GRATUITAMENTE DATE – LETTERA APERTA AI VESCOVI ITALIANI di Antonio Di Lalla

A volte basta una parola, uno sguardo, un gesto per creare intimità o, all’opposto, un fossato incolmabile tra persone, amanti, addirittura tra gemelli. Quando Cristo rovesciò i tavoli dei cambiavalute, cacciando i mercanti dal tempio (Mt 21,12-17), per riaffermare la logica di un Dio misericordioso che non ha bisogno di offerte e sacrifici, si attirò le simpatie di prostitute e peccatori, ma tracciò, a prezzo della vita, un confine invalicabile tra lui e le classi dominanti, aduse a servirsi di Dio per tener soggiogate le masse. Qualcosa di simile è accaduto ora che papa Francesco, nella sua apparente ingenuità, si è rammaricato per i tariffari dei sacramenti e di altre prestazioni presenti nelle chiese e ben note ai fedeli. Per me, è stata una piccola soddisfazione ascoltare dal papa, 28 anni dopo, le stesse cose che nel luglio del 1987 – a seguito del “tassario” diocesano recapitato nelle parrocchie – avevo scritto in una lettera aperta ai vescovi molisani (v. Adista Notizie n. 65/87): «Ci saremmo aspettati un gesto profetico e invece ci troviamo a subire una lezione di realismo economico. È vero che da buoni pastori ci dovete istruire su cosa fare per il gregge, ma potevate risparmiarvi di insegnarci come tosare le pecore».

Il cardinal Bagnasco, presidente, senza essere stato votato, dei vescovi italiani, a loro volta nominati ma non eletti, anzi spesso cloni dei predecessori – le somiglianze con il governo Renzi e con il Parlamento non sono poche –, si è precipitato a farfugliare un’inutile difesa d’ufficio dell’indifendibile. Gli altri vescovi in gran parte hanno fatto buon viso a cattivo gioco, aspettando tempi migliori nei quali finalmente si spegnerà l’eco del rinnovamento. Si sono guardati bene, per quel che mi risulta, dal mettere a tema tariffe e sacramenti nelle diocesi di appartenenza e nelle riunioni collegiali. Una strana assise quella dei presuli italiani: benché fantasiosamente vestiti di rosso, dal paonazzo allo scarlatto, domina incontrastato il grigio, senza neppure le sfumature! Si mena il can per l’aia in discussioni di lana caprina nell’intento di individuare il sesso degli angeli, visto che le conclusioni sono puntualmente anticipate nella prolusione. Raramente qualcuno dice quello che pensa e di conseguenza quasi nessuno pensa quello che dice. Su insistenza del vescovo di Roma, al Sinodo qualche passo avanti è stato fatto in quanto a sincerità, nella Conferenza episcopale italiana no, tanto che non si sono assunti neppure la responsabilità di eleggere il nuovo presidente!

Non ho la pretesa che voi vescovi leggiate questa mia lettera, ma parlo a nuora perché suocera intenda! Voglio dar voce a quanti sognano una Chiesa – non senza di voi – che sprizzi umanità, che sappia sporcarsi nelle periferie della storia, che testimoni un Dio innamorato di questo mondo, che rinunci finalmente a tutti i privilegi, sapendo di poter confidare in un Dio che non delude.

Cari vescovi non c’è pagina, intervento, omelia, starnuto che non condite ormai con citazioni di papa Francesco, nella speranza forse che ci venga la nausea e il rigetto; vi sbagliate di grosso, perché incarna le attese più vere del popolo di Dio. Che aspettate allora ad assumerne lo stile riformatore? Non sarò io a dettarvi l’agenda, ma non è il caso di rimettere in discussione il Concordato, mal tollerabile già con regimi fascisti, oggi semplicemente fonte di privilegi? Lealtà allo Stato significa evitare accordi interessati e vantaggiosi sottobanco con i partiti per tornare ad essere guide morali credibili. Chi più del cardinal Bagnasco, generale di corpo d’armata, dovrebbe comprendere che i cappellani militari con i loro lauti compensi (nel 2014 sono costati allo Stato 8.379.673 euro, v. Adista Notizie n. 43/14) non hanno motivo di esserci per motivi teologici e pastorali? E questo non significa rifiutare l’assistenza religiosa ai militari, solo non lasciarsi inglobare nel sistema. Sono concepibili gli insegnanti di religione scelti dalla Chiesa e pagati dallo Stato, senza che ci siano facoltà teologiche statali? Per non parlare dei titoli onorifici, aboliti solo sulla carta: quale vescovo si offende se viene chiamato ancora eccellenza? E i tanti preti non hanno addirittura inglobato il “don” nel loro status tanto da inserirlo nella firma? L’8 per mille ci ha resi una potenza economica. Savonarola avrebbe detto: «Un tempo i vasi sacri erano di legno, ma le persone d’oro, oggi i vasi sacri sono d’oro, le persone invece lasciano a desiderare». Dove circola denaro non manca mai la corruzione e a farne le spese sono sempre i poveri: “Mafia Capitale” insegna. Che aspettiamo allora a liberarci degli ori non artistici, delle inutili proprietà per consentire a persone in difficoltà almeno di sopravvivere? E veniamo alla remunerazione dei presbiteri: o è sufficiente e allora ripeteteci le parole di Cristo: «Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente» (Mt 10,8) oppure se non è sufficiente provvedete ad aumentarla, ma non monetizzando le celebrazioni: nei lutti prefiche, in ufficio burocrati, tangentari in ogni prestazione! Quanti passi ci separano dalla simonia? Il detto popolare: “senza denaro non si canta messa”, non vi suona insulto tanto veritiero quanto inaccettabile?

Cari pastori della Chiesa, in una società in cui tutto ha un prezzo c’è una sola cosa che sconcerta e nello stesso tempo rivela un aspetto del mistero di Dio: la gratuità. Praticatela e insegnatecela. Ve ne sarà grato il popolo di Dio affidato alle vostre cure. E non solo.

* parroco a Bonefro (Cb)

 

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