso di Dio e della vita, o la nascita di un figlio, condizione irreversibile della vita della persona); il coraggio di essere una comunità profetica, in grado di dire qualcosa sui temi scottanti dell’attualità, come ad esempio oggi sulla condizione del lavoratore e sul lavorare.

Questi cambiamenti porteranno a un nuovo coinvolgimento dei laici?

È tempo che la Chiesa possa avere la parola di estroversione che è propria dei laici: essi hanno la possibilità di dire una parola autorevole ma devono formarsi e imparare il linguaggio della teologia per poter comprendere ed essere compresi. Il Concilio Vaticano II ha favorito un maggior coinvolgimento dei laici, se non possiamo dimenticare che ha proposto i primi documenti dedicati ai laici nella storia della Chiesa, Apostolicam Actuositatem e il capitolo IV di Lumen Gentium, non possiamo sottovalutare la compresenza e la giustapposizione di due diverse teologie del laicato nel concilio, una che vede il laico dipendente dal clero, l’altra che ne esalta l’autonomia e la soggettualità intraecclesiale. Si tratta di una tensione non risolta, che non rende facile arrivare a una (auto)coscienza di laici. Questo quadro è stato ulteriormente complicato dalla diffusione nel post-Concilio di alcuni movimenti laicali che, se pure sono stati in grado di rispondere al desiderio di relazione e di comunità reale che le persone desiderano in questo mondo autonomo, hanno ricalcato l’ecclesiologia tridentina sotto molti aspetti (il riferimento alla chiesa universale e non alla chiesa locale, le dinamiche comunicative unidirezionali…). Mi sembra così necessario puntare sulla formazione dei laici, organizzare strutture sinodali nelle quali ripensare la diocesi complessivamente, valorizzare le aggregazioni laicali che favoriscono le dinamiche comunicative multidirezionali.

Quale sarà l’apporto delle donne?

Sono state il vero soggetto della recezione del Concilio anche in modo imprevisto. Il periodo successivo ha visto, infatti, fattori di sviluppo socio-culturale, tra cui la trasformazione dei modelli relazionali uomo-donna, l’accesso all’istruzione superiore, alle professioni, alla politica, ed ecclesiale, come i percorsi di autocoscienza a partire dalla Bibbia, l’apertura allo studio e all’insegnamento della teologia, la ministerialità diffusa. Non possiamo però non considerare che ci sono ancora forti resistenze culturali e strutturali da affrontare, come ha segnalato anche papa Francesco in Evangelii Gaudium(103-104), usando l’espressione “giuste rivendicazioni” e aprendo, così, una nuova prospettiva di lavoro. Per fare qualche esempio, possiamo ricordare che la presenza delle donne è spesso data per scontata e riguarda soprattutto ruoli operativi e non decisionali. Che vi
sono in Italia solo 380 laureate in teologia, delle quali 85 insegnano anche se solo 19 a tempo pieno (cfr. la ricerca Le pietre scartate di Carmelina Chiara Canta). Che sono ancora negati alle donne i ministeri laicali per ragioni di opportunità pastorale…

Quali sono le nuove ministerialità di cui abbiamo bisogno in questo contesto?

Ne proporrei tre in particolare. Il coordinatore di comunità, un ministero istituito da inventare, che cura le relazioni e le forme di partecipazione sinodale della comunità. La creazione di team pastorali per condurre le parrocchie (o gruppi di parrocchie) composte da prete, diacono, religiosi, coppie sposate, che abbiano una retribuzione che permetta loro di essere a servizio a tempo pieno. Biblisti e teologi di “zona”, saranno coloro che aiuteranno piccoli gruppi a formare e dire la fede su tematiche specifiche. A me piace immaginare che degli amici si possano organizzare e chiamare un teologo che per 4-5 incontri faccia degli incontri su tematiche specifiche magari nelle case… la potremmo chiamare “teologia di casa”.

Conosci qualche esperienza significativa che possa essere di ispirazione per la situazione attuale?

Inizio dalla mia diocesi di Firenze: durante l’episcopato del cardinale Piovanelli sono stati assunti cinque laici in curia, proprio per valorizzarne l’importanza e la preparazione, e oggi ci sono 22 piccole parrocchie affidate a coppie di sposi (alcune di queste hanno il marito diacono, ma non solo…). Vi sono poi la cooperativa di animatori di oratorio della diocesi di Milano (parrocchia Aquila e Priscilla) e le cooperatrici pastorali di Treviso, donne che vivono nelle parrocchie, in comunità di tre o quattro consacrate, e che lavorano a tempo pieno per la pastorale. In alcuni paesi, vi sono dei laici che sono pagati dalle comunità per compiere dei servizi pastorali, come i pastoralreferenten/innen in Germania. In Sierra Leone le comunità sostengono con una cifra pari a quella che avrebbero guadagnato continuando a lavorare coloro che decidono di studiare nel seminario per animatori laici di comunità, che poi si mettono al servizio a tempo pieno.

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